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Ucraina: Italia con postura di decoro e dignità

postato il 19 Maggio 2022

Il mio intervento dopo l’informativa del Presidente del Consiglio, Mario Draghi, sul conflitto tra Russia e Ucraina

La sfida è tra le dittature e democrazia, quello che Putin non può tollerare ai suoi confini

Signor Presidente, vogliamo la pace. Siamo contrari all’escalation militare.
Vogliamo tornare a una partnership NATO-Russia. Non vogliamo rialzare il muro di Berlino. Non vogliamo il ritorno alla guerra fredda. Il riarmo è pericoloso. Io credo che queste affermazioni a livello di principio ci trovino tutti uniti in quest’Aula, dal presidente Draghi all’ultimo dei nostri senatori. Questa opinione è indisponibile, cioè è un’opinione fondante, che si fonda sulle nostre regole di convivenza civile e anche sulla Carta costituzionale. Tutti dunque siamo d’accordo su queste affermazioni, ma cominciamo ad avere qualche dubbio quando queste affermazioni sono prodromiche ad altre affermazioni, che avanzano nell’opinione pubblica e che vengono in qualche modo sollecitate da forze politiche e anche da espressioni della cultura italiana.
Allora facciamo il passo successivo. La Russia in fondo – dicono questi – è stata un po’ provocata dalla NATO. E ancora: gli USA fanno i conti con l’Ucraina spingendola alla guerra con la Russia, vogliono che la guerra continui e tutto questo mette noi in contraddizione e in antagonismo con gli Stati Uniti. In fondo questa spinta degli Stati Uniti all’Ucraina è una mezza spinta anche contro l’Europa, perché chi è in difficoltà più di altri è l’Europa (questo è innegabile). E poi altre affermazioni: in fondo questa guerra conviene solo agli americani.
Quanto alla diversificazione delle fonti energetiche, presidente Draghi, il nostro ministro Di Maio è andato in giro, però non è che questi Paesi da cui prendete il petrolio e il gas siano più affidabili di altri. E poi, quanto ai prezzi, non siamo mica più sicuri che siano così competitivi con quelli russi.
Inoltre, perché lei ha detto che la Finlandia e la Svezia devono entrare nella NATO? In fondo, andiamo ad ampliare ancora la NATO, portandola ai confini russi. Ecco, colleghi, la prima parte teorica delle considerazioni per alcuni legittima questa seconda parte di considerazioni, che sono, né più né meno, mistificazioni.
Tutti noi, infatti, sappiamo bene che queste affermazioni o sono fondate su ingenuità, o sono fondate su malafede. In certe circostanze, nella politica e nelle istituzioni – colleghi, consentitemi una battuta – non si sa se sia più pericolosa la malafede o l’ingenuità, perché si fa fatica a capire. L’ingenuità è molto pericolosa per uomini di governo e delle istituzioni e la malafede ovviamente non può essere tollerata. L’Italia deve al governo Draghi e al Presidente della Repubblica una postura di decoro e di dignità sulla tradizione della politica italiana, dal dopoguerra degasperiano in poi, che ha trovato nella scelta europea e nella scelta atlantica una connessione inscindibile, perché non avremmo avuto l’Europa senza la scelta atlantica.
L’espansione della NATO è solo un alibi – come ci ha detto spesso il nostro Ministro della difesa – perché in realtà, se volevamo vedere, avevamo gli occhi per vedere. Avevamo gli occhi per vedere, nella vicenda georgiana del 2008; anche in Georgia c’è una prima modalità che si ripete: la creazione di un finto Stato, l’Ossezia del Sud. Poi vediamo che in Moldavia c’è la Transnistria. C’è una modalità di azione ripetitiva, perché rispondente alla strategia di destabilizzazione dei Paesi. Abbiamo visto l’occupazione della Crimea, poi abbiamo visto il Donbass. Qualcuno addirittura, così convinto che il ritorno della Crimea alla Russia fosse dovuto, è andato in gita in Crimea.
Colleghi, questi erano segnali che avrebbero dovuto aprire gli occhi dell’Occidente e oggi dobbiamo guardare alla realtà della cosa che va oltre il discorso puntuale del nostro Presidente del Consiglio. Qui la sfida – questo è un problema molto serio per noi – è tra le dittature e la democrazia. Quello che Putin non può tollerare è una democrazia ai suoi confini. D’altronde, dovevamo anche qui avere dei segnali che ci consentivano di capire. Vi ricordate quando una serie di intellettuali nei mesi scorsi parlavano di “democratura”? Che cosa sono le “democrature”? Da che cosa nasce questo concetto? È un concetto semplice, che nasce dall’interno del mondo occidentale.
In fondo, diciamo la verità, questa democrazia è piena di inefficienze. La burocrazia e la democrazia sono qualcosa di connesso, per cui il presidente Draghi non ha mica tempestività. Tanti dicevano che si sta Palazzo Chigi, ma non ci sono i comandi; lì non c’è nessuna sala con i comandi. Lui deve fare tante cose: i pellegrinaggi, poi ci sono le forze politiche; basti guardare cosa è successo ieri. La democrazia però, per guidare i processi di globalizzazione e modernizzazione, non è che vada tanto bene. Forse è meglio una “democratura”, con l’uomo forte.
Allora, colleghi, noi abbiamo una doppia sfida: la sfida alla democrazia che viene dalla dittatura e la sfida di chi dall’interno, ad esempio dell’Europa, cerca di minare l’idea stessa di democrazia e si colloca, con l’evocazione dell’uomo forte, in una sorta di limbo, che è la premessa per cadere dove molti stanno cadendo.
Dunque, colleghi, credo che l’Occidente sia chiamato a riscoprire la sua identità. Il sovranismo è indispensabile, ma a livello europeo. Se oggi possiamo parlare di pace, è solo perché non siamo venuti meno al dovere di armare chi veniva offeso sul suo terreno. Ho letto anche le indiscrezioni che però credo siano corrispondenti a un’oggettiva volontà del Governo di avviare un piano di iniziative, di negoziazioni e quant’altro. Ma se oggi l’Italia ha voce in capitolo e se noi oggi possiamo essere in grado di negoziare – e ha ragione nel dire che bisogna tenere i rapporti anche con la Russia, nonostante tutte le incomprensioni che ci sono -, questo è per quello che il Presidente del Consiglio – e mi è piaciuta l’espressione – ha definito la solidità della posizione italiana. Dunque, questa volta siamo stati solidi, non abbiamo cominciato a ondeggiare e c’è qualcuno che ha ancorato a una solidità la posizione italiana.
Credo che, per questo, il Gruppo per le Autonomie che ho l’onore di rappresentare dà un consenso al Governo, che non è formale ma mai come in questo momento sostanziale e convinto.

