Tutti i post della categoria: Lavoro e imprese

Lavoro: riforma non lesa maestà, ma moderare i toni

postato il 19 dicembre 2011 da Redazione

No a scontri ideologici su articolo 18

Non vogliamo scontri ideologici sull’articolo 18, ma neanche che sia un totem per cui la messa in discussione diventi lesa maestà. Certo, le medicine amare sono indispensabili ma a volte, come in questo caso, un po’ di zucchero che le addolcisca non fa male.
L’onestà intellettuale del ministro Fornero è fuori discussione e non condivido le parole indirizzatele dalla Camusso. Non credo che questo governo sia contro i lavoratori o arrogante con essi, è un governo che usa un linguaggio di verità, scomodo e difficile da accettare. Certo, bisogna superare le impostazioni del passato e questo non è facile.
Le forze sindacali, anche quelle più vicine a noi, hanno tutta la nostra considerazione e fanno ognuna il proprio mestiere, l’importante e’ che lo facciano alla luce del sole: l’Italia si può salvare solo se le forze sociali concorrono ad individuare l’uscita dalla crisi.

Pier Ferdinando

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La manovra incentiva l’assunzione di donne e giovani

postato il 8 dicembre 2011 da Redazione

Giovanni Villino racconta, a modo suo, le novità presenti nella manovra:

Se mi assumete potete dedurre 15.200 euro

Il testo ufficiale della manovra varata dal governo Monti fa emergere piacevoli novità. Una di queste è contenuta nell’articolo due che potete leggere qui. Cari datori di lavoro, non lasciatevi sfuggire questa occasione:

Le imprese che assumeranno donne e giovani sotto i 35 anni a tempo indeterminato avranno la possibilità di dedurre 10.600 euro per ogni donna e giovane sotto i 35 anni assunto a tempo indeterminato. Lo sconto sale a 15.200 nelle regioni del Sud. Le imprese interessate allo sconto maggiorato, a 15.200 euro, sono quelle che assumeranno giovani a tempo indeterminato sotto i 35 anni o donne in Sicilia.

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Giovani, è ora di cambiare passo.

postato il 29 novembre 2011 da Redazione

“Riceviamo e pubblichiamo” di Anna Giunchi

Qualche giorno fa è arrivato un messaggio molto chiaro, a firma del governatore di Bankitalia, Ignazio Visco: “Il capitale umano e l’investimento in conoscenza rappresentano una variabile chiave nella nostra azione di politica economica”.

“I giovani”, e a pronunciare queste parole è lo stesso Visco: “sono stati i più danneggiati dall’introduzione dell’Euro”. “Non c’è una ricetta per uscire dalla crisi”, conferma lo stesso Visco, “se non quella di ascoltare i giovani, di dare loro concrete speranze”.

I giovani che attualmente si affacciano sul mercato sono infatti esclusi dai benefici della crescita del reddito degli ultimi decenni: non vengono infatti valorizzate le risorse umane, ovvero quegli aspetti di valore racchiusi nella professionalità e nelle competenze del personale operante.

In Italia i differenziali salariali a parità di livello di istruzione non solo sono inferiori a quelli degli altri Paesi, ma coinvolgono in misura maggiore i giovani lavoratori che non gli anziani.

I nostri ragazzi hanno retribuzioni ferme da almeno dieci anni: non vengono valorizzati, insomma, come capitale umano.

La situazione dell’istruzione in Italia è tristemente nota: negli ultimi anni si è investito il 2,4% del Pil in scuola e università, contro il 4,9% degli altri paesi. Nel 2010 in Italia, inoltre, gli insegnanti con meno di 40 anni erano solo il 9%, a differenza del 25% in Germania, del 34% in Francia e dell’oltre 40% del Regno Unito.

Già il Consiglio Europeo di Lisbona, nel 2000, ribadì che la più importante economia dell’Unione Europea sarebbe stata possibile soltanto se l’istruzione e la formazione avessero avuto ruolo preponderante come fattori di crescita economica, nonché di ricerca, innovazione, competitività, sviluppo sostenibile e cittadinanza attiva.

Il contributo dell’istruzione e della formazione alla crescita è stato ampiamente riconosciuto dal Consiglio di Lisbona: le stime suggeriscono che investimenti nell’istruzione e nella formazione producono tassi di ritorno agli individui (ritorno privato) e alla società (ritorno sociale) comparabili all’investimento nel capitale fisico.

