postato il 10 Giugno 2016
A Montevideo gli incontri con i presidenti della Camera e del Senato dell’Uruguay, Gerardo Amarilla e Raúl Sendic. Successivamente, gli appuntamenti con esponenti del governo locale, con rappresentanti della comunità residente italo – uruguayana e con il Sindaco di Montevideo, Daniel Martinez. La visita si è conclusa alla SIM, la scuola italiana di Montevideo.
Poi lo spostamento a Santiago del Cile e la visita al Museo de la Memoria dove sono custodite le testimonianze dei tragici anni del regime. Mentre al Cimitero Municipale della capitale cilena abbiamo deposto una corona di fiori sulla tomba di Patricio Aylwin, primo presidente del Cile eletto democraticamente dopo la dittatura di Augusto Pinochet e gia’ presidente dell’Internazionale democratico-cristiana (Idc), insieme ai figli dello statista cileno e a una delegazione di funzionari e collaboratori. Nella sede del Parlamento cileno di Valparaiso, gli incontri con il Presidente della Camera, Osvaldo Andrade, e il Presidente del Senato, Ricardo Lagos Weber.
In serata al Palacio de La Moneda con la Presidente della Repubblica, Michelle Bachelet.
Poi di volta a Buenos Aires: nella capitale argentina lunghi e cordiali incontri col Ministro degli Affari esteri dell’Argentina, Susana Malcorra e con la Vice Presidente della Repubblica, e presidente del Senato, Gabriela Michetti. Infine, alla Casa Rosa l’incontro col Presidente dell’Argentina, Mauricio Macri.
postato il 30 Maggio 2016
L’intervista di Giovanni Rossi a Pier Ferdinando Casini, pubblica su Il Resto del Carlino
IL MEDITERRANEO dei dannati sputa vite e cadaveri: negli ultimi giorni 13.000 migranti salvati, almeno 700 annegati. Donne e bambini soprattutto. Ma anche uomini stremati da mesi di stenti, violenze, torture. L’abisso sotto gli occhi dell’Europa. Pier Ferdinando Casini, presidente della Commissione Affari esteri del Senato, stavolta tradisce una preoccupazione elevatissima: «Se al primo anticipo d’estate sbarcano 13.000 migranti, allora dobbiamo prepararci a un’invasione».
Martin Kobler, inviato Onu in Libia, sostiene che quest’estate non ci sarà «un’ondata».
«Il problema non è quanto accaduto fino alla scorsa settimana, ma quanto è successo appena il meteo ha incoraggiato le partenze. E nel 2015 era aperta la rotta balcanica. L’Italia adesso è molto più esposta».
Come dice il presidente Mattarella, è stato ingenuo pensare che bastasse sigillare i Balcani…
«Se a chi scappa da guerre e conflitti, come in Siria e Afghanistan, si aggiungono i disperati del Corno d’Africa e dei Paesi subsahariani, la pressione è talmente forte da dover necessariamente trovare un sbocco».
Nessuna soluzione?
«Ci sono quattro risposte, ma possono produrre un risultato solo se si danno tutte insieme. Più controlli alle frontiere esterne, pattugliamenti massicci e rafforzati con autentico impegno europeo, una seria politica di respingimenti, l’approvazione del Migration Compact. Che il premier Renzi ha già proposto all’Europa».
Applausi. E le risorse?
«Il nostro premier sa come farsi ascoltare. Stavolta però credo debba gridare più forte. Renzi lanci un vero Sos. Se i ritmi degli sbarchi sono questi, l’Italia non può farcela. È questa la vera priorità politica: più delle elezioni amministrative, più del referendum».
L’Europa delle risorgenti barriere non ha voglia di spendere per i ‘nostri’ sbarchi.
«Chi costruisce muri ha capito poco. L’unico modo per contenere i flussi – almeno quelli a prevalenti motivazioni economiche – è finanziare massicciamente i Paesi che non ce la fanno. In alcune aree dell’Africa operano entità statali pressoché fallite e il racket dell’emigrazione si allarga e prolifera proprio perché più potente».
Chi lo spiega alla Merkel?
