postato il 23 Agosto 2022 | in "Elezioni, Interventi"

Io scivolato a sinistra? Il baricentro della coalizione non sarà certo Fratoianni

L’intervista pubblicata sul Corriere della Sera, a cura di Giuseppe Alberto Falci

 

Presidente Pier Ferdinando Casini, è la sua seconda volta a Bologna da candidato del centrosinistra al Senato. Ritiene di aver fatto abbastanza per costruire un rapporto con un territorio che conosce bene e che però ha un’identità chiara e diversa dalla sua?
«Questo lo devono dire i bolognesi che mi conoscono da più di 40 anni, che sanno come sono stato sempre presente e attivo nei momenti belli e in quelli brutti della nostra comunità».

Nel 2018 come andò la campagna elettorale? Si ricorda che parlò attorniato da una corona di ritratti del comunismo italiano: Palmiro Togliatti, Antonio Gramsci, Giuseppe Di Vittorio ed Enrico Berlinguer?
«Già alle ultime elezioni fu chiaro che non si trattava e non si tratta di omologare storie diverse, ma di trovarci insieme a difendere alcuni principi. Non possiamo più rimanere prigionieri degli stereotipi di Don Camillo e Peppone, ma nessuno deve vergognarsi del suo passato. Se si è fatta politica con onestà e sentimento, significa aver dato il proprio contributo in buona fede».

Restano critiche da parte dei circoli del Pd. Come replica?
«Con rispetto ma con la convinzione che il risultato farà giustizia di molte amplificazioni giornalistiche».

La sfiderà Vittorio Sgarbi che dice: «Pier Ferdinando viene da un mondo che ora è lo stesso che propone me al suo posto».
«Sgarbi lo conosciamo tutti, può dire ciò che vuole. Per me è solo benvenuto a Bologna».

Con la sua candidatura nel Pd lei è l’unico Dc che rischia di non morire democristiano?
«Non ho capito la domanda».

Per dirla con Totò, si butta a sinistra…
«Per quanto mi riguarda la Dc è stata la mia vita e sono fiero di aver militato in questo partito. Ma la Dc dal 18 gennaio del 1994 non si presenta alle elezioni e lo stesso vale per il vecchio Pci. Per quanto riguarda la mia morte, preferirei parlarne un po’ più avanti».

Enrico Letta dice che lei servirà a difendere la Carta. Guiderà lei il dialogo sulle riforme con la garanzia che non si vari il presidenzialismo?
«Sarei presuntuoso se pensassi di essere sufficiente. Vi sono sistemi presidenziali perfettamente democratici. Il presidenzialismo in sé non può essere demonizzato. Il problema è la concreta esperienza italiana che ci ha dimostrato con chiarezza che la figura del presidente della Repubblica è per tutti garanzia di affidabilità istituzionale. Trasformare l’arbitro in giocatore significa privare gli italiani di una tutela super partes e coinvolgere il Presidente nella contesa politica quotidiana. Non vedo vantaggi, ma solo un’enorme quantità di incognite. Inoltre, bisognerebbe smontare tutto il nostro assetto istituzionale. Sfido chiunque a ritenere che gli italiani identifichino questo come la loro priorità».

Come giudica Berlusconi quando sembrò dire che se passa il presidenzialismo Mattarella deve dimettersi?
«La giudico come un’inaccettabile provocazione che per primo Berlusconi ha smentito qualche ora dopo».

Lei auspicava un’alleanza allargata a Calenda e si è ritrovato Nicola Fratoianni.
«Speravo si concretizzasse l’accordo con il leader di Azione, comunque l’atteggiamento di Letta è stato serio e coerente. Inoltre, pur con tutto il rispetto dovuto a Fratoianni, credo che il baricentro della coalizione sia in tutt’altra direzione, come dimostrano i voti espressi dal Pd in Parlamento. Il resto sono chiacchiere o polemiche elettorali».

Un errore far finire l’esperienza del governo Draghi?
«Un gigantesco errore causato dai 5 Stelle e assecondato da Lega e Forza Italia in modo inopinato. Peraltro contraddicendo tutto il lavoro dei loro ministri. Un’altra donazione di sangue che hanno fatto a Giorgia Meloni».

La preoccupa la vittoria del centrodestra a guida Meloni?
«Certo che sì. Ma soprattutto mi preoccupa la superficialità con cui questa coalizione affronterebbe il rapporto con l’Europa, le promesse elettorali come la flat tax in presenza di un Paese seduto su una polveriera come il nostro debito pubblico. In privato anche esponenti di primo piano della destra manifestano gli stessi timori».

Lei è un veterano del Parlamento: nella legislatura che sta per concludersi ha pensato di lasciare la politica?
«Mai. La politica è la mia vita e comunque non si fa solo dal Parlamento, dove nessuno è indispensabile».

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