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Ucraina: Il M5s ha votato per le armi, poi ha cambiato idea in 15 giorni

postato il 7 Maggio 2022

Tutto quello che è stato fatto dal governo ha ricevuto uno specifico mandato dal Parlamento. Il processo decisionale è stato totalmente trasparente.

L’intervista a cura di Marianna Rizzini pubblicata su Il Foglio

Roma, 7 mag. – “Che cosa si risponde a chi (vedi l’ex premier e vertice a Cinque Stelle Giuseppe Conte) vuole un voto sulle armi inviate alla resistenza ucraina? Il senatore ed ex presidente della Camera Pierferdinando Casini ricorda che “tutto quello che è stato fatto dal governo ha ricevuto “uno specifico mandato dal Parlamento, e che il documento votato in Parlamento è la copertura istituzionale di cui dispone Mario Draghi. Il processo decisionale è stato totalmente trasparente. Non solo: il ministro della Difesa Lorenzo Guerini ha portato l’elenco delle armi al Comitato parlamentare dei servizi, in questo assicurando la trasparenza della procedura”.
Non sembra però che tutti siano dello stesso avviso, se è vero che il Movimento Cinque stelle sta preparando un documento che chiede “lo stop all’escalation”. “Ma allora il problema è un altro”, dice Casini: “Non è certo del governo che, ripeto, è stato trasparente, ma delle forze politiche che hanno cambiato opinione rispetto al conferimento del mandato al governo sulla questione delle armi alla resistenza Ucraina”.“E se una forza politica ha cambiato idea”, dice Casini, “deve farlo presente, anche se mi pare singolare che si cambi idea dopo quindici giorni, sulla base dell’emotività”.
Penso Giuseppe Conte sia troppo intelligente per non capire che non si poteva risolvere il problema in venti giorni. E non siamo di fronte a una guerra in Ucraina, ma a una guerra all’Ucraina: Vladimir Putin ha invaso uno stato sovrano; noi abbiamo deciso di reagire, anche se non direttamente”. L’Italia, dice l’ex presidente della Camera, “sta aiutando dall’esterno l’aggredito sulla base di un importante principio, che io da cattolico colgo nel profondo”. Casini cita Giovanni Paolo II “che aveva sottolineato più volte come un pacifismo che sempre e comunque si rifugi in un’impossibile neutralità rischia di essere senza testa e senza cuore. Non solo. Di fronte alla guerra nell’ex Jugoslavia Giovanni Paolo II pensava che gli stati europei e non europei avessero il dovere e il diritto di intervenire, per disarmare chi voleva distruggere e uccidere. La situazione oggi non è molto diversa. O vogliamo far finta di credere alle follie di chi dà la colpa all’atteggiamento della Nato?”. Putin “sapeva benissimo che la Nato non intendeva minacciarlo ed è evidente infatti che qui il problema è la democrazia. Alla caduta del Muro ci siamo illusi che il metodo democratico occidentale facesse proseliti anche nei paesi di diversa impostazione ideologica. E sembrava fosse così, vista anche la timida comparsa di un pluripartitismo in Russia. Putin a un certo punto aveva anche di fatto lasciato l’incarico per fare il presidente del Consiglio, mantenendo una formale aderenza alle regole”. Poi un lento precipitare nel buio. “Non abbiamo voluto vedere, eppure ci sono stati gli omicidi dei giornalisti, e l’avvelenamento di Alexei Navalny, e l’intervento delle truppe russe in Bielorussia e Kazakistan”. Si è pensato che l’appeasement potesse funzionare? “Ci siamo illusi. Che cosa facciamo, lasciamo che Putin prenda l’Ucraina? Detto questo, è chiaro che bisognerà ipotizzare una exit strategy, ma non si possono aprire tavoli diplomatici mentre Putin avanza sul terreno.”

