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Come se tutti i liceali potessero essere eletti in Parlamento…

postato il 23 settembre 2011 da Redazione

“Riceviamo e pubblichiamo” di Stefano Barbero

“La Camera approva”: risuonano queste parole nell’aula di Montecitorio al termine della votazione finale sul ddl Meloni, la legge che il ministro delle politiche giovanili ha portato in Parlamento. Cuore della sua proposta, l’abbassamento della soglia di età per l’elettorato passivo di Camera e Senato: 18 anni (anziché 25) per la prima e 25 (in luogo dei 40 fissati dalla Costituzione) per il secondo. La bionda ministra esulta, il provvedimento è passato, ora anche i neodiciottenni potranno essere eletti a Montecitorio. Fantascienza? Chi lo può dire, portare un po’ di freschezza in quelle vetuste aule, un po’ di gioventù su quegli scranni non sarebbe una cattiva idea, e forse c’è davvero qualche partito che candiderebbe volentieri un teenager.

Ipotesi future o quantomeno futuribili. Nel frattempo emergono molte valutazioni contrastanti sulla reale utilità della legge. La domanda è: era davvero necessario abbassare l’età per essere eletti ai massimi consessi rappresentativi per dimostrare che oggi l’Italia è un Paese per giovani? Guardiamo la vita di tutti i giorni, il mondo del lavoro per esempio: c’è reale possibilità di accesso spendendo i titoli conseguiti, oppure i giovani trovano mille difficoltà prima di stabilizzarsi economicamente e rendersi indipendenti da papà e mamma? Il Parlamento, composto da questi lungimiranti statisti (sic) ha mai immaginato una legislazione favorevole all’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro che non fosse attraverso contratti volatili e quasi umilianti? Sono state mai messe in campo misure per il ricambio generazionale nelle aziende, nel settore pubblico come in quello privato, nella politica, che è il loro campo? La risposta a tutte queste domande è una sola: no. Giovani neolaureati con fior di punteggi trascorrono i loro giorni a inviare curriculum a destra e a manca, salvo poi accontentarsi del lavoro che non avrebbero mai desiderato. I diplomati si sono arresi prima: in un Paese dove chi ha titoli più rilevanti è a spasso, un impiego remunerativo e rispondente a certe esigenze è un lusso.

Questa è l’amara realtà, riassunta in una battuta infelice ma efficace: l’Italia non è un Paese per giovani. E non lo è nonostante la trovata di Giorgia Meloni, energica titolare delle politiche giovanili, non abbastanza da trovare soluzioni strutturali alla questione generazionale che investe il Paese.

Il Parlamento si è messo la coscienza a posto. Ci chiedevate di fare di più per i giovani? Eccovi accontentati: ora anche i ventenni possono diventare senatori. Saremo esigenti, signori parlamentari, ma non basta. Senza contare la presa in giro. La politica in Italia è in mano agli stessi da anni, in qualche caso da decenni. C’è mai stato qualcuno che abbia investito sui giovani, favorendo questo famoso “ricambio generazionale” almeno in politica? Il discorso è semplice: il Paese chiede rinnovamento, perché non cominciare dalle mie liste, dovrebbe ragionare un politico. Ma lo si è mai fatto? Si nota un interesse a chiudere dentro strette mura elitarie quella che dovrebbe essere il vivaio di una buona gioventù, la gioventù che si interessa dei problemi del Paese in cui vive, che vorrebbe partecipare alle decisioni e intervenire nell’elaborazione di prospettive per il futuro. Oggi più che mai questa chiusura si è accentuata, anche a partire dagli stessi consigli comunali, il punto di partenza per eccellenza del cursus honorum di un giovane impegnato in politica.

Già, il Consiglio Comunale. La bionda ministra non poteva pensare a quello? Perché preferire la via demagogica a quella ragionata, meditata? Troppi sono i casi di “raccomandati” che varcano le soglie di aule importanti senza aver mai fatto nulla prima, senza mai essersi impegnati, senza mai aver provato cosa significa amministrare una comunità e risolvere i piccoli problemi quotidiani della gente.  I vari Bossi, Minetti e tanti “nominati”, pardon eletti, per grazia ricevuta del segretario che confeziona le liste non ci hanno insegnato nulla?

Questo provvedimento è da bocciare: per la buona politica si deve partire dal basso, dove l’impegno è per forza di cose disinteressato. Una volta c’era la gavetta, oggi si diventa deputati per altri meriti.

Saremo grilli parlanti, ma il Ministero della gioventù dovrebbe interessarsi di più a misure per favorire l’occupazione giovanile, per dare la possibilità ai giovani di costruirsi una famiglia e affrancarsi dai genitori, per ridare un po’ di dignità e di valore allo studio. Insomma, investire sul futuro. Non tutti i giovani italiani vedono il posto in Parlamento come un’opportunità dopo il liceo, onorevole Ministro ci aspettiamo, pretendiamo, molto di più.