«Gliel’ha detto Renzi, glielo ripeterò anche io, tra poche ore, all’assemblea del Ppe, assieme al ministro dell’Interno Alfano. Rinviare una risposta strategica complessiva – di controllo navale e finanziamento alle realtà più esposte – produrrà solo maggiori spese nell’emergenza, oltre che perdite di vite umane e colossali inganni per chi arriva e diventa merce di scambio».
Demolisce la cooperazione?
«Due giorni fa sono stato al centro profughi di Rosarno, in Calabria. Cinquemila migranti in un paese di dodicimila. Situazioni indecenti nonostante il prodigarsi di preti e volontari veri. Simili concentrazioni finiscono solo per ingrassare un’economia parallela che gioca al ribasso in zone già depresse. Senza contare i crescenti appetiti di una cooperazione con tante mafiette che puntano a convenzionarsi con il Viminale perché sui migranti vorrebbero prosperare. Non possiamo permetterci incrostazioni simili».
In Libia l’Italia è impantanata?
«No, ha giocato bene le sue carte diventando il primo sponsor del governo al-Serraj».
Siamo alleati di fatto con Germania e Turchia, che sulla chiusura balcanica hanno fatto asse. E se visto lo stallo tra Tobruk e Tripoli gli Usa si defilassero…
«Non lo faranno. Anzi, proprio in queste ore, assieme agli inglesi, stanno esercitando pressioni fortissime sul generale Haftar perché Tobruk si sottometta a Tripoli. Se Haftar lo farà avrà il ruolo che merita. Non può pensare di esercitare un contropotere. Tanto più che le brigate di Misurata, fedeli a Tripoli, proprio oggi sono arrivate a 12 chilometri dal centro di Sirte, principale roccaforte dell’Isis. Stanno sminando. Poi daranno l’ultimo assalto. Parte dei miliziani Isis è già in fuga via mare, sui gommoni. Anche per queste evenienze servono un pattugliamento massivo e un accordo interlibico. Senza il quale il racket degli scafisti continuerà a inondarci di profughi».
postato il 20 Maggio 2016
A Tunisi per partecipare al congresso del partito Ennahda

Oggi a Tunisi Ennahda compie una straordinaria rivoluzione politica e culturale nel mondo arabo.
Abbandona il concetto di Islam politico e abbraccia l’idea di partito civile, distinguendo tra religione e politica. Ghannouchi compie una svolta che può essere il modello da esportare nel Mediterraneo.
postato il 9 Maggio 2016
L’intervista di Osvaldo Baldacci a Pierferdinando Casini pubblicata su Il Giornale di Sicilia.
II Papa latinoamericano e il presidente statunitense gridano agli europei smarriti che serve più Europa, e hanno ragione. Chi fa demagogia in Italia dovrebbe capire che se l’Europa si dissolvesse l’Italia rischierebbe di diventare un enorme campo profughi per migranti, chiusa dai muri. Un’Europa forte, con valori chiari, è un elemento imprescindibile del nostro futuro. Ne è convinto Pierferdinando Casini, presidente della Commissione Esteri del Senato.
Presidente, venerdì tutta la leadership europea era riunita in Vaticano per consegnare il Premio Carlo Magno a Papa Francesco, il quale ha rivolto parole alte ma anche incandescenti. Che ne pensa?
«Il Papa coglie il terribile vuoto di leadership che c’è in Europa e lo colma in un’epoca in cui gli stessi leader europei sembrano alla ricerca di una fonte d’ispirazione che hanno perso. È simbolica la consegna del premio al pontefice da parte di tutta Europa che va a cercare conforto dalle parole del Papa. D’altro canto già Giovanni Paolo II è stato un gigante della nostra epoca in Europa, ma comunque il più grande tra altri giganti, come Helmuth Kohl e Mitterrand, e c’erano anche personalità come Andreotti e Ciampi. Oggi invece a parte la figura della Merkel appare solo un deserto».
Il Papa parla anche da capo della Chiesa, dopo che l’Europa ha rifiutato di riconoscere le proprie radici cristiane.