La crescente quota di servizi economici, i continui cambiamenti tecnologici, l’aumento di conoscenze/informazioni insite nel valore della produzione, nonché la ristrutturazione socio-economica renderebbero oggettivamente ancor più proficuo un simile investimento.

Un invito, dunque, ad un cambio di passo, verso un’ Europa che non aspetta.

 

 

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#ammazzastartup: non confondiamo le startup con le società di comodo

postato il 11 novembre 2011 da Redazione

di Mario Pezzati.

Nessuno di noi confonderebbe mele con pere: sono entrambi frutti, ma sono differenti.  Allo stesso modo non si dovrebbero confondere le aziende start up (con questo termine si identifica l’operazione e il periodo durante il quale si avvia un’impresa, si tratta di solito di imprese appena costituite, nelle quali vi sono ancora processi organizzativi in corso) e le società di comodo (società costituite per occultare patrimoni, generalmente utilizzate per procedure di evasione fiscale).

Eppure, come fa rilevare Quintarelli, per lo Stato italiano sono la stessa medesima cosa e questo crea notevoli problemi perché rischia di castigare e fare scappare coloro che volessero iniziare nuove attività imprenditoriali, in particolare nel campo dell’alta tecnologia.

E’ normale per una start up avere un periodo iniziale (generalmente un paio di anni) di profondo rosso, ma questo, per il fisco italiano, equivale ad una società di comodo che, tramite perdite fittizie, permette di occultare capitali per evitare che vengano tassati. Lotta dura all’evasione fiscale, ma altra cosa è penalizzare chi, nel rispetto delle regole, decide di investire, creando occupazione e sviluppo, perché se sei considerato società di comodo, non puoi detrarre le perdite pregresse e neppure l’IVA.

Il problema è che il sistema italiano si fonda tutto sulla “presunzione”. Effettuare le verifiche del caso è impegnativo e costoso, allora: tutte le aziende che hanno 3 anni in perdita oppure due anni in perdita e un anno con un profitto inferiore a quanto “previsto” dallo Stato, sono considerate società di comodo. Per evitare questa presunzione, l’imprenditore deve dimostrare (in quanto “presunto colpevole”) la sua innocenza. Tale dimostrazione avviene tramite una sorta di “entità astratta”, ovvero “l’istanza di interpello disapplicativo”, in pratica altra burocrazia inutile, nonostante già nel 2006 fosse stata varata da Visco e Bersani una legislazione molto stringente per le società di comodo.

Il prossimo governo si preoccupi pure di questo.

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Lavoro, il difficile connubio tra flessibilità e garanzie

postato il 31 ottobre 2011 da Redazione

lavoro di ilcapofficina(semanticamente uno stronzo) “Riceviamo e pubblichiamo” di Mario Pezzati

Pier Ferdinando Casini ha affermato che si può avere flessibilità sul lavoro, purchè prima si prevedano degli adeguati paracaduti sociali, mentre il governo afferma che maggiore libertà di licenziare equivale a fare investire le aziende in Italia.

Personalmente dubito di quanto affermato dal ministro Sacconi perché il mercato del lavoro è già ampiamente flessibile, inoltre tutti parlano dell’occupazione giovanile, ma a quegli italiani che si trovano nella fascia d’età tra i 35 e i 60 anni, chi ci pensa? Dare libertà di licenziare alle aziende, anche se in “stato di crisi”, comprime in modo insopportabile le garanzie per i lavoratori proprio di quella fascia d’età. Per altro, ritengo che questa libertà sono un “di più”, perché le aziende in crisi possono già ridurre la forza lavoro tramite la cassa integrazione.

E allora il mercato del lavoro non deve essere toccato? Ecco, io penso che si possa intervenire, con una riforma a costo zero per lo Stato italiano e dando le maggiori garanzie richieste dal leader dell’Udc Casini.

La mia proposta segue la legislazione spagnola, cioè quella di un paese molto simile all’Italia: alta disoccupazione (la media ufficiale della Spagna è di circa il 23% di disoccupati), alto ricorso ai contratti a tempo determinato (circa il 30% degli occupati spagnoli, lavorano con il nostro equivalente dei contratti a progetto), e che ha introdotto inutilmente le stesse liberalizzazioni in tema di licenziamento, che vuole introdurre questo governo.