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Ci tocca essere insolenti

postato il 17 settembre 2011 da Redazione

di Gianpiero Zinzi

Domenica scorsa, dal centro della scena di Chianciano, ho riscoperto un’attenzione da ultimo giorno di scuola.

Proprio così, perché l’ultimo giorno non c’è professore che interroghi,  che assegni compiti da mal di pancia o che usi la retorica per insegnarti ad avere fiducia e a rispettare il sistema.

L’ultimo giorno, se sei fortunato, spunta un professore, quello più premuroso (e che ha meno da perdere), che, usando la cruda verità, prova a darti qualche buon consiglio da amico.

Quando ha preso la parola Pier Luigi Celli è accaduto proprio questo. Il suo “Siate insolenti” ha suonato un po’ come lo “Stay hungrystay foolish” (“Siate affamati, siate folli”) di Steve Jobs di fronte agli studenti di Stanford.  Discorso di Steve Jobs ai neolaureati di Stanford

E così, la mia attenzione è cresciuta fino a diventare curiosità per quello che stava accadendo. In platea, i più adulti sembravano stupiti di fronte a quelle parole e ai tantissimi applausi dei più giovani.

C’era tanto coraggio in quella esortazione, almeno quanto ne abbia lasciato a noi.

Proveremo ad essere affamati, folli e soprattutto insolenti per strappare un pezzo di presente dalle mani di chi vorrebbe solo lasciarci continuare a sperare nel futuro.

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Cambiare? I giovani ne hanno la forza

postato il 11 settembre 2011 da Redazione

“Riceviamo e pubblichiamo” di Stefano Barbero

Sta per chiudersi l’edizione 2011 della festa nazionale dell’UDC, un evento che forse definire festa è un po’ riduttivo, così pieno di incontri e dibattiti, di riflessioni e scambi di idee. Ma a pensarci bene perché non dovremmo festeggiare? Il parco Fucoli è stracolmo di gente entusiasta che ha ancora voglia di credere nelle qualità di una buona politica che nonostante i cattivi esempi (purtroppo la maggioranza) riesce ancora a far parlare bene della categoria.

Potrebbero bollarci tutti per ingenui, o illusi, ma la verità è un’altra: non ci stiamo ad arrenderci allo sconforto e non ci stiamo ad accettare in modo rassegnato lo stato delle cose. Abbiamo un desiderio, che è una volontà: essere protagonisti del cambiamento. Siamo animati da una convinzione: la politica siamo noi, la facciamo con la nostra vita  quotidiana, con il nostro interesse.

E se la politica siamo noi, abbiamo tutte le carte in regola per costruire nuovi orizzonti che partano dalla partecipazione, dalle proposte e dalla condivisione. Noi siamo pronti, e lo abbiamo già dimostrato. Quanto ancora i giovani, ma non solo i giovani, dovranno subire le decisioni di una classe politica che non dà le risposte che attendono? E’ tempo di chiudere con i discorsi vuoti, i proclami, gli slogan. Si vuole investire sui giovani, che sono la linfa della politica? Allora il modo di agire, la soluzione, la “formula magica” c’è: i partiti, tutti, investano con convinzione nelle nuove generazioni, valorizzino questo capitale umano preziosissimo, coltivino la sana politica che non ha familiarità con il potere e le poltrone. Solo così si potrà attuare il tanto agognato rinnovamento. Noi crediamo nella reale volontà di Casini di svecchiare, anche e soprattutto nelle idee e nell’approccio alle problematiche, non solo nell’età anagrafica. E poi, chiaramente, il cambiamento non lo può fare solo una parte, c’è bisogno di un’intesa cruciale: di mezzo c’è il futuro, non buttiamo via questa irripetibile occasione.

Che Chianciano 2011 sia ricordata come la festa dei giovani.

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Chianciano, i giovani Udc “entrano nel merito”

postato il 7 settembre 2011 da Redazione

Donne al Centro

 

