Tutti i post della categoria: Riceviamo e pubblichiamo

La vera sfida dell’università italiana

postato il 15 febbraio 2013 da gebuono

“Riceviamo e pubblichiamo” di Ludovico Abenavoli*

Nel periodo in cui nascono, nel cuore del Medioevo, le istituzioni universitarie si propongono di trasformare le riunioni assembleari delle Accademie, da uno studio di tipo generale e complesso, ad uno studio finalizzato e ordinato. Oggi che le idee e le conoscenze sono diventate essenziali nella generazione del benessere, all’Università è attribuito un ruolo centrale nella formazione e nell’innovazione. Un compito da svolgere, come stabilisce il trattato di Lisbona, attraverso la gestione razionale e programmata dei tre poli del triangolo della conoscenza e cioè formazione, ricerca ed innovazione.

Il futuro di ogni società risiede nella capacità di investire in cultura, ricerca, formazione ed è proprio investendo sulla conoscenza che i grandi Paesi offrono maggiori opportunità ai loro cittadini. Quindi risulta necessaria anche in Italia una strategia di sostegno alla realizzazione di una economia della conoscenza e di una reale società delle idee. Le sfide che condizionano il futuro del mondo, in particolare competizione globale e coesione sociale, impongono questo passaggio. La diffusione del sapere è un fattore qualificante dello sviluppo ed un obiettivo efficace per la vitalità dell’Università, che così trasforma il processo innovativo da aspetto tecnico ad interesse comune.

L’Università è promotrice attiva della società della conoscenza. Le scelte politiche degli ultimi decenni, non sono riuscite a fornire una risposta alla domanda: “quale Università per quale sviluppo”. Così le iniziative legislative sono nate in modo disordinato, lasciando il sistema universitario impantanato in visioni ormai lontane e superate. Ne consegue l’assenza di certezze sul modello di Università che si vuole realizzare nel nostro Paese.

La disponibilità di risorse finanziarie ed umane è l’aspetto dal quale si può iniziare a ragionare. La percentuale del PIL che l’Italia dedica a ricerca e sviluppo è pari a 1.23% nel 2008, mentre la media europea è dell’1.84%. Anche riguardo al numero dei ricercatori la situazione è analoga: in Italia 3.65 ricercatori ogni 1.000 unità di forza lavoro, contro 5.78 nell’EU. Un secondo aspetto da analizzare è la parcellizzazione delle strutture pubbliche di ricerca. Una situazione che rende difficile creare una reale strategia per l’eccellenza, che produce al contrario inefficaci duplicati e che tende a legittimare una distribuzione a pioggia dei finanziamenti. Pertanto è necessario prestare attenzione al miglioramento della produttività scientifica anche grazie ad un efficiente sistema di valutazione.

L’importanza di creare sistemi locali orientati all’innovazione è ampiamente condivisa, essa non nega la natura globale della conoscenza, ma esprime l’esigenza di realizzare un modello di sviluppo che permetta agli stessi sistemi di essere vitali, valorizzando le varietà delle risorse presenti. Il confronto continuo tra le conoscenze che il sistema produce, con quelle prodotte ed acquisite dall’ambiente esterno, rappresenta il vero cuore pulsante di tale percorso. L’impegno attivo ed integrato dell’Università, dei governi e delle imprese locali deve essere rivolto ad organizzare questo confronto ed a costruire le interdipendenze per la gestione delle conoscenze.

Dalla riforma del mondo accademico attualmente in atto, emerge che il banco di prova della diversificazione e della competizione tra gli Atenei sarà rappresentata dall’attrattività che ogni singola Università riuscirà ad esercitare verso docenti, ricercatori, studenti, capitali pubblici ed investimenti privati. L’Università italiana sarà più europea quanto più il suo profilo sarà autonomo, responsabile, imprenditoriale e competitivo.

Appare chiaro quindi come il sistema universitario italiano si debba impegnare ad allargare le sue prospettive, enfatizzando il proprio ruolo di volano socio-economico. Infatti proprio perché l’Università rappresenta il luogo per la formazione della classe dirigente di un Paese, essa non può sottrarsi alla sfida educativa rappresentata dal tema della consapevolezza del ruolo e della responsabilità sociale degli individui. In tal senso sarebbe auspicabile una maggiore e fattiva attenzione di quei soggetti che sono i naturali interlocutori degli Atenei. Mi riferisco agli enti territoriali, ai mezzi di comunicazione, alle realtà associative, al mondo della cultura, tutte componenti delle comunità nelle quali le Università operano.

