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Fenomenologia dello Spirito Verde

postato il 10 marzo 2010 da Redazione

Piazza-del-Monumento-alla-Battaglia

‘Riceviamo e pubblichiamo’ di Jakob Panzeri

Il mio intento è quello di sviluppare un’analisi reale, razionale e oggettiva del fenomenologia leghista ed essere un osservatore ed uno sperimentare attento.

Cercherò di farlo da un punto di vista oggettivo ed imparziale,  a volte anche scomodo e anti-conformista, cercando di analizzare il fenomeno lega nella sua azione individuale e sociale e scomponendone le passioni. Quest’analisi può anche non essere accettata, criticata o rigettata.

E’ solo un analisi che un ragazzo diciottenne, evocando dalla peste di Berlino del 1831 uno dei suoi filosofi preferiti e promettendo di seguirne l’analisi dialettica, cercherà di condurre. Vediamo dunque da cosa si manifesta lo spirito leghista, cioè l’idea in sé: il movimento Lega Nord suole far risalire le sue origine al 1176, quando il condottiero Alberto da Gluxano, per molti un personaggio dai contorni leggendari anche se attestato nel Chronica Mediolanses di Fra Galvano Fiamma, sconfisse l’esercito imperiale di Federico I nella battaglia di Legnano salvando le franchigie e le libertà comunali dall’influsso del Sacro Romano Impero di Germania. Inoltre la Lega suole rifarsi a Carlo Cattaneo, patriota e filosofo italiano che insieme a Roberto Ardigò costituisce il nucleo del positivismo italiano; egli prese parte alle cinque giornate di Milano contro gli austriaci e ideò il primo embrione del concetto di “federalismo”. 

Tuttavia la Lega attuale, pur rifacendosi nei simboli (il carroccio e il guerriero) o nelle tematiche (la devolution) è alquanto differente dall’essere un’organizzazione comunale duecentesca o una corrente filosofia della Belle Epoque. La Lega Nord nasce nel 1989 e curiosamente nasce come confederazioni di movimenti: riunisce infatti la Lega per l’indipendenza della Padania, la Liga Veneta, il Piedmont autonomiste, l’Union Ligure, la lega Emiliana Romagnola e Alleanza Toscana. Di  questa confederazione viene eletta come presidente una donna, Marilena Marin, della Liga Veneta, mentre inizia a farsi notare e riesce a farsi eleggere segretario  il varesino Umberto Bossi.

Se dapprincipio sembra più uno scherzo, i principali partiti si accorgono subito che le leghe stanno prendendo piede e chiedono indipendenza per le loro regioni, tanto che Bettino Craxi , riunendo il partito socialista a Pontida il 3 marzo 1990, offrirà per evitare una maxi secessione del centro-nord una riforma federalista dell’Italia, progetto rifiutato. Due profonde anime si celano nella nascente confederazione che nel 1991 si unirà nella Lega Nord e troverà il suo fondatore e leader in Bossi:  un’anima fortemente popolare, movimentista, azionista e secessionista che troverò il suo apice nella campagne delle camicie verdi e negli scontri di Via Bellerio il 18 settembre 1996, dopo la dichiarazione formale di indipendenza dal suolo patrio e gli scontri con gli agenti di polizia, e un’anima istituzionale e riformista che non pretende lotte e sedizioni ma riforme in ambito di sussidiarietà sociale e assistenza regionale, persone come la nota Irene Pivetti e  il professor Miglio. Due anime che a periodi alterni condizioneranno il partito e lo porteranno a sbocchi diversi.

Oggi l’ipotesi della secessione non è più considerata attuabile: vero, la Padania ha partecipato ed è peraltro campione in carica dei Mondiali delle nazioni non riconosciute e riecheggia nel nome della sua emittente radio la Padania Libera, tuttavia è conscia che questa pretesa è irrealizzabile e nemmeno pensabile. Il programma secessionista subì le prime battute d’arresto nel 1997: la Lega Nord si espresse a favore della modifica del V Titolo della Parte II della Costituzione, incentivando il principio di sussidiarietà e di regionalismo e affermando di accontentarsi di queste riforme, in attesa di tempo migliori per l’attuazione del federalismo. Molti furono i dissensi, in particolare dalle camicie verdi e dagli azionisti più accesi che si sentirono traditi: il più importante, Max Ferrari, direttore di Tele Padania, si staccò dal movimento fondando il Fronte Indipendentista Padano.

Oggi quel giorno è arrivato, la Lega Nord ha attuato la sua riforma federalista, e anche oggi si può notare che le due anime della Lega sono sempre vive : da un lato la lega contro i “terruni”, l’idea“rimbalza il clandestino”, le frasi “i napoletani puzzano”, la lega che distribuisce etichette “Italia fuori dai coglioni!”; dall’altra parte una lega istituzionale e moderata che trova il suo apice in Roberto Maroni, che Roberto Saviano, il celebre autore di “Gomorra”  e “La Bellezza all’Inferno” ha definito “uno dei migliori ministri dell’Interno nella lotta anti-mafia e continuatore della tradizione della destra antimafia in cui Paolo Borsellino si riconosceva”. Secondo me sbagliamo tutte le volte che stigmatizziamo il movimento leghista come rozzo, deprecabile, violento, ignorante, razzista, espressione della feccia e anti-italiano.

Sbagliamo ogni volta che seguiamo queste etichette. Primo, perché non bisognerebbe mai giudicare apponendo etichette, in secondo luogo perché per creare la giusta alternativa occorre prima capire come mai la gente voti Lega e perché. Sapete perché la gente lombarda e veneta vota per la Lega? Perché sono ignoranti, populisti e non vogliono “Roma ladrona?” Assolutamente no. Il lombardo vota la Lega perché vede gli imprenditori squali assumere solo clandestini per pagarli quattro soldi,  sfruttandoli indecorosamente e alimentando il lavoro nero. Il veneto vota la Lega perché considera le parole del centro-destra solo un sacco di belle promesse e depreca il centro-sinistra in quanto non sa fare altro che accusare la destra senza mai proporre nulla! Un vuoto abissale che vive solo di anti! Il Pd al Nord è una realtà pressoché sconosciuta . Il lombardo sente la Lega con il suo linguaggio semplice, anche folkrolico, tradizionale, legato alla pancia e ai problemi materiali e sociali, e la vota! E se qualcuno vuole essere l’alternativa alla Lega deve sviluppare queste tematiche, problemi sentiti al nord che la Lega ha compreso ma per cui  forse offre risposte non adeguate; risposte che vanno cercate e formulate magari dalla futura classe dirigente del Partito della Nazione.