La festa dell’Udc a Chianciano darà quest’anno particolare attenzione e spazio ai giovani che saranno protagonisti di una vera e propria festa nella festa con tanto di conferenze, dibattiti e tavole rotonde. L’obiettivo dichiarato dei giovani dell’Unione di Centro è quello di “entrare nel merito” delle tematiche scottanti che toccano il Paese e il mondo giovanile, e a Chianciano ciò verrà realizzato attraverso la narrazione a più voci di vere e proprie storie italiane. Per costruire questa grande narrazione ad ogni appuntamento è stata abbinata la presentazione di un libro che favorirà la conoscenza delle varie tematiche oggetto di discussione. Venerdì verranno presentati il libro “Narrare l’etica e l’economia” (Rubbettino Editore), realizzato dal Forum nazionale dei Giovani e curato da Mons. Samuele Sangalli e Francesco Nicotri, per discutere di etica ed economia, e il libro “Al voto dalle parti di Gomorra” (Edizioni Palomar) di Paolo Farina per un focus sulla battaglia per la legalità e contro le mafie. Sabato saranno due i libri che racconteranno i giovani che non si arrendono e sono capaci di grandi imprese: il libro “Generazione mille euro” (Rizzoli ) ed il libro “School Rocks” (Edizioni San Paolo) di Antonio Incorvaia. Sempre sabato ci sarà spazio per l’Europa e il Mediterraneo con la presentazione delle risoluzioni dello Yepp Seminar di Caserta in vista del prossimo Yepp Council meeting di Marsiglia. In questa grande narrazione del Paese non possono mancare i nostri campanili e dunque ci sarà l’occasione per confrontarsi sugli enti locali, ma ci sarà anche spazio per discutere dello sport più amato dagli italiani: il calcio. Con l’appuntamento di Chianciano i giovani Udc coordinati da Gianpiero Zinzi si inseriscono naturalmente nel dibattito sul futuro delle nuove generazioni rifuggendo però da certi schemi riduttivi e  dalle facilonerie di certi rottamatori che invocano apocalittici scontri generazionali. La strada che da Chianciano si vuole cominciare a percorrere è la strada della responsabilità, cioè della capacità di dare risposte concrete ai giovani, nella consapevolezza che le migliori risposte possono solamente nascere in un contesto di incontro e di collaborazione tra le generazioni, non già di uno sterile e stupido scontro all’insegna del “mors tua, vita mea”.

Il programma completo della festa di Chianciano.

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Salviamo ‘sto Paese

postato il 4 agosto 2011 da Redazione

“Deve esserci un accordo / se ci sta a cuore la salvezza del paese. / Salviamo ‘sto paese? Eh? / C’è bisogno di un’intesa / vogliamo tutti insieme metterci / a pensare seriamente alla ripresa? Eh? economica? Sì? / Bisogna lavorare sul concreto / bisogna rimboccarsi le maniche per incrementare la produzione e assicurare / uno stabile benessere sociale a tutti coloro / ai quali noi, per il momento / abbiamo chiesto sacrifici / vogliamo uscire a testa alta dalla crisi? Eh? / Salviamo ‘sto paese? Sì?” Queste parole di una canzone di Giorgio Gaber hanno più contenuto e senso di molti dei discorsi – ripetizione di un’ormai stanco canovaccio politico – che si sono ascoltati, durante l’informativa sulla crisi, nelle aule di palazzo Montecitorio e di palazzo Madama. A noi, in particolare, una proposta ha colpito positivamente, ovvero quella dell’On. Pier Ferdinando Casini di dar vita ad una commissione bipartisan per la crescita. È giunto il momento, infatti, che anche il nostro Paese, al pari delle altre democrazie occidentali, si ponga l’interrogativo sul ruolo e la missione che come comunità nazionale intende assumere in un orizzonte temporale almeno decennale. Probabilmente, così, si riuscirebbe anche ad arginare la perdita del senso di cittadinanza di una larga parte dell’economia e della società (si pensi alla fuga dei cervelli) – con evidente positivi benefici sull’economia nazionale – che, indipendentemente da chi sta al governo, proprio perché internazionalizzata non si sente più italiana, pur avendo il nostro stesso passaporto. La nostra modesta esperienza in significative piattaforme generazionali europee e nazionali – vuoi lo Youth Forum, lo YEPP o il Forum nazionale dei giovani – ci induce a ritenere che quanto proposto, ieri, dall’On. Casini possa avere effetti favorevoli, non solo economici, anche sociali, se naturalmente interpretata secondo dinamiche bipartisan e logiche non settoriali. Ben venga, allora, l’istituzione di una commissione nazionale per la crescita che possa, in qualche modo, inserirsi nel solco dell’esperienza della Commissione Attalì; seguendo l’esperienza di un paese, come la Francia, che aveva (e ha ancora) da affrontare e vincere sfide comuni all’Italia a partire dal problema di liberare energie e risorse per la crescita, e dalla questione dell’approvazione di riforme che promuovano i talenti, l’iniziativa individuale e collettiva, la capacità e la voglia di intraprendere, di sperimentare, di innovare, di competere, di rischiare. Non è un caso, forse, se la Commissione Attalì – così come notato dal prof. Mario Monti e dal Sen. Franco Bassanini, membri della commissione francese -, “ha suscitato in Italia, fin dal momento della sua costituzione, un’attenzione e un interesse straordinari e imprevisti. In nessun altro paese europeo, a parte la Francia, se ne è discusso e scritto quanto in Italia”. Insomma, per dirla sempre con le parole di Gaber, “bisogna far proposte in positivo / senza calcare la mano sulle possibili carenze (…) / Cerchiamo di essere realisti. Non lasciamoci trarre in inganno… dalla realtà!”