La vera sfida dell’Università moderna, quindi non è costituita solo dall’acquisizione di competenze che consentano di rispondere alle aspettative di inserimento nel mercato del lavoro ed ai bisogni del mondo produttivo. La vera sfida è rappresentata dalla formazione di una nuova classe dirigente, consapevole delle responsabilità a cui sarà chiamata, capace di coniugare i legittimi obiettivi personali con i più generali interessi sociali, su chiari e imprescindibili principi etici. In quest’ottica l’UDC che rivendica con orgoglio la sua natura di partito laico di ispirazione cristiana, che fà riferimento alla dottrina sociale della Chiesa e incentra la sua azione sui principi del bene comune, della solidarietà e della sussidiarietà, è senza dubbio la forza politica in cui queste dinamiche possono trovare la loro naturale realizzazione.

*Responsabile Università UDC Calabria

 

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Tra riforma dello Stato e riforma della Chiesa: il contributo di Dossetti

postato il 14 febbraio 2013 da gebuono

“Riceviamo e pubblichiamo” di Rocco Gumina

 Il 13 febbraio del 1913 nasceva Giuseppe Dossetti, una delle figure più eminenti, rappresentative e discusse del panorama cattolico in ambito politico ma anche ecclesiale. Il contributo della sua esperienza è indubbiamente molto importante e ancora da sviscerare e cogliere pienamente. Una figura atipica di politico, di sacerdote e monaco che ha vissuto con intensità stagioni di grande cambiamento per il nostro Paese e per la Chiesa cattolica: il periodo della resistenza; l’assemblea costituente; gli anni dei governi De Gasperi; il Concilio Vaticano II e la Chiesa alla prese con la contemporaneità. In tutta la sua vita pare abbia vissuto sempre nel tentativo di comprendere la dimensione di passaggio e di crisi della nostra epoca.

Alla costituente gettò le basi, insieme ad altri cattolici e non e al gruppo dei professorini di cui era promotore primario, per una visione personalistica e comunitaria dello Stato; ai lavori del Vaticano II contribuì, come perito del vescovo di Bologna Lercaro, su alcuni temi come la chiesa povera, la pace e come moderatore dei lavori conciliari.

Da politico della seconda generazione democristiana formatasi sui testi di Mounier e Maritain, la prima era ancora rappresentata da De Gasperi e altri come Piccioni, fu il leader della cosiddetta sinistra DC che in quegli anni rappresentò un pungolo per l’azione di governo e un modo di vivere e realizzare la politica sempre alla ricerca della realizzazione di una democrazia sostanziale che significava concretamente l’avvio di una reale stagione di riforme per il cambiamento del Paese. Da sacerdote e poi monaco, contribuì grandemente nella diocesi di Bologna alla recezione del Vaticano II anche con la fondazione di un Istituto di Scienze religiose che preparò con una raccolta di studi i lavori del Concilio.Successivamente fondò una comunità monastica, la Piccola Famiglia dell’Annunziata, la quale con la sua direzione si stanziò in medio oriente e in altre parti del mondo compresa l’Italia.

Ricordare Giuseppe Dossetti a cento anni dalla nascita, significa anzitutto riconoscerlo come una figura importante, per alcuni aspetti determinante, per la nostra storia nazionale e per lo stesso vissuto ecclesiale.

Ricordare Dossetti indica anche il poter prendere spunto dalle sue intuizioni, dalla sua passione, dalla sua testimonianza. Fra i tanti temi e le tante azioni che possono essere narrate per riconoscere la statura della sua persona e del contributo che ha dato al Paese, credo che sia opportuno citare due tratti per alcuni aspetti “minori” che ci possono servire da chiave di lettura per comprendere la nostra realtà: in ambito politico, l’esperienza alle comunali bolognesi del ’56, nelle quali grazie alla sua presenza si riuscì ad elaborare quello che solo anni più tardi sarà chiaro fra i cattolici italiani, ovvero la coscienza di essere minoranza e come tale chiamati a dare un contributo al Paese in ogni livello; nella chiesa, la relazione “Eucarestia e città” che tenne in occasione di un congresso eucaristico, dove si può scorgere il legame indissolubile tra la vita liturgico – sacramentale del cristiano e la sua azione per e nella città. A cento anni di distanza dalla nascita vale la pena prendere sul serio la lezione di un padre della nostra nazione e di un testimone credibile della Chiesa. Dossetti è una guida per la nostra epoca: seppe leggere e capire la crisi di un mondo e di una civiltà e il sorgere di un altro periodo da sostanziare di nuovi contenuti per la società intera e per la stessa comunità ecclesiale. La sua lezione può permetterci di capire maggiormente la nostra identità culturale e poter innalzare con chiarezza il nostro sguardo verso il presente e il futuro.