Non stigmatizziamo la Lega, non deprechiamola, consideriamola un partito con tutti i suoi diritti del caso e confrontiamoci passo passo sulle tematiche che essi hanno centrato e che hanno bisogno di nuovo risposte! Sviluppiamo nuove politiche immigratorie, con la consapevolezza che è il multiculturalismo è fallito e questo fenomeno si sta rendendo sempre più manifestando nel nord Europa, che su questo modello ha incentrato tutte le sue politiche, e in Inghilterra, dove non è mai stata possibile un’integrazione e il modello londinese non ha portato altro che ha sviluppare città nelle città, quartieri nei quartieri, il cinese, il pakistano, l’indiano, senza nessun collante e idealismo fra loro! Il politologo di fama internazionale Giovanni Sartori, di orientamento centro-sinistra e teorizzatore e oppositore della destra xenofoba, si è reso comunque conto che il multiculturalismo è un fallimento e lo ha definito un’anarchia di valori e di identità che non può far altro che portare allo scontro e allo scontro reciproco fra le parti! Di questo, il paese dei tulipani è l’esempio più evidente! Da una parte xenofobia e sedizioni, dall’altra parte lo stesso, come si manifestò per le violenze ai disegnatori di alcune vignette e all’omicidio del regista Theo Van Gogh.

Secondo me sbagliamo anche quando definiamo la lega-anticattolica. Si potrà obiettare che essa tiene un comportamento strumentale con la Chiesa, pronta a spezzarlo ogni qual volta gli è utile e a ricomporlo per lo stesso motivo. Ma scusate, così in realtà hanno fatto quasi tutti i politici della storia! Pensiamo a Costantino il Grande, ricordato come grande imperatore e santo! Ebbene, lui che fu autore nel 313 dell’editto omonimo, non si convertì mai al cristianesimo se non in punto di morte; l’aspetto che gli premeva di più era quello di partecipare ai concili ecclesiali e di poter influire con la sua autorità: si tratta di cesaropapismo, l’influenza dello stato sulla Chiesa. Pensiamo a Luigi XIV e ai suoi accordi e scontri con la chiesa gallicana e romana. In tutta la storia dell’umanità sono esistiti ed esistono tre tipi di uomini: molti gli atei e gli agnostici, che non reputano la teologia e le dottrine religiose come veritiere o necessarie all’uomo; i più, la gran maggioranza, che pur professandosi fedele si riduce a vivere la fede della domenica e la vive come un moralismo, come un sentimentalismo o come un rapporto strumentale; infine i pochissimi, coloro che vivono la loro fede integralmente riconoscendo l’incontro con una Persona, un fatto, una radice cristologica presente ancora qua con noi, hic et nunc,-  lui è qui- come nella celebre espressione di Charles Peguy e che si atteggiano nella loro vita a un vero credo e al rispetto del Magistero.

Non mi sentirei dunque di puntare il dito contro la lega per questo, visto che il 70% dei cattolici avrebbe un rapporto non autentico con fede, nonché personaggi come Costantino e Luigi XIV che tanto hanno fatto per l’affermazione del cristianesimo. Io so invece che la Lega, all’indomani del caso Lautsi e della decisione della corte europea di Strasburgo contro i diritti dell’uomo sul Crocifisso, è stata la prima a impuntare i piedi! La prima a protestare e a iniziare una raccolta firma in favore del crocifisso, che anche io ho firmato. Poi sono intervenuti l’Udc e il PdL mentre il Pd, come al solito squassato da litigi interni e diviso fra laicità e laicismo in fin fine non riusciva altro che a dire: “ mah… un po’ di buon senso… può starci”.

La  verità è che ci siamo fatti bagnare il naso, l’unione dei democratici cattolici e di centro avrebbe dovuto proporre per prima questa raccolta firme e battersi per il crocifisso.  Solo così si può costruire un’alternativa che oggi non è percepita dalla gente: stando vicino alla gente, ai loro problemi tanto carnali e materiali ma fondamentali per la vita di un individuo (ricordava Feuerbach, l’uomo è che ciò che mangia) e nel contempo non dimenticando mai i nostri ideali e manifestando a voci alta i diritti non negoziabili e le nostre radici che affiorano dalla Classicità e dal  Cristianesimo! Così nascerà l’alternativa! Non insozzando o irridendo il forklore dell’altro (anche la Lega merita rispetto) , ma cercando di capire perché viene seguito, quali tematiche sviluppa per la gente, ma trovando, e qui sta la differenza, delle risposte migliori.

Al momento questa alternativa non c’è, ma si dovrà costruire, sarà il nostro futuro. E devo dire, faccio i miei migliori auguri ai Giovani Udc del Veneto, di cui ho visto un recente video su youtube davvero commovente e un contributo straordinario: la marcia dei liberi e forti di don Luigi Sturzo, un cammino coraggioso e sulle orme della Verità e della buona politica! Alcuni di loro li conosco bene, in particolare Marco Chinaglia, a cui faccio i miei migliori auguri di essere eletto nella circoscrizione di Rovigo consigliere regionale. Questo è il cammino: i liberi e forti! Giovani moderati che proseguano per questo cammino.

Questi sono il futuro che noi tutti sogniamo. Io personalmente ho in sogno, anzi, più che un sogno un’utopia, so che un’idea risibile e irrealizzabile, ma io ve lo voglio dire lo stesso: io sogno un giorno in cui non per forza una proposta debba essere criticata solo perché viene dall’altro, da un altro partito, da un’altra corrente, da un’altra persona. Un giorno in cui non si vedrà più un nemico nell’avversario politico ma insieme si ragionerà per risolvere i problemi autentici. Sogno una specie di grande pentapartito, come nei tempi che furono, un pentapartito retto da un’anima illuminata del PdL, il mio veltro! “Questi non ciberà terra né peltro,/ma sapïenza, amore e virtute,/e sua nazione sarà tra feltro e feltro.” (Dante, Inferno, I, 102-105)   che si imporrà al PdL nelle future primarie e indicherà una svolta moderata, innovativa e saldamente cattolica il cui centro promotore e principale alleato sarà il futuro grande Partito della Nazione. Ma in questo grande progetto avranno spazio anche gli animi più  moderati di Lega e Pd.

Alla Lega posso solo augurare di abbandonare o mitigare determinate logiche  e l’eccessività del comportamento, creando un gruppo legato e amante del proprio territorio ma rispettoso anche degli altri, di quanti ad esempio abbandonano la loro realtà per venire in Italia a lavorare regolarmente. Al Pd posso solo augurare di riuscire a proporre qualcosa e di non vivere solo in una logica di antinomie che ha prodotto il suo crollo in tutto il Nord  e che ha portato all’abbandono dei cattolici. Moderazione, virtù, giustizia allora regneranno e all’apposizione starà soltanto chi non accetterà la moderazione e un cammino comune per l’Italia: tutti gli estremisti: siano essi rossi, neri, viola o verdi. So che questo mio progetto è utopico, e che probabilmente il mio Arrigo VII di Lussemburgo non troverà i giusti consensi, che i guelfi e i ghibellini continueranno a scannarsi fra loro in lotte fratricide come la battaglia della Lastra e so,  come il sogno politico di Dante, anche il mio si infrangerà nelle schegge dell’antinomia, della lotta, della diversità. Ma su, giovanile partito della nazione, muovi i primi passi e levati in volo!

