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Banche: altra commissione? Partiamo da proposte dell’ultima, finora rimaste lettera morta

postato il 21 Dicembre 2019

L’intervista a cura di Luca Gualtieri, pubblicata su Milano Finanza

Anche se il crack della Popolare di Bari ha riportato il credito al centro dell’agenda politica, oggi non c’è alcun bisogno di una nuova Commissione Banche. Semmai la politica dovrebbe rompere gli indugi e legiferare sulle materie individuate dalla precedente commissione, dalle misure a contrasto delle porte girevoli ai controlli più stringenti sulle competenze dei board. Proposte rimaste finora lettera morta. Pierferdinando Casini ha accolto con forte scetticismo l’iniziativa del nuovo governo e non ha dubbi nel rispedire al mittente le bordate contro Banca d’Italia. «Mi pare di sentire lo stesso spartito suonato due anni fa», taglia corto l’ex presidente della Camera che, tra il 2017 e il 2018, ha presieduto la prima commissione d’inchiesta sulle banche.

Casini, c’è bisogno di una nuova commissione banche in questo momento?

Mi chiedo: questa proliferazione di commissioni di inchiesta ha una qualche utilità per il sistema istituzionale italiano? Evidentemente no, soprattutto perché le commissioni di inchiesta sono uno strumento da maneggiare con estrema cura e rigore: il loro abuso rischia di trasmettere un’immagine distorta dei problemi e quindi di amplificare le crisi. Oggi vedo un uso molto disinvolto dello strumento, spesso piegato dai partiti a pure finalità elettorali in barba al rigore di altri paesi come il Regno Unito.

Le sembra che il caso Popolare di Bari offra qualche elemento di novità rispetto alle crisi esaminate dalla scorsa Commissione?

Questa crisi rispecchia le precedenti per modalità e dinamiche. Semmai la domanda che mi pongo è un’altra: negli ultimi due anni cosa ha fatto la classe politica per tradurre in legge le conclusioni serie e articolate raggiunte dalla precedente Commissione d’inchiesta? Mi pare molto poco. Evidentemente, al di là degli interessi elettoralistici, ai partiti non interessa intervenire per prevenire alla radice l’insorgere delle crisi.

Insomma, le conclusioni della vostra Commissione sono rimaste lettera morta?

Mi pare di sì. L’unico provvedimento preso è stato il protocollo d’intesa tra la Banca d’Italia e la Consob in materia di servizi e attività di investimento e di gestione collettiva del risparmio. Una misura importante, come ha riconosciuto l’ex presidente di Consob Massimo Nava. Sul resto c’è ancora moltissimo da fare per la classe politica.

Eppure la Commissione elaborò molte ipotesi di intervento. Ce ne vuole ricordare alcune?

Le conclusioni sono state molteplici. Tra le principali menzionerei l’attribuzione di maggiori poteri investigativi a Bankitalia, le misure a contrasto delle porte girevoli tra vigilanti e vigilati, i controlli più stringenti sulle competenze dei board, i maggiori presidi sui conflitti di interesse, la nuova fattispecie di truffa ai danni del mercato, la semplificazione dei prospetti informativi, la promozione dell’educazione finanziaria e l’idea di una super procura finanziaria. [Continua a leggere]

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Banche: dannoso fare un’altra commissione d’inchiesta

postato il 16 Dicembre 2019

CASINI

La mia intervista a Enrico Marro pubblicata su Il Corriere della Sera

«Quando sento le cose che dice Di Maio mi preoccupo molto. E a chi brandisce la commissione d’inchiesta parlamentare sulle banche come un’arma politica mi sento di suggerire le parole che disse Emilio Colombo a Flaminio Piccoli durante una delle notti dei lunghi coltelli della Dc: “Calma, calma, calma”».
Parola di Pier Ferdinando Casini, presidente dell’ultima commissione bicamerale sulle banche, che chiuse i suoi lavori all’inizio del 2018, oltre che memoria storica della politica italiana.

