Archivio per settembre 2012

Perché non si legifera sul conflitto d’interessi?

postato il 26 Settembre 2012

di Giuseppe Portonera

La polemica sul cosiddetto conflitto d’interessi è stata, per lungo tempo, uno dei fronti caldi della cronaca politica italiana: era una sorta di spartiacque, tra chi chiedeva una legge subito e tra chi invece lo riteneva uno strumento “punitivo” nei confronti di uno dei principali protagonisti della scena politica, Silvio Berlusconi. Basti ricordare il caso, emblematico, della Commissione Bicamerale per le Riforme, presieduta da Massimo D’Alema, che – naufragata per diversi motivi – fu presto accusata di essere nata col peccato originale di escludere dal suo campo d’azione proprio una legge sul conflitto d’interessi. Era il 1998, siamo arrivati al 2012 e di una legge che regolamenti (come dovrebbe essere regola in un Paese civile, in cui l’interesse privato è ben tenuto separato da quello collettivo) il conflitto d’interessi non c’è traccia. Perché? Abbiamo avuto governi sia di centrodestra che di centrosinistra, come è possibile che in nessuno dei due casi si sia arrivata a una soluzione, completa o pur anche di mera mediazione?

I governi presieduti da Silvio Berlusconi scontavano ovviamente la presenza del principale imputato in causa: proprietario del più grande polo televisivo privato nazionale e di un’importantissima squadra calcistica, a lungo uomo più ricco d’Italia. Ma davvero questo può essere un ostacolo, un freno per un per un uomo di Stato? Se pensiamo, per fare l’esempio più celebre, a uno dei più illustri predecessori di Berlusconi, Camillo Benso di Cavour, la risposta ovvia è no: il Conte, divenuto Presidente del Consiglio dei Ministri, vendette tutte le sue partecipazioni economiche in aziende e imprese varie, proprio perché non voleva che la sua azione governativa fosse in alcun modo influenzata da interessi o timori personali. Ma si sa, o tempora o mores! E i governi presieduti da Romano Prodi, allora? Loro non presentavano, almeno in modo così evidente, conflitti di interesse: eppure anche in questi casi non si è riusciti ad arrivare alla tanto agognata meta. Sembra una legge non scritta della nostra politica: più una riforma è importante, più è probabile che non sarà varata mai (o quasi) da nessuno.

Perché, tutto questo? Probabilmente, perché il conflitto d’interessi serviva più ai vari soggetti in campo per delimitare il loro spazio, il loro campo. Roberto Rao, intervenendo a tal proposito su L’Espresso, ha giustamente ricordato che è tutta una questione di incapacità a legiferare con lungimiranza: «ampi settori della politica invece di pensare all’interesse generale hanno preferito non risolvere mai il problema, per utilizzarlo come arma di ricatto minacciando a favore o contro il Cavaliere. Per questo il tema deve essere affrontato oggi che non si vive in una situazione di emergenza e si può intervenire senza pensare di colpire o salvare qualcuno. L’Italia è piena di conflitti di interesse che devono essere risolti una volta per tutte». L’appello è ovviamente, in prima istanza, al Parlamento, perché nel clima di strana maggioranza, possa riuscire a trovare almeno una soluzione di mediazione (come potrebbe essere il blind trust). Ma è esteso anche all’esecutivo, che con l’impegno diretto del Premier Monti e del Ministro Severino, ha dimostrato più volte di aver intenzione di riformare la giustizia partendo dai punti urgenti e non più rinviabili. E così, se all’anticorruzione, alle intercettazioni, alla responsabilità civile dei magistrati e alla situazione (vergognosa) delle carceri italiani, ci aggiungessimo pure la legge sul conflitto d’interessi, male non sarebbe.

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Trasparenza: unico antidoto agli scandali della politica

postato il 25 Settembre 2012

“Riceviamo e pubblichiamo” di Marta Romano

Non c’è cosa più brutta che aprire il giornale e trovare le pagine dedicate alla politica piene di parole come scandali, truffe e malaffare. I soldi pubblici, i soldi dei cittadini italiani, usati per rimpinguare le casse personali di consiglieri, assessori o parlamentari, fatture false per arricchire le tasche di pochi furbi ai danni della collettività e soldi sprecati in feste e festini in cui sembra quasi lecito pensare al “bere comune”, piuttosto che al Bene comune.

