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La Borsa della Benzina non vuol dire sviluppo

postato il 21 ottobre 2011 da Redazione

Mentre il  decreto sviluppo continua ad alimentare le polemiche politiche, tra chi, come gli imprenditori, chiede che la riforma sia varata in fretta, chi si oppone a una legge a costo zero e chi,  premier in testa, fa  notare che le risorse per stimolare la ripresa non ci sono, il ministro dell’Economia Giulio Tremonti ha posto il veto su tutte le proposte del collega dello Sviluppo economico, Paolo Romani, bloccando di fatto la riforma. Tuttavia, sono iniziate a circolare nuove indiscrezioni sulla bozza di legge allo studio dell’esecutivo.

Tra le proposte spiccano la creazione di una “Borsa carburanti” e la liberalizzazione delle pompe di benzina.

Sulla borsa carburanti qualche perplessità viene da Mauro Libè, che nel suo blog scrive:

Sembra assurdo ma il decreto sviluppo é pieno di provvedimenti a costo zero ma anche a benefici ridottissimi. l’idea sull’istituzione di una Borsa sulla benzina, invece, rischia di costare e dare risultati pari a zero. Come bene spiega Mario Pezzati i margini di manovra sono vicini allo “zero”. Gli organi di guida e di controllo dei mercati sono utili se possono portare reali benefici ai consumatori. Questa idea del Governo porterà probabilmente benefici solamente ai vertici che dovranno guidarla.

Mario Pezzati, ripreso da Libè, ha infatti ampiamente spiegato che la prossima Borsa carburanti rischia di essere “l’ennesimo ente inutile creato per gettare fumo negli occhi degli italiani per dare l’impressione che il governo voglia combattere il caro benzina”.

Sempre Pezzati ci ricorda che “il prezzo del petrolio incide per meno di 1/3 (ovvero solo per il 30%) sul prezzo della benzina, il resto è dovuto alle accise (imposte varie) che impone il governo italiano e all’iva (al 20%) e al prezzo dei prodotti petroliferi finiti (raffinati)”.

Tornando alle perplessità di Mauro Libè, Roberto Rao, su twitter, rincara la dose:

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Senza il nucleare si rafforza l’opzione delle fonti rinnovabili

postato il 16 giugno 2011 da Redazione

Il dibattito sull’energia è un groviglio di fenomeni e valutazioni su cui incidono svariati temi tecnici, economici e socio-politici ed in cui nessuna ipotesi operativa è esente da punti deboli e rischi. Esso è stato semplificato dall’esito del quesito referendario cosiddetto “sul nucleare”, che ha eliminato da esso un’intera opzione, appunto l’energia nucleare.

L’affluenza alle urne è stata inattesa, al di là delle più ottimistiche previsioni. All’interno della percentuale di votanti è stata altrettanto inattesa la risposta quasi unanime ai quesiti, poiché varie forze politiche e comitati hanno suggerito agli elettori di andare a votare indipendentemente dalle loro preferenze. Questi dati annullano la portata dell’obiezione che il quesito in oggetto, in base al significato letterale, riguardasse la necessità di adottare un piano energetico in generale in Italia, essendo impensabile che oltre 25 milioni di Italiani abbiano inteso votare contro tale necessità. L’unica interpretazione è quindi che essi hanno votato Sì al quesito secondo il significato simbolico conferito a tale risposta, ossia contro il nucleare. E’ altrettanto impensabile che così tanti elettori siano stati contagiati da un’ondata di emotività, o da un “pensiero unico” che non c’è stato, essendo stato concesso spazio equamente tanto ai sostenitori del nucleare che ai suoi detrattori. Ancora, non resta che ammettere che una larga parte degli elettori contrari al nucleare ha maturato la sua scelta per il ragionevole dubbio sui livelli di sicurezza delle tecnologie attuali, dopo che l’incidente di Fukushima li ha tragicamente messi in discussione, e che non si è fidata della capacità del Governo attualmente in carica di ridefinire di conseguenza il suo programma nucleare, nemmeno dopo che esso ha deciso una moratoria proprio a tale scopo.

Una così massiccia e motivata avversione all’energia nucleare ha improvvisamente vanificato l’utilità di ogni discussione sui suoi vantaggi, svantaggi e rischi, poiché si tratta di un’opzione scartata, e, come detto sopra, ha ridotto il grado di complessità della questione energetica italiana, poiché viene meno una delle alternative che erano state prese in considerazione, appunto l’inserimento del nucleare nel mix di generazione di energia elettrica. La riduzione di alternative non può che rafforzare il peso di quelle superstiti, ossia i combustibili fossili e le fonti rinnovabili, mentre i problemi aperti restano immutati. In particolare, devono essere risolti in altro modo quelli che il nucleare avrebbe mitigato rispetto al ricorso ai combustibili fossili, ossia:

ed è immediato che le fonti rinnovabili rispondono a queste esigenze.