«Per un malinteso senso del multiculturalismo ci si rifiutò di inserire nella costituzione poi bocciata il richiamo alle radici cristiane. Quello è stato un errore capitale, la proiezione di una illusione grande come una casa, cioè che in nome dell’accoglienza noi dobbiamo abdicare alle nostre bandiere. Pensare che per accogliere altri dobbiamo essere privi di identità è follia. Anzi, solo la consapevolezza della nostra identità, solo se sappiamo chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo possiamo accogliere gli altri, tanto più se questi hanno un’identità forte come quella islamica».
Quindi cosa dobbiamo fare secondo lei?
«Occorre una grande semina dei nostri valori, che è il presupposto per accogliere. Inoltre quando accogliamo dobbiamo avere chiari dei valori indisponibili, punti dai quali non si recedere: ad esempio la parità delle donne, la tutela dei minori, la libertà religiosa. D’altro canto vorrei aggiungere che c’è chi fa la battaglia contro le moschee, ma io invece preferisco le moschee agli scantinati dove si trovano ammassate centinaia di persone senza alcun controllo e che magari vengono trasformati in luoghi di propaganda. Nelle moschee invece ci possono e ci devono essere verifiche, controlli delle autorità, sermoni in italiano».
Accogliere è anche un problema di gestione delle risorse…
«Accogliere è un’esigenza non solo morale ma anche economica, gli indici demografici sono un dato da cui non possiamo scappare, con la denatalità dell’Europa e la grande crescita dei Paesi alle nostre porte. Bisogna scegliere tra integrazione o invasione».
In Italia i sentimenti di ostilità all’Europa e all’immigrazione sembrano crescere. [Continua a leggere]
postato il 2 Maggio 2016
La decisione che proviene dal Tribunale dell’Aja sul ritorno in Italia del Fuciliere di Marina Salvatore Girone suscita una grande soddisfazione in tutti noi. Non è solo un grande risultato ottenuto dal Governo ma da tutto il Parlamento, maggioranza e opposizione, che ha mostrato una straordinaria prova di coesione nazionale. Adesso la strada è intensificare la collaborazione diplomatica con l’India per risolvere il contenzioso ancora esistente
postato il 30 Aprile 2016
La lettera di Pier Ferdinando Casini al Direttore di Quotidiano Nazionale
CARO DIRETTORE,
dopo aver letto l’edizione del Quotidiano Nazionale di ieri, non ho resistito alla tentazione di spiegare il mio pensiero al giornale della mia città, che pubblica una foto storica del comizio del Polo delle libertà del 1996 a Piazza San Giovanni. Proprio da quella foto e dai miei capelli neri traggo una prima considerazione: non c’è nulla di più patetico di 60enne che voglia dimostrarne 30!
Il tempo è passato e riproporre il centrodestra di 20 anni fa non sarebbe solo una nostalgia,ma soprattutto un errore colossale.
Stiamo vivendo tempi terribili; il Mediterraneo è in fiamme e i paesi del Centro e Nord Europa hanno la tentazione di alzare nuovi muri. La politica sta morendo e il populismo, le battute ad effetto, il cosiddetto popolo della rete rischiano di portare in trionfo Trump negli Usa, Le Pen in Francia, Podemos in Spagna, nuovi idoli che potrebbero vincere le elezioni, ma di certo non risolverebbero problemi destinati ad aggravarsi.
All’Italia non servono coalizioni che ripropongano, dalla giustizia all’economia, più o meno le stesse ricette di Beppe Grillo. C’è già l’originale e ogni copia sarebbe solo inutile. All’Italia serve un’area liberale moderna che abbia la visione di ciò che sta accadendo nel mondo e di come si può tutelare l’interesse nazionale; serve una nuova idea di Europa a noi indispensabile, perché la gente che ragiona ha capito che il nostro Paese sarà il primo a pagare il fallimento europeo, magari diventando un gigantesco hotspot per i rifugiati.
Si è interrotto negli anni scorsi un cammino per i moderati italiani. Non so se sarà possibile ricostruire un’idea comune del futuro, ma so che una deriva populista e demagogica non ci porta da nessuna parte. Per questo la scelta di Berlusconi a Roma è stata importante, ma è solo il primo passo di un percorso ancora da intraprendere.