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Noi con Kiev. Qui non c’è Ponzio Pilato 

postato il 20 Marzo 2022

Da Mosca toni irricevibili. Il paragone con Hitler? Guai a ripetere gli errori del passato, anche Putin non si fermerà. Difesa comune UE e Nato devono essere progetti in sintonia. Giusto il riarmo, è per difenderci

L’intervista di Ettore Maria Colombo pubblicata sul Resto del Carlino.

Presidente Casini, la Russia ci minaccia. Con altre sanzioni, dice il loro ministero degli Esteri, ci saranno “sanzioni irreversibili”. Come rispondere?

“Sono toni inaccettabili. Già nella lettera dell’ambasciatore russo in Italia inviata al Parlamento erano stati usati toni che, un tempo, avrei definito imperialisti. Un rappresentante di un governo presso l’Italia deve mostrare maggiore responsabilità. Oggi c’è stato un pericoloso inasprimento di quei toni. Erano sbagliati i primi e i secondi. In ogni caso hanno ottenuto l’effetto opposto a quello che si erano prefissato. Hanno rafforzato l’unità della Ue. Saldato il rapporto tra gli Stati Uniti e la Ue. Restituito una chiara identità alla Nato. Se i russi pensavano che l’Italia fosse l’anello debole dell’alleanza si è sbagliato di grosso. L’Italia sceglie la Ue, la Nato e l’alleanza con gli Usa nei momenti più drammatici della storia”. [Continua a leggere]

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Ecco perché oggi bisogna essere a Firenze per “Cities stand with Ukraine”

postato il 12 Marzo 2022

Vogliamo la pace per l’Europa, per i nostri figli. E sappiamo bene dalla storia che non c’è pace vera senza libertà

L’intervento pubblicato su La Nazione

Nei giorni scorsi il sindaco di Firenze Nardella ci ha chiesto di esprimere la nostra solidarietà agli ucraini. “Cities stand with Ukraine” è il motto della manifestazione giallo-blu che si svolgerà oggi nella città.

Io penso sia doveroso rispondere a questo appello, il minimo che possiamo fare come italiani ed europei, mentre i nostri fratelli ucraini aggrediti nel territorio della loro patria muoiono sotto le bombe dell’esercito di Putin.

Io sarò lì come cittadino, prima ancora che come parlamentare che si è assunto già la responsabilità di una scelta, perché credo che questa piazza sia un po’ diversa dalle altre. Qui ci saranno le stesse bandiere della pace ma si avrà il coraggio di sventolare il giallo-blu degli aggrediti, si avrà il coraggio di chiamare per nome fatti e cose, si prenderà una posizione seria e ferma contro Putin e la sua inaccettabile invasione che mira, prima ancora che a bloccare la Nato, a bloccare la democrazia ai nostri confini.

Mentre sarò in piazza il mio pensiero andrà anche al grande e amico popolo russo, che è senz’altro la seconda vittima di questo conflitto. I ragazzi, tutti, non meritano di morire lontano dalle loro famiglie per una guerra imposta che non hanno mai voluto. La testimonianza dei prigionieri è emblematica e triste, non meno delle immagini delle città devastate.

Grazie Firenze, grazie Sindaco, per questa opportunità che è nel solco della grande storia di Giorgio La Pira, solidale con il popolo vietnamita durante gli anni ’60 ed impegnato in estenuanti mediazioni per la pace.

Noi vogliamo la pace per l’Europa, per i nostri figli. E sappiamo bene dalla storia che non c’è pace vera senza libertà.