La proposta verte su una lotta all’utilizzo del contratto a progetto come forma di assunzione “mascherata” per evitare il contratto a tempo indeterminato, ciò si può ottenere con la trasformazione in indeterminato di un rapporto temporaneo quando si raggiunge una durata determinata, che è il presupposto per stabilire se l’azienda ha bisogno “strutturalmente” di un lavoratore.

Il vero punto diventa stabilire un limite temporale massimo, assoluto e insuperabile, attraverso la successione di contratti a tempo determinato, per eseguire un medesimo lavoro dalla stessa persona o mediante rotazione di lavoratori, di modo che se si  è superato, si dovrà ritenere che siamo davanti ad un posto di lavoro strutturale. A mio avviso, tale limite di tempo può fissarsi in 24 mesi cumulativi di lavoro nell’arco di complessivi 36 mesi: in tal modo, non basterà, per azzerare i conteggi dei mesi, che l’azienda tenga scoperto il posto di lavoro per uno o due mesi (come è accaduto fino ad ora).

Si tratta , in definitiva, di evitare quella pratica che vede parte dei posti di lavoro di un’impresa permanentemente occupati da lavoratori precari , disponendo l’azienda di un organico fisso inferiore a quello necessario per affrontare la sua normale attività produttiva.

Questa norma sicuramente servirebbe a garantire e proteggere l’abuso da parte delle aziende dei contratti a tempo, inoltre è ovvio che il conto dei 24 mesi avviene anche se tra un contratto e l’altro vi è una interruzione breve (che potremmo quantificare in 3-6 mesi). In altre parole, al conteggio non si sfuggirebbe neanche se l’azienda tra  i vari contratti mettesse delle interruzioni brevi.

 

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Uno sciopero figlio delle paure di Cgil e Pd

postato il 27 agosto 2011 da Redazione

“Riceviamo e pubblichiamo” di Adriano Frinchi

Ci risiamo, la sindrome del sorpasso a sinistra colpisce ancora e questa volta colpisce Cgil e Pd in un sol colpo.  Il sindacato guidato da Susanna Camusso ha scelto lo sciopero generale per il 6 settembre con l’intenzione di portare il Paese in un nuovo “autunno caldo” per contrastare la manovra varata dal governo Berlusconi. La scelta di uno sciopero generale,  che da più parti è stato definito improvvido,  sembra decisamente determinata dalla necessità di ridare forza e identità ad un sindacato che nell’ultimo periodo, a partire dalla vicenda Fiat, è stato ripetutamente messo alle strette dalla Fiom: non è un mistero infatti che sia stata la Fiom di Maurizio Landini, che aveva già tuonato contro l’intesa raggiunta il 28 giugno tra sindacati e Confindustria, a far pendere la bilancia verso lo sciopero e un autunno di lotta contro i provvedimenti del governo. Il Partito Democratico, anche se con lodevoli eccezioni di rilievo, si è allineato alla Cgil probabilmente nel goffo tentativo di evitare di essere sorpassato nuovamente a sinistra, come accadde alle amministrative e al referendum, dai vendoliani che per adesso sembrano un poco in affanno. Cgil e Pd sperano dunque con lo sciopero generale di rafforzare la propria identità e le proprie posizioni a scapito delle rispettive ali sinistre; i democratici in particolare sperano poi di raccogliere i frutti elettorali del prossimo autunno nelle amministrative di primavera e nelle eventuali elezioni anticipate. La paura del “sorpasso a sinistra” è politicamente legittima per Pd e Cgil tuttavia in una così delicata congiuntura economica, politica e sociale utilizzare uno sciopero generale per i propri interessi di bottega appare un enorme errore politico, come sottolineato da Pier Ferdinando Casini,  che rischia di ricompattare la maggioranza e di rendere difficoltoso, se non impossibile, ogni tentativo di modificare la manovra in Parlamento. Inoltre vanno considerate anche le conseguenze nel mondo sindacale: lo sciopero annunciato dalla Cgil spacca ancora una volta il mondo sindacale, isolando nuovamente Cisl e Uil, col rischio di ingenerare nuovi rigurgiti di odio e di violenza contro quanti non condividono questa strategia. Cgil e Pd con questa posizione oltranzista forse riusciranno a sbarrare il passo alla loro sinistra e forse recupereranno qualche voto da quelle parti, di certo però riduco ad espediente politico il grande strumento dello sciopero, con gran danno dei lavoratori, e contribuiscono ad alimentare un inutile irrigidimento delle parti che non solo farà serrare le fila della maggioranza ma vanificherà ogni tentativo di bloccare la manovra nell’unico luogo dove è possibile farlo: il Parlamento. Non è tempo di sciopero questo (e lo dice anche un operaio come Boccuzzi), ma è il tempo di fare il bene del Paese che viene fatto sicuramente con dei “no” chiari e forti, ma anche con la forza delle idee e delle proposte. Alla Cgil e al Pd deve essere chiaro che  L’Italia non ha nessuna paura di essere superata a sinistra, ma ha solo paura di rimanere a piedi, che è cosa ben più grave delle beghe a sinistra.

