postato il 20 Ottobre 2016 | in "Politica, Rassegna stampa, Riforme"

«La famiglia Bush con la Clinton come i moderati con Renzi»

Nel mondo lo scontro non è più tra destra e sinistra ma tra populismo e serietà
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L’intervista di Marco Ventura pubblicata sul Messaggero

Pier Ferdinando Casini di nuovo in campo nazionale con l’iniziativa dei “centristi per il Sì” al referendum, dopo due anni di impegno esclusivo in politica estera da presidente della Commissione al Senato.

Perché proprio adesso?
«Il referendum sarà lo spartiacque della politica italiana, finalmente avremo un momento di verità. Più ci si avvicina al 4 dicembre, più le posizioni si chiariscono: da un lato chi tenta di riformare le istituzioni dopo decenni di insuccessi, dall’altro una variegata convergenza di persone che cercano solo di bocciare il governo e il premier Renzi».

Anche Mario Monti è per il No. Sorpreso?
«Le parole di Monti hanno il pregio di essere esplicite: lui riconosce che la riforma migliora la Costituzione, ma boccia il governo e per questo dice No».

Non è una buona ragione?
«Da D’Alema a Monti, da Pomicino a Zagrebelsky, tutti seminano vento, ma a raccogliere i frutti saranno Grillo e i 5 stelle che potranno dimostrare che siamo irriformabili e solo loro sono i demiurghi del cambiamento».

Nella variegata compagine del No ci sono tanti moderati…
«Oh, sì, c’è anche chi ha votato la riforma ed è tra i capifila del No, e chi nel centrodestra ne ha votata una analoga nel 2005 e oggi denuncia la deriva autoritaria di Renzi con gli stessi argomenti stucchevoli usati per vent’anni contro Berlusconi. Girando l’Italia coi “centristi per il Sì” ho visto che la maggior parte dei moderati voterà Sì: hanno capito che con il No a vincere non sarà Berlusconima Grillo».

Berlusconi ha ribadito in modo chiaro il suo No.
«Fa il minimo indispensabile per non mettere in discussione l’alleanza con Salvini e la Meloni, è una posizione conservativa. Ma è troppo intelligente per impegnarsi seriamente in questa campagna, perché teme Grillo e come ogni italiano serio che abbia interessi cospicui, sa il rischio che corre. Lui è l’ultimo a poter credere alle sciocchezze sulla deriva autoritaria di Renzi. Fa campagna per il No, ma in do minore».

E se vincerà il No? Berlusconi invita a fare le riforme insieme.
«È un modo per salvare le apparenze, la dimostrazione che i più avveduti fautori del No sono consapevoli della loro debolezza e cercano di condirla, renderla potabile, assicurando collaborazione dopo. Parisi aveva proposto l’assemblea costituente, se ne parla da vent’anni e sappiamo com’è andata. Anche D’Alema dice di avere una proposta in 4 punti per una riforma immediata. Allora perché l’ha tenuta nel cassetto per trent’anni mentre l’Italia restava al palo?»

Che cosa succederà, dopo il referendum dell’area dei moderati? Parisi ha un futuro?
«Tra le tante persone che Berlusconi ha incrociato nella sua vita pubblica, io penso di essere uno dei pochi che verso di lui hanno solo sentimenti di amicizia. Posso dire quindi che oggi i moderati italiani non possono avere il loro futuro nel centrodestra. La sfida è tra populismo e riformismo».

Tradotto?
«I moderati che vogliono salvare il paese aiutano Renzi, evitando che l’Italia assuma una deriva preoccupante. Parisi è una persona per bene, anzi per benissimo, ma la sua iniziativa politica non è palpabile».

Sono tanti i gruppi moderati anche nella maggioranza.
«È il momento di assumersi le responsabilità, non ci si può barcamenare coltivando illusioni. Non c’è alternativa alla stabile collaborazione con Renzi, costruita su qualcosa di serio. Che non sono le adunate di naufraghi o parlamentari in cerca di ricollocazione, ma gente in grado di parlare al Paese in un linguaggio di serietà e professionalità politica. Non serve una zattera parlamentare, ma creare una prospettiva politica che prenda i voti dei moderati italiani».

Forza Italia rischia di spaccarsi ulteriormente?
«L’elenco di persone autorevoli che hanno l’hanno lasciata è lungo. Senza Berlusconi non c’è più neanche quella prospettiva politica. Finché in Italia c’era una dinamica polare destra-sinistra, tutto si teneva in una camicia di forza. Oggi la dinamica è tra populismo e riforme. Anche in America sono saltati gli schemi: la Clinton è votata dalla famiglia Bush».

Che cosa succede se vince il No?
«La matassa dovrà dipanarla il Capo dello Stato, in quella sede si dovrà prendere una decisione sul prosieguo della legislatura. Difficile creare una maggioranza alternativa. C’è un cartello di No ampio ma tanto variopinto e in sé contraddittorio che possono solo bocciare tutti insieme Renzi».

Se vincerà il No sarà la fine delle riforme per anni, come dice Renzi?
«Non c’è dubbio, sarà la prova che l’Italia è un paese irriformabile e il danno internazionale sarà enorme. Ci sono state diverse bicamerali sulle riforme. Tutte fallite. La vittoria del No sarebbe una ferita da cui l’Italia potrà riprendersi, a fatica, dopo molti anni. Chi si illude che non sia così e il processo delle riforme possa ripartire subito, o è in malafede o fuori dal mondo».

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