 

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Ucraina: la pace si difende anche con scelte dolorose

postato il 1 Marzo 2022

Il mio intervento in Aula dopo le comunicazioni del presidente del Consiglio, Mario Draghi, sugli sviluppi del conflitto tra Russia e Ucraina.

Signor Presidente del Consiglio, viviamo tempi straordinari, in cui è necessario accantonare la propaganda superficiale e arrivare alla sostanza dei problemi. Dobbiamo rimuovere la nostra pigrizia, tornare alla bussola dei valori e degli ideali che hanno spinto tanti di noi alla politica, anche accettando, in un momento come questo, un percorso di sofferenza, perché siamo chiamati a scelte difficili. E poiché lei, signor Presidente del Consiglio, ha opportunamente citato, in conclusione del suo intervento, le parole di De Gasperi, io vorrei citare quelle di Aldo Moro: se dovessimo sbagliare, meglio sbagliare insieme. Se dovessimo riuscire, sarebbe estremamente bello riuscire insieme ed essere sempre insieme, perché questo è il senso di appartenenza alla comunità nazionale.

Cari colleghi, questo è un momento in cui tutti i Gruppi parlamentari sono chiamati a scelte di sofferenza; ma dobbiamo rimuovere la pigrizia superficiale e dire finalmente dei sì e dei no, dobbiamo superare sentimenti generici, quanto inconsistenti, e tornare, colleghi del Senato della Repubblica, alla durezza della politica. La politica è un insieme di decisioni difficili, a volte spiacevoli, a volte impopolari, e può richiedere la necessaria durezza. Vi sono cose giuste e cose sbagliate, vi sono atti buoni e atti cattivi; non si può nascondere tutto in un generico relativismo, come ormai la nostra epoca ci induce a fare. Bisogna attingere alla storia.

Questa mattina, parlando con la senatrice Craxi, mi sono ricordato di un dibattito che ha lacerato gli italiani – lei, presidente Draghi, lo ricorderà – e che ha portato lacerazioni terribili anche nel mondo cattolico: la scelta dell’Italia di rispondere con gli alleati all’installazione degli SS20 sovietici con l’installazione degli euromissili. Una scelta maturata da Cossiga e da Craxi; una scelta apparentemente di guerra, perché stavamo installando gli euromissili nelle città italiane. Ebbene, installare gli euromissili in quel momento ha consentito la più lunga stagione di pace e di distensione negli anni successivi, perché il disarmo è nato dalla decisione dell’Occidente non di esporre le bandiere della pace davanti agli SS20, ma di fare una scelta difficile e impopolare.

Oggi, colleghi, dobbiamo riconoscere tutti una cosa, chi più, chi meno; chi ha onestà intellettuale dipende da se stesso, non facciamo ognuno di noi l’esame agli altri, ma alcuni dovrebbero fare un gigantesco esame di coscienza sull’abbaglio collettivo che abbiamo preso. Nessuno di noi pensava seriamente o voleva pensare che Putin potesse muovere militarmente milioni di persone su Kiev, coinvolgendo tutte le città ucraine nel più grande assalto visto dalla Seconda guerra mondiale; al massimo il Donbass, si diceva, più o meno allargato. Eppure le cose sono andate in modo diametralmente opposto rispetto a tutte le previsioni dei saggisti di geopolitica, dei politici, degli uomini di Governo, qualsiasi essi siano; tutti noi abbiamo sbagliato. Siamo arrivati alle minacce nucleari. [Continua a leggere]

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Afghanistan: Un fallimento voler esportare la democrazia. Ora salvare gli afghani che ci hanno aiutato