Casini, eletto l’ultima volta come alleato del Pd, è preoccupato perché «non c’è niente di peggio di un uso improprio della commissione d’inchiesta in un sistema bancario e finanziario già fragile», come del resto dimostra l’ultimo commissariamento, quello della Banca popolare di Bari. Così preoccupato da essere convinto che aprire una nuova inchiesta parlamentare «sia dannoso. Non a caso sono stato l’unico a votare contro l’istituzione di questa nuova commissione e votai anche contro quella della quale poi fui eletto presidente».
Nella «mia relazione c’era già tutto», dice: «la critica ai controlli insufficienti, la necessità di affinare i protocolli di collaborazione tra Banca d’Italia e Consob». Quindi, aggiunge Casini, non c’è bisogno di far correre altri rischi «reputazionali» al sistema.
Ma «se proprio la vogliono fare — suggerisce l’ex presidente — allora primo la commissione non va usata per vendette politiche e secondo non può e non deve interferire con le indagini della magistratura». Inutile dire, conclude Casini, che il presidente, che sarà eletto giovedì, dovrebbe essere una personalità «brava, autorevole e capace: un parlamentare di qualità». Quanto ai nomi, non intende suggerirne nessuno, né pronunciarsi su ipotesi vecchie e nuove (Paragone, Lannutti), né dire se debba essere per forza dei 5 Stelle.
«Io, a scanso di equivoci non mi sono fatto mettere in questa nuova commissione. Il presidente l’ho già fatto una volta e mi è bastato».

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Vi spiego i danni del populismo su politica estera e banche

postato il 11 Aprile 2019

“Abbiamo un governo di dilettanti allo sbaraglio”. E sulla commissione d’inchiesta: “E’ l’antimafia bancaria”

Il colloquio con David Allegranti pubblicato su Il Foglio

Pier Ferdinando Casini è sufficientemente esperto per passare con dimestichezza, nel corso di una conversazione, dalla politica estera agli affari interni senza perdere il passo. Intanto partiamo dalla politica estera del governo gialloverde, vero tallone d’Achille insieme all’economia, con una premessa: “La politica estera oggi non è più come prima, un comparto esterno, una proiezione disarticolata rispetto a quel che accade all’interno di un paese. Politica estera e politica interna sono la stessa cosa. Il mondo è più complesso e meno rassicurante rispetto a 20 anni fa. Fino agli anni Novanta c’era un sistema che andava in automatico, con la caduta del Muro di Berlino siamo entrati in una fase complessa. Oggi abbiamo da un lato un gigante dai piedi d’argilla come la Russia, che in termini militari cerca di governare il vuoto nel Mediterraneo lasciato dagli Stati Uniti (anche per la loro mutata condizione energetica) e recupera una sua imperialità che aveva perso da Eltsin in poi. Dall’altro c’è la sfida cinese, la principale”.
I cinesi, con la loro “one belt one road”,sottolinea Casini, “stanno lanciando un’Opa amichevole sul mondo. Sono tornati con una base militare in Africa, a Gibuti, come non facevano da tempo. Hanno messo le fiches su alcuni paesi deboli, europei, come la Grecia, vedi l’acquisizione del porto del Pireo. Oggi in Africa e in Europa hanno un peso crescente”. Il mondo è diventato più complesso, insomma, per molte ragioni. Ecco, in questo contesto “noi abbiamo un’amministrazione politica di dilettanti alio sbaraglio. Dopo i primi mesi sono diventati un po’ più riflessivi, ma all’ inizio sono stati disarmanti nel loro pressappochismo”. Per dire, “nel finale della scorsa legislatura qualcuno dei 5 stelle propose Maduro come mediatore in Libia. Ed è di poche settimane fa la conferenza di Palermo, un’esibizione imbarazzante di velleitarismo”.
L’elenco delle fragilità italiane è dunque lungo e tutto questo “fa sì che gli americani siano profondamente irritati con la nostra amministrazione. Siamo l’unico Paese occidentale che sul Venezuela si è schierato dalla parte della Russia e della Cina. Non meravigliamoci poi se li rivediamo reimbarcarsi in Libia e dire goodbye”. Anche in Europa non andiamo granché, dice Casini, perché “siamo totalmente irrilevanti. Abbiamo polemizzato con tutti, dimostrandoci inaffidabili. Francia e Germania, nel frattempo, vanno avanti da sole e se c’è da portare qualcuno al tavolo vedrete che il convitato sarà la Spagna, non l’Italia. Ci siamo dimostrati ridicoli nel corso della trattativa sulla legge di Stabilità. Siamo partiti lancia in resta salvo poi piagnucolare nelle anticamere di Juncker”. [Continua a leggere]