 

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Lo sciopero Cgil è un grande errore politico

postato il 24 agosto 2011 da Pier Ferdinando

Abbiamo salutato l’accordo tra Cgil, Cisl, Uil e Confindustria come un elemento estremamente positivo che dimostrava consapevolezza del proprio ruolo e grande responsabilità delle parti sociali.

Oggi, con la stessa onestà intellettuale, diciamo che per noi lo sciopero generale che la Cgil ha indetto è un grande errore politico. Serve ai falchi della Fiom e a quanti nell’attuale maggioranza non vedono di buon occhio l’unità del sindacato.

Sfilino pure Vendola, Ferrero e Di Pietro insieme alla Cgil, ma sappiano che tante cose possono impensierire Berlusconi, salvo uno sciopero generale che rischia di essere solo un grande regalo al fronte del conservatorismo politico e sociale. Ci auguriamo che il Pd abbandoni ogni ambiguità e scelga con nettezza da quale parte stare.

Pier Ferdinando

 

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Tecnologia e società, il dialogo necessario per superare la crisi

postato il 4 agosto 2011 da Redazione

L’andamento dell’economia a livello mondiale impone una attenta riflessione che non può più essere solo locale, ma globale. A mio avviso il progresso tecnologico ha portato al punto di rottura il sistema sociale su cui ci siamo sempre basati: il nostro sistema è centrato sull’assunto di “lavorare di più, per produrre di più e guadagnare di più”. Aumentando la produttività, aumenta la ricchezza, i consumatori aumentano e si assumono altri lavoratori. Questo trade off era particolarmente vero in una società preindustriale. Con l’avvento della industrializzazione negli ultimi secoli, si è assistito ad un prosieguo, a mio avviso fittizio, dell’assunto di cui sopra. Perché dico fittizio? Inizialmente l’industrializzazione ha portato un aumento nella produzione di merci con una progressione di poco superiore a quella del passato. Anche se di poco superiore, questa progressione aumentò enormemente la disponibilità delle merci e abbassò il loro prezzo. Al contempo il progresso tecnologico creò nuovi beni, servizi e soprattutto nuovi bisogni: l’industria dell’intrattenimento, ad esempio, è “recente”, ha circa 100 anni; come pure altri settori industriali (auto, frigoriferi, televisione, computer) e altri servizi (servizi finanziari, l’industria del marketing, della pubblicità, del turismo di massa, e così via). Chiaramente la tecnologia ci ha portato immensi benefici: la qualità della vita è enormemente migliorata, e questo è innegabile.Ma questo ci ha resi ciechi di fronte ai pericoli intrinseci, e ci “impedisce” di impostare una analisi seria della situazione attuale. La crisi mondiale ci impone di analizzare la situazione attuale, soprattutto perché, nonostante gli indici di produttività segnino un aumento costante, non altrettanto si può dire con la disoccupazione, vecchia e nuova: nell’ottobre del 2010, gli studi del FMI evidenziarono come non solo non si era ancora assorbita la disoccupazione creata con la crisi del 2008, ma che bisognava “creare” almeno 40 milioni di posti di lavoro annui (su questo punto si veda il rapporto dell’autunno scorso del FMI, su cui mi soffermerò un altro girono), per reggere le pressioni di chi si affacciava al mondo del lavoro nei paesi occidentali, in quelli arabi e senza contare le pressioni demografiche cinesi.Come si spiega l’aumento di produttività, con un indice di disoccupazione che non mostra sensibili miglioramenti? Spesso il problema si pone e viene discusso a livello nazionale, ed è una cosa logica se consideriamo che i politici devono rendere conto al loro elettorato: un politico italiano deve “tutelare” chi lo ha eletto, e quindi gli elettori italiani, la stessa cosa per i politici tedeschi (ricordiamo come la Merkel ritardò molto gli aiuti alla Grecia, proprio perché aveva prima bisogno del consenso popolare della Germania), francesi, statunitensi, cinesi e così via. Ma questo non risolve il problema, perché non lo individua correttamente. Il problema, come ho accennato prima, risiede nel fatto che ormai la tecnologia, permette una produzione sempre più automatizzata, con tassi di efficienza e produttività sempre più alti e sempre meno bisogno di manodopera umana. Per fare degli esempi: nell’industria dell’auto gli impianti sono quasi totalmente automatizzati e una fabbrica con 7000 operai può oggi produrre lo stesso quantitativo di macchine che prima producevano 20.000 operai. Altro esempio è nell’industria dei microchip: oggi si può produrre lo stesso quantitativo di microchip del 2000, impiegando solo un quarto della forza lavoro che serviva nel 2000: in pratica oggi con 25 operai si produce quanto 10 anni fa producevano 100 lavoratori. E questo processo è in atto da anni, solo che non ce ne rendevamo conto, perché con il progresso tecnologico si creavano nuovi settori produttivi (ad esempio il marketing) e nuovi bisogni (ad esempio fino a 20 anni fa, chi aveva bisogno di un cellulare?) su cui si spostava la forza lavoro in eccesso degli altri settori. Oggi purtroppo non si riesce più a creare nuovi servizi, o nuovi prodotti, si tende a migliorare ciò che c’è, e anzi si procede ad una automazione sempre maggiore. In Francia le aziende hanno bloccato le assunzioni, come anche in Italia, e la Germania tiene grazie alle esportazioni, ma anche nel paese della Merkel si notano i primi rallentamenti. Pensare che una nazione possa lavorare ed esportare a tempo indeterminato, è utopico: la tecnologia e il sapere sono facilmente esportabili e replicabili. Il Brasile, la Cina, l’India ne sono un esempio. E quando i lavoratori cinesi e indiani passeranno dall’agricoltura all’industria, cosa avverrà?