Non è questa la politica che mi piace e non è questa la politica di cui il nostro Paese ha bisogno. L’Italia ha bisogno di onestà: è l’unico antidoto per questo triste vortice in cui l’amministrazione pubblica sta precipitando.
Per questo motivo, è bene sottolineare la nascita di  iniziative che  vertono in questo senso, che promuovono la trasparenza nell’amministrazione pubblica:la nascita di un Anagrafe pubblica delle proprietà immobiliari della città capoluogo d’Italia, per esempio. Sarà una vera e propria “rivoluzione della trasparenza”, per utilizzare le parole del capogruppo UdC al Comune, Alessandro Onorato, autore della proposta di delibera, approvata all’unanimità lo scorso 20 settembre.
L’Anagrafe sarà pubblica e facilmente consultabile sul sito del comune (nella sezione “Trasparenza”, appunto), in modo che, con un semplice clic, tutti i cittadini potranno venire a conoscenza di tutte le caratteristiche dell’immobile di proprietà del Comune: l’indirizzo completo (compreso il piano) il valore catastale, i metri quadrati di superficie, la destinazione d’uso, il tipo di locatario (persona fisica o giuridica, associazione no profit, pubblica amministrazione), il canone mensile di affitto, le eventuali morosità.
Un passo avanti per avvicinare i cittadini alla politica, per renderli partecipi e più vicini all’amministrazione, ma anche per rendere più consapevoli  gli amministratori di Roma Capitale  dell’immenso patrimonio e delle immense potenzialità che questa grande città possiede. In più, un grande esempio di semplificazione amministrativa e sburocratizzazione.
Insomma, “Cambiare davvero si può”, come dice lo stesso Onorato. L’importante è volerlo fare, per riscrivere le pagine di giornali e riempirle di queste due parole: onestà e trasparenza. 
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Un gesto dignitoso, ora più trasparenza nei partiti

postato il 25 Settembre 2012

«Polverini è diventata il parafulmine delle contraddizioni interne al Pdl»

Pubblichiamo da “Il Messaggero” l’intervista a Pier Ferdinando Casini

di Marco Conti

Presidente Casini, Polverini ha fatto bene a dimettersi?
«E’ uno dei pochi presidenti che non ha un avviso di garanzia e come tale non aveva nessun obbligo di dimettersi, ma ne ha fatto un obbligo di dignità e di responsabilità. Questi atti in politica prima o poi danno ragione a chi li compie, anche se oggi comprendo l’amarezza per il commiato. La vita è lunga e se una persona è onesta e ha propositi limpidi e puliti, prima o poi riemerge».

Non pensa sia stata una decisione un po’ tardiva?
«Prima di lasciare ha fatto fare dei seri tagli ai costi della politica al Consiglio regionale. Poteva dimettersi un giorno o due prima, ma questo non cambiava molto».

Ha fallito una persona presa dalla società civile o hanno fallito i partiti?
«Sono stati i partiti ad aver fallito. La prima Repubblica aveva grandi partiti con costosi apparati ed è caduta proprio sulla critica a queste strutture. Un sistema che andava cambiato, ma ora siamo a dei partiti di plastica. Nella migliore delle ipotesi a partiti personali, nella peggiore a comitati d’affari. Oggi non facciamo lo sbaglio di venti anni fa e nel momento in cui si apre una nuova fase politica rendiamoci conto che senza partiti non si va da nessuna parte e non si seleziona classe dirigente». [Continua a leggere]

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Regione Lazio: troppo marcio, la Polverini si dimetta

postato il 24 Settembre 2012

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Lavoro: i giovani la priorità per il futuro di tutti

postato il 23 Settembre 2012

“Riceviamo e pubblichiamo” di Francesco Morello

L’appuntamento della presentazione del Rapporto sul mercato del lavoro 2011-2012, avvenuta martedì 18 settembre nel “Parlamentino” affollatissimo del CNEL, è occasione quanto mai utile per fermarci un attimo a riflettere sugli importanti e profondi cambiamenti in corso nella struttura produttiva e nelle norme che regolano gli assetti occupazionali nel nostro Paese.

