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Fondazioni bancarie, perché la Lega può controllare le banche

postato il 1 settembre 2010 da Redazione

dollar$ and ¢ents di fpsurgeonQuando Bossi, pochi mesi fa, disse che dopo le regionali voleva le banche, molti la presero come una boutade, una battuta, abituati a pensare che per controllare le banche bisogna investirci e diventare azionisti. Ebbene, non è così, la Lega può controllare le banche senza spendere un euro e, anzi, vede come una minaccia l’ingresso pesante dei libici nel capitale di Unicredit e di altre istituzioni finanziarie ed industriali italiane (va da se, che se si controllano le banche che erogano il credito si controlla il territorio e le aziende che hanno bisogno di questo credito).

Certo, l’esperienza leghista con le banche non è stata molto positiva in passato, basti ricordare il fallimento della Credieuronord, ma stavolta la Lega sembra muoversi in maniera strategica e soprattutto dimostra di avere perfettamente capito la logica di spartizione delle poltrone, come dimostra l’annuncio fatto da Bossi di avere inserito un suo uomo, Ponzellini (ex braccio destro di Prodi all’IRI e presidente di Impregilo) al vertice della Banca Popolare di Milano.

E questo è solo l’inizio.

A breve scadranno altri consigli di amministrazione di varie banche e la Lega conta di inserire i suoi uomini. Ma come potrà riuscirci senza spendere un euro?

Tramite le fondazioni bancarie, nate negli anni 90, quando si spinsero le banche a diventare Società per Azioni. Allora consistenti pacchetti di controllo furono dati appunto alle Fondazioni, degli enti che complessivamente controllano partecipazioni bancarie per un controvalore di 50 miliardi di euro, oltre al 30% della importantissima Cassa Depositi e Prestiti (quella, per intenderci, che dovrebbe finanziare i progetti di infrastrutture del governo italiano) che a sua volta è un socio forte nelle Poste Italiane (con il 35%), Eni (10%, secondo azionista dopo il Tesoro), Enel (di cui è il primo azionista con il 17,4%) e Terna (30%, primo azionista).

Quindi riassumendo: le fondazioni bancarie hanno quote azionarie importanti per controllare le banche, e per controllare la Cassa Depositi e Prestiti. A loro volta le banche e la Cassa Depositi e Prestiti controllano altre banche (Unicredit controlla, ad esempio, Banco di Roma, Banco di Sicilia e così via, e soprattutto ha una grossa quota azionaria di Mediobanca), Assicurazioni ( Generali in primis), le Poste Italiane, Enel. ENI, Terna e così via.

Quante sono queste Fondazioni? Circa 88, ma quelle realmente importanti e grosse sono 5: Fondazione Cariplo, Fondazione Monte dei Paschi di Siena, Compagnia di San Paolo, Fondazione Cassa di Risparmio di Verona, Vicenza, Belluno e Ancona, e Fondazione Cassa di Risparmio di Torino.

E chi nomina i consigli di amminstrazione di queste 5 fondazioni (ma anche delle altre)? Sono i Sindaci, i presidenti delle Regioni, delle Province, Vescovi e così via.

Pe rintenderci, i consigli di amministrazione delle 5 fondazioni sopra menzionate sono composti complessivamente da 133 persone: 64 di loro sono di nomina politica (29 dai Comuni come quello di Torino o di Verona; 30 da Province, e 5 da Regioni); 44 sono scelti da enti vari (camere di commercio, vescovi come quello di Verona, università); 25 sono nominati direttamente per cooptazione dai componenti già in carica.

Quanto durano in carica queste persone? Molto a lungo, basti considerare ad esempio, il dott. Guzzetti, presidente della Fondazione Cariplo, che è stato nominato nel 1997 e resterà al suo posto almeno fino al 2013. La sua nomina, per altro, fu oggetto di una battaglia “politica”: nel 1997 i leghisti, con l’appoggio di Marco Formentini, allora sindaco di Milano, provarono a nominare una loro perosna di fiducia: Stefano Preda, ma la nomina toccò a Guzzetti che è anche alla guida dell’Acri (l’associazione che raccoglie le casse di Risparmio e le Fondazioni Bancarie) da dieci anni. Ancora più lungo il periodo di “reggenza” di Paolo Biasi, imprenditore e banchiere, che dirige dal 1992 la Fondazione della Cassa di Verona, ma il suo mandato scadrà nell’Ottobre del 2010 e il Carroccio già promette battaglia per il rinnovo del cda.

A questo punto cosa accade? I cda delle Fondazioni bancarie, ovviamente, possono nominare alcuni membri dei cda delle banche e delle società sopra menzionate, condizionandone, quindi, le strategie, ma i giochi possono essere sparigliati dagli altri soci di queste società, soprattutto se sono soci forti, con grossi capitali e slegati dalla vita politica ed economica italiana.