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Quando il “gioco” si fa duro… e tutti giocano!

postato il 5 marzo 2010 da Redazione

Terno al Lotto ‘Riceviamo e pubblichiamo’ di Estremo Centro Emilia Romagna

La classe media in ginocchio e la forbice tra ricchi e poveri che si allarga ma c’è un mercato in Italia che non conosce crisi: quello di lotterie, scommesse e gioco d’azzardo ma che anzi, sembra divenire in modo preoccupante la speranza, l’investimento per il futuro, di chi -magari rimasto senza lavoro- affida speranzosamente alla dea fortuna una parte, all’inizio esigua, ma poi sempre più rilevante delle sue disponibilità.

L’indubbio e apprezzato ritorno erariale è notevole; è altresì innegabile che lo svilente impoverimento a cui deve far fronte una parte considerevole del Paese possa essere  fonte di disagi e debolezze tali da acuire notevolmente il rischio che questo ‘rituale della speranza’  si possa, a lungo andare, trasformare in una vera e propria dipendenza da gioco o peggio ancora  in una piaga sociale, in una patologia che meriterebbe campagne informative e di sensibilizzazione oltre che una maggiore regolamentazione.

Nell’impoverimento non c’è nulla di romanticamente poetico.  In queste espressioni di fragilità nazionale sta la prova dell’urgenza di fornire qualche elemento critico in più alla popolazione e in particolare ai giovani. Il gioco d’azzardo il diffondersi dell’uso di cocaina, l’abuso d’alcol sono  facce della stessa medaglia per cui crediamo sarebbe  politicamente giusto spendersi.

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Elezioni per gli italiani all’estero: il “caso Di Girolamo”

postato il 1 marzo 2010 da Redazione

Schede elettorali

“Riceviamo e pubblichiamo” di Gaspare Compagno

La vicenda di Nicola Di Girolamo non è facilmente definibile. Trovo riduttivo definirla assurda,  ed è oltre lo squallido.

Ma chi è  costui? Un personaggio che sembrerebbe, dalle intercettazioni, il rappresentante in Parlamento della Ndrangheta, un personaggio legato a filo doppio ad oscure vicende di truffe e di riciclaggio di denaro sporco.

E’ senatore perché è stato eletto nel collegio estero circoscrizione Europa e questo presupporrebbe che lui fosse residente all’estero.

Ma lo era? Secondo voi, un avvocato che fonda il suo studio a Roma (studio professionale “Di Girolamo-Straffi & Associati”) risiede all’estero? La logica vorrebbe che io fondo il mio studio da avvocato dove risiedo. Se risiedo a Bruxelles, come sostiene Di Girolamo, non ha senso aprire lo studio a Roma. Va bene essere pendolari, ma fare il pendolare a distanza di alcune migliaia di chilometri mi sembra eccessivo.

Ma lui non è solo avvocato. Lui si definisce imprenditore. E tutte le sue attività sono localizzate a Roma o nei dintorni: è Presidente del Consiglio Direttivo Fondazione Porfiri Onlus; Vice Presidente della Associazione Promozione Tecnologie e Sviluppo Roma; Vice Presidente del Consiglio Direttivo Europartners; Sindaco effettivo Gruppo Net S.p.A.; Sindaco effettivo Assisi Project S.p.A.; vicepresidente della Fondazione “Italiani nel Mondo”; in Europa, le sue attività sono praticamente nulle.

Anzi, si suppone che lui neanche fosse residente all’estero visto che il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma ha chiesto gli arresti domiciliari motivandoli una lista infinita di accuse: aver attentato ai diritti politici dei cittadini, falsa attestazione o dichiarazione a un pubblico ufficiale sulla sua identità, falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici determinata dall’altrui inganno, concorso in falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale in atti pubblici, concorso in falsità in atti destinati alle operazioni elettorali, false dichiarazioni sulle sue generalità.
Bell’elenco, ma il senatore Di Girolamo è graziato dal Senato che nel settembre 2008 nega l’autorizzazione a procedere nei confronti del senatore. Ma l’indagine continua, e a questo punto ecco la seconda grazia: l’esimio senatore Sergio De Gregorio afferma in data 29/12/2008 che Di Girolamo è vicepresidente della Fondazione “Italiani nel Mondo” e che era residente all’estero. A questo punto ecco la terza grazia: il  29 gennaio 2009 l’Assemblea del  Senato respinge la proposta di rinvio della discussione sulla decadenza dal seggio e preferisce capovolgere la proposta della Giunta, ordinando di riesaminare il caso e di riportarlo in Assemblea solo dopo una eventuale sentenza penale definitiva, che in Italia significa aspettare almeno 10 anni .

E intanto il caro Di Girolamo mantiene la sua carica, con i privilegi e il ricco stipendio da parlamentare, assieme al senatore De Gregorio altro personaggio su cui ci sarebbe da dire qualcosa: ovvero la sua capacità di fare spuntare dal nulla e in maniera  molto opportuna soldi e valutazioni economiche di comodo (fonte: “La Casta” di Stella – Rizzo, edizioni Mondolibri, pag. 17-19): basti dire che riesce con 10.000 euro a fondare due società che poi in pochi giorni, senza aggiungere un soldo, spuntano con un capitale sociale complessivo di 5 milioni di euro, e vende le quote delle società, incassando i soldi suddetti, con un guadagno sproporzionato.

Ma torniamo al caso Di Girolamo.  Un caso che financo Schifani, presidente del Senato, considera talmente laido da preparare l’espulsione del suo compagno di coalizione, perchè ricordiamo che Schifani e Di Girolamo militano nello stesso gruppo, il PDL.

Un caso in cui un senatore è ridotto a squallido lacchè di un boss della Ndrangheta che si adira e lo minaccia, come si evince dalle conclusioni dei magistrati e dalle intercettazioni: infatti il 23 febbraio 2010 viene richiesto l’arresto di Nicola Di Girolamo nell’ambito di una inchiesta sul riciclaggio di capitali della Ndrangheta con accuse di associazione per delinquere finalizzata al riciclaggio e al reimpiego di capitali illeciti, nonché la violazione della legge elettorale con l’aggravante mafiosa.
Ma la storia non è mica circoscritta solo a Di Girolamo, anzi è una storia che, cambiando gli attori, era già nota: il 12 aprile 2008 i giornali scrissero in merito al rischio brogli per il voto all’estero, in seguito ad una intercettazione di una telefonata tra Dell’Utri da una parte e Aldo Miccichè, imprenditore italiano in Venezuela, e i Piromalli, famigerato clan della Ndrangheta calabrese.