postato il 14 Agosto 2021

Credibilità dell’Occidente a pezzi, è anche peggio del Vietnam

L’intervista a QN – Quotidiano nazionale a cura di Alessandro Farruggia

«Diciamolo chiaramente: la credibilità dell’Occidente nei confronti dei suoi alleati da questa vicenda esce a pezzi, molto peggio di quello che è capitato dopo il Vietnam». Il senatore Pierferdinando Casini, ex presidente della Camera e presidente della interparlamentare italiana, guarda avanti e all’orizzonte vede nubi minacciose. E non solo per la probabile caduta di Kabul.
Sorpreso, senatore Casini, della Caporetto afghana?
«Come avevamo rilevato durante l’esame parlamentare era abbastanza prevedibile quel che sta capitando ed è una pagina critica per l’Occidente, per l’alleanza che ha sostenuto l’intervento in Afghanistan e anche per l’Italia, che ha avuto tanti caduti in questa missione. Purtroppo vediamo che si sta tornando a vent’anni fa. Siamo andati in quel Paese per difendere dei principi, per lottare contro il terrorismo e avviare un processo democratico, tutto questo oggi sembra essere azzerato. Tutti sono parte di questo fallimento, nessuno si può tirare indietro».
Andarsene all’improvviso, senza avere creato le condizioni perché il governo afghano potesse resistere all’offensiva talebana non contraddice proprio queste motivazioni?
«Certo. Un ritiro affrettato ha negato quanto faticosamente portato avanti in questi anni, e ha fatto liquefare le forze di sicurezza afghane. Ma la scelta è stata maturata prima da Trump e poi da Biden, per l’Italia sarebbe stato velleitario pensare di fare qualcosa di diverso che ritirarsi. Abbiamo tutti preso atto che questo era l’orientamento americano e non potevamo fare altro che adeguarci. Ma è chiaro che per il futuro non ci sarà più consentito gestire vicende come quelle dell’Afghanistan in questo modo».
Quale è stato l’errore fondamentale dell’intervento in Afghanistan?
«Aver voluto creare una democrazia a modello di quelle occidentali. L’esportazione della democrazia così come la intendeva George Bush è una cosa irrealizzabile. La gestione di operazioni simili è sempre fallimentare, guardiamo cosa è successo in Iraq, dove una delle ragioni della nascita dello stato islamico è stata l’emarginazione di tutta la componente sunnita che è stata spinta ai margini ed ha fatto da brodo di cultura per la nascita dello Stato Islamico. In Afghanistan abbiamo sbagliato i fondamentali, insediando una classe dirigente corrotta che non si è manifestata in grado di governare con le sue gambe. Finito il nostro supporto militare, i nodi sono subito venuti al pettine e tutto si è liquefatto. Abbiamo fallito sia sul fronte militare che civile e abbiamo prodotto un cartello di illusioni. O l’Occidente fa un esame di coscienza serio oppure rischia di regalare pezzi di mondo alle potenze emergenti. Ad esempio, io credo che il prossimo regime talebano farà sinergia con la Cina».
Che fare nell’immediato?
«Per la nostra credibilità la prima cosa da fare è almeno portare in salvo i nostri interpreti e tutti gli afghani che hanno aiutato l’Italia in questa missione. Io mi auguro che i ministri degli Esteri e della Difesa, e in questo senso il Parlamento ha avuto assicurazioni chiare, si attivino subito per mettere in sicurezza queste persone. È inutile fare discorsi sui massimi sistemi. Sarebbe particolarmente deprecabile se dopo tutto questo fallimento ci fosse anche l’incapacità nostra di soccorrere quelli che sono stati leali con noi e ora rischiano di pagare un pesantissimo prezzo. Se non ci riuscissimo sarebbe veramente una vergogna».

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Bologna: è arrivata l’ora di un sindaco donna

postato il 27 Marzo 2021

Il Pd punti sulla Gualmini: è il nome giusto

La mia intervista a Il Resto del Carlino a cura di Rosalba Carbutti

Le Comunali rischiano di diventare un cubo di Rubik. Con la questione femminile che potrebbe scombinare, di nuovo, le complicate carte del Pd. Dalle donne capigruppo lanciate da Enrico Letta, neo segretario dem, alla mossa del cavallo dei renziani che lanciano in città il nome della sindaca di San Lazzaro di Iv, Isabella Conti. Oppure, fanno sapere, di gradire Elisabetta Gualmini, eurodeputata dem. Idea, quest’ultima, che il senatore centrista Pier Ferdinando Casini, finalmente negativo ai controlli Covid, aveva già lanciato in tempi ‘non sospetti’ nell’autunno scorso.
E che oggi rilancia, pungolando i dem per valutare anche altri nomi: la preside del Malpighi Elena Ugolini e l’imprenditrice Valentina Marchesini. Senatore, lei aveva deciso di smarcarsi dal dibattito delle Comunali, ma torna in auge l’idea di un nome femminile nel centrosinistra…
«Torno a parlarne proprio perché il tema delle donne candidate lo avevo sollevato per primo. Ed è necessario che venga declinato senza strumentalizzazioni. Non ho mai creduto che in virtù della questione di genere una donna debba essere preferita a un uomo per una sorta di corsia preferenziale. Ci sono donne valide e altre, invece, che sulla questione femminile hanno costruito i propri successi, pur non avendo grandi qualità politiche. Ma non è questo il caso di Bologna: qui di donne che potrebbero fare il sindaco ce ne sono, eccome».