Da questa considerazione, si capisce perchè la Lega abbia visto molto male e anzi abbia “protestato” quando è stato reso noto che la Libia vuole arrivare al 20% dell’ENI e al 10% del capitale di Unicredit, diventando così il primo socio di riferimento di questi colossi, proteste veementi da parte di alcuni suoi membri, ad uso del loro elettorato, mentre altri membri come Zaia si dimostrano molto più malleabili e disponibili a scendere a patti con i nuovi soci forti, dimostrando che al di là dei proclami, ciò che conta è il business.

“Riceviamo e pubblichiamo” di Gaspare Compagno

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I messaggi di Gheddafi e le nostre risposte

postato il 1 settembre 2010 da Redazione

La visita di Gheddafi in Italia ha confermato lo spettacolo imbarazzante, l’ennesimo, a cui il nostro paese è sottoposto, come conseguenza della spregiudicata politica estera, sempre più incentrata sui rapporti unilaterali, che il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi porta avanti.

La seconda visita di Gheddafi in Italia ha celebrato lo storico trattato di amicizia stipulato due anni fa tra l’Italia e la Libia. Lasciando da parte quegli aspetti economici, sociali, di sicurezza e di contenziosi storici da chiudere che hanno contribuito all’accordo, se valutiamo il trattato da un punto di vista storico e giuridico, può considerarsi anche doveroso che l’Italia risarcisca per i crimini commessi durante l’occupazione della Libia (può essere anche un precedente positivo nel diritto internazionale che però anche altri Stati responsabili di gravi crimini è auspicabile vogliano seguire). Quello che lascia forti dubbi però è se un accordo del genere possa essere siglato con uno Stato non propriamente democratico, come quello guidato da decenni dal colonnello libico Gheddafi.

Forse sì, ma allora doveva essere incentrato sulla sottoscrizione di un impegno per un maggior rispetto dei diritti umani e dei valori della libertà. E in quel caso già sognavo un Berlusconi prima maniera (quello della discesa in campo per la rivoluzione liberale) che andava a Tripoli e, insieme ai tanti soldi, proclamasse, forse con uno stile un po’ americano, l’esportazione della democrazia in forma pacifica, richiamando il dittatore libico al rispetto dei diritti umani, dei dissidenti politici e della libertà religiosa.

Invece sta succedendo esattamente il contrario: come in un incubo, vediamo Gheddafi, per la seconda volta a Roma, diventare il protagonista assoluto di questi incontri bilaterali; prenderci sempre più gusto e, nell’assordante silenzio della maggioranza (anche quella più beceramente anti-islamica), esaltare lo Stato libico contro le decadenti democrazie occidentali, celebrare con pubbliche manifestazioni le conversioni di alcune donne all’Islam, invitare l’Italia e tutta l’Europa decadente a convertirsi alla “Vera e Ultima” religione, tenere lezioni a centinaia di giovani e belle donne e, infine, chiedere sempre più soldi all’Europa per “riuscire” a contenere l’arrivo di nuovi immigrati in fuga dalle coste libiche. Insomma un vero capolavoro quello che ci fa vivere la diplomazia berlusconiana.

Ma i tre giorni di spettacolo “folkloristico” offerto da Gheddafi, tra i silenzi del governo italiano, ci danno l’occasione anche per fare qualche riflessione su di noi. Infatti i messaggi provocatori, e allo stesso tempo tristemente seri, del colonnello libico fanno inesorabilmente da specchio della nostra società; ad esempio sul valore e il ruolo della donna, così maledettamente simile a quello che sembra offrire gran parte della società italiana e della nostra classe politica.

Così come i tentativi di colonizzazione della religione islamica, se da una parte si scontrano con una democrazia liberale che ha gli anticorpi per tenere a distanza l’impostazione da Stato etico di Gheddafi, dall’altra trovano terreno fertile in una società dove sempre più forte risulta la deriva etica relativista, che renderà sempre più difficile il confronto con le altre culture e le altre religioni, soprattutto quelle emergenti ed “aggressive”; confronto che non è aiutato neppure da una presunta tutela della Cristianità e dei suoi valori, se questa passa attraverso interlocutori assai poco credibili che, con la scusa del crocifisso, seminano i germi della violenza, della xenofobia e dell’intolleranza.

Insomma l’“incubo” che la diplomazia italiana ci ha fatto vivere in questi giorni si porta dietro, insieme allo sdegno crescente per una politica estera di Berlusconi incentrata sempre di più da rapporti stretti e consolidati con chi non sempre rispetta i diritti umani e della libertà (Putin, Gheddafi e il leader bielorusso Alexander Lukashenko), anche l’occasione per riflettere un po’ meglio su di noi e provare a migliorare: la nostra politica, ma non solo.

“Riceviamo e pubblichiamo” di Carlo Lazzeroni

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Un consiglio al Cavaliere dimezzato

postato il 31 agosto 2010 da Redazione

Alla ripresa dei lavori parlamentari Silvio Berlusconi cercherà di rianimare il suo governo e di mettere con le spalle al muro i finiani con i cinque punti programmatici partoriti dal vertice del Pdl di metà agosto. Nelle intenzioni del Premier questi cinque punti (giustizia, mezzogiorno, fisco, federalismo e sicurezza) dovrebbero rappresentare la riscossa di un governo da troppo tempo bloccato da lotte di potere e scandali ed anche l’estremo tentativo di ricompattare la maggioranza per evitare le urne.