E questo ci impone una riflessione. La legge che permette il voto degli italiani all’estero deve essere mantenuta o no?

Partiamo da qualche dato numerico: potenzialmente riguarda 4 milioni di italiani all’estero che votano per l’elezione di 18 parlamentari. Giustamente si può obiettare che chi sta all’estero può avere una percezione distorta o parziale della realtà italiana e quindi non sarebbe logico che votasse.  Calderoli sostiene che il sistema di voto per i residenti all’estero “è ridicolo” ed è assurdo che ci siano parlamentari eletti all’estero, dice che all’estero bisogna votare solo per i parlamentari italiani, ovvero che solo chi “vive, lavora e paga le tasse a casa nostra” deve potere essere eletto, evidentemente la Lega punta, furbescamente e sciacallando un tristissimo fatto di cronaca, a fare si che il voto di chi sta all’estero si coaguli attorno ai soliti nomi noti (Berlusconi, Bossi, Di Pietro).

E’ chiaro che forse assegnare ai collegi esteri 18 posti è eccessivo, ma è  anche chiaro che a fallire non è lo spirito della legge, ma semmai come è stato organizzato il voto, ovvero la tecnicalità, per cui si può modificare la legge, mantenendo il diritto degli italiani all’estero di votare, ma migliorando il sistema in modo che non si possano più manipolare o contraffarre i voti. Forse la soluzione è molto più vicina di quanto pensiamo, basterebbe introdurre, come in Svizzera, il voto elettronico che ha avuto ottimi risultati a costi contenuti (circa 200.000  euro9 e con un elevato grado di sicurezza.

Il sistema si basa su un codice PIN personale e il voto viene immediatamente inviato a server sicuri gestiti dal ministero degli interni. Con questo sistema si potrebbe evitare il sistema della spedizione delle schede, sistema laborioso, farraginoso e che si presta a molteplici manipolazioni.

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La farsa antidroga

postato il 26 febbraio 2010 da Redazione

Test-Casini ‘Riceviamo e pubblichiamo’ di Antonio Di Matteo

Test non solo inutile, ma anche controproducente.

In questi ultimi giorni si è scatenata la caccia all’ unico parlamentare, dei 232 che hanno fatto il test antidroga promosso da Carlo Giovanardi, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio per le Politiche antidroga, che è risultato positivo alla cocaina. Fatto eclatante, ma che qualcuno si aspettava. Solo 147 parlamentari, su 232, hanno dato il consenso a pubblicare i risultati del test affiancati dal proprio nome, 29 parlamentari non hanno consentito la pubblicazione degli esiti, 176 hanno ritirato il referto medico delle analisi e 56 non l’hanno fatto ancora.

A mio parere è strana questa volontà di alcuni parlamentari di non pubblicare gli esiti, quasi a proteggere l’unico parlamentare positivo alla coca, di cui non si conosce né sesso, né nome, ma soprattutto non è noto il partito. Resta anche strana la volontà del parlamentare in questione, di sottoporsi al test, sapendo di aver fatto uso di droga.

Il problema è serio, e molti lo stanno strumentalizzando. “L’unico risultato ottenuto – parole del deputato centrista Roberto Rao (UDC)- è stato quello di scatenare il gossip e la caccia all’unico colpevole, contribuendo così a ridestare l’antipolitica, riempire pagine di giornali e gettare un’ulteriore ombra sui costumi del Parlamento. Ora basta con le farse: si faccia un nuovo test, ma stavolta sia obbligatorio per tutti e a sorpresa. Altrimenti – conclude Rao – sarà solo l’ennesima presa in giro”.

Bisogna ricordare agli smemorati in Parlamento anche che: “L’Udc aveva proposto una legge che rendeva obbligatorio il test antidroga per i parlamentari, ma il provvedimento è stato bocciato in Parlamento – spiega Pier Ferdinando Casini leader dell’Udc – Bisogna che ciascuno si assuma le sue responsabilità. Oggi questo test è meglio di niente, anche se è solo un fatto simbolico”.

Le proposte ci sono state, ma sono state bocciate dal Parlamento stesso. Perché? Perché continuare queste inutili insinuazioni sul Parlamento di drogati? Perché non fidarsi dei nostri eletti? La risposta è semplice a tutte e tre le domande. Primo: ci sono alcuni parlamentari che fanno uso di stupefacenti, e riescono a far decadere una proposta contro i loro comportamenti subdoli. Secondo: le insinuazioni si sono verificate in questo singolo caso di positività al test, e allora la verità è che una percentuale, seppur minima di eletti, fa uso di droga. Terzo: come non ci si è fidati dei piloti e dei camionisti, per i quali il test antidroga è obbligatorio, perché noi cittadini dobbiamo fidarci dei parlamentari?

Possibile che non esista un regolamento parlamentare che vigili su questo tema? Non è questioni di partiti o di antipolitica, è questione di correttezza, di onestà e di limpidezza di fronte al popolo italiano, elettore e sovrano. Abbiamo il diritto di conoscere il nome di questo cocainomane.

Nato anche un gruppo su Facebook: Per un Parlamento trasparente: smascheriamo l’onorevole vigliacco

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Corruzione: quali le ragioni di fondo?

postato il 24 febbraio 2010 da admin

Money

‘Riceviamo e Pubblichiamo’ di Orazio Puglisi

Stamattina sfogliando le pagine del Corsera, pur tentando accuratamente di evitare quelle sugli ultimi scandali corruzione, non ho potuto far a meno di imbattermi nel pezzo di Aldo Cazzullo: un’intervista al Senatore Pisanu, Presidente della Commissione Antimafia e uomo politico di raro spessore, già a capo della Segreteria di Aldo Moro.

Premetto che nel merito alla questione sullo scandalo della Protezione Civile non sono informato accuratamente, ammesso che in Italia sia possibile esserlo. E non lo sono principalmente perché ho voluto evitare di incorrere in giudizi sommari con grida spagnolesche a fare da sfumatura o in processi mediatici che lasciano il tempo che trovano, o almeno così dovrebbe essere.

E poi perché credo che indignarsi non sia di per sé la soluzione. Ed è per questo che ho apprezzato le parole del Sen. Pisanu, che faceva un discorso di metodo: “Oggi è la coesione sociale, e la stessa Unità Nazionale a essere in discussione” e “Non sarei così preoccupato se fossi sicuro della tenuta della società civile e dello stesso patto costituzionale”.