Francesco Nicotri e Riccardo Pozzi

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Distanza surreale tra governo e Paese

postato il 29 luglio 2011 da Redazione

Mentre la questione sociale esplode, si parla di processo lungo o breve, oppure di ministeri a Monza. E’ surreale la distanza fra governo e Paese.
Noi siamo pronti a lavorare anche nel mese di agosto su provvedimenti seri, nuove misure che allontanino le spettro di una crisi drammatica alla quale va data assolutamente risposta. Come opposizione responsabile l’Udc è d’accordo con il monito del presidente della Repubblica alla politica, perché contro la crisi serve coesione nazionale.
La convinzione di assumere rapide iniziative oggi è rafforzata da due notizie. La prima, i mercati che danno un segnale di sfiducia alla politica italiana. La seconda, il rapporto Svimez, che rende noto che al Sud 3 giovani laureati su 4 sono disoccupati.
Davanti a una crisi così drammatica, oggi è necessario dare una risposta.

Pier Ferdinando

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Formazione e merito, la mia esperienza fra Italia e Francia

postato il 27 luglio 2011 da Redazione

Sono stato stimolato a scrivere queste mie riflessioni a seguito di un interessante post pubblicato in questo blog riguardante i giovani, il lavoro e le proposte da attuare per migliorare una situazione che è a dir poco drammatica. A fine articolo erano presenti 5 interessanti proposte che, in sintesi, proponevano un premio per gli studenti più meritevoli, convogliare le risorse degli atenei verso gli studenti, migliorare l’incontro tra domanda e offerta di lavoro per i giovani, diminuire la fuga di cervelli, e sostenere la meritocrazia. Tutte queste proposte sono interessanti ma, prima di tutto andrebbe analizzata meglio la situazione attuale.

Innanzi tutto partirei dalla formazione culturale degli studenti. Io sono un ragazzo del 1985, di una città di provincia, Pistoia. Nella mia città ci sono molte scuole medie superiori tutte differenti tra di loro ma non esiste la possibilità di scegliere più scuole per lo stesso indirizzo (come può avvenire a Firenze o a Roma o comunque nelle grandi città italiane). Io ho fatto il liceo scientifico ed, ahimè, ho impiegato 6 anni per finirlo invece di 5. Il 90% di questo ritardo è dovuto esclusivamente al fatto che non studiavo, che non avevo voglia di studiare ma soprattutto non mi interessava imparare ciò che veniva insegnato in classe. Questo secondo me è un punto importante perché se il 90% delle colpe del mio ritardo sono dovute a cause personali ritengo che il 10% siano da ritrovarsi nell’istituzione scolastica.

Nel mio Liceo di Pistoia, statale, non c’era professore che mi invogliasse a studiare la materia! Dalla mia esperienza, ma confrontandomi con altri miei coetanei ho ritrovato le stesse problematiche, non ho mai trovato un professore a cui importasse veramente insegnare qualcosa ma soprattutto avesse la consapevolezza che il suo lavoro avrebbe influenzato il mio futuro prossimo. Questo probabilmente lo si può spiegare con un concetto molto semplice: mancanza di cambio generazionale. Infatti, e questo secondo me è un paradosso, la mia professoressa di inglese era la stessa di quella di mia madre!!

Un primo fondamentale punto, per migliorare la situazione giovanile, quindi bisogna trovarlo alle basi della formazione più importante di ogni singolo ragazzo, ovvero, dalle scuole medie superiori. Sarebbe il caso di modernizzare la scuola dell’obbligo ma soprattutto cambiare ed invogliare soprattutto i professori che hanno un ruolo fondamentale soprattutto in scuole come i Licei che sono la base dello studio universitario.

Un secondo punto fondamentale su cui concentrare le forze è l’università. Una decina d’anni fa fu fatta la riforma che introduceva la tanto famosa laurea-breve. Per alcune facoltà probabilmente ha migliorato e velocizzato la formazione dello studente ma per la mia facoltà non è utile. Io infatti nell’anno accademico 2005/2006 sono riuscito a passare il test d’ammissione alla facoltà d’architettura di Firenze e mi sono iscritto regolarmente. Non sapevo però che da quel momento sarebbe iniziato un calvario. La mia facoltà infatti è ancora di “vecchio stampo” ovvero è una facoltà, sulla carta, quinquennale. Ho voluto precisare sulla carta perché, dati alla mano, per laurearsi ad architettura a Firenze il tempo medio è 9 anni e mezzo (almeno questo è ciò che c’hanno sempre detto). Io ho appena finito il 6 anno, mi mancano ancora 12 esami che probabilmente riuscirò a finire entro i prossimi 2 anni e, considerando che per una buona tesi serve almeno 1 anno, direi che rientro nella media della mia facoltà.