Eppure questi cinque punti, sui quali il Cavaliere confida tanto, hanno già il sapore della sconfitta perché sono l’ombra della rivoluzione liberale, di quel grande progetto riformatore più volte propagandato ad ogni consultazione politica. Da anni in prossimità delle elezioni politiche appare un Cavaliere rampante con programmi di rinnovamento epocale che però una volta al governo puntualmente si tramuta in un Cavaliere inesistente che preda di mille problemi politici e giudiziari dimentica sogni e progetti. Ma questi cinque punti, frutto di limature ed equilibrismi, più che un programma innovatore sembrano  “macerie programmatiche” che mal si addicono ad un Cavaliere rampante, piuttosto è il caso di ricorrere nuovamente alla celebre trilogia araldica di Italo Calvino per parlare questa volta di un Cavaliere dimezzato.

Il Premier è dimezzato non solo perché ha perso gran parte del suo lustro ma perché è proprio il suo programma ad essersi rimpicciolito. I più perfidi ricorderanno i 45 punti del programma della “discesa in campo” del 1994 e poi i monumentali 100 punti programmatici del Polo delle Libertà nel 1996 che segnano l’apogeo del programma berlusconiano a cui segue la progressiva diminuzione dei punti: 10 con la Casa delle Libertà nel 2006 e infine 7 con il Popolo delle Libertà nel 2008. Oggi i punti sono solo 5 e il Cavaliere  come il suo programma è ben più che dimezzato. Bisogna capire a questo punto se questi cinque punti sono solo una parte della strategia di Silvio “il temporeggiatore”,  che vuole prendere tempo per mettere al muro Fini ed evitare che il duo Bossi-Tremonti passi all’incasso elettorale, oppure sono il reale tentativo di dare una svolta concreta all’azione governativa e rimettere in moto il Paese.  In quest’ultimo caso un’opposizione responsabile e repubblicana non dovrebbe avere problemi a esaminare senza pregiudizi ed eventualmente votare dei provvedimenti chiari e necessari, tuttavia al momento questa valutazione resta in sospeso perché i cinque punti sono solo dei contenitori vuoti, delle generiche affermazioni programmatiche che Berlusconi deve necessariamente chiarire.

Luogo naturale del chiarimento è il Parlamento davanti al quale il Premier si deve presentare con la sua squadra, e in questo senso è auspicabile che al più presto un ministero chiave come quello dello Sviluppo economico abbia finalmente un titolare, per chiarire a maggioranza e opposizione in cosa consistono i cinque punti programmatici. In questo agosto così politicamente movimentato il Foglio di Giuliano Ferrara ha lanciato la simpatica iniziativa “mozione di settembre” ovvero “gioco di società per evitare un agosto di lavoro al Cav. (e rilanciare il gov.)” con la quale si chiede a lettori più o meno celebri di dare qualche dritta a Berlusconi per il prossimo appuntamento politico. Chissà se il Cavaliere ha letto qualche suggerimento? Nel dubbio si potrebbe provare a dare qualche consiglio e considerato che le grandi riforme sembrano ormai fuori portata si potrebbe tentare di salvare il salvabile, magari trovando anche  il consenso dell’opposizione, portando in Parlamento qualche piccolo ma necessario provvedimento.

Si potrebbe tornare a parlare del più volte promesso quoziente familiare e si potrebbe provare a rimettere in moto l’economia italiana rendendo facile la vita alle imprese e favorendo la creazione di attività con lo snellimento e la semplificazione delle pratiche burocratichel’eliminazione di costi e vincoli amministrativi ingiustificati. E se poi si parlasse di tornare ad investire su istruzione e ricerca e di ripristinare gli stanziamenti per le Forze dell’Ordine?  Ma qui ci stiamo già allontanando dai famigerati cinque punti e non è il caso di andare oltre perché se è vero che Martino per un punto perse la cappa figuriamoci cosa succederà al Cavaliere con cinque.

“Riceviamo e pubblichiamo” di Adriano Frinchi

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Il sostegno che manca alla famiglia

postato il 30 agosto 2010 da Redazione

Paternità, di GeomangioLo avevano detto tempo fa vari istituti come Banca d’Italia, Istat e altri ancora: le famiglie sono sempre più povere e sono poco sostenute economicamente.

Adesso anche il ministero del Tesoro certifica questa triste realtà, come si evince questa notizia ANSA: WELFARE: TESORO, ITALIA ULTIMA IN UE-15 PER SPESA FAMIGLIA

CON PORTOGALLO E SPAGNA FANALINO CODA PER SOSTEGNO MATERNITA’ (ANSA) – ROMA, 28 AGO – Per la famiglia e la maternita’ l’Italia spende solo l’1,2% del prodotto interno lordo, mentre nell’Unione europea si spende decisamente di piu’ (2,1% nella Ue a 15 e 2,0% nella Ue a 27). Nella classifica dell’Europa a 15 l’Italia risulta, assieme alla Spagna e il Portogallo, ultima per la spesa in rapporto al Pil. Per quanto riguarda invece la quota di spesa nell’ambito di tutte le prestazioni di protezione sociale, l’Italia tra i 27 Paesi europei precede solo la Polonia: nel nostro Paese la quota per la famiglia e la maternita’, nell’ambito della spesa per welfare, pesa il 4,7% (in Polonia il 4,5%). Ma la media complessiva dei Paesi europei e’ dell’8%. E’ quanto risulta dall’ultima ‘Relazione Generale sulla situazione economica del Paese’ del ministero dell’Economia.