A essere in discussione non è un fatto isolato o contingente, ma un sistema che affossa il Paese e lo rende impreparato di fronte alle sfide che contano. La riflessione da fare, a mio modo di vedere, riguarda appunto le ragioni di fondo di tutto ciò. E se c’è una cosa che le cronache odierne insegnano è che la principale di queste è che in Italia contano più le relazioni che il merito.

Lo snodo della questione è politico, affidato ad una classe politica che non solo ignora la questione morale, ma perde di vista la bussola della politica come strumento: “In generale, è chiaro che, quando si riduce la nozione stessa di bene comune, decade lo spirito pubblico, si allentano i vincoli della legge e si spiana la strada alla corruzione”.

Tuttavia è da chiedersi con altrettanta forza se il problema non riguardi anche la stessa società civile, paralizzata in logiche nepotiste e ben lieta di esserlo.

Infatti, quando ci si riempie la bocca dicendo che ci vuole una nuova classe politica, non si capisce con cosa o chi si debba sostituire quella attuale dato il disinteresse sostanziale dei giovani per la politica e più in generale il mancato senso civico. Sulla base di tutto questo non ci scandalizziamo se l’Italia è ai primi posti nel mondo per corruzione e agli ultimi per le libertà economiche.

Nessuno ne parla, ma in questo quadro di corruzione e raccomandazione è proprio il principio liberista delle libertà economiche ad essere leso. Diceva Moro: “Questo Paese non si salverà, la stagione dei diritti e della libertà si rivelerà effimera, se non nascerà in noi un nuovo senso del dovere”. E se non la smetteremo di pensare che indignarsi sia di per sé la soluzione.

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Quanto PIL, lavoro, soldi sono legati al settore farmaceutico?

postato il 18 febbraio 2010 da Redazione

Pills‘Riceviamo e pubblichiamo’ di Gaspare Compagno

Dopo le note vicende legate agli annunci della Glaxo  mi sono posto un quesito: ma quanto PIL, lavoro, soldi sono legati al settore farmaceutico e biomedicale in Italia?

La risposta è: tanto, tanto, tanto.

Una cosa assolutamente incredibile, di cui ignoravo l’ampiezza.

Se pensate che sto esagerando, ecco alcuni dati del 2008: in Italia abbiamo 250 aziende produttrici di prodotti farmaceutici finiti, a cui sommiamo 100 aziende che producono materie prime (sostanze farmaceutiche che necessitano di ulteriore lavorazione).

Molte di queste sono aziende piccole o medie, poi ci sono i colossi: la Glaxo; la Novartis che ha tre centri, quello direzionale e logistico a Caronno Pertusella (Lombardia), quello di ricerca sui vaccini a Siena e quello produttivo in Campania; Schering-Plough in Lombardia e così via.

Ognuna di queste aziende impiega direttamente, alcune migliaia di dipendenti: la Sanofi-Aventis ha 3400 dipendenti; Wyeth Laderle ne conta oltre 2000 e così via.

Si tratta non solo di dipendenti nel settore produzione e commercializzazione, ma molti di loro sono ricercatori: ad esempio il centro a Siena è  il polo mondiale della Novartis nella ricerca sui vaccini.

Ma queste aziende sono solo alcune, il 31,1% delle aziende farmaceutiche in Italia, sono a capitale italiano: la Sigma-Tau, Angelini, Menarini, Chiesi-Bracco, giusto per citare le più grosse; ad esempio la Menarini conta 12500 dipendenti, di cui 700 nella ricerca (e un fatturato nel 2007 di 2,5 miliardi di euro). E finora parliamo solo dei dipendenti diretti: se consideriamo anche l’indotto il numero sale enormemente.

Su un totale di 340 aziende coinvolte a vario titolo nel settore farmaceutico, 277 sono PMI, mentre le altre sono grandi aziende. Le PMI hanno complessivamente 20.120 dipendenti, e investono sempre più nella ricerca, unica strada per contrastare lo strapotere delle grosse multinazionali. 
A livello geografico i principali raggruppamenti coinvolgono mezza Italia: Lombardia, Veneto, Toscana, Emilia Romagna e Lazio. Addirittura la Lombardia conta 100 aziende e 32 centri di ricerca.

A proposito di ricerca: nel 2007 il 90% della ricerca farmaceutica italiana è  stata finanziata da privati con un investimento di circa 1 miliardo di euro, quindi a livello pubblico quello che si investe sono briciole (circa 200 milioni di euro), in un settore dove Cina, Singapore, Usa investono sempre di più.

Nel frattempo anche la Pfizer decide di chiudere il suo stabilimento a Nerviano (Lombardia), seguita dalla Merck Shampe & Dome che chiudono il loro centro a Pomezia.

Ma cosa pensa di fare il governo?

E qui veniamo alle note dolenti: nonostante le belle parole del Governo, si registra la totale assenza di una strategia nazionale per incoraggiare il settore e la ricerca farmaceutica , anzi negli ultimi anni si assiste ad una erosione dei margini di profittabilità per il privato, con il risultato che, prevedibilmente, un settore molto promettente per il futuro vedrà lo spostamento di investimenti produttivi verso altre nazioni, in particolare Cina, USA, India.  L’unica novità viene dal ministro Tremonti che ha promesso di introdurre una riforma fiscale premiante nei confronti della Ricerca , troppo poco, mi sembra, rispetto alle richieste avanzate dal presidente di farmindustria, Dompè.

E’ troppo poco se consideriamo che da tre anni si attende invano che il governo recepisca la direttiva europea in campo farmaceutico, rischiando, a causa del mancato recepimento, un richiamo e una sanzione da parte della UE. Ed è l’unico paese europeo a non avere ancora recepito la direttiva comunitaria: quale è la conseguenza? Che non vi è una esatta rispondenza tra legislazione italiana e certificazioni italiane e legislazione e certificazioni europee, con la conseguenza che, dovendo scegliere, le aziende preferiscono investire in Europa, che non Italia.

Ma il problema è ben più ampio e riguarda non solo il settore farmaceutico, ma anche altre strutture in altri settori: la Alcoa entro tre anni chiuderà le sue strutture, l’Italtel di Carini chiude, la Keller a Palermo chiude, la Wyeth a Catania chiude, l’ALcatel chiude a Battipaglia, il centro di ricerca di Cinisello Balsamo della Nokia chiuderà molto presto, come anche il centro di Parma della Nestlè.

E l’anno scorso hanno chiuso la Motorola a Torino e la Yamaha a Monza.

Non è  un fenomeno isolato, e non riguarda solo un settore, ma è un fenomeno che investe tutte le regioni italiane. Un fenomeno che non trova risposta dal governo, che pure professa ottimismo.

Eppure il governo ha una colpa gravissima: reagisce, ma dopo; prima non fa nulla, e si muove solo quando è troppo tardi.