Un altro esempio sono gli uffici pubblici o privati: un tempo i documenti dovevano essere archiviati, e vi erano enormi archivi cartacei e persone che si occupavano del loro controllo e dell’archivio, ma oggi con i computer, questo stesso lavoro può essere svolto da una persona.

Le banche, ad esempio, stanno investendo molto sui servizi via internet e sui bancomat “evoluti” dove si può non solo prelevare, ma anche pagare utenze e depositare soldi.
Ma se queste operazioni si possono fare da casa o tramite bancomat, viene meno la funzione di chi lavora allo sportello e con il tempo molte filiali potrebbero chiudere.Giusto per citare una notizia di questi giorni la banca britannica Barclays  ha annunciato che potrebbe tagliare circa 3mila posti di lavoro nel 2011 nell’ambito del piano per ridurre i costi. Il numero uno del gruppo, Bob Diamond, ha detto nel corso di una conference call, che nel primo semestre c’e’ stata una riduzione di 1.400 posti. Il gruppo ha chiuso i primi sei mesi dell’esercizio con un utile netto in calo del 38% a 1,50 miliardi di euro a fronte di un risultato di 2,43 miliardi registrato nello stesso periodo dell’anno precedente. Ma allora quale è la soluzione? Rifiutare la tecnologia? Assolutamente no. Come ho detto la tecnologia ha migliorato la nostra qualità di vita.

Semmai la risposta può essere nel cambiare la nostra struttura sociale, e per fare ciò bisogna che questo problema si ponga a livello internazionale portando avanti nuove regole comuni a tutti.

Il progresso tecnologico, avrebbe dovuto portarci a lavorare meno: con un minore numero di ore di lavoro si può produrre lo stesso quantitativo di prodotti di qualche anno fa.

Oggi, ognuno di noi, tende a lavorare più degli altri, ma la tecnologia ci permetterebbe di lavorare di meno e lavorare tutti: meglio che lavori una persona 8-12 ore e un’altra sia disoccupata, o che tutte e due lavorino magari 4-6 ore a testa?

L’incidenza del “costo umano” con il progresso tecnologico si va riducendo, inoltre il maggiore costo di un maggiore numero di impiigati, verrebbe riassorbito perché se lavorano molte persone, queste stesse persone, avendo uno stipendio, potranno acquistare beni e servizi (mentre è lapalissiano che chi non lavora, non avendo una fonte di reddito, non può spendere).

Questa soluzione potrebbe anche non bastare o non essere gradita.