Ritengo che questo sia assurdo. Non è ammissibile che noi italiani si debba uscire, con un foglio in mano (che non ho chiamato volutamente laurea visto che siamo gli unici al mondo ad avere gli ordini professionali, che sono inutili e quindi quando ci laureiamo siamo dottori in architettura ma non siamo architetti…) se va bene entro i 30 anni mentre i nostri colleghi francesi, tedeschi, spagnoli, sono nel mondo del lavoro da già 4/5 anni. Certo, sarebbe facile dire che il corso è fatto apposta per durare 5 anni e non 9 però, se la media indica questo lasso di tempo per laurearsi un motivo ci sarà, o no? Non credo che la colpa sia solamente degli studenti ma credo che tali colpe siano da ritrovarsi, anche in questo caso, a monte. Nella mia facoltà c’è una disparità enorme tra professore e professore, anche e soprattutto della stessa materia. Le cause, anche in questo caso, sono sia dello studente, diciamo intorno al 60%, ma per il 40% sono da addossarsi ad un sistema universitario che non funziona e che non vuole cambiare.

Nell’anno accademico 2008/2009 ho avuto la fortuna di entrare nel programma Erasmus, con destinazione Parigi. Un sogno, finalmente avevo l’opportunità di uscire di casa per 1 anno e fare una grandissima esperienza, sia sotto l’aspetto umano che scolastico. La vita a Parigi è stata totalmente diversa rispetto alla mia vita italiana. Ma non perché Parigi è una grande città, mentre Pistoia è una semplice città di provincia, ma perché in Francia c’è una mentalità differente, anche opposta rispetto alla nostra. Non voglio parlare dell’integrazione di culture diverse, che è un argomento troppo ampio vasto e complicato (perché anche loro hanno problemi, grandi problemi), ma inizio dicendo che in Francia esiste un sussidio mensile destinato ai ragazzi, alle coppie in difficoltà, alle famiglie in difficoltà, che permette di avere un aiuto economico sicuro.

Per avere tale sussidio bisogna ovviamente essere regolari in Francia, bisogna risiedere in una casa o avere un contratto d’affitto a norma di legge. Per quanto riguarda Parigi tale contributo variava a seconda della grandezza della casa, di quante persone la abitavano, del quartiere dove era situata. Io vivevo nel 12° arr, ho cambiato 2 case ma entrambe erano da circa 30 mq con 3 posti letto. A me, ed ai miei coinquilini, veniva dato un rimborso mensile di circa 150 euro, che sommati alla borsa di studio (scarsa per noi della Toscana, molto alta per i ragazzi della Campania e del Lazio) andavano a coprire quasi l’80% dell’affitto totale. Non è un caso che buona parte degli studenti francesi, finito il liceo (il loro dura anche 4 anni invece che 5) escano di casa per andare a vivere da soli.

Ma le differenze con l’Italia non finiscono qua. Un accenno lo merita anche la rete dei trasporti perché per me, che faccio il pendolare ogni mattina per andare in facoltà, è stato un trauma tornare alla triste realtà italiana. A Parigi infatti con circa 50 euro si compra l’abbonamento per metro, tram, bus, treni metropolitani, chiamati RER (per le zone più lontane il costo, ovviamente, aumenta). La mia facoltà era a 30 km da Parigi, la stessa distanza che c’è tra Pistoia e Firenze. La mattina prendevo la RER, e in soli 20 minuti ero arrivato alla stazione di discesa. In Italia l’abbonamento del solo treno costa quasi 55 euro (aumenta ogni 6 mesi circa), e per fare gli stessi chilometri, nonostante il numero di fermate sia pressoché identico, ci impiego 40/50 minuti, quando non ci sono ritardi. Ovviamente quando arrivo alla stazione di Firenze non sono arrivato in facoltà e, siccome l’eventuale abbonamento del bus costa 20 euro, per risparmiare faccio un tragitto, di circa 20 minuti, a piedi.