E la chiusura di impianti non è dovuta solo al costo del lavoro, una scusa che non regge più in settori dove è sempre maggiore la presenza di macchinari, più che di lavoratori poco qualificati. Lo stesso settore tessile ormai è influenzato poco dal costo della mano d’opera.

Allora quale è il motivo? Manca una azione di governo che sia concreta. Non servono le trasferte faraoniche in terra straniera.

Quel che serve sono accordi semplici con i paesi per avere aree di libero scambio e canali agevolati nel commercio, e per attirare gli investimenti, si potrebbero usare i beni demaniali non usati, magari dandoli in usufrutto gratuito alle aziende che decidono di investire, in tal modo le aziende abbatterebbero i costi senza pesare sulle casse dello stato e andando incontro anche alle esigenze delle PMI che spesso hanno problemi per potere avere strutture a prezzi non eccessivi; un’altra diea per le PMI potrebbe essere, prestiti a tasso agevolato da parte delle banche, garantiti da beni dello stato. Sono solo tre idee, ma, nell’assenza di idee di questo governo, sono molte.

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Perché è importante andare a votare

postato il 16 febbraio 2010 da Redazione

Envelope, di Tim Morgan

‘Riceviamo  e pubblichiamo’ di Carlo Lazzeroni

Nell’edizione di mercoledì del Corriere Fiorentino è apparsa un’interessante lettera di , già giovane segretario provinciale del partito socialista fiorentino, che deluso dalla politica in Toscana afferma che non andrà a votare proprio perché ama la politica (il suo articolo:  Non andrò a votare perchè amo la politica).

Prendo spunto da questa lettera per alcune considerazioni. Le cose che dice sono assolutamente condivisibili anche se io rimango dell’idea che rinunciare al diritto – dovere del voto sia sempre e comunque sbagliato.

Credo tra l’altro che ci siano le condizioni, anche in Toscana, per provare ad esercitare un voto utile, seppure all’apparenza minoritario.

E’ il voto che gli elettori possono esprimere scegliendo l’Unione di Centro, forza politica di cui faccio parte. Da sempre, seppure con posizioni numeriche limitate, si batte in Toscana all’interno e fuori dalle varie istituzioni, contro quello che Ciuffoletti definisce il “regime” toscano. Lo ha fatto e lo fa, con il rispetto istituzionale di una forza responsabile e moderata, ma con l’energia di chi è sempre stato e continua a stare all’opposizione non tanto perché quelli del Partito Democratico sono ancora comunisti, come qualcuno del PDL continua a urlare, ma perché nelle nostre amate terre si respira un’oppressiva commistione tra cultura, economia e politica. E in questo senso il futuro rischia di essere ancora peggiore vista la linea politica ancora più a sinistra portata avanti dal candidato Rossi che fa accordi con la sinistra radicale e la sinistra giustizialista dell’Italia dei Valori.
Così come l’Unione di Centro è l’unica che in questi anni si è battuta in maniera coerente contro i vari inciuci Pd-Pdl, che hanno portato alle modifiche elettorali per le regionali del 2005 e di quelle di pochi mesi fa. E’ l’unica che ha chiesto e si è battuta per il ripristino delle preferenze, così da dare ai cittadini la possibilità di scegliere i propri rappresentanti. Senza di queste, con le primarie che mostrano carenze evidenti, le segreterie dei partiti decidono tutto e la democrazia dei partiti è sempre più a rischio. L’impressione che il Pdl in Toscana non voglia creare le condizioni per l’alternanza appare sempre più evidente e non da oggi. Rafforzare l’Unione di Centro attraverso il voto di marzo potrebbe essere quindi un primo seme per creare uno schieramento più ampio e provare a superare questo bipolarismo malato, e nella nostra regione, profondamente bloccato.
Insomma credo che l’Unione di Centro possa rappresentare, con tutti i propri limiti, l’unica vera alternativa in queste elezioni. Da domani però, se vorrà veramente incidere in Italia e in Toscana, dovrà avere la forza di essere molto più aperta e dialogante con i cittadini che, come Ciuffoletti, non ne possono più di questa situazione e riuscire ad aprire il partito a tutti coloro che, all’interno del Partito Democratico e del Partito della Libertà, soffrono questa situazione. Dovrà insomma riuscire ad andare oltre l’unione di centro costruendo un nuovo partito che unisca su pochi e saldi principi le forze più dinamiche e responsabili del Paese e della Toscana. Se sarà capace di questo potrà veramente rappresentare quell’alternativa per molti cittadini delusi, altrimenti sarà un’altra occasione persa e il finto bipolarismo Pdl-Pd ne uscirà rafforzato.

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Glaxo: a casa 550 ricercatori, si poteva evitare?

postato il 12 febbraio 2010 da Redazione

Glaxosmithkline‘Riceviamo e pubblichiamo’
di Gaspare Compagno

Il pensiero non può non andare al noto comico Cornacchione che nei suoi sketch aveva tirato fuori il tormentone “povero Silvio” perché tutti ce l’hanno con il Presidente del Consiglio.
Dopo la Fiat e Termini Imerese, dopo l’Alcoa e i due impianti che vuole chiudere, la preoccupazione se quest’anno gli investitori non rinnovano i 400 miliardi di euro di BTP e BOT che scadono, altre tegole sono in arrivo. L’ultima proviene dal ricco e operoso Nord Est.

La terra che, secondo i leghisti, non produce latte e miele, ma poco ci manca.
La terra dove l’unico problema, per i leghisti, sono gli immigrati.
La terra dove la Lega è fiera dei risultati conseguiti dai suoi prodi amministratori regionali e comunali. Talmente fiera che ha imposto il suo candidato a Berlusconi.
Risultati che sono talmente brillanti a livello economico, che la Glaxo, colosso mondiale della farmaceutica, ha deciso di chiudere il suo stabilimento di ricerca, licenziando 550 ricercatori.

Fermi tutti. Ma se abbiamo appena detto che il Nord Est è il paradiso in terra per l’economia e l’amministrazione pubblica dei bravissimi politici leghisti.
Evidentemente alla Glaxo, lo ignorano.
O forse gli amministratori non sono poi così bravi ed efficienti. Questo non si sa.
Ma si sa per certo che la Glaxo chiude, manda a casa 550 ricercatori.
Peggio ancora: per i sindacati si tratta di una prima mossa che porterà a licenziare 4000 persone, tra ricercatori (circa 2000 tagli) e lavoratori dei settori produzione e commercializzazione.
A questo si devono sommare i recenti annunci di tagli che si apprestano a varare altri colossi farmaceutici: la Pfizer e la Astra Zeneca).