Come si vede la situazione non è allegra, anzi è drammatica per le famiglie, e i numeri non mentono, nulla di nuovo, una realtà che la gente vive ogni giorno.

Una realtà triste, che denota la totale assenza del governo su questo capitolo importante, assenza che si ritrova anche nei famosi 5 punti di Berlusconi, che non presentano interventi a favore delle famiglie, tanto che lo stesso Sacconi, ieri al Corriere della Sera ha dichiarato testualmente: ”meno Stato, piu’ societa’. Non piu’ ‘mercato’, piu’ societa”’. ”Con la crisi mondiale finisce il Leviatano. Finisce lo Stato pesante e invasivo”, facendo prefigurare che lo Stato “più leggero” si tradurrà anche in futuro in meno sostegno all’economia e alle famiglie.

Anche se in linea con sue affermazioni passate, in cui ad esempio incoraggiava la chiusura di ospedali in Veneto (gelando così i costruttori veneti che così si ritrovano con 4 miliardi in meno di investimenti pubblici e 20.000 posti di lavoro in meno nel solo Veneto), la formula “meno Stato” appare di per sé preoccupante; non c’è bisogno di azzerare lo Stato ma di uno Stato più equo, che faccia rispettare la legge, e che sia oculato nello spendere le sue risorse avendo come obbiettivo il sostegno delle famiglie e la crescita economica dell’Italia.

Soprattutto, le dichiarazioni di Sacconi, e l’assenza della famiglia nelle manovre di Tremonti e nei 5 punti di Berlusconi, stridono con l’iniziale programma di governo in cui era stata inserita la promessa di una politica organica di aiuto alle famiglie.

Bisogna, invece, rilanciare una politica del lavoro e una politica di sostegno verso le famiglie, anche portando avanti la proposta del quoziente familiare, come sostenuto dall’on. Volontè che ha testualmente detto: “L’Italia e’ ultima nella Ue per le spese a favore delle famiglie, quindi e’ la prima in ingiustizia fiscale. Il Ministero del Tesoro certifica la drammatica realta’. Ora il Governo mantenga impegni su fisco familiare. Il ‘quoziente’ e’ una urgenza indifferibile”.

Ma cosa è il quoziente familiare?

Si tratta di modificare le traadizionali fasce ISEE (acronimo per Indicatore Situazione Economica Equivalente) in base al nuovo parametro, infatti, si otterrebbe che i nuclei con due o più figli possano avere una diminuzione dei costi dei vari servizi, con benefici in termini concreti anche di un centinaio di euro all’anno per ogni figlio.

Una proposta di facile esecuzione, e con un impatto limitato sui conti pubblici, ma che permetterebbe di dare un sostegno concreto alle famiglie, che sono non solo sostegno sociale, ma anche economico dell’Italia intera.

“Riceviamo e pubblichiamo” di Gaspare Compagno

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La nuova visita di Gheddafi a Roma

postato il 29 agosto 2010 da Redazione

‘Riceviamo e pubblichiamo’

di Giuseppe Portonera

La cosa più simpatica di questo nuovo viaggio di Mu’ammar Abū Minyar al-Qadhdhāfī , supremo leader libico, in Italia, resterà senza dubbio la telefonata del colonnello Francesco Ferace all’ambasciata libica, per informarsi di come debbano essere nutriti i trenta fantastici quadrupedi che la “Guida della Rivoluzione” ha portato con sé. [Continua a leggere]

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La tessera della discordia: il calcio e i suoi tifosi ad un bivio

postato il 29 agosto 2010 da Redazione

Il mondo del calcio si è rimesso in moto in queste ore, con la (grande?) novità della tessera del tifoso.
Abbiamo assistito a veementi proteste degli ultras un po’ in tutta Italia, a divisioni tra tifosi della stessa squadra (nella mia città, Pisa, domenica scorsa si è arrivati allo scontro, prima verbale e poi fisico, tra la minoranza più oltranzista della curva e la maggioranza degli sportivi che ha invece accettato di fare la tessera) e, per finire in bellezza, alla violenta contestazione al ministro dell’interno Maroni, con assalti da parte degli ultras bergamaschi durante un comizio ad una festa leghista.

