Tutti i post della categoria: Federalismo

Federalismo buco nell’acqua, noi gli unici a votare contro

postato il 27 settembre 2012

La via italiana al federalismo voluta dalla maggioranza Pdl-Lega con l’assenso di Pd e Idv si è rivelata un buco nell’acqua. Sarebbe bello che giornalisti, uomini di cultura e coloro che sono sempre pronti a criticarci, dessero atto all’Udc di essere stata anche in questo caso l’unico partito a capire prima i guasti che si stavano facendo.

Pier Ferdinando

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Per la libertà dei popoli, ma la poltrona viene prima

postato il 15 settembre 2011

“Riceviamo e pubblichiamo” di Stefano Barbero

Il partito più leninista d’Italia ci ha dato una nuova lezione di scuola di regime. I liberi sindaci del Nord manifestano tutta la loro disapprovazione per la manovra varata dal governo (e ieri dal Parlamento). Manifestano fisicamente, andando in piazza, a urlare il proprio dissenso. Lo vorrebbero fare anche i sindaci leghisti, i tesserati del Carroccio, ma via Bellerio ha posto il veto, con un diktat secco: i primi cittadini della Lega non possono aderire.

Così parlarono Bossi e la tolda di comando del partito-bifronte: un po’ di lotta, un po’ di governo. Un po’ Pontida, un po’ il Palazzo. I traguardi si conquistano con la diplomazia, il compromesso, l’intesa parlamentare. I voti si attirano con le urla, gli slogan arruffati, il populismo profondo. Ma il meccanismo si è rotto, come un carillon che gira a vuoto per troppo tempo. Questo perenne oscillare tra protesta e accordo ha rivelato il suo tragicomico paradosso: i borgomastri in camicia verde, educati ad esprimersi contro i nemici, che siano Roma ladrona, i democristiani o i vetusti centralisti, hanno reagito anche stavolta a chi colpisce le autorità locali, chi vuole soffocare le autonomie, chi vuole annientare lo spirito federalista.

Ma ecco intervenire il politburo leghista: sopita la lotta, chi dissente si accomodi alla porta. Così anche un nome di primo piano come Attilio Fontana, sindaco di Varese e presidente dell’Anci Lombardia, ha dovuto adeguarsi alla volontà del regime padano: “Sto con Bossi”, e per coerenza si è dimesso dalla presidenza dell’associazione dei sindaci che ha indetto lo sciopero.

La Lega è il movimento della libertà dei popoli ma quando le esigenze delle comunità locali vanno a cozzare contro gli interessi dei grandi capi, autoproclamatisi antispreco a Pontida ma esperti poltronari a Roma, è pronto a mettere la sordina a tutti i dissidenti. La manovra costringerà i comuni a tagliare i servizi, a non rispondere più ai problemi della gente, a limitare le spese. Ma poco importa ai mastri parolai del Carroccio che hanno fatto crescere una generazione di classe dirigente col dna della protesta: questa volta bisogna stare zitti e mosca, dissensi pur legittimi sacrificati all’altare realpolitik in salsa padana che continua a fare danni. L’ennesima contraddizione di un partito che a lungo andare non sarà più il paladino dei bisogni locali ma solo il brutto prodotto di un populismo di maniera che ha solo ingannato. Per il popolo verde è l’ultima chiamata: aprite gli occhi e rifiutate l’imbroglio.

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Ministeri al nord, il governo si arrampica sugli specchi

postato il 29 luglio 2011

Quando a scuola gli alunni ne combinano una delle loro, questi si dividono in due categorie: quelli orgogliosi della bravata, che aggiungono un nuovo vanto al loro cursus honorum di discoli e quelli che spaventati dalle ire del professore o del preside fanno finta di niente e cercano di nascondersi e di nascondere le prove della colpevolezza. Questa tipica dinamica scolastica si è curiosamente attivata nella già grottesca vicenda del cosiddetto spostamento dei ministeri al Nord.

