postato il 30 Dicembre 2019 | in "Esteri, Rassegna stampa"

L’Italia si svegli o la Libia è perduta. E adesso l’Europa ritrovi unità

L’intervista di Marco Ventura pubblicata sul Messaggero
«Spero che i ministri degli esteri europei il 7 gennaio vadano in Libia con le idee chiare e non si limitino a una litania di buone intenzioni. Siamo già fuori tempo massimo. L’Europa e l’Italia si sveglino o la Libia è perduta». Lancia l’allarme Pier Ferdinando Casini, presidente del gruppo italiano dell’Unione interparlamentare: «Una escalation militare a poche centinaia di chilometri dalle coste italiane può avere conseguenze devastanti sul controllo di fenomeni come l’immigrazione clandestina e le potenziali schegge terroristiche che possono partire, come già in passato, dall’Africa del Nord verso l’Europa».
Borrell, Di Maio e gli altri ministri cosa dovrebbero proporre?
«Devono avere un piano chiaro, altrimenti è meglio che restino a casa. Mi auguro però che questa missione sia il segno della volontà unitaria europea di immettere nell’Africa del Nord mezzi finanziari ingenti, allora sì che avrebbe un senso. Perché è vero che bisogna spingere per una soluzione politica e non militare, ma la soluzione politica oggi è nelle mani di Russia e Turchia e c’è il rischio che alla fine tutto si riduca alla spartizione della Libia tra queste due potenze».
Che cosa non si è capito in Italia?
«Non ci rendiamo conto che è in corso un gigantesco riassetto geopolitico, mentre continuiamo a correre dietro a parole d’ordine ormai prive di senso come quelle del sovranismo nazionale. Nel Mediterraneo si sono verificati due fattori importantissimi: uno è il ritiro americano dovuto alla filosofia dell’America first di Trump, ma cominciato con la presidenza Obama, per cui ci sentiamo improvvisamente soli. E tutti gli ingenui che hanno sfilato in questi anni coi cartelli Yankee, go home devono fare i conti con una realtà molto più difficile, e senza la tutela dell’ombrello Usa. Il secondo elemento, combinato con il primo, rende la situazione devastante ed è la possibile inconsistenza e irrilevanza di noi europei. Paesi come la Francia che finora hanno fatto i furbi sulla Libia, raccolgono quello che hanno seminato: non contano loro, non contiamo noi, non conta l’Europa».
Siamo in tempo per riprendere l’iniziativa?
«La missione di gennaio rischia di essere simbolica. La situazione è così deteriorata, che andiamo a dare pacche sulla spalla a Sarraj, mentre i turchi gli danno armi. E c’è, terzo elemento, lo svuotamento delle organizzazioni internazionali. L’Onu non ha mai governato il mondo neanche in passato, ma esercitava una moral suasion. Ora invece, incontrando i parlamentari italiani, il segretario generale Guterres ha ammesso con onestà che i suoi moniti sono stati semplicemente ignorati, sulla Libia come sulla Siria e sull’Ucraina. Nel Mediterraneo è tornata la Russia e dà le carte in Siria e Libia. E si assiste al risorgere di una assertività neo-ottomana: la Turchia non si accontenta più di svolgere un ruolo regionale, sta diventando un player globale. Lo vediamo bene anche nei Balcani, dove insieme a Paesi come il Qatar, Ankara sta incidendo pesantemente sugli equilibri».
Per l’Italia è difficile capire con chi stare…
«Il problema è che in Libia è in corso una guerra per procura: da una parte russi, egiziani e Emirati arabi, dall’altra Turchia e Qatar. Ma dov’è l’Italia? Dov’è l’Europa? Anzitutto, gli europei devono procedere uniti. Perché le divisioni di questi mesi, nella migliore delle ipotesi, sono state cavalcate da chi voleva intervenire militarmente. Secondo, bisogna cercare di essere parte del negoziato, rimontando il terreno perso in questi mesi, e non ci si riesce solo con le belle parole. Per avere un potere negoziale, va almeno attuato un serio piano di intervento finanziario sulla Libia. Non volendo diventare mercanti d’armi, ma volendo contare qualcosa, dobbiamo far valere la nostra rilevanza per esempio sul fronte energetico. E dobbiamo rafforzare la presenza economica europea, raccordandoci con Paesi come Algeria e Tunisia che non hanno interesse a presenze esterne stabili in quell’area».
Ma si può prescindere dall’uso della forza?
«Più si attenua la moral suasion delle grandi organizzazioni internazionali, più i conflitti vengono regolati dalla forza. Ma non c’è più lo Zio Sam. Sul campo la forza è quella di Russia e Turchia, mentre è già penetrata anche in Africa la forza economica della Cina, non solo attraverso la Via della Seta. È significativo che Pechino abbia impiantato per la prima volta una sua base militare all’estero a Gibuti, nel Corno d’Africa. Si sta creando un mosaico nuovo, che dovrebbe dare la sveglia a chi in Europa pensa ancora di poter vivere di rendita».

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