Il rapporto tenta di soddisfare, a detta del Prof. Dell’Aringa direttore del gruppo di lavoro che ha curato lo studio, sia l’esigenza di illustrare una lettura prospettica delle variazioni intervenute durante l’ultimo periodo, che quella di offrire una previsione delle linee di tendenza per i prossimi anni.

Le condizioni critiche del mercato del lavoro hanno origine nei contesti macroeconomici di crisi di sviluppo e produttività. I dati sconfortanti forniti dall’Istat sull’occupazione, specie giovanile, diventano quindi il termometro della recessione che attanaglia l’Italia.

Già lo scorso luglio lo studio dell’OCSE, “:Employment Outlook 2012”, dal quale il Rapporto del CNEL muove le mosse, aveva evidenziato che a maggio erano circa 48 milioni i disoccupati nell’area dell’Ocse (con un tasso di disoccupazione del 7,9%): quasi 15 milioni in più rispetto all’inizio della crisi finanziaria iniziata alla fine del 2007.

Per ritornare ai livelli pre-crisi occupazionale servirebbe la creazione di circa 14 milioni di posti di lavoro. La creazione di posti di lavoro, sottolinea lo studio presentato a Parigi, “continuerà a restare debole in molti Paesi dell’Ocse” e il tasso di disoccupazione “potrebbe rimanere intorno all’8% anche nel 2013” (8% nel 2012 e 7,9% nel 2013) e la situazione occupazionale dei giovani e delle persone scarsamente qualificate “rimane particolarmente preoccupante”.

Sulla stessa scia lo studio condotto dall’ ILO, “World of Work Report 2012. Better jobs for a better economy” (aprile 2012) in cui, riguardo la situazione italiana, si rende noto che le categorie più colpite dalla crisi sono state quelle dei giovani e dei disoccupati di lunga durata. La ripresa economica viene frenata dalla contrazione del consumo privato (diversi studi statici di associazioni dei consumatori o dei commercianti hanno rilevato questo fattore) a causa delle politiche di austerità fiscale condotte per risanare il debito pubblico e adempiere ai patti europei sul fiscal compact.

Una delle cause principali della crisi nell’Eurozona, sottolineano Natasha Xingyuan e Antonio Spilimbergo è la differenza di reddito e produttività fra i paesi, con il ritardo di quelli più periferici. Le riforme strutturali possono essere un ottimo strumento per aiutare lo sviluppo delle regioni più arretrate di un paese.

Le politiche suggerite dall’ILO, anche nel Rapporto “Eurozone job crisi and policy responses”, di riduzione del debito pubblico senza danneggiare la crescita economica, di aumento degli investimenti per creare occupazione, di maggiore accesso al credito da parte delle imprese e di riforma del mercato del lavoro per migliorare i risultati dell’occupazione, richiedono uno sforzo notevole affinchè siano tradotte in misure concrete.

Quale ruolo possono assumere allora le politiche del lavoro per i giovani? Essenzialmente due: di accompagnare “>i processi di crescita e limitare i danni della recessione.

Infatti il rischio di far cadere il potere produttivo dell’Italia, in un lento processo di deindustrializzazione, è aumentato dalla disoccupazione di lunga durata che si trasforma in strutturale.

I Paesi che hanno meglio resistito alla crisi economica, in primis Cina e Germania, sono quelli che hanno puntato in via prioritaria su una crescita basata sulla competitività dell’industria manifatturiera, trainata dalle esportazioni e dagli investimenti in ricerca e innovazione.

Inoltre, i paesi che riescono a contenere la caduta del PIL sulla massa salariale e sulla disoccupazione sono quelli che hanno approntato buone relazioni industriali, e favorito il lavoro stabile e non temporaneo.