Riguardo il costo degli affitti e delle case non ci sto a perdere troppo tempo perché è sotto gli occhi di tutti che qua in Italia sia troppo alto. Se non erro qualche mese fa Report dimostrò come era possibile acquistare una casa, in centro a Berlino, di 30/40 mq, a soli 50.000 euro, mentre una casa, stesse dimensioni in centro a Roma, Milano, Firenze ecc costasse anche 4/5 se non 6 volte tanto! Per gli affitti la situazione è la stessa. L’anno scorso ero interessato ad andare a vivere a Firenze con la mia ragazza ma l’affitto di una casa in centro di 30 mq, 1 stanza da letto + salotto con angolo cottura, era di 1200 euro, troppi anche per una coppia di lavoratori figuriamoci per una coppia di studenti.

In Francia, ma stessa cosa avviene in Inghilterra, il più delle volte gli stages sono pagati, in Italia, almeno nel mio ambito lavorativo, tutto ciò non avviene, anzi, non danno nemmeno il rimborso delle spese di viaggio. A Parigi invece, la prima cosa che offrono, oltre allo stipendio mensile, è l’abbonamento della metro/bus/rer per raggiungere il posto di lavoro rispetto alla propria abitazione.

In Italia, una volta laureato non si può lavorare perché devo prima iscrivermi all’albo di architettura. Per iscrivermi si deve passare l’esame di Stato che si tiene una volta ogni 6 mesi. A Firenze notoriamente passa l’esame di stato meno del 50% degli iscritti.

Sempre in merito alla mia facoltà, quando ero a Parigi, potevo stampare gratis tutte le tavole nella mia facoltà, aFirenze tutto ciò non è possibile. Una stampa di una tavola grande, formato A1, viene a costare anche 15 euro, e a volte si trovano professori che richiedono, solo per l’esame 10/15 tavole. A questo c’è da aggiungere che durante l’anno vanno fatte le cosiddette revisioni, che non sono altro dei momenti in cui il professore riguarda il lavoro dello studente. Siccome i professori spesso non sanno usare il computer pretendono di avere sempre le stampe e a forza di 15 euro ci ritroviamo presto il conto in banca, che già era misero, vicino allo zero. Inoltre, sempre paragonando Parigi a Firenze, l’età media dei professori della mia struttura universitaria, école d’architecture de la ville / des territoires à Marne-la-Vallée, era di poco superiore ai 40 anni, mentre l’età media dei professori di Firenze non è inferiore ai 50/60 anni.

Queste sono solo alcune delle grandi, grandissime differenze che ci sono tra il nostro bellissimo paese e l’Europa. Questo non vuol dire che l’estero, la Francia, la Germania o l’Inghilterra siano paesi paradisiaci, anzi, tutt’altro. Anche loro hanno molti problemi ma permettono di affrontarli in maniera diversa. Da quel che ho potuto constatare c’è stato un ricambio generazionale, quando andavo a lezione in Francia mi sentivo motivato a studiare, mentre quando vado a lezione a Firenze non vedo l’ora di tornare a casa.

Quello che avete proposto voi sono quindi buoni punti di partenza, ma secondo il mio parere bisogna fare molto di più, bisogna intervenire partendo dalla scuola dell’obbligo fino ad arrivare all’università. Bisogna allinearci al resto d’Europa perché tra due, tre anni quando finalmente sarò laureato non avrò nessun motivo per iniziare a lavorare in Italia mentre sarò fortemente invogliato a tornare a Parigi dove sono sicuro di trovare un lavoro che mi permetterà di poter affittare una casa dove stare e di iniziare a costuire una vita tutta mia.

“Riceviamo e pubblichiamo” di Lorenzo Mazzei

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Ricostruiamo l’Italia sul merito

postato il 26 luglio 2011 da Redazione

Due milioni di giovani nullafacenti, cinquemila ogni anno lasciano lasciano l’Italia verso gli Stati Uniti o l’Europa centro-settentrionale. Con questi numeri appare evidente che ci stiamo dimenticando di gettare le fondamenta per il nostro futuro, il futuro dell’Italia. La reazione del mondo politico alla cosiddetta “fuga di cervelli” e al mondo della disoccupazione (soprattutto giovanile) è impalpabile.

Solo partendo dal merito e dalle energie più positive l’Italia sarà in grado di tornare a crescere valorizzando i suoi talenti, facendo sì che i giovani meritevoli possano rimanere nel loro Paese, per contribuire all’edificazione della nuova società.

Ecco quindi le proposte:
− premiare gli studenti meritevoli restituendo loro una piccola parte delle tasse versate; tale importo potrà essere utilizzato per aumentare ulteriormente il livello di conoscenza attraverso l’acquisto di libri e o abbonamenti a giornali o attraverso l’iscrizione a corsi di specializzazione post universitari;
− responsabilizzare i singoli Istituti scolastici che dovranno decidere di destinare le risorse disponibili agli studenti davvero meritevoli;
− concretamente, facilitare l’incontro tra domanda e offerta di lavoro premiando i giovani di talento con una visibilità maggiore ;
− diminuire il fenomeno del “brain drain”;
− simbolicamente, rendere evidente che le Istituzioni tutte credono nella necessità di sostenere il merito.