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Il nostro impegno per una nuova politica agricola

postato il 13 febbraio 2013 da gebuono

di Mario Pezzati

Ieri, Pier Ferdinando Casini e il Ministro delle politiche agricole, ora nostro candidato alle prossime elezioni per la Camera dei Deputati, Mario Catania hanno incontrato la Coldiretti, nell’ambito di un ciclo di incontri e dibattito sul documento che proprio la grande associazione dei Coltivatori diretti ha preparato, dal titolo “L’Italia che Vogliamo”.

Proprio Mario Catania, che nel suo anno di Governo ha combattuto un’ottima battaglia in difesa del comparto agricolo italiano – difendendo in Europa gli agricoltori onesti e dismettendo la politica di acquiescenza sulle quote latte portata avanti dalla Lega, ha affermato che il negoziato condotto da Monti in sede UE è stato ottimo, perché ha ribaltato il pessimo accordo raggiunto nel 2005 da Berlusconi, che penalizzava l’Italia con un saldo negativo di 6 miliardi di euro. Grazie al Governo Monti, invece, anche se abbiamo perso qualcosa sugli aiuti diretti, è pur vero che abbiamo guadagnato tantissimo sul sostengo allo sviluppo rurale che è la vera sfida che può fare crescere ulteriormente l’agricoltura in Italia (mentre resta aperto il tema della contribuzione netta italiana, visto che non sappiamo usare bene i fondi europei che spesso tornano indietro, mentre dovrebbero essere uno stimolo fondamentale della nostra politica economica).

A tal proposito, Catania ha giustamente sottolineato che per aiutare gli agricoltori si deve distinguere a livello fiscale tra chi è agricoltore “attivo” e chi semplicemente possiede la terra, ma non è un imprenditore agricolo.

Tra le varie proposte di Catania e dell’Udc, merita menzione particolare quella per la certificazione “all’origine” dei prodotti agricoli, che permetterebbe di rilanciare il vero made in Italy e impedirebbe i furti di identità da parte di quei prodotti che di italiano non hanno nulla e sono fatti con prodotti stranieri.

Altro punto fondamentale è concentrare tutte le risorse disponibili verso gli agricoltori veri, e per quanto riguarda la regionalizzazione si deve procedere in maniera certosina per evitare strappi che danneggiano questa o quella azienda. Infine c’è da riscrivere la politica economica per il Mezzogiorno, che in questi anni è stata fallimentare, in quanto ha privilegiato una industrializzazione a forte impatto ambientale, e ha dato mano libera alla speculazione edilizia.

Pier Ferdinando Casini ha sottolineato la grande competenza, universalmente riconosciuta, di Mario Catania, che proviene da questo mondo e che meglio di tanti altri ne comprende le esigenze di sviluppo futuro.

Proprio Casini ha ricordato che “o il comparto agricolo diventa una delle priorità del paese, perché è una chance di questo paese, o perdiamo una grande occasione”. Per questo è fondamentale puntare ad un agroalimentare che parli il linguaggio del territorio, che sia alfiere della italianità e che sia da argine all’illegalità, alle frodi, alle cattive abitudini alimentari. Per riuscirci, è fondamentale rilanciare il tema della tracciabilità dei prodotti, rendendo al contempo il Ministero per le politiche agricole un ministero fondamentale e portante per la politica economica italiana.

Altro punto fondamentale, portato avanti da Casini è il taglio della spesa pubblica per alleggerire il peso fiscale: obiettivo che si raggiunge con proposte concrete e non con slogan e facili illusioni. Questo perché, mentre noi proponevamo di ripensare, snellendola, la macchina dello Stato (vedi abolizione delle province), gli altri, tutti presi dalla febbre del federalismo (Pd compreso), hanno preso ad inseguire la Lega sul sogno del federalismo fiscale. Con il risultato di aver causato una gran confusione amministrativa e di aver raddoppiato i centri di spesa raddoppiati (visto che, in dieci anni, complice la riforma del Titolo V, il falso federalismo leghista ha fatto aumentare le tasse del 50%, con le imposte pagate da cittadini e imprese aumentate del 31,6%, mentre le richieste dello Stato centrale non sono diminuite). Come costruire una casa senza fondamenta!