L’Italia dal 2008 ha perso più di un milione di posti di lavoro tra gli under 34 anche in considerazione del fatto che ha registrato una caduta del PIL maggiore che negli altri paesi dell’Eurozona.

L’Istat nell’ultima rilevazione riferita al terzo trimestre 2012 (i dati del Rapporto si riferiscono al primo semestre 2012) evidenzia che il tasso di disoccupazione (dati grezzi) è pari al 10,5%, in crescita di 2,7 punti percentuali rispetto a un anno prima; l’indicatore passa dal 6,9% del secondo trimestre 2011 al 9,8% per gli uomini e dal 9% all’11,4% per le donne. Il tasso di disoccupazione dei 15-24enni sale dal 27,4% del secondo trimestre 2011 al 33,9%, con un picco del 48% per le giovani donne del Mezzogiorno.” Bisogna notare che a fini statistici esistono diverse dimensioni della disoccupazione ovvero disoccupati (con altrettante definizioni alternative), scoraggiati, cassintegrati e par-time involontari che insieme costituiscono la forza lavoro.

Il Rapporto sull’andamento della domanda di lavoro sottolinea che a causa del forte deterioramento dei bilanci familiari è aumentata l’offerta di lavoro, ovvero i cd. “lavoratori aggiuntivi” coloro che prima della crisi non erano in cerca di occupazione.

Sono cresciuti i lavoratori part-time involontari, e si registra anche un sensibile aumento del ricorso alla CIG connessa, in parte ma non del tutto, alla riduzione degli orari di lavoro.
Per effetto delle riforme previdenziali che hanno alzato i requisiti di età, l’ultima in ordine di tempo quella cd. “Monti-Fornero”, è aumentato il numero di occupati anziani. Necessarie pertanto politiche che tengano conto dell’invecchiamento demografico e dell’aumento delle esigenze legate alla cura degli anziani.

La crescita modesta dell’occupazione nel 2011 si è interamente concentrata sulla componente immigrata (che svolge un lavoro regolare e quindi conoscibile dallo Stato) poiché indirizza la domanda verso un tipo di mansioni di basso profilo non ricoperte dai lavoratori italiani.

Sono cresciuti i giovani con un’occupazione a termine involontaria (ossia di coloro che non hanno trovato un lavoro a tempo pieno) così come i part-time involontari, perché il lavoro flessibile permette maggiori margini di manovra alle imprese in una fase di elevata incertezza.

Molto grave è la rilevazione dello scollamento tra i risultati del sistema formativo e la domanda di lavoro, che va ad incrementare il fenomeno noto come (lavoro a bassa specializzazione svolto da lavoratori con un livello di istruzione medio-alto) che si traduce spesso in uno scarso livello di valorizzazione del capitale umano.

Tale disfunzione è il prodotto di anni di politiche formative non rapportate ai fabbisogni del mercato del lavoro che crea un fra le caratteristiche settoriali della domanda e quelle dell’offerta di lavoro. Il contratto di apprendistato, nelle tre diverse articolazioni di cui al T.U. d.lgs. 167/2011, ha l’obiettivo di formare gli apprendisti, in assetto di lavoro, così da essere immediatamente utili e produttivi per l’azienda. Diventa pertanto una leva di placement che tenta di far convergere domanda e offerta di lavoro puntando sulla formazione di competenze e professionalità richieste dal mercato.

Garantire una occupazione permanente (la tipologia contrattuale del tempo indeterminato è considerata dalla Riforma come la principale, in linea con il documento delle tre grandi OO.SS. confederali sottoscritto a fine 2011) o stabile attraverso un sistema italiano e non di mera importazione di flexicurity, è tanto necessario quanto urgente.

Si è ulteriormente aggravato, evidenzia il Rapporto, il fenomeno dei (not in employment, education or training) circa il 24 % dei giovani tra i 15 e i 29 annie degli scoraggiati, ovvero chi ha smesso di cercare attivamente un lavoro.

In quest’ottica si propone la formazione come leva di sicurezza e stabilità occupazionale che deve essere continua e modulata in base alle diverse competenze e professionalità dei singoli lavoratori o aspiranti tali.