Clicca qui se credi anche tu che per l’Italia sia fondamentale investire sui giovani e sul futuro. Firmare la petizione.

“Riceviamo e pubblichiamo” di Andrea Magnano

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Emergenza lavoro, il Cardinale Angelo Bagnasco in Basilicata. Benvenuto!

postato il 6 luglio 2011 da Redazione

«Il problema dell’occupazione non è calato, ma, semmai, accresciuto. E i timori non sono ingiustificati». Queste parole di S. E. il Cardinal Angelo Bagnasco, nella giornata in cui il  presidente della Cei sarà in visita a Melfi per l’inaugurazione del Museo Diocesano, si mostrano di straordinaria (e drammatica) attualità se rapportate alla situazione occupazionale lucana, alla luce anche di una nuova e accresciuta questione meridionale che vede in noi giovani le prime vittime.

E infatti insindacabile il dato dell’aumento della disoccupazione giovanile nella nostra Regione e di conseguenza dei giovani che né hanno un lavoro né svolgono un’attività di studio o formazione, i cosiddetti NEET ( Not in Education, Employment or Training).

La generosa disponibilità che oggi ci viene dalla presenza in Basilicata di S.E. il Cardinal Bagnasco ci deve portare ad avviare un confronto sui temi di più stretta attualità, partendo dalla passione e dal quotidiano impegno professionale e le personali capacità – prima di tutti quella di leggere in filigrana il presente che oggi caratterizzano i giovani, in particolar modo i giovani dell’UdC.

È giunto il tempo del riscatto sociale, economico e politico di un Sud troppe volte pensato da altri o lasciato al corso degli eventi, tornato ad essere nuovamente terra di emigrazione. È il testimoniare una propria dimensione di impegno che non ha pretese di autosufficienza, ma ri-cerca l’altro, l’insieme. È un avanzare proposte, creare relazioni, fare squadra per capire il presente e preparare il futuro di una Basilicata, che pur negli evidenti progressi di questi anni, sconta ancora secolari ritardi e incertezze; senza però aver tradito quella ricchezza di capitale sociale, di cui parlava Putnam.

In questa prospettiva di ripartenza, la presenza di S. E. il card. Bagnasco assume, dunque, un valore simbolico ben preciso: la conferma della particolare attenzione della comunità ecclesiale nazionale nei confronti del Mezzogiorno, ripresa in quello straordinario documento che è: “Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno.”

Qualsiasi progetto di riscatto della Basilicata, rispetto al dato Paese, non potrà non fare appello al ruolo e al contributo della Chiesa, così come a quel “laboratorio civile” rappresentato dall’associazionismo lucano. In questo senso, da giovane impegnato in politica, sono grato alla Cei ed ai vescovi lucani per i costanti moniti sull’imprescindibilità dell’impegno educativo per qualsivoglia traiettoria di condivisione e di costruzione di un’agenda di speranza per il futuro. Da parte dei Giovani UdC, la ricerca di una visione unitaria dei problemi, delle priorità, delle direzioni di marcia e dei tempi costituisce, già da tempo, il contenuto del dovere, come movimento giovanile politico, di ascolto e risposta alle preoccupazioni e speranze dei nostri coetanei lucani.  Per vincere la percezione di solitudine di chi sperimenta un’esperienza di impegno politico, occorrono una preparazione e un’azione adeguate, se non si vuole poi che la chiamata a «una nuova generazione di cattolici» impegnati nella sfera pubblica non rimanga, alla fine, un grido nel deserto.

Nel giorno in cui si ricorda la figura di Santa Maria T. Goretti, voglio esprimere il mio desiderio e quello dei giovani dell’UdC di non sprecare la stagione della gioventù, vivendola – come ci ha insegnato il Beato Karol Wojtyla – come un tempo di preparazione ai grandi orizzonti per i quali giocare la vita e al servizio dei quali accorgersi che essa è degna d’essere vissuta.

“Riceviamo e pubblichiamo” di Francesco Coviello, Ufficio Politico Nazionale Giovani UDC

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L’esperienza di Pioltello, come vincere al nord

postato il 1 luglio 2011 da Redazione

Quando ai primi di novembre 2010 abbiamo deciso di intraprendere il cammino di preparazione alle elezioni amministrative del maggio 2011, noi “Giovani per Pioltello” ci siamo trovati di fronte ad una scelta: accettare le lusinghe e le proposte di PD o PDL o creare una alternativa, costruita sui giovani, sui programmi e soprattutto sulla nostra città. Scegliere il PD, il sindaco uscente e un’alleanza molto sbilanciata a sinistra, avrebbe significato avere la quasi certezza (poi puntualmente verificatasi) della vittoria, e quindi di un posto in Giunta; ma avrebbe anche e soprattutto significato la svendita del nostro patrimonio di idee e battaglie portate avanti nei precedenti 5 anni in consiglio comunale e in tutta la città.