Allora si potrebbe anche ipotizzare una distinzione tra “beni necessari” e “beni non necessari”: per quelli necessari potrebbe provvedere lo Stato, per quelli non necessari si provvederebbe individualmente con il proprio lavoro. Ad esempio, si può pensare una abitazione standard per tutti, e poi se io lavoro e guadagno posso comprarmi una casa più bella. Il progresso tecnologico ha permesso l’abbattimento dei costi di molti beni di prima necessità.

E’ ovvio che sto solo abbozzando delle ipotetiche soluzioni, ma quel che mi preme è di porre il problema, perché solo ponendolo si può iniziare a trovare una soluzione.

Il vero problema non è la crisi contingente, ma che il nostro modello sociale di sviluppo sta mostrando la corda, ora che il progresso tecnologico ha permesso un aumento esponenziale della nostra produttività.

Se questo problema non verrà dibattuto nelle sedi apposite, dubito che avremo delle soluzioni strutturali ed efficaci ai problemi della disoccupazione mondiale

Riceviamo e pubblichiamo di Mario Pezzati

 

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Distanza surreale tra governo e Paese

postato il 29 luglio 2011 da Redazione

Mentre la questione sociale esplode, si parla di processo lungo o breve, oppure di ministeri a Monza. E’ surreale la distanza fra governo e Paese.
Noi siamo pronti a lavorare anche nel mese di agosto su provvedimenti seri, nuove misure che allontanino le spettro di una crisi drammatica alla quale va data assolutamente risposta. Come opposizione responsabile l’Udc è d’accordo con il monito del presidente della Repubblica alla politica, perché contro la crisi serve coesione nazionale.
La convinzione di assumere rapide iniziative oggi è rafforzata da due notizie. La prima, i mercati che danno un segnale di sfiducia alla politica italiana. La seconda, il rapporto Svimez, che rende noto che al Sud 3 giovani laureati su 4 sono disoccupati.
Davanti a una crisi così drammatica, oggi è necessario dare una risposta.

Pier Ferdinando

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Formazione e merito, la mia esperienza fra Italia e Francia

postato il 27 luglio 2011 da Redazione

Sono stato stimolato a scrivere queste mie riflessioni a seguito di un interessante post pubblicato in questo blog riguardante i giovani, il lavoro e le proposte da attuare per migliorare una situazione che è a dir poco drammatica. A fine articolo erano presenti 5 interessanti proposte che, in sintesi, proponevano un premio per gli studenti più meritevoli, convogliare le risorse degli atenei verso gli studenti, migliorare l’incontro tra domanda e offerta di lavoro per i giovani, diminuire la fuga di cervelli, e sostenere la meritocrazia. Tutte queste proposte sono interessanti ma, prima di tutto andrebbe analizzata meglio la situazione attuale.

Innanzi tutto partirei dalla formazione culturale degli studenti. Io sono un ragazzo del 1985, di una città di provincia, Pistoia. Nella mia città ci sono molte scuole medie superiori tutte differenti tra di loro ma non esiste la possibilità di scegliere più scuole per lo stesso indirizzo (come può avvenire a Firenze o a Roma o comunque nelle grandi città italiane). Io ho fatto il liceo scientifico ed, ahimè, ho impiegato 6 anni per finirlo invece di 5. Il 90% di questo ritardo è dovuto esclusivamente al fatto che non studiavo, che non avevo voglia di studiare ma soprattutto non mi interessava imparare ciò che veniva insegnato in classe. Questo secondo me è un punto importante perché se il 90% delle colpe del mio ritardo sono dovute a cause personali ritengo che il 10% siano da ritrovarsi nell’istituzione scolastica.

Nel mio Liceo di Pistoia, statale, non c’era professore che mi invogliasse a studiare la materia! Dalla mia esperienza, ma confrontandomi con altri miei coetanei ho ritrovato le stesse problematiche, non ho mai trovato un professore a cui importasse veramente insegnare qualcosa ma soprattutto avesse la consapevolezza che il suo lavoro avrebbe influenzato il mio futuro prossimo. Questo probabilmente lo si può spiegare con un concetto molto semplice: mancanza di cambio generazionale. Infatti, e questo secondo me è un paradosso, la mia professoressa di inglese era la stessa di quella di mia madre!!

Un primo fondamentale punto, per migliorare la situazione giovanile, quindi bisogna trovarlo alle basi della formazione più importante di ogni singolo ragazzo, ovvero, dalle scuole medie superiori. Sarebbe il caso di modernizzare la scuola dell’obbligo ma soprattutto cambiare ed invogliare soprattutto i professori che hanno un ruolo fondamentale soprattutto in scuole come i Licei che sono la base dello studio universitario.