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Caro Grillo, dove prendi questi soldi?

postato il 12 febbraio 2013 da gebuono

“Riceviamo e pubblichiamo” di Mario Pezzati

Grillo ha deciso di seguire il suo maestro Berlusconi, in tutto e per tutto: prima nella gestione del partito (entrambi non tollerano il dissenso interno e chi non esegue gli ordini è estromesso dal partito), entrambi organizzano eventi show in televisione (Grillo pare che stia trattando per fare una serata a Porta a Porta la settimana prima delle elezioni), e soprattutto entrambi si lanciano in mirabolanti promesse irrealizzabili.

Quella di Grillo è semplice: dare soldi.

A parte che Grillo si confonde tra “reddito di cittadinanza” e “sussidio di disoccupazione” (e non è solo una questione semantica perché l’uno è aperto a tutti i cittadini, l’altro solo ai disoccupati), la sua ultima proposta prevede di dare 1000 euro al mese per 3 anni ai disoccupati.

E’ stupendo. Ma irrealizzabile.

Perché? Intendiamoci, a me piace questa proposta, ma mi si deve dire concretamente dove prendere i soldi. Grillo dice dai 98 miliardi che Berlusconi regalò alle aziende di slot machine, peccato che ormai non siano più esigibili e anzi vi sono sentenze di tribunale che ci impediscono di richiedere questi soldi.

Quindi torno a chiedere: da dove prendiamo i soldi?

Domanda fondamentale, perché non parliamo di spiccioli, e Grillo non può uscirsene con delle idee (le slot machine di cui sopra) bislacche e irrealizzabili. Dimostra solo la sua totale e assoluta ignoranza di quello che parla e propone, fermandosi solo alla superficie.

Facciamo due conti.

In Italia abbiamo 3 milioni di disoccupati. Se ad ognuno diamo 1000 euro, significa che lo stato italiano dovrebbe spendere 3 miliardi di euro (prendete una calcolatrice e fate 3 milioni * 1000).

Ma non è finita, perché la proposta di grillo prevede che questa cifra sia mensile, e quindi dobbiamo moltiplicare 3 miliardi per 12 mensilità: totale 36 miliardi di euro.

In pratica, seguendo la proposta di Grillo, lo Stato ogni anno dovrebbe tirare fuori circa 36 miliardi di euro.

Vista l’enormità della cifra, io torno a chiedere: dove prendiamo questi soldi? Mistero.

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90 miliardi di bugie

postato il 11 febbraio 2013 da gebuono

“Riceviamo e pubblichiamo” di Mario Pezzati

Quale mirabolante idea hanno partorito ultimamente Bersani e Berlusconi? Pagare i debiti della pubblica amministrazione tramite altri debiti. Dimostrando sprezzo della credibilità e della contabilità dello stato (di cui, evidentemente, ignorano i fondamenti) hanno deciso di azzerare il debito che la Pubblica amministrazione ha verso le aziende private: si tratta di circa 90-100 miliardi di euro.

Si tratta di un “debito fuori perimetro” non rilevato da Eurostat e in parte già coperto da fondi ed ecco perché Bersani probabilmente parla di 50 miliardi su 90, mentre Berlusconi. che era forse troppo impegnato per studiare la contabilità di Stato, parla di 90 miliardi rivelando la sua ignoranza in materia.

Bersani e Berlusconi non pensano proprio a risparmiare, preferiscono spendere e continuare ad aumentare il debito pubblico (seppur con lodevoli intenzioni).

Intendiamoci: saldare il debito e dare ossigeno alle aziende, come abbiamo detto nei mesi scorsi, è un atto doveroso e giusto, il problema è come si vuole realizzare questo atto. L’UDC aveva portato avanti, assieme a Monti, una duplice azione: sbloccare i fondi già previsti (quindi eliminando le pastoie burocratiche) e con forme di compensazioni erariali in modo da dare ossigeno alle aziende senza aggravare la situazione debitoria dell’Italia.

Invece cosa pensano i due gemellini Bersani e Berlusconi?

Pensano di fare altri debiti, e quindi Berlusconi pensa di saldare il debito con la Cassa Depositi e Prestiti e con l’emissione di nuovi bond, almeno stando a quanto scrive Libero (e, se lo dice Libero, non è improbabile pensare che abbia delle fonti vicine al leader del Pdl). Quindi con soldi dei pensionati e con nuovi debiti.

Bersani, invece, stando a quanto riportato da numerose agenzie di stampa, vorrebbe emettere 10 miliardi di euro l’anno di titoli pubblici (BTP) per i prossimi cinque anni, esclusivamente dedicati al pagamento dei crediti commerciali delle imprese nei confronti della Pubblica amministrazione.