Ciò che le fonti rinnovabili al momento non risolvono, rispetto al nucleare, è la generazione di rilevanti volumi di energia elettrica, per cui il ricorso alle fonti fossili è imprescindibile, almeno per il prossimo decennio. E’ altrettanto indiscutibile, tuttavia, che è in atto un “conto alla rovescia”, in cui l’economia, la ricerca, l’industria e gli stessi cittadini devono favorire il raggiungimento della produzione di energia da fonti rinnovabili ai volumi necessari per manentere la qualità della vita attuale, a costi ed impatti ambientali sostenibili, prima di arrivare all’esaurimento delle fonti fossili. Chiaramente, la rinuncia al nucleare ha ridotto il tempo a disposizione. Ed ancora, non si può ragionevolmente pretendere che a tale scadenza la tecnologia ed i processi produttivi siano maturi per raggiungere i suddetti obiettivi di costi e volumi se non si sostengono fin da adesso la filiera industriale e gli ambiti di ricerca che riguardano le fonti rinnovabili.

La decisione di rinunciare al nucleare, alla luce delle presenti considerazioni, comporta senza appello l’accelerazione dello sviluppo delle fonti rinnovabili, che in Italia è in ritardo. Fra le cause di tale ritardo c’è un’avversione preconcetta, come dimostrano opposizioni non fondate su dati scientifici, come per esempio il presunto impatto delle turbine eoliche sull’attività del lupo, o che un semplice sopralluogo potrebbe confutare, come per esempio l’illazione che un parco eolico su terreno agricolo vi impedisca la coltivazione o perfino la crescita di manto erboso. Altre forme di opposizione si basano su motivazioni che hanno avuto riscontro in passato, ma le cui cause sono state risolte; eppure, curiosamente, esse persistono: per esempio la rumorosità delle turbine eoliche, anche se nei modelli recenti è nulla o trascurabile; oppure la realizzazione di parchi eolici in aree non sufficientemente ventose per sfruttare finanziamenti a fondo perduto, una forma di incentivazione che da anni non è più possibile, se non nelle Regioni a statuto speciale. Infine, ci sono motivazioni oggettive per l’opposizione alle fonti rinnovabili, come per esempio l’impatto visivo degli impianti, soprattutto degli aerogeneratori di grossa taglia e dei parchi fotovoltaici a terra. Nel “groviglio” di fenomeni che riguardano l’energia non mancano, purtroppo, comportamenti inaccettabili da parte di operatori senza scrupoli, come episodi di corruzione per ottenere le autorizzazioni, dichiarazioni false e truffe per ottenere incentivi e sconti fiscali , oppure altri comportamenti meno gravi e nell’ambito della legalità, ma comunque da scoraggiare, come le richieste di autorizzazione finalizzate alla rivendita (a caro prezzo) della stessa e non alla realizzazione dei progetti presentati, o i prezzi dei pannelli fotovoltaici “gonfiati” indebitamente grazie a tariffe incentivanti evidentemente non perfettamente calibrate.

Si tratta quindi di discriminare fra i problemi reali e quelli falsi causati dalle fonti rinnovabili, da parte della classe politica ma anche dei cittadini, i quali ultimi hanno dimostrato, invertendo la tendenza degli ultimi anni, di voler partecipare maggiormente ai processi decisionali relativi all’energia. La rinuncia definitiva al nucleare obbliga più che mai l’Italia a rilassare, altrettanto definitivamente, vincoli, come il rispetto dell’estetica, di secondaria importanza rispetto alla sicurezza nazionale, all’economia del Paese, alla salute dei cittadini e alla tutela dei diritti umani nel mondo. Occorre certo continuare a denunciare i casi di pratiche scorrette nel campo delle fonti rinnovabili e lavorare ai meccanismi regolatori per scoraggiarle, ma al tempo stesso fare pulizia di “leggende metropolitane”, fantasmi del passato, fobìe, accuse precostituite contro operatori seri. Questo anche informandosi meglio e discriminando fra l’informazione corretta e quella fuorviante, quest’ultima purtroppo proveniente anche dalle testate più apprezzate con frequenza e superficialità sconcertanti. Soprattutto, occorre che quella nuova maggioranza di Italiani che ha consapevolmente votato contro il nucleare sia coerente con le conseguenze delle proprie scelte; essere, a questo punto, contrari all’intervento militare in Libia o alle fonti rinnovabili sarebbe un comportamento irresponsabile ed ipocrita, nocivo al benessere futuro dell’Italia e della sua onorabilità.

“Riceviamo e pubblichiamo” di Vittorio Olivati

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L’inutile referendum sul nucleare

postato il 9 giugno 2011 da Redazione

E se vi dicessi che Domenica e Lunedì prossimi non voteremo nessun referendum sul nucleare? Sembra paradossale ma stiamo assistendo ad una campagna elettorale che ci invita a votare sì o no su qualcosa che non ci verrà chiesta. Il pasticcio del referendum sul nucleare si è consumato nelle ultime settimane:  il governo italiano, infatti, ha abrogato le norme oggetto di referendum, nel timore di subire una sconfitta nelle urne dopo l’incidente nucleare a Fukushima, dal canto suo la Corte di Cassazione, chiamata a decidere se tenere o no il referendum,  pochi giorni fa ha deciso di sì, ma ha  riformulato  il quesito che ora recita così: “volete voi che siano abrogati i commi 1 e 8 dell’articolo 5 del decreto-legge 31/03/2011 n.34 convertito con modificazioni dalla legge 26/05/2011 n.75?”