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«L’inchiesta sulle banche? Mette in pericolo il sistema»

postato il 31 Marzo 2019

A rischio l’erogazione del credito

L’intervista di Antonio Troise pubblicata su QN
«Non mi piace fare la Cassandra, ma non mi ero sbagliato quando non votai la Commissione di inchiesta sulle banche. Ho proprio la stessa sensazione: ci stiamo complicando la vita da soli. In un’economia in pre-recessione tutto questo è autolesionista». Pier Ferdinando Casini, ex presidente della Camera e a capo della Commissione di inchiesta sul credito nell’ultima legislatura, non nasconde le sue preoccupazioni. E il suo disappunto: «Ho sempre pensato che le commissioni d’inchiesta più si moltiplicano e più sono inutili. O, nella peggiore ipotesi, possono diventare la cassa di risonanza di strumentalizzazioni politiche».

Anche lei ne ha guidata una. Pentito?
«Devo dire che è stata la cosa più difficile che ho fatto da quando sono entrato in politica».

E perché?
«Ho fatto i salti mortali per evitare che diventasse la sede parallela della campagna elettorale. Devo dire, però, che sono soddisfatto. Il nostro lavoro è stato apprezzato anche dai risparmiatori».

Serviva proprio una nuova Commissione d’inchiesta sulle banche?
«La situazione è completamente diversa. La Commissione che ho presieduto doveva indagare solo su episodi specifici. Ora, invece, si indagherà a 360 gradi su tutte le banche, senza tenere conto che ci sono leggi italiane ed europee che tutelano l’autonomia e la segretezza dei dati sensibili. Con i poteri di autorità giudiziaria, si può entrare ovunque. Ma a quale scopo?».

Ed è un male?
«Il problema è che oggi le banche sono sottoposte alla vigilanza europea, si sono messe in regola, si sono capitalizzate. Sono un pilastro della nostra economia. Se non rispettiamo le regole, si può solo compromettere l’integrità del sistema e l’erogazione del credito all’economia reale».

Cosa teme?
«Non serve un commissariamento né è ammissibile un’interferenza sulle autorità autorità indipendenti che devono vigilare sul settore, dalla Banca d’Italia alla Consob fino all’Isvap».

Ma se è così, quali sono i veri obiettivi?
«Non riesco a capirli. A meno che non si voglia creare un gigantesco diversivo per arrivare alle elezioni anticipate e precostituirsi un alibi per la campagna elettorale…».

Sia sincero: la Commissione che ha presieduto ha davvero fatto chiarezza?
«Le nostre conclusioni sono state apprezzate anche dal presidente della Consob che, nell’ultima assemblea annuale, ha ringraziato la Commissione perché il suo lavoro ha accelerato la firma del protocollo di intesa con la Banca d’Italia. Non avevamo certo la bacchetta magica…».

Ha fatto bene Mattarella dare il via libera alla Commissione voluta da Lega e M5s?
«Il Presidente ha fatto una cosa importante, dando una nuova apertura di credito alla maggioranza e dimostrando di rispettare chi ha vinto le elezioni».

Che cosa possono fare, ora, i presidenti di Camera e Senato?
«Non possono fare molto più di una moral suasion. L’importante è che usino bene i poteri loro assegnati all’atto dell’individuazione dei singoli commissari».

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Commissione banche: Spero che i parlamentari non debordino dal mandato

postato il 30 Marzo 2019

Ineccepibile la lettera del Presidente Mattarella. Il sistema bancario italiano è una risorsa preziosa per il Paese; c’è anche il pericolo che venga calpestato il ruolo di terzietà della Banca d’Italia e delle altre autorità garanti 