Il Capo dello Stato, probabilmente dopo aver visto la ridicola inaugurazione di stanze vuote con targhe ministeriali in quel di Monza, ha ritenuto opportuno richiamare all’ordine costituzionale con una durissima lettera inviata al governo dove si spiega che non è pensabile una “capitale diffusa” o “reticolare” diffusa sul territorio nazionale. Scontata la reazione di Umberto Bossi che insieme ai suoi continua a difendere lo spostamento delle targhe sui muri della villa reale di Monza. Ma la reazione più ridicola è stata quella del governo che stretto tra la necessità di dare conto e ragione a Napolitano e di tenere buona la Lega si è praticamente comportato come gli scolari che tentano di giustificare la marachella. E si sa che quando si tenta di giustificare se non ci si è messi d’accordo preventivamente la verità salta fuori.

Il Consiglio dei ministri avrebbe affrontato nella scorsa riunione la vicenda scottante dello spostamento dei ministeri, come recita un comunicato ufficiale di Palazzo Chigi, ma a quanto pare non è stato proprio così dato che alla fine della riunione si hanno diverse versioni:  Maurizio Sacconi ha affermato che non si è trattata la questione in Cdm, Saverio Romano ha detto che ne ha parlato Berlusconi mentre Maria Stella Gelmini ha sostenuto che ha svolto un’informativa Gianni Letta. In tutto questo bailamme la nota quirinalizia diviene pubblica e Palazzo Chigi sforna un’ennesima versione per provare a chiudere la partita: ”in apertura del Cdm – si legge – Berlusconi ha rivolto al Consiglio e ai singoli ministri un pressante invito a tenere in debito conto le osservazioni formulate da Napolitano”.

L’inutile vicenda dei ministeri al nord continua a colorarsi di ridicolo, non solo per i contenuti ma anche per l’atteggiamento di un governo che non riesce nemmeno a prendersi le proprie responsabilità di fronte al Capo dello Stato e all’intero Paese. Vedere un governo che si arrampica sugli specchi per giustificare le pretese di uno dei partiti della maggioranza non è edificante ma la cosa diventa ancora più grave se il Presidente del Consiglio non sente il bisogno di pronunciare una parola di chiarimento, di dettare una linea. Berlusconi sembra aver deciso di  perseguire in quella tattica del “pesce in barile”,  ben descritta da Ugo Magri su “la Stampa”, che alla lunga nuocerà al governo e dunque all’Italia. E questo fa meno ridere.

Adriano Frinchi

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Ministeri, Napolitano interpreta un’esigenza di serietà

postato il 27 luglio 2011

Il Presidente della Repubblica, preoccupato per l’apertura di sedi decentrate di ministeri, interpreta un’esigenza di serietà avvertita in tutta la nazione.
L’apertura di sedi ieri al nord domani magari nel Mezzogiorno getta sulla politica il discredito finale.

Pier Ferdinando

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Cento metri quadri per tenere insieme la Lega

postato il 25 luglio 2011

Il Carnevale fuori tempo della Lega ha fatto tappa a Monza, profondo Nord. Nella data storica del 23 luglio 2011 le camicie verdi sono riuscite a portare a casa l’ennesimo successo: il decentramento amministrativo. Si tratta davvero di un successo? A giudicare dagli spazi di cui potranno godere gli ineffabili ministri di economia, riforme, semplificazione e turismo non si direbbe. Cento metri quadri per tre stanzette, una delle quali riservata alla segretaria, l’altra a Bossi, vero dominus e regista dell’operazione, e la terza in condivisione tra Calderoli, Tremonti e la rossa ministra Brambilla. Gli spazi insomma sono strettini, un po’ come è stretta la via in cui la Lega sta esercitando la sua azione politica. I risultati raggiunti dal “partito del Nord” sono stati molto deludenti, il federalismo ha subito una battuta d’arresto con la politica di austerity inaugurata con la manovra, il governo traballa, il Nord produttivo è in affanno e trova nella Lega una voce sempre più debole. Le difficoltà di Bossi e compari sono evidenti, così l’operazione “sposta l’ufficio in provincia” si è resa necessaria. Una Carnevalata estiva che non ha attratto granché i cittadini di una Brianza che bada più alla sostanza che alla forma. Il ministero può stare a Roma, questo pensa la gente, ma non ditelo alla Lega che si illude di “rappresentare gli interessi del Nord”.