La formazione e quindi il saper fare un determinato lavoro, rappresenta la vera sicurezza nella flessibilità poiché, se un lavoratore è produttivo, sarà sempre ricercato dal mercato.

Tutti questi numeri, dati e diagrammi del Rapporto per essere davvero utili devono però essere messi al servizio di domande scomode. Domande che muovendo dal contesto attuale e cercano di comprendere in che modo poter modulare le opportune risposte.

Il Ministro Fornero nel suo intervento alla presentazione del Rapporto ha difeso la bontà della riforma dagli attacchi degli ultimi giorni di una parte politica che vorrebbe abrogarla tramite referendum. Ancora è presto per dire, dati alla mano, se la riforma raggiungerà l’obiettivo di orientare e rendere più inclusivo e dinamico il mercato del lavoro. Di certo come tutte le cose umane è perfettibile ma credo sia stato un buon inizio, quanto meno per dare un segnale forte di stabilità e coesione politico-sindacale ai mercati. Per tale ragione, sulla falsa riga di quanto già teorizzato dalla Legge Biagi del 2003, la fase del monitoraggio degli effetti delle nuove norme in tema di: tipologie contrattuali e di flessibilità in uscita e tutele del lavoratore (Art.1), Ammortizzatori sociali (Art.2),Tutele in costanza di rapporto di lavoro (Art.3), sarà essenziale per comprendere quali correttivi approntare.

In effetti dopo alcuni giorni dall’entrata in vigore della riforma si è scelto, tramite il decreto sviluppo di Agosto di posticipare l’entrata a regime dell’ASPI.

Il Governo nell’ultimo Consiglio dei Ministri di fine agosto ha presentato l’agenda per la crescita con il fine di implementare la produttività aprendo a nuove opportunità di impresa e lavoro secondo gli obiettivi posti dalla Stategia Europea 2020 (Crescita intelligente, sostenibile e solidale). L’azione programmatica del Governo Monti necessita però, in via preliminare, di portare a compimento le riforme approvate in Parlamento tramite l’emanazione di più di 340 decreti attuativi anche in tema di incentivi e aiuti al lavoro giovanile. Di recente infatti sono stati approvati i decreti che prevedono uno sconto del 50%, grazie all’attivazione di 142 milioni del Fondo Sociale Europeo, sul costo del lavoro per chi assume al sud o i benefici fiscali, disciplinati dal cd. decreto “Salva italia” per chi assume gli under 34.

Per risanare il mercato del lavoro è necessario prima risanare la nostra economia con una solida riforma fiscale accompagnata da investimenti in tecnologia e innovazione. La semplificazione amministrativa insieme agli altri fattori di contesto, quali il miglioramento delle infrastrutture e l’abbattimento del costo energetico, saranno garanzie più forti per gli investitori che vogliono scommettere nel nostro Paese, anche più delle nuove norme sul licenziamento

E’ necessario allora aumentare la produttività, anche accogliendo la proposta della Cisl di detassazione del salario di produttività, non solo per ragioni di competitività internazionale, ma soprattutto per migliorare la qualità dell’ industria e riqualificare l’ apparato produttivo italiano.

Costo monetario del lavoro e produttività del lavoro devono andare allora di pari passo, così come in Germania, che raggiunge livelli ottimi di produttività grazie a innovazione e gestione partecipata con i lavoratori dei processi industriali (in Italia il cammino verso la partecipazione è ancora in salita).

L’implementazione di un sistema politico liberale, incentrato su regole condivise di libera concorrenza, e su una forte Unione Europea che sappia fronteggiare insieme le flessioni del mercato, è allora un compito non solo strettamente “economico”, ma soprattutto compito sociale al servizio della persona umana.