Il vero favore a Renzi – mi si consenta di rispondere a polemiche un po’ ridicole – sarebbe quello di consegnargli l’esclusiva su questa area, inseguendo pifferai magici con spartiti tanto accattivanti quanto autolesionistici.
postato il 29 Aprile 2016
Non è più tempo di risentimenti

L’intervista di Ugo Magri a Pier Ferdinando Casini pubblicata su La Stampa
Berlusconi che scarica la destra: cosa fa venire in mente a un moderato come lei, Casini?
«Che la tigre magari non è più quella di trent’anni fa, però sa ancora graffiare. E soprattutto va nella direzione giusta».
Partiamo dalla tigre: come mai improvvisamente s’è risvegliata?
«Ma è ovvio. Salvini e la Meloni applaudono le esternazioni di magistrati come Davigo, svillaneggiano l’azienda di Berlusconi, sostengono che lui s’è venduto a Renzi per salvare le tivù, come possono poi pretendere che lui si accodi? Forse avevano fatto i conti con la sua caricatura. Invece con questa mossa Silvio ha dimostrato di essere lucido e ancora in campo».
In campo per cosa? Per riproporre se stesso come ai vecchi tempi?
«No, qui non si tratta di riprodurre le ricette del passato, perché quel passato non esiste più. Viviamo momenti difficili. Se pensiamo a ciò che succede nel Mediterraneo, alle guerre che ci mandano ogni mese migliaia di rifugiati, alle barriere che l’Austria vuole rialzare ai nostri confini, al rischio che l’Italia si trasformi in un gigantesco “hot spot” per gli immigrati, una cosa appare chiara: se l’Europa ha un torto è che non si fa rispettare abbastanza. E se la Merkel non piace, allora per l’Italia sono mille volte peggio i populisti nazionalisti che vogliono prenderne il posto».
Stavamo parlando dell’appoggio di Berlusconi a Marchini e lei tira fuori la Merkel. Perché?
«Perché i moderati non si possono più nascondere. Se ancora pensano che, per resistere, debbono inseguire o scimmiottare i populisti, vuol dire che faranno la fine dei socialisti e dei popolari austriaci i quali, sommati insieme, si sono fermati al 22 per cento. Invece con la scelta di Berlusconi a Roma c’è la possibilità di far pesare la differenza abissale che esiste tra moderazione e populismo. Cioè una questione che va oltre i destini personali di Marchini, di Bertolaso, di Casini. Qui si sta decidendo una certa idea della politica e dell’Italia».
Salvini e i Cinquestelle però insinuano che, in questo modo, Berlusconi fa un regalo a Renzi.
«È esattamente l’opposto. Se i moderati italiani non rialzeranno la testa, quella sarà la volta che Renzi si approprierà definitivamente dei loro elettori. Non si fa alcun favore al premier, lo si fa all’Italia che ha bisogno di ragionevolezza e buonsenso».
Davvero crede che quest’area moderata possa rimettersi insieme?
«Certo, è un cammino pieno di incognite. Ma con la candidatura di Parisi a Milano, e con quella di Marchini a Roma, incomincia una stagione in cui i moderati la smettono di demonizzarsi reciprocamente. E’ più facile alle elezioni amministrative perché una parte collabora con Renzi, un’altra è all’opposizione. Però non credo che Berlusconi voglia stare nella politica italiana per favorire la vittoria dei Cinquestelle. Se non ricordo male, la firma sotto il patto del Nazareno ce l’aveva messa Berlusconi, mica Alfano».
Ha ottima memoria. Ma quelli che lei vorrebbe rivedere insieme hanno passato gli ultimi anni a litigare…
«Oggi i risentimenti sono un lusso che non ci possiamo permettere. C’è un’emergenza che riguarda i nostri figli e il futuro dell’Italia. Davanti a una simile situazione, che Alfano e Berlusconi non si parlino è una cosa fuori dal mondo e anche poco credibile, perché dopo essere stati insieme tutta la vita non è che improvvisamente possono pensarla all’opposto».