Ma cosa è questa tessera e perché è tanto ostacolata? La tessera del tifoso è una sorta di bancomat personale con cui i tifosi avranno una serie di servizi (acquistare i biglietti in modo più veloce, passare attraverso varchi preferenziali negli stadi, accedere allo stadio anche nei casi di partite soggette a restrizioni per ragioni di sicurezza). Il punto più importante infine è che questa serve necessariamente per assistere ad una partita in trasferta, visto che le società hanno l’obbligo di vendere i biglietti riservati ai settori ospiti esclusivamente ai possessori della tessera del tifoso.

Insomma non è una schedatura vera e propria ma poco ci manca. Per questo è chiaramente rifiutata dagli ultras e perché, con questo sistema i tifosi sottoposti alla Daspo non potranno più, contrariamente e quanto avveniva fino ad ora, eludere il provvedimento di divieto ad entrare negli stadi. Insomma questa tessera non sarà la panacea di tutti i mali, ma è un passo avanti per responsabilizzare tutti gli sportivi che vanno allo stadio. Quei tifosi che non hanno niente da temere con la giustizia forse ci guadagnano qualcosa.

Ma questo provvedimento non potrà, da solo, cambiare un sistema calcistico che nel tempo sta diventando insostenibile. Servirà molto altro per provare a mettere in campo quella rivoluzione culturale di cui il calcio avrebbe bisogno. Vediamo alcuni spunti: innanzitutto, l’istituzione di questa tessera dovrebbe bloccare, fin da subito, le decisioni prese dall’Osservatorio Nazionale delle manifestazioni sportive e il Casms (Comitato di analisi per la sicurezza delle manifestazioni sportive) di negare ai tifosi di una squadra ospite di partecipare ad una trasferta, o di disputare partite a porte chiuse. Questo infatti va proprio contro la nuova filosofia che servirebbe per migliorare il nostro calcio. La politica e le istituzioni che garantiscono la sicurezza dovrebbero, d’accordo con la Figc, avere inoltre maggior coraggio e ridurre drasticamente la militarizzazione della domenica, con intere zone delle città chiuse e blindate per una partita di calcio. Ogni cittadino di buon senso sa, con la crisi in corso e con i problemi di criminalità che abbiamo, che lo sproporzionato numero di forze dell’ordine negli stadi è un costo non più sostenibile, oltre che un affronto allo sport, quello vero.

A questo proposito qualcosa si sta muovendo; ad esempio, negli ultimi anni la città di Firenze ha sperimentato la graduale riduzione di impiego delle forze di polizia e solo nelle aree più esterne dello stadio. Su questo tema dovrebbero rischiare di più anche le società calcistiche, che in troppi casi tengono rapporti troppo stretti con i violenti di casa propria. Alle società invece dovrebbe essere affidata, attraverso gli steward, la completa gestione della sicurezza negli impianti, con la polizia soltanto in supporto. Inoltre basterebbe poco per prendere iniziative tese a svelenire il clima tra opposte tifoserie, ad esempio organizzando “terzi tempi” tra tifosi, con punti di accoglienza prima e dopo la gara per i tifosi ospiti. Infine, si dovrebbe avere il coraggio di abbattere le barriere degli stadi, da noi troppe volte concepiti come un campo di battaglia, con divisioni e gabbie.

In attesa di costruire nuove stadi più adatti ad accogliere bambini e famiglie, che almeno si facciano delle piccole migliorie su quelli vecchi. Se in Inghilterra e in altri paesi europei non esistono divisioni tra tifosi e tra i tifosi e il terreno di gioco, se ai mondiali o agli europei è normale per i tifosi vedere le gare stando fianco a fianco, perché non deve essere possibile, nei nostri stadi, vedere tifosi di squadre avversarie sedere gli uni accanto agli altri? Come in Inghilterra, serve anche da noi il pugno durissimo contro chi sgarra (ricordo che all’interno degli stadi inglesi esistono delle celle dove i tifosi sono messi in attesa di essere arrestati), ma anche una nuova cultura sportiva di vivere il calcio che, guarda caso, ogni allenatore italiano che va ad allenare all’estero sottolinea. Non sarà facile e sarà un processo lungo, ma siamo ad un bivio. La tessera del tifoso deve essere solo un piccolo tassello inserito in una serie di azioni per dare vita ad una nuova era: senza, il calcio sopravvivrà ancora per un po’, ma non avrà un grande futuro.

“Riceviamo e pubblichiamo” di Carlo Lazzeroni

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Un esempio di ottima politica economica: la Germania

postato il 27 agosto 2010 da Redazione

In questi giorni si è avuta la conferma che per alcune nazioni, la ripresa è dietro l’angolo: uno di questi è la Germania che sta tornando a correre, occupando di nuovo il suo posto di locomotiva d’Europa.
E’ probabile che la Germania chiuda il 2010 con un numero medio di disoccupati pari a 3,2 milioni, 250mila in meno rispetto al 2009 e oltre 1,5 milioni in meno rispetto a cinque anni fa.
In pratica come se la crisi mondiale non ci fosse stata.