Parlavamo di forma e sostanza: entri in questa “grande” sede ministeriale -scrostata, piccola: questione di forma- e ti accorgi che manca qualcosa di indispensabile in un ufficio: il bagno, ma in fondo lì i ministri staranno davvero poco… ci andranno mai?

E tra protagonisti in ritardo, ministri defilati e banconote sventolate a favor di telecamere è stato trasmesso l’ennesimo spot dei leghisti. Uno spot un po’ casereccio, maldestro, ai limiti del grottesco, dove i ministri sono comparse sbiadite e i leader si trasformano in macchiette di provincia. Immagini che celano -neanche troppo bene- il significato profondo di questa operazione commerciale: scongiurare la fine della Lega, un partito screpolato, diviso e ormai incapace di rendere conto ai suoi. Il decentramento amministrativo (se così si può definire l’inaugurazione di queste anguste filiali ministeriali in comunione, che peraltro non apriranno prima di settembre) è vitale per l’Italia? No. È vitale per la Lega? Ovvio che sì. Senza un risultato da esibire come trofeo agli affamati e irrequieti soldati leghisti -altro che pazienza di Giobbe, questi è dal ’90 che si fanno prendere in giro- il generale Bossi e i suoi colonnelli non potranno far altro che recitare il de profundis alla loro Lega e guardare impotenti il Maroni istituzionale, e in buoni rapporti con le altre forze politiche, prendere il sopravvento.

Infine il dubbio: dureranno le “stanzette del potere” di Villa Reale? Un luogo che ricordi ogni giorno alla gente le contraddizioni leghiste forse non fa il gioco di chi lo ha voluto per gli interessi della sua bottega. Ma qui la logica trova ben poca applicazione.

Stefano Barbero


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Ministeri alla Villa Reale di Monza, il federalismo che costa di più

postato il 15 luglio 2011

Sono cominciati da qualche giorno i lavori alla Villa Reale di Monza per insediare alcuni uffici periferici dei Ministeri della Repubblica Italiana con a capo i leghisti Calderoli e Bossi.

Mentre il Senatur mostrava il dito medio al tricolore alla festa padana di Besozzo, Calderoli annunciava: “Il 23 luglio alle 11.30 apriremo il mio ministero, quello di Bossi e di Tremonti a Monza, che piaccia o no a Roma. Vi aspettiamo tutti”. E non importa se la maggior parte degli spazi della Villa sono in condizioni precari, non importa se Comune e Regione da tempo si sono impegnati per il restauro del complesso nonostante le ristrettezze finanziarie del momento, a nulla serve che Formigoni, con un bando da 20 milioni di euro per il restauro, abbia già detto che a Monza non c’è spazio per questo tipo di operazioni, il “trasloco padano” s’ha da fare. È semplicemente vergognoso che, mentre le borse toccano il fondo, mentre ci si accinge ad approvare una manovra di lacrime e sangue, il sanguisuga Calderoli utilizzi denaro pubblico per concentrare alcuni uffici periferici facendo arrivare la mobilia da Catania, a 1.300 km di distanza da Monza, schiaffeggiando ulteriormente i brianzoli, maestri del mobile, senza aver nessuno rispetto per loro e per la Villa stessa.

La Villa è un complesso di enorme valore costruita in meno di tre anni dall’architetto Piermarini che ha visto al suo interno teste coronate e che è tutt’ora sede di vari eventi culturali. L’arrivo degli uffici ministeriali e dei suoi inquilini costringerà, purtroppo, a rivedere il progetto del Museo della Villa: la Soprintendenza alle Belle Arti aveva già previsto l’ingresso dei visitatori presso il Cortile della Cavallerizza ma ad Umberto Bossi poco importa, bisognava farlo. Logico pensare che una mossa del genere è stata fatta solo ed esclusivamente per gettare fumo negli occhi a quegli elettori, ultimamente molti, che non vedono più nelle mosse leghiste i propri ideali. Questi personaggi che in settimana giacciono serafici a “Roma poltrona” e il sabato e la domenica presenziano alle feste della Lega offendendo la bandiera e il popolo italiano.