Lei ha buoni rapporti con entrambi. Tenterà di farli dialogare?
«Io il mio percorso l’ho fatto, non vivo né di rimpianti né di rivalse. Per cui posso impegnarmi perché tra tutti i moderati si riallacci un filo»
postato il 27 Aprile 2016
L’intervista di Fabrizio de Feo a Pier Ferdinando Casini pubblicata su Il Giornale

Presidente Pier Ferdinando Casini, lei davvero vuole fare il partito unico con Berlusconi e allearsi con Renzi?
«Diciamo che quella è la sintesi che ha fatto Repubblica più che la riproposizione esatta del mio pensiero. Ma è evidente che è arrivata l’ora di riaprire un dialogo. Scongelare i rapporti può essere utile sia a lui che a noi. Siamo di fronte all’ultima chiamata per i moderati».
Cosa risponde a chi ritiene che intraprendere un percorso del genere significa «consegnarsi» a Renzi?
«Io faccio un ragionamento disincantato osservando la realtà. Prima di tutto non si può andare avanti con questa assurda incomunicabilità tra Berlusconi e Alfano. Punto secondo non si può continuare a ragionare come se lo scenario politico fosse lo stesso di venti anni fa».
Qual è la differenza maggiore rispetto ai tempi in cui il centrodestra ha costruito la sua esperienza di governo?
«Innanzitutto sono cambiati gli equilibri elettorali con Renzi che oggi è nelle condizioni di dare lui le carte. E poi il bipolarismo di un tempo è finito con l’affacciarsi sull’orizzonte politico europeo di forze che abbinano caratteristiche lontane dalla nostra storia: il sentimento anti-europeo e il giustizialismo. E penso alla Le Pen come a Podemos mentre in Italia è evidente che sono i 5Stelle la forza trainante, con buona pace di Salvini e Meloni. Così come non si può ragionare senza tenere conto della minaccia terroristica e di ciò che sta accadendo nel Mediterraneo a poche centinaia di chilometri da noi. Fattori che creano una instabilità che i partiti populisti non fanno che enfatizzare e cavalcare».
Quindi lei vede come inevitabile la costituzione di un asse anti-estreme tra forze del Ppe e del Pse?
«Non sarebbe certo un unicum italiano. É ciò che in Germania stanno sperimentando da tempo e lo stesso Europarlamento è governato così. Oggi l’incontro tra democristiani e socialisti è necessario per non essere sommersi dal populismo. In questo senso trovo irresponsabile chi in Italia tifa per la caduta della Merkel che ci consegnerebbe a soluzioni di governo tedesche per noi molto più negative».
Perché lei lancia adesso questo appello a Berlusconi?
«Nessun appello, ma in queste Amministrative è successo qualcosa di importante. Berlusconi a Milano ha indirizzato il centrodestra verso un candidato di garanzia democratica come Stefano Parisi. A Roma ha rifiutato di farsi schiacciare sulle estreme e diventare subalterno a Salvini e alla Meloni, dimostrando che non intende morire su quel versante, anche se io avrei preferito un ticket tra Alfio Marchini e Guido Bertolaso. Spero ci sia ancora la possibilità di un accordo. Ora, però, è arrivato il momento di sposare il Ppe come chiave identitaria e distintiva e riaprire davvero un cantiere così da dare forza e credibilità ai moderati e fermarne la dispersione».
Quale ruolo immagina per Berlusconi in questo contenitore?
«Berlusconi ha vinto quando si è posto come collante di sensibilità diverse. Io a Berlusconi voglio bene proprio perché mi sono diviso da lui mentre tutto il mondo lo applaudiva. Una cosa va riconosciuta: ha il merito storico di aver saputo convogliare il separatismo di Bossi verso il regionalismo e di aver costruito le condizioni per le quali Fini ha fondato Alleanza Nazionale, rinnegando il fascismo. Oggi bisogna trovare tutti insieme la forza, nel momento in cui il Ppe è più debole e l’Europa mostra di non saper più funzionare, di percorrere nuovi schemi. Ricordo bene quando Berlusconi – così come Prodi – dicevano che se non si fossero controllati i confini esterni saremmo finiti a costruire i muri interni. Questa profezia si sta avverando».
postato il 26 Aprile 2016
L’intervista di Tommaso Ciriaco a Pier Ferdinando Casini pubblicata su Repubblica
«La scelta di Bertolaso dimostra che Berlusconi non si rassegna a una sterile subalternità rispetto ai due populisti Salvini e Meloni. I moderati di Forza Italia e quelli che invece sostengono Renzi devono tornare a parlarsi».