Viceversa scegliere di allearsi con PDL e Lega avrebbe potuto darci il vantaggio di raccogliere tutte le opposizioni presenti sul territorio (eccezion fatta per IDV che per dissidi con il sindaco ha deciso di correre in solitaria) ma ci avrebbe anche fatto perdere quello spirito e quel modo di far politica che ci ha sempre contraddistinto fin dal 2006. Pioltello è una cittadina di circa 36.000 abitanti, divisi in 4 quartieri; una città tendenzialmente di centro destra alle elezioni politiche, europee e regionali, ma che in occasioni di ogni tornata elettorale amministrativa si riscopre di centro sinistra (da ormai 16 anni). Per chi come noi cerca di costruire un’alternativa tra questi due poli, gli spazi sono ristretti e la conformazione del territorio (i 4 quartieri ognuno con le proprie particolarità) non aiuta di certo. In seguito ad una assemblea di tutti gli iscritti alla lista Giovani per Pioltello (fatta insieme agli iscritti UDC) si è deciso di aprire un canale di dialogo con il neonato gruppo di Futuro e Libertà per l’Italia, qui a Pioltello rappresentato da Ronnie Basile (avvocato, classe 1980) ex capogruppo di AN e responsabile PDL locale con il quale i nostri rapporti sono sempre stati ottimi. A metà dicembre la scelta: formiamo un polo, lo chiamiamo: Polo per Pioltello. Ne entrano a far parte Fli, UDC e Giovani per Pioltello, più la costituenda sezione locale dell’API. Il lavoro è tanto, partiamo con i banchetti nelle piazze, utili per spiegare la nostra nuova formazione, le nostre prime proposte e per presentare il nostro candidato sindaco, Ronnie Basile.

Da metà dicembre al 7 di maggio tutti i sabati e le domeniche mattina siamo stati nelle piazze della nostra città con tre gazebi e tanti attivisti, giovani, ragazzi e ragazze, uomini e donne. Abbiamo creato entusiasmo tra le persone, con alcuni slogan legati a tematiche locali, ma anche attraverso un ciclo di 5 incontri ognuno dei quali relativo ad un punto del programma: Politiche sociali (la famiglia al centro), legalità e sicurezza (Pioltello città del convivere civile), urbanistica e territorio (conservazione, recupero e tutela), commercio e trasporti (unire per rivitalizzare), cultura e sport (protagonismo giovanile).

L’idea che abbiamo cercato di trasmettere ai pioltellesi è stata quella di un gruppo forte, unito, preparato e realmente pronto a diventare classe dirigente, desideroso di dare una svolta alla nostra città. La difficoltà maggiore che abbiamo incontrato è stata quella di far capire alle persone che al di là dei partiti nazionali, al di la dei leader politici, sul territorio, a Pioltello la vera alternativa al centro sinistra non erano PDL e Lega ma era il Polo per Pioltello. A poco a poco questo messaggio è passato e così il 16 maggio abbiamo potuto festeggiare. La nostra coalizione ha raggiunto il 12,29%, risultando a tutti gli effetti il terzo polo pioltellese alle spalle del centro sx (47,82%) e del centro destra (28,64%). In particolare, all’interno della nostra coalizione un ottimo risultato è stato il nostro: la lista Giovani per Pioltello – UDC ha ottenuto 1014 voti, pari al 7,21%! Se consideriamo che nel 2006 le due liste GxP e UDC (allora separate) non avevano superato insieme il 5% (500 voti i GxP, 217 l’UDC) è davvero un grande risultato. Abbiamo anche avuto all’interno della nostra lista il consigliere che ha conquistato il maggior numero di voti (283 preferenze per Andrea Galimberti), che da pochi giorni è stato eletto anche vice presidente del consiglio comunale. Polo per Pioltello ha eletto quindi 3 consiglieri comunali di minoranza (su 10) e nei prossimi 5 anni farà certo sentire la propria voce.

Insomma, noi pensiamo di aver davvero ottenuto il massimo. La nostra lista è stata la forza trainante dell’intera coalizione (la lista di Fli ha ottenuto il 3,56% e l’API l’1,89%) ed ha ottenuto consensi intorno al 21% nei seggi di Pioltello Vecchia, vale a dire il centro storico della città. Ora iniziano 5 anni di opposizione, con la responsabilità di non deludere i 1014 pioltellesi che hanno dato fiducia ai Giovani per Pioltello – UDC.

Giovani per Pioltello – UDC

 

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