I giovani dell’UDC non ci stanno ed è per questo che siamo pronti a raccogliere le firme in tutta la Lombardia contro questo superfluo trasferimento e spreco di denaro pubblico. Confido nel popolo italiano e sono sicuro che in questo momento di sacrifici ci sia in Brianza, al Nord e in tutta Italia una sola voce che si levi a denunciare questa vergogna affinché vengano ritirati i decreti che permettono l’apertura degli uffici nella Villa Reale di Monza e faccio un appello al Sindaco Mariani e gli chiedo di tornare in sé, di abbandonare l’atteggiamento servile e di non appoggiare questo scempio che si viene a creare in un gioiello architettonico di cui andare orgogliosi.

“Riceviamo e pubblichiamo” di Michele Trabacchino

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Lega spendacciona e poltronara, la verità oltre la propaganda

postato il 20 giugno 2011

Un Calderoli soddisfattissimo ieri sul palco di Pontida inalberava le targhe dei dicasteri che vorrebbe spostare sul sacro suolo padano di Monza, riforme e semplificazione normativa. La “territorializzazione dei ministeri” aveva fatto la sua comparsa in tutta la sua farsesca grandezza prima delle amministrative, ma sembrava più un tentativo per recuperare l’elettorato del Nord che l’espressione di una ferma volontà di trasferire le “cadreghe” ministeriali in terra di Padania.

La Lega si pone agli occhi dell’opinione pubblica, della stampa, dell’uomo della strada, come il movimento alfiere della lotta agli sprechi. Inneggia sempre a Roma ladrona, ai costi della politica, alla burocrazia che strozza l’iniziativa economica e la vitalità del Nord. Ma a ben vedere c’è una nutrita casistica di comportamenti che hanno messo in campo tutta un’altra politica, e la lotta allo spreco se la sono dimenticata.

La vicenda dei ministri al Nord è in questo senso emblematica. Si arriverebbe a spese esorbitanti per le casse dello Stato, si parla di due miliardi e mezzo di euro l’anno se si dette retta alle indicazioni di Bossi, che vorrebbe tra Milano e Monza riforme, semplificazione normativa, economia e lavoro (questi ultimi con portafoglio). Spese di gestione, rimborsi per i dipendenti, adeguamento delle strutture, spostamenti a Roma per partecipare alle sedute del consiglio dei ministri. In tempi di cinghia corta, di vento di crisi che torna a spirare forte, la Lega sponsorizza la spesa pubblica, peraltro del tutto improduttiva, perché la ri-localizzazione di poltrone non produce ricchezza. Meglio sarebbe se i padani si prodigassero per una legislazione  più favorevole alle piccole e piccolissime imprese del Nord, sfiancate da una pressione fiscale pesantissima che non permette loro di assumere, innovare, crescere. Al tessuto produttivo del Nord in affanno servono incentivi fiscali, non la burocrazia nel cortile di casa. In questo senso è strano l’atteggiamento della Lega: ora scopriamo finalmente che l’avversione per la burocrazia, per i lacci che tengono imbrigliate le realtà produttrici del Paese è solo una finta, un sentimento di facciata, parole vuote che sbiadiscono di fronte alla reale intenzione di spostare la pubblica amministrazione nelle province economicamente forti.

Altro che partito del risparmio, la Lega diventa a tutti gli effetti il partito della spesa. Come non fare riferimento alla eccezionale vicenda delle quote latte, ennesima storia di propaganda leghista finita per danneggiare tanti onesti cittadini? Per anni molti allevatori italiani del Nord, in barba ai regolamenti di Bruxelles, hanno prodotto molto più latte di quanto concesso all’Italia, sforando sistematicamente la quota assegnata al nostro Paese, quota peraltro rinegoziata nel 2008 quando è aumentata del 5 per cento. Ogni surplus comporta una multa che dal 1984 ad oggi ha pagato Pantalone, cioè lo Stato. Complessivamente una botta di quattro miliardi di euro di multe (di cui 1,9 già pagati dallo Stato, ossia i contribuenti italiani) per i furbetti delle quote latte, allevatori che non si sono mai preoccupati di rispettare i limiti fissati in sede europea forti del fatto che a pagare le sanzioni era lo Stato.