Eppure, cosa strana, basta aprire un quotidiano o fare un giro per i siti internet e si vedono molte offerte di lavoro nel campo farmaceutico. Come si spiega? L’arcano è presto rivelato: le posizioni più richieste sono quelle di Informatori Scientifici del Farmaco, posizione per la quale le aziende hanno la possibilità di scegliere tra molti giovani laureati in medicina, biologia, chimica, farmaceutica, in modo che, avendo a disposizione un elevato numero di giovani laureati, possono metterli in concorrenza tra di loro per abbassare i costi del lavoro. Non solo, ma ormai questi giovani vengono assunti non come dipendenti, ma spessissimo con contratto ENASARCO (agente di commercio), venendo pagati a provvigione. Gli stessi vecchi informatori scientifici del farmaco che hanno contratti da dipendenti stanno venendo invitati a licenziarsi e a farsi riassumere come agente di commercio con partita IVA, in modo che per l’azienda i costi diminuiscono e, siccome sono liberi professionisti, in caso di bisogno non devono neanche licenziarli, ma ritirare il contratto di agenzia.

Ma torniamo alla Glaxo. L’azienda sostiene che la chiusura non è solo in Italia: verissimo chiuderanno un centro negli USA e 5 in Europa.
Non si capisce perché, però, debbano chiudere un centro che la Glaxo stessa ha definito come un polo di eccellenza.

Ma secondo Crespi, tutta la ricerca verrà trasferita in Cina, dove due anni fa il governo cinese ha siglato con la Glaxo, un accordo per l’apertura di un centro di ricerca nell’ambito delle neuroscienze, con il quale le autorità cinesi hanno fornito terreni, impianti e ricercatori a costi praticamente nulli.

Le reazioni sindacali sono preoccupate, ovviamente. E i politici? Anche loro, dal sindaco leghista Tosi al Presidente delle Provincia veronese Miozzi, sono preoccupati e vogliono contattare l’azienda.
Francamente mi sorge un quesito: possibile che nessuno di questi attivissimi politici si è accorto che l’azienda aveva problemi, o si è posto il dilemma di come migliorare il rapporto con la Glaxo?
Forse bastava leggere un giornale, visto che una prima notizia era già apparsa a dicembre 2008 , quando fu annunciato che 100 ricercatori della Glaxo a Verona, rischiavano il posto.

Forse non si sarebbe arrivati a questo punto se il leghista Tosi si fosse preoccupato meno di cacciare gli immigrati, e più delle questioni economiche e lavorative dei suoi concittadini.
Voi direte che Tosi e il candidato leghista non potevano prevedere ciò. Mah, forse bastava leggere un giornale. Mi fa specie, infine, che il candidato leghista alla presidenza della regione Veneto taccia. Cosa pensa di questa situazione? Cosa vuole fare? 

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Quel furbacchione del ministro Zaia

postato il 11 febbraio 2010 da Redazione

Il grano (Album di Claudio Morlok)

‘Riceviamo e pubblichiamo’ di Antonio di Matteo

Ieri, 10 febbraio 2010, è stato votato dalla Camera dei Deputati, un emendamento al Disegno di legge “Disposizioni per il rafforzamento della competitività del settore agroalimentare” (redatto dall’on. Beccalossi Viviana e presentato dal ministro Zaia), del deputato e capogruppo dell’Udc in commissione Agricoltura della Camera, Giuseppe Ruvolo. L’esponente centrista, dopo la votazione a Montecitorio,  ha dichiarato, in una nota: “Esprimiamo soddisfazione per l’approvazione da parte della Camera del nostro emendamento che prevede lo stanziamento di 25 milioni di euro a favore dell’imprenditoria giovanile, in particolare femminile, nel settore agricolo”. Va aggiunto: “il fatto che il Governo, contrario alla nostra proposta, sia stato battuto in Aula spiega molto più di tante parole quanto all’Esecutivo interessi davvero il destino dell’agricoltura del nostro Paese e di chi vi opera”.

Risalta all’occhio l’ antimeridionalismo del Governo e, in particolar modo, del ministro per la Politiche Agricole, Luca Zaia. Si parla infatti di risorse, di provenienza europea, strappate alle imprese siciliane per distribuirle alle aziende padane.

A detta dell’on. Ruvolo: “Con l’attuazione del Regolamento comunitario 73/2009 gli agricoltori e gli allevatori siciliani si vedranno scippati di circa 40 milioni di euro a tutto vantaggio dei colleghi del Nord. Ormai è diventato quasi superfluo sottolineare come l’artefice di queste mosse furbacchione sia il ministro Zaia. Altro che solidarietà. Non è questo il metodo migliore per tutelare gli interessi di tutta l’agricoltura italiana. Casomai, lo è per quelli della Padania”.

Non è possibile continuare una compagna di spoliazione dell’agricoltura italiana e soprattutto di quella meridionale. È un continuo depauperamento finanziario messo in atto dall’azione incontrastata del Ministero della Politiche Agricole.

Si tratta di un incontrastato agire mai messo in discussione dei ministri e deputati, competenti e votati, del Meridione d’Italia. Oramai al ministro Zaia non basta più ignorare la perenne crisi strutturale che attanaglia il settore primario nazionale, ma prosegue in un’azione di sbarramento sul Po, di tutte le risorse comunitarie che discendono in Italia da Bruxelles.

Per fortuna uno spiraglio di luce, una volontà di ascolto e dedizione alla questione agricola, è stato dato ieri, grazie al voto della Camera del Deputati all’emendamento proposto dell’on. Giuseppe Ruvolo.

Bisogna infatti concentrare le poche risorse disponibili, per programmare un futuro coerente dell’intero settore agricolo italiano. È l’intero comparto ad essere in un profondo oblio di incertezza, di una perenne assenza di domanda dei prodotti agricoli da parte del mercato e dalla stretta finanziaria messa in atto dalle banche.

Si parte da un dato: il numero complessivo della aziende agricole cala complessivamente di 19 mila unità in tutta Italia in un solo anno, e sempre più velocemente anche a causa della crisi. Ciò vuol dire che ormai il settore primario deve essere rivisto in una riforma generale. Non è possibile che il Governo, ad ogni problema dell’Italia, si giri dall’altra parte per non vedere il disastro che viene creato da un vorticoso degrado strutturale. Si aspetta che passi la nottata.

Ottima exit strategy.

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Fiat: storia di un’azienda italiana

postato il 6 febbraio 2010 da Redazione

Fiat Logo 1 ‘Riceviamo e pubblichiamo’
di Gaspare Compagno

Premettiamo che la Fiat ormai vende più all’estero che in Italia: ha venduto più auto in Brasile che in Italia, ha accresciuto le quote di mercato in Germania, Francia, India, e a breve entrerà nel mercato cinese, americano, messicano e canadese. Insomma, se prima Fiat vendeva solo in Italia, oggi non è più così e si trova a confrontarsi con competitor che producono a prezzi spesso più bassi. Detto ciò, a me, come penso a tutti, sorge spontanea una domanda: ma la Fiat  alla fine ha davvero ricevuto aiuti tali che potrebbe essere costretta a non chiudere in Italia neanche un impianto?