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Chianciano, appunti al femminile

postato il 23 Settembre 2012

“Riceviamo e pubblichiamo” di Antonella Russo

Siamo state in molte le donne della Sicilia e di tutte le regioni d’Italia alla Convention di Chianciano, che ha segnato una svolta storica nel partito dell’UDC di Casini, ora UDC-ITALIA, per scelta meditata operata da Casini, da Cesa e dai vertici nazionali e dagli eletti nelle istituzioni.
Il significato del cambiamento operato è stato colto, con tempestiva prontezza, dai partiti che si sentono esclusi o quasi dalla triade governativa, accanto alle testimonianze ed alle presenze, mai prima così significative, della società civile, delle professioni, del terzo settore, dei movimenti sindacali, sociali e imprenditoriali laici e di ispirazione cristiana, quasi a sancire la memoria e la storia positiva dei cattolici a servizio dell’Italia e dell’Europa nella rinnovata condivisione di una laicità della politica e di una forte volontà di concorrere con le presenze, le idee, i progetti al futuro della politica del Paese.

Alla vigilia della Convention avevo espresso al Presidente Casini, da presidente provinciale UDC di Palermo, assieme al Dipartimento Provinciale delle donne, (presenti a Cianciano con la responsabile Valentina Petralia), il nostro impegno nel Partito dell’Unione Democratico di Centro, testimonianza premiata ottenendo tra le donne delle liste UDC del nostro paese, ove si è votato a maggio, il più elevato numero di consensi tra le donne presenti come candidate per i consigli comunali, contribuendo così alla affermazione del partito in una Sicilia, dove gli amici-nemici ci davano in declino o perdenti.

Con questi risultati abbiamo superato ogni previsione a Palermo ed in quasi tutte le province ed il coordinatore regionale, il senatore Gianpiero D’Alia a cui bisogna riconoscere il merito, anche grazie all’apporto generoso dei parlamentari regionali UDC e l’impegno di nuovi aderenti, provenienti dal mondo sociale, sindacale e dalle rappresentanze nelle amministrazioni locali, di aver consentito al nostro partito di essere la terza forza politica della Sicilia.

Ora in Sicilia siamo alla pre-vigilia elettorale, per il dopo Lombardo, banco di prova per le prossime elezioni nazionali, di cui opportunamente non si è molto parlato nella Convention, per l’anticipo politicamente voluto, forse per calcoli nazionali o per la rovinosa situazione del bilancio della Regione, quale che sia la scadenza naturale o anticipata per dare al paese un Governo politico per il dopo Monti e possibilmente con Monti, come ha precisato Casini, con un osanna dell’assemblea dei presenti, e con l’invito alla più larga coalizione parlamentare, da eleggere, nei nostri auspici, con la proporzionale e le preferenze .

Come donne di Palermo, nella citata lettera aperta, avevamo chiesto che ai temi delle alleanze elettorali,(in Regione e nel Paese, Montezemolo forse non se ne è accorto), si anteponessero nella Convention le voci, le idee, le proposte della base del Paese dei giovani, delle donne, dei disoccupati, delle famiglie, degli imprenditori per essere attenti ai progetti , alle proposte, alle intuizioni, ai valori che si desiderano interpretati dalla classe dirigente nel tempo che viviamo.

E la prima risposta è venuta dalla Convention aperta, sul piano della comunicazione, come il volto del nuovo partito all’Italia moderna, che ha potuto ascoltare gli interventi, in diretta, di Cesa, Casini, Pezzotta, Buttiglione, Adornato, Passera, Clini, Riccardi, Ornaghi, Martone, Catania, Capotosti, Vietti, Marcegaglia, Bonanni, Olivero, Marini, Guidi, Marino, Rossi, Melchiorre, Guerrini, Forlani, che ha potuto seguire e partecipare in internet, a “Le primarie delle Idee per la rinascita dell’Italia”.

Portare infatti, come partito, le voci reali del paese, dei giovani e delle donne , per contribuire a definire, con i partiti di buona volontà, nuove piattaforme di intesa e Patti nazionali e regionali sui problemi economici, sociali, culturali, valoriali delle famiglie, delle aziende, dei lavoratori e dei disoccupati, della crescente povertà delle famiglie, delle drammatiche situazioni delle città del mezzogiorno e tra queste Palermo e Napoli, non solo sulla base dei sondaggi ( talvolta manipolati), ma dall’ascolto diretto del popolo, che guarda spesso con diffidenza i luoghi, gli incontri, le proposte della classe politica, è uno dei tentativi sperimentati nella Convention, costituenti il piano relazionale dell’UDC- Italia e dei numerosissimi siti, blog, diffusi in tutta l’Italia.