La Lega ha un debole per le province: non si sognerebbe mai di abolirle, né ha mai parlato di accorpamenti o razionalizzazioni. Alla Lega fanno comodo enti intermedi di controllo del territorio, poco importa delle sacche di spreco che spesso rappresentano. Nel programma di governo della coalizione che ha portato alla vittoria Berlusconi esisteva questo punto, ma è stato ignorato per evidenti ragioni politiche. Le province interessano troppo a un movimento che fa della poltrona locale un mezzo formidabile per mantenere, consolidare e rafforzare il consenso, senza riconoscere la loro inutilità, lampante in certe realtà. L’attaccamento al governo locale non prevale però sull’affezione che il Carroccio prova per l’altra poltrona, quella romana. Spesso capita che parlamentari siano eletti presidenti di provincia, sindaci, assessori, e capita anche che si dimettano ammettendo l’incompatibilità tra i ruoli. Questo non è però costume alla Lega, nelle coloro che mantengono il doppio incarico sono tanti. Si va dal sindaco di Varallo Sesia Gianluca Buonanno a quello di Brescia Paroli, dal primo cittadino di Castelfranco veneto Dussin al presidente della provincia di Biella Simoncelli. Sono una quarantina tra deputati e senatori che al seggio parlamentare accompagnano una carica locale o anche più d’una, i leghisti riescono a sommare tre incarichi. Ci chiediamo se riescano a gestirli bene tutti quanti, in questo saltellare da una poltrona all’altra, e tra queste spesso c’è anche quella televisiva.

Cavallo di battaglia della Lega è il federalismo, unica vera raison d’etre di un popolo che da sempre rivendica la propria indipendenza da Roma. Sembra che ce l’abbiano fatta, il federalismo fiscale, almeno nella sua variante municipale è realtà, ma attenzione agli “effetti sorpresa” di questa operazione: i sindaci potranno aumentare le addizionali Irpef, viene introdotta una tassa di soggiorno e sugli affitti ecco spuntare la cedolare secca, un regalo per i redditi alti, con buona pace delle famiglie numerose.

Negli anni abbiamo imparato che gli oratori di quella Lega di lotta e di governo, che occupa poltrone a Roma e sbraita contro il governo a Pontida, sono bravi parolai, maestri nel proclamare e nell’inveire contro i costi della politica ma primi ad approfittarne. Da Pontida (il cui sindaco, manco a dirlo, è anche deputato) Bossi si liscia il pubblico invocando il dimezzamento del numero dei parlamentari. Lo vorrà davvero? Lo dimostri, presenti una proposta di legge in Parlamento. Di parole vuote lanciate da un palco anche il suo stesso popolo è stufo. Per rispetto verso i suoi elettori metta in pratica le belle intenzioni. Altrimenti sarà ricordato dalla sua stessa gente solo come un grande incantatore, che ha sempre promesso e annunciato e mai realizzato, e nulla più.

“Riceviamo e pubblichiamo” di Stefano Barbero

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Questo federalismo è solo uno spot per la Lega

postato il 2 marzo 2011


Siamo stati gli unici a votare contro. Ci sono ragioni politiche e di merito che di inducono a dire no ancora una volta. Non possiamo fidarci politicamente della Lega, almeno finché non ci troveremo su alcune nozioni elementari: il Po non e’ un dio ma un fiume, la Padania non e’ uno Stato ma una regione, Roma non e’ ladrona ma la capitale del Paese. Non possiamo fidarci se la Lega rifiuta di festeggiare il 17 marzo, con la scusa della crisi, salvo poi il giorno dopo pretendere un altro giorno di festa per ricordare la battaglia di Legnano.
Se si vuole un federalismo che unisce, perché esaltare gli egoismi?  Il federalismo fiscale in questo provvedimento non esiste, è solo un pasticcio che aumenterà le tasse a tutti i cittadini italiani. Non si vuole fare un vero federalismo ma solo vuole approvare uno spot della Lega.