Nel giorno in cui Silvio Berlusconi detta con una lettera al Giornale la nuova linea centrista («FI è come il Ppe») – e Giorgia Meloni giudica «finita la coalizione» – Pier Ferdinando Casini propone di sfruttare questo strappo per dar vita al Ppe italiano. «Ora o mai più, è l’ultima chiamata».
Casini, il caos di Roma può segnare la svolta?
«Io sostengo Marchini, ma l’aver resistito alla candidatura della Meloni è il segno che Berlusconi non vuole essere subalterno al populismo nazionalista e al becero qualunquismo antipolitico degli alleati. Oggi l’alleanza di centrodestra è sbilanciata a favore delle componenti estreme, che vogliono creare in Italia una succursale del lepenismo. Quelli che plaudono a Davigo sono Salvini e Meloni, dovrebbero riflettere i moderati di Forza Italia che propongono un vassallaggio completo a questi signori. Mi auguro che nasca un ripensamento che eviti la dispersione dei moderati».
Su quale terreno, quello del sostegno al governo?
«Si può discutere se la scelta giusta per un moderato sia sostenere Renzi, come faccio io, o se è meglio un’opposizione non populista al governo. Questi due filoni, in ogni caso, hanno grandi possibilità di incontrarsi, avendo più affinità di quanto si immagini. Pensate ad esempio al Jobs act e alla giustizia».
Quindi dialogo tra FI e Renzi?
«Non so dove porterà, ma certo chi sta oggi all’opposizione ha firmato ieri il Patto del Nazareno. C’è molto su cui lavorare. Ed è l’unica possibilità per Berlusconi di essere protagonista».
Protagonista o leader?
«La sua forza è quella di prendere ancora milioni di voti, però è fuori ormai dal Parlamento. Il tempo passa per me e anche per lui…».
E a Renzi conviene parlare con Berlusconi?
«Il dialogo è essenziale anche per lui, che mi sembra sia impegnato in una marcia tutt’altro che trionfale contro i cinquestelle. La sinistra interna lo boicotta, i costituzionalisti lo combattono. Da solo difficilmente riuscirà a occupare il fronte moderato».
E può farlo con FI, accreditata a un misero 6%?
«Non è un dato reale. Sono al 6% perché non si capisce da che parte sta Forza Italia. Io preferisco il Berlusconi che riceve Weber e dialoga con il Ppe».
Ppe italiano tutti assieme?
«È la mia strada. Il Ppe vive una crisi profonda. O chiude baracca, oppure cerca di costruire contenitori moderati nella singole realtà nazionali».
Lei parla con l’ex Cavaliere?
«L’ho visto due o tre mesi fa a una cena. E sentito per Pasqua. Comunque non servono conciliaboli segreti, ma un percorso di unità dei moderati, sotto le insegne del Ppe, alla luce del sole. E poi scusi: non ha più senso l’incomunicabilità tra Berlusconi e Alfano. Ha visto cosa gli hanno fatto Salvini e Meloni? Molto meglio Angelino…».
postato il 22 Aprile 2016
Conferenza stampa con il vice presidente del governo libico di unità nazionale, Ahmed Maitig ed il presidente della Commissione esteri della Camera, Fabrizio Cicchitto.

L’ idea é quella di estendere la cooperazione che l’Europa ha realizzato in Turchia anche in Libia e nei Paesi limitrofi. La strada é questa. E’ inutile vagheggiare operazioni militari che hanno già dato pessimo esito in passato.
Il governo al Sarraj, insediato a Tripoli, lavora per riunire i libici. Non servono interventi militari stranieri, ma piano di sostegno Ue.
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