La dem Elisabetta Gualmini – gradita anche ai renziani – potrebbe tornare in campo?
«Già mesi fa dissi che una convergenza tra progressisti e moderati si sarebbe potuta trovare facilmente in città su una personalità come la Gualmini. Ha una dimensione internazionale ed è radicata nel mondo universitario. Penso che potrebbe essere una scelta vincente, perché in grado di catalizzare molti voti anche in un mondo tradizionalmente esterno al Pd. Ma attenzione: faccio questo ragionamento non per una questione di genere, ma per ragioni politiche. Poi, l’idea della Gualmini prima donna sindaco di Bologna non guasterebbe…».
La Gualmini, però, si è già sfilata due volte…
«Beh, se qualcuno invece di chiamarla la scoraggia è ovvio che una donna con un incarico importante rinunci ad impegnarsi. Ho abbastanza esperienza in politica, non sono Alice nel Paese delle Meraviglie: la Gualmini non cerca un posto di lavoro e, quindi, per mettersi in gioco devono essere gli altri a cercarla. E al Pd ricordo: Elisabetta non viene dalla luna, ma è stata eletta nelle liste dem».
Matteo Lepore e Alberto Aitini dovrebbero fare un passo indietro, quindi?
«Non credo che persone intelligenti come loro vogliano far prevalere la loro questione personale sul futuro della città».
Pensa che il Pd bolognese sarebbe disponibile a cambiare schema?
«Di certo, le ultime mosse del partito credo abbiano lasciato perplessa la città: sono tornati i soliti giochi di corrente, col solito muro contro muro. Credo che oggi si debba puntare su un sindaco autonomo che non abbia per forza il placet dei soliti poteri…».
La Gualmini è il nome giusto?
«Il Pd dovrebbe rendersi conto che il mondo è cambiato e che seguire i consueti riti tradizionali può portare a perdere le elezioni. Scegliere l’eurodeputata andrebbe incontro alle esigenze di un Pd che rilancia la questione femminile…».
Altre donne potrebbero giocarsela?
«Non sta a me avanzare nomi, donne brave a Bologna ce ne sono tante, penso anche al rettorato dove ci sono candidate che stimo moltissimo. Ma Elena Ugolini, preside del liceo Malpighi, potrebbe essere una figura validissima. È una delle maggiori esperte di scuola, è indipendente e fuori dai partiti. Poi c’è Valentina Marchesini dell’omonimo Gruppo del packaging, che dimostra come anche nelle famiglie che hanno fatto la storia industriale, le donne rappresentano il futuro aziendale».
I renziani avanzano una candidatura targata Iv in città. Fattibile?
«Sono amico di Renzi, ma è piuttosto difficile che il Pd a Bologna possa pensare a una candidatura di Italia Viva a sindaco. Rimarrei nell’ambito delle cose possibili».
Sull’altro fronte, si sta muovendo Bologna Civica sempre più vicina alla Lega. Deluso?
«Con Giancarlo Tonelli e Gian Luca Galletti ci lega l’amicizia e l’affetto di una vita. Tonelli da anni è impegnato professionalmente in una associazione e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Gian Luca da tre anni è tornato all’impegno professionale. Oggi le scelte che vorranno fare sono loro e soltanto loro. Le rispetterò, ma in nessun modo mi coinvolgono».
Se dovesse dare un consiglio al Pd che cosa gli direbbe?
«Di scegliere una donna. Anche perché potrebbe contribuire a ristabilire un dialogo con Bologna Civica».

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Sono raccomandato da Papa Wojtyla

postato il 21 Marzo 2021

La mia intervista su Libero a cura di Alessia Ardesi

È sopravvissuto a cinquant’anni di politica, e ora pure al Covid. Ha iniziato sui banchi di scuola, come rappresentante degli studenti moderati al liceo classico di Bologna («Eravamo quattro contro quattrocento»). Fanfani gli ha affidato i giovani della Dc. È entrato in Parlamento nel 1983, a 27 anni; è ancora lì. Quattro figli da due matrimoni, Maria Carolina, Benedetta, Caterina e Francesco. Ora è single.

Senatore Pier Ferdinando Casini, come sta?

«Sto bene, benissimo. Mi sono completamente ripreso dal virus, sono tornato anche a fare i miei dieci chilometri di passeggiata quotidiana a Villa Borghese per tenermi in forma. Certo, evito i contatti in attesa di recuperare la negatività».

Ma si può uscire?

«Dopo ventun giorni dalla comparsa dei sintomi, sì».

In che modo l’ha preso?

«Credo dai miei figli, che presumo si siano contagiati a scuola. Loro non lo sapevano: hanno avuto solo per un paio di giorni i sintomi tipici dell’influenza».

Lei non è più un ragazzo.

«Infatti è stato più complesso. Ho avuto febbre, tosse forte, un grande senso di spossatezza. E proprio la tosse il segnale che deve allarmare. Per questo sono stato portato in ospedale».

Ha temuto di morire?