Un secondo punto fondamentale su cui concentrare le forze è l’università. Una decina d’anni fa fu fatta la riforma che introduceva la tanto famosa laurea-breve. Per alcune facoltà probabilmente ha migliorato e velocizzato la formazione dello studente ma per la mia facoltà non è utile. Io infatti nell’anno accademico 2005/2006 sono riuscito a passare il test d’ammissione alla facoltà d’architettura di Firenze e mi sono iscritto regolarmente. Non sapevo però che da quel momento sarebbe iniziato un calvario. La mia facoltà infatti è ancora di “vecchio stampo” ovvero è una facoltà, sulla carta, quinquennale. Ho voluto precisare sulla carta perché, dati alla mano, per laurearsi ad architettura a Firenze il tempo medio è 9 anni e mezzo (almeno questo è ciò che c’hanno sempre detto). Io ho appena finito il 6 anno, mi mancano ancora 12 esami che probabilmente riuscirò a finire entro i prossimi 2 anni e, considerando che per una buona tesi serve almeno 1 anno, direi che rientro nella media della mia facoltà.

Ritengo che questo sia assurdo. Non è ammissibile che noi italiani si debba uscire, con un foglio in mano (che non ho chiamato volutamente laurea visto che siamo gli unici al mondo ad avere gli ordini professionali, che sono inutili e quindi quando ci laureiamo siamo dottori in architettura ma non siamo architetti…) se va bene entro i 30 anni mentre i nostri colleghi francesi, tedeschi, spagnoli, sono nel mondo del lavoro da già 4/5 anni. Certo, sarebbe facile dire che il corso è fatto apposta per durare 5 anni e non 9 però, se la media indica questo lasso di tempo per laurearsi un motivo ci sarà, o no? Non credo che la colpa sia solamente degli studenti ma credo che tali colpe siano da ritrovarsi, anche in questo caso, a monte. Nella mia facoltà c’è una disparità enorme tra professore e professore, anche e soprattutto della stessa materia. Le cause, anche in questo caso, sono sia dello studente, diciamo intorno al 60%, ma per il 40% sono da addossarsi ad un sistema universitario che non funziona e che non vuole cambiare.

Nell’anno accademico 2008/2009 ho avuto la fortuna di entrare nel programma Erasmus, con destinazione Parigi. Un sogno, finalmente avevo l’opportunità di uscire di casa per 1 anno e fare una grandissima esperienza, sia sotto l’aspetto umano che scolastico. La vita a Parigi è stata totalmente diversa rispetto alla mia vita italiana. Ma non perché Parigi è una grande città, mentre Pistoia è una semplice città di provincia, ma perché in Francia c’è una mentalità differente, anche opposta rispetto alla nostra. Non voglio parlare dell’integrazione di culture diverse, che è un argomento troppo ampio vasto e complicato (perché anche loro hanno problemi, grandi problemi), ma inizio dicendo che in Francia esiste un sussidio mensile destinato ai ragazzi, alle coppie in difficoltà, alle famiglie in difficoltà, che permette di avere un aiuto economico sicuro.

Per avere tale sussidio bisogna ovviamente essere regolari in Francia, bisogna risiedere in una casa o avere un contratto d’affitto a norma di legge. Per quanto riguarda Parigi tale contributo variava a seconda della grandezza della casa, di quante persone la abitavano, del quartiere dove era situata. Io vivevo nel 12° arr, ho cambiato 2 case ma entrambe erano da circa 30 mq con 3 posti letto. A me, ed ai miei coinquilini, veniva dato un rimborso mensile di circa 150 euro, che sommati alla borsa di studio (scarsa per noi della Toscana, molto alta per i ragazzi della Campania e del Lazio) andavano a coprire quasi l’80% dell’affitto totale. Non è un caso che buona parte degli studenti francesi, finito il liceo (il loro dura anche 4 anni invece che 5) escano di casa per andare a vivere da soli.