Comunque sia il risultato è disastroso, perché invece di togliere burocrazia (come vuole fare UDC e Monti), i due soggettoni preferiscono sfondare abbondantemente il muro del 130% del rapporto Debito/Pil, se non peggio. Circostanza che, oltre ad avvicinare significativamente l’Italia verso i parametri greci, contrasterebbe abbondantemente anche con gli obblighi del Fiscal Compact che, come noto, dal 2014, impone all’Italia una riduzione del rapporto Debito/Pil, fino al 60% entro i prossimi 20 anni; in soldoni circa 50 miliardi all’anno.

In pratica siamo nel regno dell’assurdo e della illogicità: da un lato vogliono diminuire i debito pubblico, e dall’altro avanzano proposte di aumento della spesa e del debito pubblico.

Inoltre entrambi parlano di vendere parti del patrimonio immobiliare italiano, e allora che bisogno c’è di fare altri debiti?

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4 milioni di posti di lavoro? Sì, nella fantasia

postato il 10 febbraio 2013 da gebuono

“Riceviamo e pubblichiamo” di Mario Pezzati

Le ultime promesse di Berlusconi sono quanto di meglio il panorama comico possa offrire. Sostanzialmente il Cavaliere  ha promesso 4 milioni di posti di lavoro e di pagare i 90 miliardi che la Pubblica Amministrazione deve ai fornitori privati tramite delle obbligazioni (in pratica tramite BTP di nuova emissione).

La proposta dei posti di lavoro è un vecchio classico della comicità del Berlusclown, e se nel 1994 erano 1 milione, e nel 2001 erano 1,5 milioni, oggi il nostro amatissimo venditore di pentole aumenta la sua proposta e, come se fossimo in tempi di saldi, arriva a 4 milioni di posti di lavoro in 5 anni. Sarebbe stupendo se non fosse irrealizzabile. Perché affermo ciò? La risposta semplice è che se Berlusconi non c’è riuscito con numeri inferiori in passato, come può riuscirci oggi con numeri più grandi e in piena crisi? Ma la risposta vera è un’altra e si chiama “Legge di Okun” dal nome del suo ideatore.

Cosa dice questa legge empirica (ma molto seguita e studiata in Economia)? La Legge di Okun, secondo la sua formulazione più autentica mette in relazione la produttività con la disoccupazione: in altre parole se la produttività aumenta a certi ritmi, la disoccupazione dovrebbe diminuire secondo una certa proporzione e viceversa. Nel tempo si è visto che il rapporto è confermato, anche se non l’intensità e l’incremento della disoccupazione è minore di quanto previsto da Okun: tra i 2008 e il 2010, in Europa ad un calo del PIL del 4,4% ha fatto seguito un aumento della disoccupazione pari a 2,8%. In Italia il PIL era diminuito del 5%, ma la disoccupazione e aumentata del 2%. Se partiamo da questi dati possiamo osservare che una diminuzione della disoccupazione presuppone un aumento del PIL e qui veniamo ai dolori per il nostro Berlosco: lui parla di 4 milioni di nuovi occupati, ma io sono generoso e considero solo i disoccupati effettivi attualmente in Italia che sono 3 milioni, pari al 12% (arrotondo per difetto). E ora facciamo una equivalenza semplice semplice: se con un PIL calato del 5% in due anni, la disoccupazione è aumentati di due punti percentuali, per togliere 12 punti percentuali di disoccupazione in 5 anni, quanto deve aumentare il PIL? Risposta: del 30%. In pratica nei prossimi 5 anni l’Italia dovrebbe crescere quasi al ritmo della Cina, ovvero del 6% annuo e considerato che per il 2013 si attende una riduzione del PIL, la promessa di Berlusconi è destinata già in partenza ad essere disattesa, come lo è già stato in passato e a rivelarsi come una promessa assolutamente infondata e falsa.

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Governo Clinico, EBM ed Health Technology Assessment: le basi per una buona politica sanitaria

postato il 9 febbraio 2013 da gebuono

“Riceviamo e pubblichiamo” di Maria Pina Cuccaru

Il welfare è uno dei temi più “spinosi”, all’interno di questa campagna elettorale: non ci sono abbastanza soldi e finora, quando c’è stata necessità di effettuare tagli al bilancio pubblico, i servizi sono stati i primi a soffrirne. Oltretutto, sul fronte della sanità, da anni si affrontano continui tagli di posti letto, scandali nelle varie ASL, casi di malasanità, e così via. In questo campo, quindi, promettere mari e monti è molto facile, proporre una politica sanitaria seria lo è molto meno.