«No, mai. Non ero nelle condizioni fisiche per aver paura di non farcela. E poi mi sono sempre sentito sotto controllo, monitorato. Il Covid oggi non è più una malattia misteriosa. I medici sanno come affrontarlo».

Che tipo di cure le hanno fatto?

«Non appena mi hanno ricoverato mi hanno sottoposto a una tac, e si è visto che avevo la polmonite. L’eparina, unita all’antivirale, ha evitato che la crisi ai polmoni si acutizzasse».

È un democristiano di lungo corso. Ma crede davvero?

«Sono un credente, e sono un peccatore, come immagino la maggior parte degli uomini e delle donne».

Va a messa? [Continua a leggere]

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CARO LETTA, SOLO UN CONSIGLIO: PIÙ EUROPEISMO, MENO RISENTIMENTI

postato il 16 Marzo 2021

L’intervista a cura di Umberto de Giovannangeli pubblicata su Il Riformista 

PIERFERDINANDO CASINI

Se mi sento di dare un consiglio a Enrico Letta? Metta da parte ogni risentimento, e lo faccia davvero”.
A dirlo è un politico di lungo corso: Pier Ferdinando Casini, già presidente della Camera dei deputati e della Commissione esteri del Senato. Con 37 anni consecutivi da deputato e senatore, è il politico con alle spalle la più lunga esperienza tra quelli presenti nei due rami del Parlamento. E in 37 anni ne ha viste tante.

Con una elezione plebiscitaria, Enrico Letta è il nuovo segretario del Partito democratico. Presidente Casini che valutazione politica dà di questa scelta?
È una scelta, dal punto di vista del Pd, pienamente comprensibile. Perché Letta era l’unica personalità di prestigio che potesse essere spesa in un momento così delicato per il partito. Diciamocela tutta: se penso ai maggiorenti del Pd, Letta ha tolto le castagne dal fuoco a molti di loro. Perché certamente ha rimesso al centro del villaggio, come si suol dire, il tema dell’esistenza del Pd e il suo rapporto col Governo. E questo non è poco.
Vorrei restare proprio sul rapporto tra i dem e il governo Draghi. Su questo sulle pagine de II Riformista si è aperto un dibattito molto interessante e acceso. C’è chi sostiene che una parte del gruppo dirigente del Pd abbia vissuto la nascita del governo Draghi, per dirla con le parole di Paolo Mieli, come una sorta di colpo di Stato parlamentare.
In politica le parole sono importanti ma i fatti ancora di più. Quando il Partito democratico, almeno in due o tre circostanze, con i suoi principali esponenti, ha detto e ripetuto o Conte o elezioni, e mai con la Lega, poi era difficile far passare nell’opinione pubblica l’idea che il governo Draghi fosse un fiore all’occhiello del Pd. Oggi, con Letta, per via dei suoi rapporti tradizionali con Draghi e della sua personalità, il rapporto tra il Partito democratico e il governo Draghi viene facilitato. E lui certamente ha la credibilità per poter dire: questa per noi è la scelta migliore.
Sullo spessore del nuovo segretario dem il giudizio è pressoché unanime. Altra cosa però è l’uria nullismo. Insomma, 860 sì su 866 partecipanti al voto nell’assemblea nazionale. Non è l’avvisaglia di un unanimismo di facciata?
È ovvio che in un momento in cui nasce una leadership nuova, soprattutto quando la scelta è scontata nessuno vuole tirarsi fuori. Ma qui il discorso è un po’ diverso.. Il problema è la politica del Pd. Perché per i primi giorni, per i giornali, per la cronaca, per i salotti mediatici, per l’opinione pubblica, il problema può essere il segretario. Ma quando i riflettori si spengono e il segretario è insediato stabilmente, sul campo rimane il problema della politica. E delle scelte concrete. In fondo anche Salvini, che è un leader carismatico, alla fine si è dovuto piegare alle ragioni della politica con il governo Draghi. Il Pd, alle prossime amministrative dovrà, ad esempio, decidere se corteggiare le Sardine e i movimenti collaterali ai centri sociali, o se essere un partito riformista a tutto tondo che davanti a scelte importanti non fa sconti a nessuno. Dunque il tema è quello delle scelte che solitamente sono dolorose.
Una tra tutte?
In questi mesi l’Italia è andata avanti con i sussidi. Che sono stati anche assolutamente inevitabili, perché si trattava di costruire degli ammortizzatori sociali per le fasce più deboli. Però sappiamo tutti che questi provvedimenti hanno un inizio e una fine. Dopo un certo momento, si sconfina dell’assistenzialismo puro che non serve e che soprattutto non rilancia una economia in crisi di competitività come quella italiana. Oltretutto, stiamo scaricando sui nostri figli un debito ingente che ipoteca e pregiudica il futuro delle giovani generazioni. Questo sarà un passaggio fonda mentale per il Governo, per la coalizione e per il Pd.
Ma qual è il terreno su cui il Pd può giocare più facilmente?
La caratteristica su cui il Pd può vantare un titolo di riconoscibilità è il tema dell’Europa. Questo è il miglior biglietto da visita del Partito democratico. Dobbiamo riscoprire l’idea di un “sovranismo europeo” che sostituisca l’idea, in questi mesi molto in voga, della rivincita delle nazionalità. In un mondo così complesso, con le questioni geopolitiche aperte nel Mediterraneo e nel Nord Europa, o l’Europa riesce a parlare con una voce sola o è destinata alla più completa irrilevanza. In questo senso anche i 5Stelle sono chiamati a scelte decisive per il loro futuro.
In che senso?
O i 5Stelle ammainano le loro bandiere e fanno i conti con la realtà, oppure per il Pd diventa arduo continuare a seguirli senza assumere una posizione più assertiva. In poche parole: il Pd oggi non ha più l’obbligo della mediazione che determina un logoramento continuo ed anzi è chiamato a favore con posizioni nette la possibile evoluzione del Movimento 5 Stelle.
Letta ha rilanciato l’europeismo come carattere identitario del Pd. Ma questo come può e deve interagire con una nuova partnership euroatlantica con gli Stati Uniti di Joe Biden?
Da questo punto di vista le cose sono destinate a migliorare per noi e per l’Europa. Con Biden è possibile recuperare una visione atlantica comune, basata sul multilateralismo che in questi anni è stato profondamente messo in crisi da Trump. Tornano di attualità le coordinate tradizionali della politica estera italiana: europeismo, scelta atlantica, multilateralismo. Ricette fondamentali per affrontare un mondo sempre più complesso e le sfide aperte che in particolare provengono dalla Cina. Abbiamo constatato negli ultimi anni quanto sia necessaria la presenza americana.
Lo vediamo nel Mediterraneo dove la presenza turca e russa, con modalità non sempre ortodosse, è possibile solo grazie all’assenza degli Stati Uniti.
Presidente Casini, alla luce della sua lunga esperienza politica e parlamentare, che consiglio personale si sente di dare al neo segretario Pd?
Io non voglio dar consigli a Letta perché da cinquant’anni in su consigli li dà la vita e non li danno gli altri. Ho visto che ha riposto nel bagagliaio i risentimenti. E questo è molto importante per lui. Bisogna che lo faccia sul serio e non per finta.