L’intervista di Roberto Giovannini, pubblicata su La Stampa

«Mi chiede se questa Commissione può trasformarsi in una bomba istituzionale ed economica? Non mi faccia parlare… dico solo che oggi, con tutti i problemi che abbiamo, non vedo proprio l’esigenza di crearne di nuovi. Per questo sarebbe auspicabile una riflessione dei gruppi parlamentari. Del resto, consapevole dei rischi potenziali, io votai contro la legge istitutiva di questa Commissione».
Parla Pier Ferdinando Casini, senatore, ex presidente della Camera e presidente della Commissione d’inchiesta sulle banche istituita alla fine della scorsa legislatura.
Casini, che ne pensa della lettera del presidente Mattarella su questa nuova Commissione d’inchiesta?
«È ineccepibile. La Commissione che ho presieduto partiva da fatti di corruzione all’attenzione della magistratura che avevano coinvolto sette banche ben precise e i loro risparmiatori coinvolti. Noi non potevamo sindacare la gestione di Intesa piuttosto che di Unicredit. Ora, invece, c’è l’intenzione di creare una Commissione con un potere di vigilanza permanente rispetto all’autonomia degli istituti bancari, che è sancita da leggi europee e leggi nazionali. Un potere che può calpestare lo stesso ruolo di terzietà della Banca d’Italia e delle altre autorità garanti. Nella lettera di Mattarella, dunque, è specificato bene quel che dovrebbe fare questa Commissione e ciò che non può fare. Perché sono in ballo questioni che riguardano gli assetti legislativi, la necessità di non interferire rispetto all’autonomia di gestione degli istituti di credito».
Problemi certo molto delicati…
«Problemi centrali per una democrazia liberale: i politici sono terminali di interessi legittimi, ma le banche ad esempio sono vincolate sul segreto bancario, l’erogazione del credito e altro ancora. Non è possibile che una Commissione senza un campo di azione delimitato possa agire in base a una presunzione di colpevolezza dell’intero sistema bancario».
La lettera del Capo dello Stato è chiara, ma è un fatto che la nuova Commissione avrà amplissimi poteri, e potrebbe operare anche al di là dei limiti richiamati nella missiva, spedita ai presidenti delle Camere.
«L’unica garanzia, purtroppo, è affidata alla moral suasion dei presidenti delle Camere, che dovrebbero intervenire nel caso che all’ordine del giorno dei lavori della Commissione venissero posti temi impropri o sconfinanti. Ma il meccanismo è fragile».
Le pongo la domanda in quanto presidente emerito della Camera: concretamente, cosa possono fare Fico e Alberti Casellati se i limiti indicati dal Capo dello Stato venissero violati?
«Una volta istituita e insediata, una Commissione d’inchiesta si rapporta con le istituzioni esterne autonomamente, al punto di poter sollevare un conflitto di attribuzione davanti alla Corte Costituzionale su decisioni della Magistratura. E quindi c’è solo la moral suasion».
Dunque, se ad esempio fosse convocato Mario Draghi, o l’ad di una banca importante al centro di un’operazione di mercato?
«Una Commissione d’inchiesta ha ampi poteri. Nel caso di Draghi, finché è presidente della Bce, c’è da rispettare la normativa internazionale che ne estende le prerogative in modo forte. Ma un banchiere certamente deve presentarsi».
E stanti così le cose è fondato il timore di potenziali clamorosi conflitti istituzionali, politici ed anche economico-finanziari?
«Spero con tutto il cuore che la lettera di Mattarella non susciti polemiche, ma riflessioni. C’è un grande bisogno di riflettere approfonditamente: il sistema bancario italiano è una risorsa preziosa per il Paese. E i primi che dovrebbero esserne consapevoli sono le autorità politiche di maggioranza. Non dimentichiamo che negli “stress test” europei sulla solidità patrimoniale le banche italiane escono bene, tengono nonostante una precaria situazione economica e sociale. Sarebbe molto meglio evitare di destabilizzare questo sistema, con tutti i gravi rischi del caso»

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Banche: nella relazione finale anche le lacune della vigilanza