Già da alcuni mesi la Germania, governata da un governo di larghe intese e guidata da Angela Merkel, ha dato segni di un notevole risveglio economico: il PIL è cresciuto del 2,2% contro l’1% dell’Europa, nonostante la Germania abbia varato una manovra correttiva molto più pesante (circa 70 miliardi di euro distribuiti tra tagli e maggiori tasse, nell’ordine di 10 miliardi di euro da ora al 2016) di quella di altre nazioni europee, mentre l’indice IFO ha registrato un rialzo dell’indice di fiducia nelle imprese tedesche a 106,7 punti nel mese di agosto, rispetto ai 106,2 di luglio e contro le attese degli analisti di una soglia pari a 105,7. I dati, inoltre, fanno segnare una forte crescita degli investimenti e una ripresa della domanda dalle principali economie emergenti. La crescita del 2,2 per cento dell’economia tedesca nel secondo trimestre fa sperare le imprese, ma potrebbe andare meglio e la Bundesbank ha rivisto al rialzo le previsioni di crescita per il Paese nel 2010 a un più 3 per cento.

Le esportazioni sono aumentate dell’8,2 per cento nella prima metà dell’anno. Su tutto questo, le industrie premono perché il governo liberalizzi le norme per l’immigrazione e il permesso di lavoro degli stranieri qualificati. Il governo è diviso, il ministro dell´Interno si dice contrario, ma la carenza di personale minaccia di frenare la crescita tedesca che si indirizza soprattutto nell’export verso paesi extra UE, come la la Cina e il Brasile, senza dimenticare la Russia, il Sud Africa e altre zone del Far East asiatico.

Come sono stati raggiunti questi risultati?
La Germania ha saputo rafforzare la sua capacità manifatturiera favorendo e sostenendo la capacità di ricerca e innovazione e incoraggiando l’immigrazione di personale qualificato anche da altre nazioni, non solo della UE, ma anche extracomunitari, ottenendo in tal modo grande ammodernamento tecnologico, qualità e la possibilità di essere rapidamente aggiornato sulle nuove tecnologie. Su tutto ciò la Merkel è stata molto abile: nei suoi viaggi ha saputo lanciare al massimo il marchio “Germania” come sinonimo di affidabilità, qualità e serietà, anche grazie alla sua serietà riconosciuta da tutti i leader mondiali.

Ecco la Germania vincente, che incoraggia la ricerca, con la Siemens in Cina e in Brasile (alta velocità ferroviaria, impianti per l’energia rinnovabile), la Bmw e la Volkwagen, e altre aziende. Per fare ciò ci vuole anche il coraggio di prendere delle scelte a volte difficili: la Germania ha deciso, ad esempio, di imporre una tassazione aggiuntiva per le banche con l’obbiettivo di racimolare 1,5 miliardi di euro annui da destinare ad un fondo di sostegno per le stesse banche in crisi.

Investendo moltissimo sulla produttività e con dei sindacati responsabili che hanno partecipato all’operazione, accettando modifiche dei salari e degli orari in cambio di tutela dell’occupazione.
E il resto d’Europa? L’Italia ha delle caratteristiche simili, per certi versi, alla Germania, a partire proprio dall’industria: siamo il secondo paese manifatturiero del continente, dopo i tedeschi, ma a differenza dei tedeschi il sistema pubblico, la politica, i sindacati, sono meno attivi nel sostegno all’industria e alla sua espansione internazionale.

“Riceviamo e pubblichiamo” di Gaspare Compagno

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Ma il problema dei cattolici non è solo Berlusconi

postato il 26 agosto 2010 da Redazione

La polemica sull’editoriale di Famiglia Cristiana è una di quelle polemiche inutili che distraggono dalle questioni importanti. E’ una polemica inutile perché il settimanale dei paolini è una rivista cattolica, e non dunque la rivista rappresentativa di tutti i cattolici italiani, che esercita legittimamente come qualunque altro organo di stampa il diritto di critica nei confronti del governo di questo Paese.

Risultano così sproporzionate le reazioni dei pretoriani berlusconiani  che sembrano vivere in un mondo dove esiste il crimine di lesa maestà per quanti dissentono dal Premier  e dove i giornali cattolici si occupano solo del fatto se è meglio accendere le candele a san Francesco o a san Giuseppe. Fortunatamente viviamo in un paese libero e democratico dove criticare il Presidente del Consiglio è legittimo e a volte doveroso anche per un giornale cattolico che, ricordiamocelo, ha il compito di cercare la verità e di guardare alla realtà sub luce Evangelii. Fatta questa premessa necessaria per sgombrare il campo dalle sterili polemiche è giusto occuparsi dell’editoriale di Beppe Del Colle che pur facendo delle importanti sottolineature sembra perdere di vista lo sfondo più vasto della vicenda dei cattolici italiani in politica.

Del Colle si muove sulla scia di un bell’editoriale di Gian Enrico Rusconi su La Stampa, dove si invitano i cattolici italiani a fare autocritica sulla recente esperienza politica, e attribuisce alla discesa in campo del Cavaliere il “demerito” di aver iniziato la diaspora del voto cattolico. Il “fenomeno Berlusconi” è sicuramente un elemento chiave per comprendere la vicenda recente dei cattolici in politica ma non esaustivo perché la crisi della presenza politica dei cattolici in Italia viene da lontano: non è stato Berlusconi a spaccare il voto cattolico ma la storia.