Compito, non solo del nostro partito, è quello di riportare alla politica quanti si astengono o protestano contro le caste politiche, amministrative, aziendali, succubi di una antipolitica, o meglio di una antipartica esternazione , strisciante e perniciosa, che sfocia nelle liste elettorali, come in Sicilia, bizzarre e fantasiose, dai Forconi al nipote di Sturzo, ai sindaci, ai localismi territoriali, ai simboli del genere leghista, al partito del Sud e della Trinacria (depositati 47 simboli con tanti giochini), per contenere ,all’insegna di Berlusconi e delle future elezioni nazionali, quanti in ritirata (dai disastri incorsi), cercano riferimenti solo elettoralistici, per ridurre il consenso all’UDC –Italia (effetto laboratorio per futuri sondaggi nazionali e previsioni conseguenti alla preannunciata riforma elettorale).

Abbiamo pertanto potuto ascoltare nella Convention le voci e le aspirazioni di un futuro politico diverso per il Paese, di un rinnovamento dei partiti e della sua classe dirigente, ai quali chiede “voce e risposta” la base del paese, esternando le proprie idee, predisponendo, nel contempo, strumenti nuovi della comunicazione, per dare al consenso elettorale ed al controllo degli eletti quanto di meglio possano offrire i sistemi elettorali più consolidati.

Il tema della riforma elettorale e delle preferenze è stato, pertanto, al centro dei più significativi interventi e dell’incontro delle delegate delle Pari Opportunità donne d’Italia, presieduto a Chianciano, dalla Responsabile nazionale Pari Opportunità Maria Teresa Fagà, per ridare all’elettorato maggiori possibilità nella scelta della classe dirigente ed assicurare la presenza delle donne nei governi politici e in quelli delle Aziende e delle amministrazioni pubbliche.

L’argomento è stato opportunamente trattato, più che per calcoli partitici particolari, per dare una svolta al rapporto tra cittadini, parlamentari e classe dirigente politica, rapporto distrutto nell’ultimo ventennio e ancora monco per quanto riguarda la partecipazione femminile e quella del mondo intellettuale, dei sindacati, delle professioni, del terzo settore.

Nel 150° dell’Unità d’Italia, a Marsala ,dove sbarcò Garibaldi, abbiamo riconquistato con l’UDC della Sicilia il comune con una donna, Giulia Adamo, oggi sindaco della città, pure presente a Chianciano. Un segnale per le altre amministrative del 2013

Si spiega in questo contesto l’entusiasmo delle partecipanti alla Convention destato dall’intervento di Emma Marcegaglia, quasi regina degli applausi tributatile, estimatrice degli interventi politici dell’UDC-Italia, una delle aspettative politiche del Paese.

Ed a Passera è toccata la stessa sorte nel lungo intenso dialogo con i giovani speranzosi di un futuro diverso e possibile.

Come donne, si è detto nella Convention, aspiriamo al rinnovamento ed alla integrazione della classe dirigente del Paese, partendo dalla base, dal popolo d’Italia, dai giovani, dalle famiglie ,dagli intellettuali ,dagli imprenditori, da “ascoltare” ed a cui, nei giorni scorsi ci ha richiamato, ancora una volta , il cardinale Bagnasco, invitando le forze del Paese ed i singoli cittadini alle responsabilità, per operare “assieme”, come afferma il presidente della CEI, per superare le difficoltà del momento e convergere al bene comune.

La nostra tradizione laica e non confessionale, ci permette di ricordare, talvolta con insistenza, le indicazioni dei vescovi per formare e fare emergere una nuova classe dirigente ai massimi livelli politici nazionali e locali, espressione delle diverse realtà, culture e voci del Paese .

Ed ora ci prepariamo alle assemblee provinciali ed a quella regionale delle donne di Sicilia, in vista della Convention nazionale programmata per i prossimi mesi.