postato il 12 Gennaio 2018

L’intervista di Carmelo Lopapa, pubblicata su La Repubblica

Attività, indagini e documenti della commissione d’inchiesta banca sono già finite nel pieno vortice della campagna elettorale, era prevedibile. Ha una exit strategy, presidente Pier Ferdinando Casini?
«Nulla di nuovo sotto il sole, purtroppo. Mi auguro solo che le indagini della magistratura dimostrino che la fuga di notizie sull’ultimo caso esploso non proviene dalla nostra commissione. Io ho fornito al procuratore di Roma Giuseppe Pignatone gli elementi che mi sono stati richiesti per l’individuazione dei responsabili, in uno spirito di collaborazione istituzionale».
Ecco, a proposito dell’ultimo caso. Pensate di occuparvi nella relazione finale della vicenda della telefonata tra Renzi e De Benedetti?
«Sia chiaro che noi non siamo i magistrati. La nostra è un’inchiesta parlamentare. Io non mi sono arruolato in magistratura con concorso pubblico. E in questo paese la cosa peggiore è che in troppi si arrogano il diritto di fare il lavoro degli altri con poco rispetto delle procedure».
La vicenda è rilevante o no? La riaprirete in commissione?
«La Consob ha avuto gli incartamenti, ha esaminato e archiviato il caso. La Procura della Repubblica ha richiesto l’archiviazione. Vedremo cosa farà il gup. Ma la nostra commissione parlamentare di inchiesta non ha il compito di sanzionare eventuale reati. Non fa il lavoro dei magistrati».
E il caso Banca Etruria? Il ruolo del governo nella vicenda?
«Noi abbiamo ascoltato il dottor Federico Ghizzoni perché c’era l’esigenza politica sollevata da gruppi di opposizione di fare chiarezza. E la maggioranza della commissione ha ritenuto di accettare perché non avevamo santuari da proteggere. Ma l’impatto dell’audizione dell’ex amministratore delegato di Unicredit sul lavoro della commissione d’inchiesta è stato pari a zero».
Sarà stato pari a zero, ma il presunto interessamento della sottosegretaria Boschi su Etruria ha monopolizzato l’attenzione per giorni.
«Ma è stato condizionato tutto dalla campagna elettorale nel frattempo avviata dalle forze politiche. Il mio compito è stato quello di tenere la commissione al riparo dalla tempesta politica».
A onor del vero non è che ci sia riuscito del tutto.
«I miracoli non sono riuscito ancora a farli. So solo che a inizio lavori, a settembre, dissi ai miei collaboratori: qui non si riuscirà a fare più di tre riunioni. Quel che è avvenuto in seguito ha smentito le mie previsioni più funeste».
Resta il fatto che adesso dovrete produrre una relazione e invece ce ne saranno tre o quattro distinte. Nessun accordo. Ognuno proverà a stilare il suo manifesto elettorale attaccando gli avversari sulla gestione delle banche.
«Io non ho alcuna possibilità di imporre diktat o contenuti alle relazioni, esiste la piena autodisciplina delle forze politiche sulle conclusioni. Certo, c’è una procedura da rispettare».
E cosa prevede la procedura?
«La relazione va votata nella sua interezza. Non è un testo normativo da emendare. Gli uffici del Senato hanno fornito indicazioni chiare: si possono proporre modifiche o aggiunte ma il testo va salvaguardato nella sua interezza. Contiamo di chiudere al più entro i primi di febbraio».
Pensa davvero di riuscirci? Una sola?
«La proposta che io formalizzerò sarà quella di approvare una relazione unica, consentendo di allegare poi i documenti dei gruppi politici con le rispettive proposte e conclusioni, purché sottoscritti da un numero minimo di parlamentari. Ma ripeto: una relazione approvata ci vuole».
E se non ci fosse maggioranza per approvarne una?
«Allora da presidente proporrei una sorta di riassunto delle attività compiute e lo invierei ai presidenti di Camera e Senato. Ipotesi minimale, senza proposta di modifica normativa. Sarebbe la peggiore delle ipotesi».
Finirà così?
«Le due grandi forze di opposizione, Fi e M5S, vanno solo ringraziate per il lavoro compiuto. Il vicepresidente Renato Brunetta per la correttezza, così i colleghi dei Cinque stelle».
Cosa conterrà la relazione?
«Intanto una premessa ricognitiva. Quindi, l’analisi di ciò che si è verificato in questi anni nel sistema bancario e le diverse tipologie di interventi fatti su istituti in difficolta: Mps, le due venete e le banche andate in crisi come Etruria. Poi ci sarà tutto un capitolo sulla valutazione del sistema di vigilanza».
Una delle noti più dolenti.
«È chiaro che faremo delle proposte in ordine all’obbligo di informazione tra le autorità di vigilanza, Banca d’Italia e Consob, finora lacunoso. E al potenziamento del ruolo di controllo di Bankitalia. Sull’altro handicap, quello delle cosiddette porte girevoli, proporremo l’estensione del divieto di passaggio da una posizione di controllore a quella di controllato».
Sulla mancanza di un sistema sanzionatorio adeguato, come lamentato da tanti, cosa proporrete?
«La terza parte della relazione conterrà le proposte sulle fattispecie penali rivelatesi lacunose. Sarà sottolineata la necessità di specializzare nuclei di magistrati da impiegare sui reati finanziari. Attraverso procure distrettuali o addirittura con la creazione di una super procura. E non mi dilungo oltre sulle fattispecie che suggeriremo al legislatore di perfezionare, come l’aggiotaggio informativo e manipolativo o la procedibilità d’ufficio in caso di infedeltà patrimoniale, oggi perseguibile solo a querela di parte».
Chiusa l’inchiesta banche, farà anche lei campagna elettorale e per chi?
«Darò una mano, anche due, a Beatrice Lorenzin, che con Civica popolare sarà la testimonial del buon governo di cui l’Italia ha beneficiato in questi anni con Letta, Renzi e Gentiloni».
Non teme la destra in vantaggio nei sondaggi?
«Mi fa paura la strumentalizzazione e la demagogia. Sono stato tra i pochi senatori che hanno votato per lo Ius soli e dico che quando ci si divide anche sui diritti umani, la barbarie è destinata a prevalere».
Dunque, Pier Ferdinando Casini sarà ancora una volta candidato?
«Sono disponibile a fare la mia parte come ho sempre fatto. Oggi la cosa più semplice sarebbe la diserzione, quella più impegnativa è dare il proprio contributo. Io lo darò, perché non vinca l’incompetenza e la demagogia».