Il cambiamento e le fibrillazioni della Chiesa Cattolica sempre meno monolite e più sinfonia, il crollo delle ideologie, la crisi irrisolta della Democrazia Cristiana hanno progressivamente “liberato” il voto cattolico in Italia (è sufficiente guardare il progressivo assottigliarsi dell’elettorato democristiano) che orfano della Balena Bianca si è disperso tra le nuove formazioni politiche con una innegabile, e incoraggiata dalle gerarchie ecclesiastiche, preferenza per le forze del cento destra guidato da Silvio Berlusconi. Solo a questo punto si può accettare il rilievo di Del Colle sul problematico rapporto con il berlusconismo che da un lato, supportato da schiere di atei devoti, solletica e ammalia i cattolici con la difesa ad oltranza della vita ma dall’altro opera una progressiva estromissione dei valori dalla vita personale e comunitaria.

C’è dunque un rapporto problematico dei cattolici con il berlusconismo, ma c’è soprattutto un problema della presenza dei cattolici nella vita politica e nella società civile che le vicende di questi anni, incluso il berlusconismo, non fanno altro che confermare. Questa crisi della presenza politica dei cattolici rientra nel più grande travaglio della Chiesa Cattolica che nel nostro caso non riesce a far passare capillarmente al suo interno la convinzione che l’impegno per la cultura e per l’educazione e la formazione della persona umana costituisce la prima sollecitudine dell’azione sociale dei cristiani. Mancano, per usare una immagine quasi milaniana, quei preti che ti volevano davvero bene e dunque ti  mettevano il Vangelo in una mano e il giornale nell’altra e ti insegnavano che la “Buona Notizia” delle pagine evangeliche può e deve essere anche nelle pagine del tuo giornale. Ecco perché ha ragione Rusconi quando dice che i cattolici “non possono limitarsi a scaricare la responsabilità sulla cattiva politica del presente” ma devono compiere una seria autocritica su questi ultimi anni, una critica che colpisca specialmente ogni appiattimento deferente verso i potenti finalizzato a lucrare favori o vantaggi, una critica che sostenuta dalla radicalità evangelica ridia spazio e vigore alle voci profetiche capaci di denunciare ma anche di annunciare gioia grande, capaci di ripetere le parole isaiane: “per amore del mio popolo non tacerò”.

“Riceviamo e pubblichiamo” di Adriano Frinchi

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Quella DC nata al nord e l’esigenza di un federalismo autenticamente solidale

postato il 26 agosto 2010 da Redazione

Il Sole 24 Ore” di ieri, con un interessante articolo a firma di Dino Pesole, cerca di rinfrescare le nozioni del Ministro Bossi sulla storia della Democrazia Cristiana, probabilmente da rivedere (assieme a tante altre questioni).

La DC, contrariamente all’analisi del “senatur”, nasce nel pieno del secondo conflitto mondiale (1942) come un partito decisamente legato al territorio del Nord, in particolare a quel Nord profondo, contadino, cattolico e lavoratore che faceva della triade ”casa – chiesa – bottega” il proprio punto di riferimento (i racconti di Guareschi con la parabola del Bene Comune portato avanti, nonostante le divergenze, dal pretone della Bassa Don Camillo e dal sindaco comunista Peppone sono eloquenti al riguardo).

Molta parte di quel Nord oggi in camicia verde (si pensi all’epopea del “mitico” Nordest tra gli anni ’80 e ’90) nasce indubbiamente da questo sostrato sociale. Territori vocati ad una tragica emigrazione che, partita alla fine dell’Ottocento, si protrarrà anche durante il regime fascista, nonostante i proclami mussoliniani. Quei territori trovarono un importante punto di riferimento nel rassicurante pensiero democristiano, nella sua azione moderata, nel valore della sua classe dirigente che aveva fatto la Resistenza, pagando anche a caro prezzo l’adesione alla democrazia (si pensi a Porzus e alle vicende del “Triangolo della Morte”, con l’uccisione di molti sacerdoti e politici moderati solo colpevoli di aver invocato una pace sociale) e nell’adesione all’Alleanza Atlantica e al Piano Marshall.

Riforma agraria, Piano Casa, riforma fiscale, provvedimenti messi in campo negli anni del centrismo segnato dall’impronta della figura di De Gasperi, strizzavano certamente l’occhio a questi stati sociali, gettando le basi di quel “boom” che poi caratterizzerà l’Italia degli anni ’60. Certo, la progressiva meridionalizzazione di apparati dirigenti e di governo, esasperata alla fine degli anni ’80, ma già iniziata nei tragici “anni di piombo”, porterà ad un certo distacco e alla nascita dei primi fermenti anti – centralisti.