Ritengo tuttavia che chi si accinga a enunciare delle proposte per la sanità non possa farlo senza farsi guidare da due concetti fondamentali: “Governo Clinico” ed “Evidence Based Medicine”. Il secondo concetto in un certo senso è contenuto nel primo: l’EBM (Medicina basata sull’evidenza) è un approccio alla pratica clinica basata sui risultati di studi clinici controllati e verificati, i quali vengono utilizzati dalla comunità scientifica internazionale per stilare le cosiddette “linee guida”, ovvero il vademecum per il medico sulle strategie diagnostico-terapeutiche più appropriate per ogni singola patologia. Il valore di tali raccomandazioni è tale che recentemente la Cassazione ha depenalizzato la colpa medica lieve se il medico imputato si è attenuto ad esse. Le linee guida, oltre che indispensabili per il personale sanitario, sono una preziosa risorsa per chi si ritrova a gestire la spesa sanitaria, in quanto permette di indirizzarla dove è stata provata la sua necessita, togliendola ai settori in cui questa spesa non serve a nulla. Questo ci permette di eseguire esami diagnostici solo quando sono davvero necessari, occupare i posti letto solo con pazienti che non possono essere curati a domicilio (credetemi, sono davvero pochi…), garantire a tutti i pazienti le cure più efficaci con il minor costo per la collettività, scongiurare scelte legate a interessi che di scientifico non hanno nulla. Il Governo Clinico altro non è che la pianificazione delle politiche sanitarie in base alle raccomandazioni che ci pone la comunità scientifica internazionale, e non in base agli interessi (spesso poco chiari) dell’amministratore di turno. A questi concetti si aggiunge quello di “Health Technology Assesment”, ovvero la distribuzione delle risorse tecnologiche in base all’utilità indicata dalla letteratura scientifica: per intenderci, si acquistano macchinari solo per le aree in cui, in base alle caratteristiche della popolazione, sono veramente necessari. Tutte queste politiche, oltre a una spinta verso l’assistenza domiciliare e una maggior attenzione agli sprechi, ci consente di avere un’assistenza migliore con minor costo.

In questa direzione, infatti, si muove il nostro programma elettorale, che sul tema della sanità così si spiega:

“L’approccio della medicina basata sulle prove di efficacia si sta progressivamente diffondendo nella pratica decisionale di medici e altri professionisti della salute. Il paradigma della decisione presa sulla base di “scienza e coscienza”, integrata dall’approccio EBM, ha ampliato e migliorato la “razionalità” decisionale nel settore della salute. Nel campo delle tecnologie sanitarie l’approccio dell’health technology assessment si radica proprio sul principio che le buone decisioni di policy e management non possono che fondarsi sul confronto tra “evidenze” (oggettive) e “preferenze” (soggettive). Questo implica un nuovo e più equilibrato rapporto tra la dimensione tecnica del sistema (chiamata a produrre le evidenze) e quella politica (chiamata alla decisione), in modo che preferenza ed evidenza, oggettività e soggettività possano incontrarsi in modo armonioso”.

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Berlusconi e il vizio delle sanatorie

postato il 9 febbraio 2013 da gebuono

“Riceviamo e pubblichiamo” di Vincenzo Massimo Pezzuto

A parte la palese incoerenza di Berlusconi (affermò nel 2008 di non voler più sentire parlare di condoni), la questione delle sanatorie ed in generale del modo di porsi dello Stato nei confronti di chi ha trasgredito le regole merita maggiore attenzione affinché non vengano, sull’onda della demagogia e del populismo, ripetuti gli errori deleteri del passato.

Le sanatorie hanno costituito spesso operazioni fallimentari, che hanno registrato un’enorme discrasia tra il gettito atteso e l’incasso reale. Nonostante i 40 anni di condoni, sanatorie e favori di ogni sorta, il Cavaliere impudentemente è ritornato ad estrarre dal cilindro magico delle promesse la solita cialtroneria pur di raccattare qualche voto, magari proprio da chi ha disatteso i propri impegni con il fisco.

Non c’è da meravigliarsi se tra qualche giorno sentiremo parlare di condono edilizio, in barba ad una pianificazione urbanistica oculata e rispettosa dei rischi naturali che il nostro Paese è costretto quotidianamente ad affrontare. Ad i furbetti delle colate di cemento selvagge il Cavaliere, negli anni del suo governo, ha già garantito non una, ma ben due sanatorie (1994, 2003). Ritornando all’ambito fiscale, in base ai dati forniti dall’Istat e da Fisco Oggi, la rivista dell’Agenzia delle Entrate ha potuto appurare che dal 1973 ad oggi, la sfilza di condoni messi in atto ha permesso di recuperare in tutto, in moneta attuale, 123,68 mld di euro.