Purtroppo la risposta è negativa. E non lo dico io o Marchionne, ma lo stesso Scajola quando in Parlamento, in una seduta di Dicembre 2009, ha affermato che la Fiat ha restituito tutti gli aiuti ricevuti in passato e gli stessi incentivi del 2009, in realtà, sono stati ripagati con il gettito IVA legato alla vendita delle auto.

Non solo, ma consideriamo che, se la quota di mercato Fiat è del 30% in Italia, significa che il 70% degli incentivi del 2009 è andata ad auto straniere prodotte al di fuori dell’Italia.

Ma allora perché la Francia può condizionare la Renault? Perché nel 2009 Sarkozy ha prestato 6 miliardi di euro alla Renault, mentre Fiat ha preferito chiedere i soldi nel mercato internazionale.

Ovvio che in questo caso lo Stato non può alzare la voce. Ma il problema, come vedremo è peggiore: i politici hanno causato la situazione attuale con la loro ignavia. Ma prima parliamo dei famosi aiuti di Stato ricevuti negli anni passati dalla Fiat.

Ebbene pare che lo la Fiat abbia dato allo Stato più di quanto ricevuto, senza contare gli investimenti fatti: si apprende infatti che dal 2000 al 2006 ha ricevuto 409 milioni tramite “contratti di programma”.

A questi sommiamo dal 1996 al 2004 270 milioni (a fronte di 2,8 miliardi di euro di investimenti Fiat e già questi da soli bastano a fare capire che lo Stato non è stato talmente munifico da potere ricattare l’azienda) tramite la legge 488; con gli incentivi 2009 lo Stato ha erogato 1 miliardo di euro, di cui 440 milioni sono andati alla Fiat, il resto (660 milioni) sono andati ad aziende straniere.

Questi numeri sono confermati anche dal libro di Elio Germano, “Governo e grandi imprese” (edito da Il Mulino, 250 pagine, 22,50 euro) da cui si apprende che nel periodo compreso tra il 1998 e il 2007 la Fiat ha ottenuto 1,9 miliardi di euro tra cassa integrazione (235 milioni), contributi alla ricerca e per investimenti. Senza contare le proprie risorse investite in ricerca (ricordiamo che Fiat e Finmeccanica,  secondo un articolo del 2007 del Sole 24 Ore, finanziano l’80% della ricerca privata in Italia), l’azienda torinese ha pagato 540 milioni all’INPS,  mentre ha versato 2,2 miliardi di euro per imposte sul reddito e 200 milioni di euro di ICI: in pratica Fiat ha dato 2,9 miliardi di euro e ne ha ricevuto 1,9.

 

I numeri mi sembra che parlino chiaro.

Ma allora non si poteva fare nulla? Qui torniamo al discorso sui politici fatto all’inizio e che investe in prima battuta i piani di sviluppo dell’azienda in generale e di Termini Imerese e Pomigliano in particolare.

Cosa fareste voi, se una persona vi promettesse un aiuto per farvi lavorare meglio e poi non ve lo desse? Cerchereste altrove, e alle successive promesse non dareste il minimo credito. Mi sembra logico.

E così agisce la Fiat. Il governo sostiene che per Termini Imerese la Fiat ha ricevuto moltissimo: falso. Lo stesso Elio Vito, ministro per i Rapporti con il Parlamento, ha dichiarato in Parlamento alcuni giorni fa (http://www.economiasicilia.com/2010/01/22/fiat-vito-dal-96-contributi-statali-a-termini-per-48-3-mln/) che dal 1996 ad oggi la Fiat ha ricevuto per Termini Imerese 48 milioni di euro. Non è una gran cifra se consideriamo che copre più di 10 anni.

Ma neanche questo è il vero punto. Il punto sono le promesse mancate e mantenute da altri.

Fiat aveva programmato di produrre la nuova microcar (chiamata topolino) a Termini Imerese. Perché non si fece?

Breve storia. Negli anni 90 la Fiat fa rilevare che lo stabilimento di Termini è antieconomico e nel 2002, la Fiat rinnova queste considerazioni, alla luce delle gravi lacune nell’impianto logistico del polo siciliano.

Solo a metà febbraio 2007 si crea a Palazzo Chigi un “tavolo per il rilancio di Fiat di Termini Imerese” su insistenza dell’allora governatore della regione Sicilia, Salvatore Cuffaro (UDC). (http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Economia%20e%20Lavoro/2008/06/fiat-termini-imerese.shtml?uuid=a86c7ef0-410b-11dd-835d-7e3492cb3def).

Nel luglio 2007 i tecnici del consorzio di sviluppo industriale di Palermo (in sigla consorzio ASI), guidati dal presidente Antonio Albanese, attuavano ricognizioni nell’area di Termini Imerese per gli interventi da realizzare per creare il polo industriale dell’auto.

Purtroppo con le dimissioni di Cuffaro, il via libero definitivo atteso da Roma viene messo in sospensione.

Sospensione che nel Giugno 2008 si tramuta nella mancata firma, da parte del governo nazionale di Berlusconi e del governo regionale di Lombardo, del contratto di programma che avrebbe garantito 1,3 miliardi nella logistica di Termini Imerese per abbassare i costi produttivi e potere produrre la Topolino.

Ovviamente la Fiat prende atto di ciò e si attiva per trovare una strada alternativa che in due settimane porta a firmare un accordo con la Serbia: si decide di creare un polo dell’auto a Kragujevac, vicino Belgrado (fonte: http://www.autoblog.it/post/14538/fiat-topolino-ecco-perche-sara-costruita-in-serbia/3 e http://www.dotmagazine.it/index.php/2008/06/26/fiat-topolino/).

Nel giro dei due mesi successivi, secondo una inchiesta de Il Sole 24 Ore), le autorità serbe, rispettano gli accordi, e creano una zona franca per i subfornitori che potranno importare materie prime e semilavorati senza pagare dazi, incentivi e agevolazioni fiscali, e l’uso gratuito dei terreni vicino l’impianto per espandere l’impianto medesimo, sconti sui consumi energetici, e agevolazioni di vario tipo, inoltre le auto prodotte in Serbia saranno esportate non solo in Europa occidentale ma anche in Russia, visto che tra Russia e Serbia esiste un accordo di libero scambio.

E ora tiriamo le somme: da un lato abbiamo un governo nazionale e regionale che, a fronte di dichiarazioni fatte nel 2009 da Marchionne (giugno 2009), si sono attivati solo nel dicembre 2009 per cercare di risolvere il problema Fiat.

Dall’altro abbiamo una azienda che si confronta con il mondo e che ha bisogno di decisioni tempestive (come quelle dei politici serbi).

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