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Banche: nessun boomerang per il Pd

postato il 31 Dicembre 2017

Ma sulla Boschi caccia alla donna
L’intervista di Alessia Gozzi pubblicata su Quotidiano nazionale

 

UN MIRACOLO. E una fatica fisica. Il presidente della Commissione d’inchiesta sulle banche, Pier Ferdinando Casini, tira le somme dei due mesi di lavoro e annuncia le terapie per il futuro: vigilanza più efficace, procure specializzate, paletti alle porte girevoli e più tutele ai risparmiatori.
Anche lei, come il premier Gentiloni, ha accolto con sollievo la fine delle audizioni?
«L’ho accolta con sollievo perché ho fatto una fatica fisica molto intensa a presiedere per decine di ore la Commissione».
Ha provato in tutti i modi a tenere la campagna elettorale fuori dai lavori: missione impossibile, che le è valso l’appellativo di pompiere.
«L’appellativo non mi offende, anche perché in un clima incendiario un pompiere serve. Ero conscio dei rischi politici e sono stato il primo a farmene carico. Alla luce delle premesse, le cose sono andate meglio di quanto avessi immaginato, qualche commissario è stato più scalmanato di altri, ma il clima è stato buono».
Qualcuno sostiene che la Commissione sia stata poco utile…
«Non spetta a me dire se sia stata utile. Le cose si potevano fare meglio, ma non in queste condizioni, sarebbe servito un anno di tempo senza le elezioni alle porte».
L’ultima settimana è stata incendiata dal caso Boschi-Etruria. Che idea si è fatto?
«L’idea che ci sia stata una caccia all’uomo, in questo caso alla donna. Boschi ha pagato a posteriori il fatto che padre è stato vice presidente di Banca Etruria, ma, da Ghizzoni a Visco, tutti hanno detto che da lei non ci furono pressioni».
Dal punto di vista politico, la Commissione è stata un boomerang per il Pd?
«Non credo. Il Pd si era impegnato a dimostrare che sulle banche la vigilanza non ha funzionato e, al netto del caso Boschi che ha impatto zero sulle crisi bancarie, quando il governatore Visco ammette che ‘sulle banche venete potevamo essere più svegli’, beh…».
Un’ammissione di colpevolezza?
«L’onesta consapevolezza che Bankitalia deve affinare le modalità di controllo e la comunicazione con Consob».
Difficilmente dalla Commissione uscirà un documento unitario, quali saranno i punti fermi?
«Un documento unitario sarebbe stato impossibile in ogni caso, a me interessa che ci sia un’ampia parte del documento votata da maggioranza e opposizione. Sono emersi due elementi fondamentali: la crisi economica, che ha messo in ginocchio l’industria riflettendosi sulle banche, e le scorciatoie prese da manager senza scrupoli per salvare le banche stesse come il collocamento di prodotti rischiosi, prestiti facili, finanziamenti baciati e comportamenti fraudolenti».
Terapie per il futuro?
«Servono maggiore fluidità e tempestività nei controlli, procure specializzate sui reati finanziari e norme di incompatibilità per gli ex controllori che vanno a lavorare negli istituti vigilati. Senza dimenticare i risparmiatori raggirati, alcuni sono stati rimborsati ma nella prossima legislatura si può fare qualcosa di più. Infine, l’educazione finanziaria, dove siamo fanalino di coda in Europa».
Condivide la proposta di commissione d’inchiesta bis nella prossima legislatura?
«In una democrazia le commissioni di inchiesta sono come le aspirine, bisogna prenderne il meno possibile. La prossima legislatura potrà attuare le proposte che usciranno da questa Commissione».
A proposito di elezioni, Beatrice Lorenzin sarà il volto del centrismo che appoggia il Pd: quale è il senso di questa scelta?
«È una donna giovane che ha fatto bene come ministro. Ha tutte le carte in regola per parlare agli italiani e chiamare a raccolta i tanti popolari e centristi con un messaggio chiaro: la strada non è quella populista della Lega, i governi Letta, Renzi e Gentiloni hanno lavorato bene e bisogna continuare in questa direzione».