Commenti disabilitati su CARO LETTA, SOLO UN CONSIGLIO: PIÙ EUROPEISMO, MENO RISENTIMENTI

Anche mio figlio positivo, siamo un team Covid

postato il 21 Febbraio 2021

L’interista al Corriere della Sera

Pierferdinando Casini è ritornato a casa ieri dopo nove giorni di ricovero per Covid all’ospedale Spallanzani. L’ex presidente della Camera è ancora positivo ma si dice «risollevato» mentre rimette piede nella sua abitazione.

Presidente Casini, innanzitutto come sta?
«Sono molto stanco. Ho appena fatto una doccia, ho disfatto la valigia. L’isolamento domiciliare è comunque meglio. Mi faccia dire una cosa».

Prego.
«Desidero ringraziare chi si è preso cura di me, i fantastici operatori sanitari e anche i tanti che si sono preoccupati e mi hanno mandato messaggi di affetto».

Ha ricevuto tante telefonate?
«Sì, ma ho cercato di ridurle al minimo per non affaticarmi. Nel frattempo anche mio figlio è diventato positivo. Ormai in famiglia siamo un team Covid. Dopodiché se le cose vanno bene bisogna solo ringraziare il Signore».

Come ha trascorso i giorni?
«Leggevo, guardavo la televisione. Ho seguito tutto il dibattito parlamentare, anche l’ultimo degli interventi. Devo ammettere di non essere stato così attento. E poi dovreste saperlo, sono un fanatico del calcio. Dalle sette di sera in poi solo partite. Ormai ad ogni ora c’è un match. Che meraviglia!».

A proposito del voto di fiducia. Qual è il suo giudizio sull’intervento di Draghi in Parlamento?
«È stato ineccepibile ed essenziale. Mi sembra che si sia innamorato della sua essenzialità. È un fuoriclasse. Il grande rammarico resta di non essere stato presente».

Un’ultima domanda: ha sentito sua madre?
«Certo, è la prima cosa che ho fatto. È straordinaria. Ieri ha fatto il vaccino e mi ha subito detto: “Ora che siamo entrambi immuni possiamo andare in Argentina a trovare tua figlia…”».

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