Un dato molto più basso di quello preventivato dagli artefici dei singoli provvedimenti fiscali. Basti pensare che nel 1976 fu incassato solo il 4% degli incassi previsti. Assolutamente da dimenticare è il dato del 1989: per ogni 100 lire preventivate lo Stato ne incassò solo 6 e mezzo dal condono sugli immobili, 3 da quello sulla tassa dei rifiuti, 2 dalla fiscalità forfettaria. Qualcuno potrebbe affermare che l’ultima sanatoria tombale del 2002 ha procurato un gettito di 20 mld, ma a sottolineare, anche in questo caso, il mancato raggiungimento degli obiettivi prestabiliti è la Corte dei Conti nel 2011, secondo cui mancano all’appello circa 6 mld di euro. In parole povere, lo Stato ha svenduto per pochi spiccioli il rispetto dei contribuenti verso il fisco, creando le solite disparità tra cittadini onesti e disonesti. Un aspetto che desta maggiore preoccupazione e che deve aprire gli occhi e le orecchie di chi ancora crede alle solite promesse elettorali è costituito dal fatto che 40 anni di sanatorie sono servite a recuperare solo 1 anno di evasione.

Ebbene sì, cari lettori (ed elettori): secondo l’Istat e l’Agenzia delle Entrate (chi più di loro…) l’evasione stimata è di 120 mld euro l’anno. La stessa cifra recuperata in… 40 anni di sanatorie. Puntare a individuare i grossi capitali che sfuggono alla tassazione e l’utilizzo obbligatorio della moneta elettronica (per combattere un’evasione che si aggira attorno agli 80 mld l’anno) sono opportunità da cogliere al volo (in verità già oggetto d’attenzione da parte del Governo Monti) e che dovrebbero ispirare le menti di chi conduce campagna elettorale in maniera scellerata in questi giorni delicati per futuro del Paese.

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Una riforma della Giustizia seria, a misura di cittadino

postato il 7 febbraio 2013 da gebuono

di Giuseppe Portonera

L’Italia è stata, a lungo, culla della civiltà giuridica: qui è nato il diritto privato, qui ha mosso i primi passi quello penale, qui Cesare Beccaria ha insegnato al mondo intero il valore della rieducazione del condannato, del suo recupero nella società. Oggi, l’Italia è diventata il regno dell’incertezza del diritto, proprio quando la globalizzazione dell’economia ha posto la necessità di regole certe, chiare, agili per attrarre investimenti e vincere la sfida sui mercati mondiali.

L’inefficienza del settore giustizia, infatti, costa ogni anno un punto di pil di mancata crescita. Le cifre del disastro sono sotto gli occhi di tutti: in Italia pendono 5,4 milioni di cause civili e 3,3 milioni di processi penali. Un processo civile oggi è destinato a durare in media 845 giorni in primo grado e 1032 in appello. Oltre 5 anni. A cui bisogna aggiungerne altri 4 circa per ottenere il giudizio della Cassazione, che in caso di rinvio in appello rimette in moto ulteriormente il meccanismo. Un processo penale tra inizio delle indagini e sentenza d’appello dura mediamente quattro anni. Sono numeri che ci collocano al 160° posto su 185 nelle graduatorie stilate dalla Banca Mondiale. A questi ritardi va poi aggiunta la cosiddetta emergenza carceri, che rappresenta lo sfregio e la vergogna più grande della nostra “civiltà” giuridica: i detenuti sono oltre 66 mila, di cui 24 mila stranieri, contro una capienza dei 206 istituti di pena presenti sul territorio nazionale di 45 mila posti.  Il 40,2% della popolazione penitenziaria, peraltro, è costituito da persone in attesa di sentenza definitiva. Ed il numero dei suicidi e dei tentativi di suicidio rappresenta un altro sintomo inequivocabile di una situazione insostenibile, di tradimento del principio posto dall’art. 27 della nostra Costituzione. Il risultato è l’esposizione del Paese ad un numero crescente di condanne da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

Archiviati il bipolarismo rissoso e le vagheggiate riforme epocali, è giunto il momento di intervenire sul servizio giustizia in Italia con alcuni chirurgici – ma non per questo meno rilevanti – interventi sui veri gangli inceppati del sistema.