Non posso qui non citare, a tal proposito, l’intelligente intuizione di un grande politico della terra veneta quale Antonio “Toni” Bisaglia (1929 – 1984), morto prematuramente all’apice della sua carriera : creare un partito federato, sul modello della CSU bavarese, per stare realmente accanto agli interessi e alle priorità del territorio, di fronte ad un progressivo distacco di una partitocrazia crescente da quella borghesia che aveva appoggiato la nascita della DC. Una lezione importante, che esaltava un federalismo solidale, nel solco della tradizione dei Comuni italiani (di là viene non a caso il motto “Libertas”) come indicato nel lontano 1919 da Don Sturzo in prima persona, per prevenire quei fermenti che già agitavano le acque del Nord d’Italia, nel generale riflusso ideologico degli anni ’80. Un modello che forse, nel progetto di un nuovo soggetto politico legato alla coesione e responsabilità nazionale, avrebbe senso riprendere, per dare, come sottolineato recentemente anche dalla CEI, un senso solidale e non egoistico alla riforma dello Stato in atto, da non ridurre a mero slogan propagandistico di qualche soggetto politico, o, peggio, a paravento per parole d’ordine dure e contro l’interesse della nostra “povera Patria” (Battiato docet).

“Riceviamo e pubblichiamo” di Marco Chianaglia.

2 Commenti

Gli smemorati di Pontida

postato il 25 agosto 2010 da Redazione

Cari lettori, ma voi lo sapete cos’è “La Padania”?

No, non mi riferisco alla mitica Eldorado del Nord, esistente sin dai primordi della storia e dell’umanità. Stavo parlando del giornale ufficiale della Lega Nord, la “Voce del Nord”, già organo di riferimento per il “Nord unito”, il “Nord mitteleuropeo” (direttori colti, eh?), e addirittura per la “Mitteleuropea” (tutta intera, evidentemente, dalla Padania all’Ungheria, passando per Germania e Polonia). È un giornale che spara a zero contro “Roma Ladrona” e contro il Sud sprecone, ma che poi non disdegna il finanziamento annuale statale di oltre 4 milioni di euro. È un giornale che vanta come direttore politico Umberto Bossi, già reo confesso al processo Enimont, già condannato per vilipendio dello Stato e noto estimatore delle proprietà della carta igienica “Tricolore”. È un giornale piccolino (vende in media 22 mila copie), ma sa sempre come farsi sentire (in osservanza alla legge del “chi ce l’ha più duro vince”).

Tutto ciò è relativo, però. Perché “La Padania” è forse uno dei pochi giornali a poter vantarsi di aver anticipato uno dei cavalli di battagli più famosi de “La Repubblica”. Come? È l’8 luglio 1998 e la Lega Nord ha rotto da tempo i ponti con il Polo delle Libertà e con il suo leader Silvio Berlusconi. Per questo, l’allora direttore Max Parisi, fa del suo giornale, “La Padania” per l’appunto, il primo al mondo a tuonare, contro “Berlusconi mafioso”, pubblicando in prima pagina diverse foto di big dei Cosa Nostra (Riina, Brusca, Badalamenti, Calò), in compagnia proprio del leader di Forza Italia e del suo braccio destro, Marcello Dell’Utri, numerosi documenti e le dieci domande indirizzate al premier! Sì, proprio le famose e ormai celeberrime “dieci domande”. Domande che vale davvero la pena di rileggere, documentate a dovere, un vero e proprio esempio di giornalismo coraggioso. Max Parisi, poi, concludeva il suo articolo, lanciando un appello a Berlusconi: “Poiché c’è chi l’accusa che quell’oceano di quattrini provenne dalle casse di Cosa Nostra e sta indagando proprio su questo, prego, schianti ogni possibile infamia dicendo semplicemente la verità. Punto per punto, nome per nome. È un’occasione d’oro per farla finita una volta per tutte. Sappia che d’ora in poi il silenzio non le è più consentito né come imprenditore, né come politico, né come uomo.

Dopo 12 anni, immagino, “La Padania”, starà aspettando una risposta. E invece no. Perché si direbbe che invece lì dalle parti di Pontida abbiano cambiato idea: prendete in mano una qualsiasi copia del giornale è leggere che Berlusconi non è più “in combutta con la Mafia”, ma è il “salvatore del Nord”, boicottato (dicono loro: sì, sempre gli stessi) dagli affaristi del Sud (che rispondono ai vari nomi di Casini, Fini, PD e compagnia bella) e dalla magistratura militante. Smemorati? Sbadati? Rassegnati? Oh, no. Gli smemorati de “La Padania” la loro risposta l’hanno trovata. E sapete dove? Nel traffico delle banche, delle quote latte e nella lottizzazione dei vari enti pubblici organizzato dal proprio partito di riferimento. Perché se Roma è e resterà sempre “ladrona”, chi vieta alla Padania (la terra, si intende) di sedersi al tavolo dei commensali e di tenere per sé la fetta migliore di tutto? Come Berlusconi sia riuscito ad accumulare il suo patrimonio non può avere più nessuna importanza, visto che, ora come ora, sono super-impegnati ad accumulare il loro, di patrimonio.

E allora al diavolo le dieci domande a Berlusconi. È la Padania, bellezza.

“Riceviamo e pubblichiamo” di Giuseppe Portonera.

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