Vogliamo contribuire a dare al nuovo simbolo, UDC-Italia tutto il carattere di una ricca prospettiva partitica, aperta maggiormente alle donne, alla società articolata e propositiva, all’attenzione di tutte le aree geografiche, culturali e sociali d’Italia ed a quella del Mezzogiorno, in particolare, ove le richieste di una legalità diffusa, giustizia, pari opportunità, sono legate ad un possibile ritorno alla politica non separatista, ma unitaria ed europea.

Qui viviamo il dramma della crescente disoccupazione giovanile e delle donne al limite della tollerabilità, mentre assistiamo all’esplosione degli incendi dolosi, dei boschi e delle discariche, alle carenze infrastrutturali dei trasporti, alla occupazione delle Chiese, ultima speranza di solidarietà e di accoglienza dei precari dagli incerti salari, dei lavoratori dalla forzata, quanto possibile,cassa integrazione per la chiusura delle fabbriche, dei super mercati, dei cantieri ferroviari e stradali, (Fiat, Raffinerie, Aerotrasporti, industrie elettroniche, ),mentre i migliori cervelli emigrano in Germania e nel mondo, impoverendo le comunità rurali come le grandi città.

Ed i precari, i disoccupati, i disamorati dalla politica, gli intellettuali, cercano energie, fuori dei partiti, o dentro improvvisati contenitori partitici, privi di contenuti.

Come donne, in particolare, vorremo dare, con un supplemento di attivismo degli enti locali e delle loro risorse produttive, il nostro apporto ad una reale sussidiarietà dei servizi alle famiglie ed alla gioventù, attestarci a recuperare , i ragazzi e i giovani che abbandonano gli studi, attraverso il potenziamento delle strutture scolastiche e parascolastiche, universitarie, di ricerca, di formazione professionale, per le potenziali risorse umane e di lavoro che potremo offrire in un domani, per i servizi, così necessari per la competitività dell’economia della Sicilia, (nel commercio, nel turismo, nell’agricoltura di eccellenza, nell’agroalimentare ), nella sua strategica posizione per l’Europa e la cooperazione con tutti i paesi mediterranei e l’Africa .

Vorremmo, nella tradizione culturale di Sturzo, di Sciascia, di La Pira, di Nigro, Abbate, Mazzamuto, Rabbito, Lauricella, Consolo, Bufalino e per le virtù mostrate dei tanti eroi civili e religiosi della nostra terra (da Falcone a Borsellino,a don Pino Puglisi, a Diana,) che il pessimismo che traspira da letterati come Matteo Collura, venisse superato da una eroica testimonianza dei partiti e dall’UDC-Italia, tra questi .

Non vogliamo più leggere amare considerazioni, come quelle dell’editoriale di Collura: ” I politici, gli intellettuali, i preti, noi giornalisti non facciamo altrochè illuderci ed illudere che ancora vi sia spazio per correttivi e terapie in grado di allontanare dal baratro le regioni del Sud, mentre chi ha occhi per vedere e meningi per ragionare si rende conto che il limite è stato già superato e quella che appare come vita non è altro che la fermentazione di un cadavere”.

Noi siamo ancora tra coloro che credono nella capacità reattiva e creativa degli uomini e delle donne, senza dimenticare la memoria di chi ci ha preceduto nell’interesse del bene comune dell’Italia.

Non rinunciamo, pertanto, alla fatica del vivere e del partecipare, con le idee e le testimonianze, anche nei Partiti, con i contenuti ed il patrimonio che come cattolici portiamo, per dialogare, a servizio del paese ,”legittimamente senza complessi e autorevolmente, sia all’interno di tutte le famiglie politiche europeiste, democratiche, riformiste, non populiste e attente a unire più che a dividere, sia in nuovi soggetti politici ”, come ci pare orientata una recente nota della presidenza dell’Ac, senza con ciò subire, pur rinnovando, come alla Convention di Chianciano, simbolo e strategie dell’UDC-Italia per il futuro del Paese e dell’Europa, il fascino di nuovi soggetti improvvisati o contenitori senza storia e senza contenuti.

 

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