Ma le differenze con l’Italia non finiscono qua. Un accenno lo merita anche la rete dei trasporti perché per me, che faccio il pendolare ogni mattina per andare in facoltà, è stato un trauma tornare alla triste realtà italiana. A Parigi infatti con circa 50 euro si compra l’abbonamento per metro, tram, bus, treni metropolitani, chiamati RER (per le zone più lontane il costo, ovviamente, aumenta). La mia facoltà era a 30 km da Parigi, la stessa distanza che c’è tra Pistoia e Firenze. La mattina prendevo la RER, e in soli 20 minuti ero arrivato alla stazione di discesa. In Italia l’abbonamento del solo treno costa quasi 55 euro (aumenta ogni 6 mesi circa), e per fare gli stessi chilometri, nonostante il numero di fermate sia pressoché identico, ci impiego 40/50 minuti, quando non ci sono ritardi. Ovviamente quando arrivo alla stazione di Firenze non sono arrivato in facoltà e, siccome l’eventuale abbonamento del bus costa 20 euro, per risparmiare faccio un tragitto, di circa 20 minuti, a piedi.

Riguardo il costo degli affitti e delle case non ci sto a perdere troppo tempo perché è sotto gli occhi di tutti che qua in Italia sia troppo alto. Se non erro qualche mese fa Report dimostrò come era possibile acquistare una casa, in centro a Berlino, di 30/40 mq, a soli 50.000 euro, mentre una casa, stesse dimensioni in centro a Roma, Milano, Firenze ecc costasse anche 4/5 se non 6 volte tanto! Per gli affitti la situazione è la stessa. L’anno scorso ero interessato ad andare a vivere a Firenze con la mia ragazza ma l’affitto di una casa in centro di 30 mq, 1 stanza da letto + salotto con angolo cottura, era di 1200 euro, troppi anche per una coppia di lavoratori figuriamoci per una coppia di studenti.

In Francia, ma stessa cosa avviene in Inghilterra, il più delle volte gli stages sono pagati, in Italia, almeno nel mio ambito lavorativo, tutto ciò non avviene, anzi, non danno nemmeno il rimborso delle spese di viaggio. A Parigi invece, la prima cosa che offrono, oltre allo stipendio mensile, è l’abbonamento della metro/bus/rer per raggiungere il posto di lavoro rispetto alla propria abitazione.

In Italia, una volta laureato non si può lavorare perché devo prima iscrivermi all’albo di architettura. Per iscrivermi si deve passare l’esame di Stato che si tiene una volta ogni 6 mesi. A Firenze notoriamente passa l’esame di stato meno del 50% degli iscritti.

Sempre in merito alla mia facoltà, quando ero a Parigi, potevo stampare gratis tutte le tavole nella mia facoltà, aFirenze tutto ciò non è possibile. Una stampa di una tavola grande, formato A1, viene a costare anche 15 euro, e a volte si trovano professori che richiedono, solo per l’esame 10/15 tavole. A questo c’è da aggiungere che durante l’anno vanno fatte le cosiddette revisioni, che non sono altro dei momenti in cui il professore riguarda il lavoro dello studente. Siccome i professori spesso non sanno usare il computer pretendono di avere sempre le stampe e a forza di 15 euro ci ritroviamo presto il conto in banca, che già era misero, vicino allo zero. Inoltre, sempre paragonando Parigi a Firenze, l’età media dei professori della mia struttura universitaria, école d’architecture de la ville / des territoires à Marne-la-Vallée, era di poco superiore ai 40 anni, mentre l’età media dei professori di Firenze non è inferiore ai 50/60 anni.

Queste sono solo alcune delle grandi, grandissime differenze che ci sono tra il nostro bellissimo paese e l’Europa. Questo non vuol dire che l’estero, la Francia, la Germania o l’Inghilterra siano paesi paradisiaci, anzi, tutt’altro. Anche loro hanno molti problemi ma permettono di affrontarli in maniera diversa. Da quel che ho potuto constatare c’è stato un ricambio generazionale, quando andavo a lezione in Francia mi sentivo motivato a studiare, mentre quando vado a lezione a Firenze non vedo l’ora di tornare a casa.

Quello che avete proposto voi sono quindi buoni punti di partenza, ma secondo il mio parere bisogna fare molto di più, bisogna intervenire partendo dalla scuola dell’obbligo fino ad arrivare all’università. Bisogna allinearci al resto d’Europa perché tra due, tre anni quando finalmente sarò laureato non avrò nessun motivo per iniziare a lavorare in Italia mentre sarò fortemente invogliato a tornare a Parigi dove sono sicuro di trovare un lavoro che mi permetterà di poter affittare una casa dove stare e di iniziare a costuire una vita tutta mia.

“Riceviamo e pubblichiamo” di Lorenzo Mazzei

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