Pier Ferdinando [Continua a leggere]

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Il federalismo del governo è una stortura

postato il 28 febbraio 2011

Il federalismo fiscale proposto dal governo è una stortura enorme e pesa sui Comuni e sui cittadini. Prima di approvarlo bisognava spiegare cosa fanno i singoli enti e con quali risorse lo fanno. Berlusconi ha tolto l’Ici sulla prima casa ed e’ ovvio che i Comuni se ne sono dovute inventare altre di entrate, come la tassa di scopo, di soggiorno, l’Ici sulla seconda casa. Noi  non siamo contro il federalismo, siamo contro questo federalismo, pasticciato e fatto male.

Pier Ferdinando

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“Prima il Veneto”… ma Zaia si è dimenticato della montagna veneta

postato il 22 febbraio 2011

“Prima i veneti” recitavano gli i manifesti elettorali di Luca Zaia. Intanto è stato negato un assessorato ad un bellunese, la promessa di occuparsi in prima persona della provincia di Belluno e dell’intera montagna veneta non è stata mantenuta, Hanno saputo solo sbandierare il federalismo come cura di ogni male del nostro territorio, senza però dire che non toccherà i privilegi dei vicini autonomi e che l’unica certezza è l’aumento delle tasse.

Prima il Veneto… ma quando ci sono da discutere i tagli alle regioni il nostro Presidente diserta i tavoli, e capita che in due anni la nostra regione perderà circa 800 milioni di euro a beneficio di Roma Capitale o, come piace chiamarla ai leghisti “Roma Ladrona”. Eppure il nostro Presidente Zaia non manca mai quando c’è da mangiare, con i colleghi Ministri della Repubblica con immancabile fazzolettino verde, polenta e pajata.

Prima il Veneto… è questi giorni l’ennesimo schiaffo alla montagna veneta, che già soffre la concorrenza dei vicini a statuto autonomo, con la ripartizione dei fondi per i comuni montani che assegna al nostro territorio solo il 2,66% dei circa 16 milioni e mezzo di euro disponibili, insomma, solo le briciole mentre la fetta più cospicua della torta è andata a Campania e Calabria rispettivamente con 28,97% e 17,51%, territori che hanno avuto già molti contributi in passato e la cui montagna non è paragonabile a quella alpina.

Qualcuno, come il Presidente della Provincia di Belluno Bottacin si chiede come mai ci siano tutte queste proteste e ricorda che l’assegnazione avviene sulla base della cosiddetta “spesa storica”(un meccanismo arrugginito che premia gli sperperatori), oppure qualcun’altro cerca di giustificarsi dicendo che il Veneto è una delle regioni con la più alta percentuale di territorio pianeggiante, dimenticandosi, incredibilmente, di una provincia interamente montuosa.

Si tratta solamente di scuse. La Lega che governa a Belluno, Venezia e Roma dovrebbe, invece di giustificarsi, spendere le proprie energie per modificare questi meccanismi che tanto critica.

Qualcuno sicuramente leggendo queste righe penserà: “è colpa dell’UDC che non ha fatto passare il federalismo fiscale”. A questa obiezione sinceramente rispondo che l’UDC fa  il suo “mestiere” di opposizione, mentre stupisce che Pdl e Lega, che sono al governo, diano sempre la colpa agli altri per i loro errori e le loro negligenze.

Mi piacerebbe nei prossimi giorni sentire qualche leghista alzare la voce, magari a Roma o ad Arcore, in difesa del proprio territorio, invece di piangersi addosso ed addossare le colpe al sistema ereditato da chissà quale governo passato. Non ci si può scandalizzare se alcuni comuni od un’intera provincia vogliono lasciare il Veneto per andare col Trentino Alto Adige o col Friuli, se ci si ricorda di loro solo nei due mesi di campagna elettorale mentre in concomitanza con il voto di fiducia si riesce a far sbloccare 750 milioni euro e la gestione del Parco dello Stelvio.

É ora che gli amministratori locali di questi territori montani, di qualsiasi schieramento,  facciano sentire la loro voce, unendo le forze con quelli lombardi e piemontesi che certamente non se la passano meglio e chiedere un vero federalismo, per non far morire il nostro territorio.

“Riceviamo e pubblichiamo” di Maurizio Isma

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