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Banche: «Pompiere in commissione? Evitare gli incendi è un lavoro serio»

postato il 23 Dicembre 2017

L’intervista di Lorenzo Salvia pubblicata sul Corriere della Sera

Presidente Casini, lei era contrario alla commissione d’inchiesta sulle banche e per questo non partecipò al voto sulla sua istituzione. Ora che i lavori sono finiti ha cambiato idea?
«I rischi da me paventati si sono dimostrati profetici: le ventate della campagna elettorale sono entrate prepotentemente in commissione».

Quindi sarebbe stato meglio non farla?
«Molto dipende dalle indicazioni che riusciremo a dare al legislatore con la relazione finale. Credo che alcuni temi siano già scolpiti nella pietra: l’opportunità di creare una magistratura specializzata in materia finanziaria, l’eccessiva pluralità di organismi vigilanti e autorità che emanano normative nel settore, una comunicazione più trasparente tra banche e clienti e, soprattutto, un rapporto più fluido tra gli organi di vigilanza, perché tra Banca d’Italia e Consob non tutto ha funzionato come doveva». [Continua a leggere]

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Banche: concluse le audizioni, al lavoro su relazione finale

postato il 22 Dicembre 2017

L’intervista al Tg1

Dopo 200 ore di lavoro, 48 audizioni e 500 interventi, ieri si sono concluse le audizioni in Commissione banche. Non ci siamo persi nelle nebbie, abbiamo lavorato sodo, era una mission impossibile tenendo anche conto della campagna elettorale. Adesso al lavoro sulla relazione finale per dare norme più stringenti: lo dobbiamo a 400 mila risparmiatori truffati affinché certi fatti non si ripetano più.

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Banche: “Veleni da campagna elettorale. Io resto concentrato sui risparmiatori”

postato il 16 Dicembre 2017

La sottosegretaria? Distinguere tra opportunità e conflitto d’interesse
L’intervista di Enrico Marro pubblicata sul Corriere della Sera

Cominciamo dal caso Boschi. Che ne pensa dell’audizione del presidente della Consob, Giuseppe Vegas, che ha rivelato dei suoi colloqui con l’allora ministra Maria Elena che riguardarono la crisi di Banca Etruria di cui era all’epoca vicepresidente il padre, Pierluigi Boschi?
«L’impatto sistemico del caso Boschi sui problemi delle banche italiane, se non fossimo già in campagna elettorale, sarebbe pari a zero», risponde il presidente della commissione d’inchiesta parlamentare sulle crisi bancarie, Pier Ferdinando Casini.

Non sta minimizzando?
«No, se parliamo delle migliaia e migliaia di risparmiatori ridotti sul lastrico».

Se parliamo invece di conflitto d’interessi?
«Per me un conto è l’opportunità, un conto il conflitto d’interessi. Finora quest’ultimo non è emerso. Vegas ha detto chiaramente che la Boschi non ha fatto pressioni». [Continua a leggere]

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