Nel nostro programma sono inseriti, per esempio: la depenalizzazione dei reati minori; la valorizzazione dell’operato della magistratura onoraria e dei Giudici di Pace; la modifica dell’istituto della prescrizione (che costa ogni anno un enorme spreco di risorse umane e materiali e un inaccettabile resa dello Stato di fronte alla domanda di giustizia dei cittadini) e del sistema di carcerazione preventiva (diventata un insopportabile abuso); una lotta senza quartiere al fenomeno della corruzione (che costa circa 60 miliardi l’anno, il triplo dell’IMU) e alla criminalità organizzata.

Una vera riforma della Giustizia, che metta da parte una volta per tutte leggi ad o contra personam, e che abbia come target di riferimento solo ed esclusivamente il cittadino e il consumatore: la nostra economia riparte anche da qui.

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Una nuova politica economica, con più libertà e concorrenza

postato il 7 febbraio 2013 da gebuono

di Giuseppe Portonera

La crescita economica è una cosa seria. Il nostro Paese non cresce praticamente da oltre vent’anni e in quei rari e rapidi momenti in cui lo ha fatto è stato solo grazie a congiunture internazionali favorevoli o a iniezioni di spesa pubblica e debito. Proprio l’enorme debito pubblico che ci ritroviamo (oltre 2 mila miliardi €, più di 33 mila € a cittadino – neonati compresi) rappresenta il principale freno della nostra economia. In questo anno sono state fatte diverse riforme strutturali che, a nostro avviso, rappresentano l’unico vero mezzo per rilanciare il sistema produttivo e lavorativo.

Serve quindi una nuova politica economica, che riduca il peso dello Stato e liberi l’iniziativa privata. Per riuscirci servono, prima di tutto, meno tasse e meno spesa pubblica, accompagnate da più dismissioni di patrimonio pubblico, privatizzazioni e liberalizzazioni nei mercati non ancora concorrenziali. La spending review, poi, deve diventare, per lo Stato, Regioni, Province e Comuni, uno strumento permanente: nel 2012 ci ha già fatto risparmiare 12 miliardi, quando entrerà a regime saranno ancora di più.

Per questo la nostra coalizione, che vuole proseguire sulla strada del rigore intelligente, si impegna: ad attuare in modo rigoroso, a partire dal 2013, il principio di pareggio di bilancio (il nuovo articolo 81 cost.), ribadendo che ogni punto di debito pubblico in meno oggi è un pezzo di futuro riguadagnato per le nuove generazioni; a ridurre lo stock del debito pubblico a un ritmo sostenuto e sufficiente in relazione agli obiettivi concordati, in misura pari a 1/20 ogni anno, fino al raggiungimento dell’obiettivo del 60% del PIL.

È necessario poi attuare politiche di liberalizzazione che introducano competitività e concorrenza in quei settori del mercato ancora chiusi e ingessati. Ma il vero obiettivo deve essere quello di ridurre il peso dello Stato, che con la sua manomorta continua a rappresentare un fardello troppo grande. Per questo le Pubbliche Amministrazioni devono impegnarsi: nell’eliminazione degli sprechi e delle inefficienze e nel riconsiderare la continuazione di  programmi di spesa non più attuali; nella ricerca sui risultati dell’attività svolta, in particolare rilevando l’esito dei servizi in termini di ricaduta per la collettività; nella ricerca sui margini di miglioramento in presenza di investimenti.

Il Presidente Mario Monti fa spesso riferimento al concetto di “economia sociale di mercato”, dottrina economica inventata nella Germania post-guerra e ingrediente principale del successo dell’economia tedesca: in Italia, finora, ogni tentativo di importarla si è risolto molto mediocremente, visto che si è puntato molto sul “sociale” e poco sul “mercato”. A noi tocca applicarla nella sua interezza. Vale allora la pena ricordare le parole che Ludwing Erhard pronunciò il 28 aprile 1948, da responsabile dell’amministrazione nella zona della Germania occupata dagli anglo-americani: “Bisogna liberare l’economia dai vincoli statali ed evitare sia l’anarchia sia lo Stato-termite. Solo uno Stato capace di stabilire al contempo la libertà e la responsabilità dei cittadini può legittimamente parlare in nome del popolo”. Lo Stato, come ben spiega Michel Foucault nelle sue stupende lezioni del 1978-79, era caduto preda dell’esperienza storica del nazismo, ma finché non si sarebbe liberato dalla vocazione dirigistica e totalizzante, sarebbe continuato ad essere una dittatura (morbida, ma pur sempre tale). Fallito lo Stato, quindi, solo la libera economia poteva – e può – ricostituirlo: “la storia aveva detto no allo Stato, ma d’ora in poi sarà l’economia a consentirgli di affermarsi”. A noi tocca recuperare quella lezione, per costruire una nuova politica economica, fatta di libertà e concorrenza.

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