Il comma 1 della legge parla sì di nucleare, ma sancisce la rinuncia “alla definizione e attuazione del programma di localizzazione, realizzazione ed esercizio nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia elettrica nucleare”, le cose vanno peggio se si va al comma 8 che testualmente prevede che il Governo vari una nuova Strategia energetica nazionale, che “individua le priorità e le misure necessarie al fine di garantire la sicurezza nella produzione di energia, la diversificazione delle fonti energetiche e delle aree geografiche di approvvigionamento, il miglioramento della competitività del sistema energetico nazionale e lo sviluppo delle infrastrutture nella prospettiva del mercato interno europeo, l’incremento degli investimenti in ricerca e sviluppo nel settore energetico e la partecipazione ad accordi internazionali di cooperazione tecnologica, la sostenibilità ambientale nella produzione e negli usi dell’energia, anche ai fini della riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra, la valorizzazione e lo sviluppo di filiere industriali nazionali”. Alla luce delle modifiche intervenute e del nuovo testo del quesito referendario possiamo dire senza ombra di dubbio che il referendum non è più sull’energia nucleare bensì sull’esistenza stessa e sui contenuti della Strategia energetica nazionale del Governo, ne avevo parlato qui.

In questa situazione l’eventuale vittoria del Sì al referendum avrebbe soltanto effetti simbolici perché il Governo, stando alla lettera del quesito, non sarebbe autorizzato ad adottare la Strategia energetica nazionale, cioè il piano generale con cui si decidono gli investimenti, le priorità, i settori su cui investire, comprese le energie rinnovabili, mentre un giorno questo o un altro Governo potrebbero legittimamente ricorrere all’energia nucleare.  Ma i guai per il quesito sul nucleare non finiscono qui. C’è il problema dei voti degli italiani all’estero che avendo già votato per corrispondenza hanno espresso il loro voto in base alla vecchia formulazione del quesito. A questo punto non è chiaro cosa succederà a questi voti: saranno annullati o ritenuti validi? Purtroppo non ci sono precedenti e i costituzionalisti interpellati sulla questione sarebbero favorevoli a far rivotare gli italiani all’estero con le schede corrette per evitare l’invalidità del referendum. Il referendum sul nucleare, al di là della forza simbolica, rischia di tramutarsi nel solito pasticcio italiano che porta, di fatto,  ad una non scelta ed ad un danno irrimediabile per il nostro Paese che ancora una volta si ritroverà senza una strategia energetica chiara per i prossimi cruciali decenni.

“Riceviamo e pubblichiamo” di Adriano Frinchi

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Resto a favore del nucleare contrariamente a molti

postato il 19 marzo 2011 da Redazione

Sono nuclearista e contrariamente a molti non ho cambiato idea. Le scelte o si sostengono per convinzione o ci lasciamo trascinare da una parte all’altra, come si e’ fatto dal baciamano di Gheddafi all’intervento in Libia.

Pier Ferdinando

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Il rialzo del petrolio può essere una spinta per l’auto elettrica?

postato il 15 marzo 2011 da Redazione

Una riflessione tra promesse e realtà.

Con il recente rialzo del prezzo del petrolio e della benzina, il consumatore e le aziende si pongono il problema di come potere risparmiare. La prima soluzione, se si parla di carburanti per autotrazione, sarebbe la ricerca di fonti alternative: ma quali? Il gpl e il metano subiscono anche loro le pressioni del prezzo dei combustibili fossili; restano le fonti alternative quali l’etanolo che però hanno delle rese inferiori alla benzina, inoltre, al momento attuale, la loro produzione non è sufficiente a coprire il panorama mondiale.

Molti ambientalisti, a questo punto, punterebbero sulle auto elettriche. Ma è una opzione praticabile?
I costruttori automobilistici sollevano false speranze sul prossimo futuro dell’auto ecologica e ne approfittano per continuare a vendere vetture di grandi dimensioni e con forti consumi, almeno questo è quanto afferma uno studio dell’Università di Oxford guidato dal dott. Inderwildi.

Eppure alcuni costruttori di auto si erano impegnati a vendere più auto a idrogeno ed elettriche a partire dal 2015, ma si tratta di poche centinaia di vetture e non è una “promessa degna di fede” secondo il dott. Inderwildi.

Infatti vi sono problemi tecnici ed economici.

Per le auto a idrogeno, il problema è da un lato l’idrogeno necessario, perchè è vero che l’idrogeno è l’elemento più comune nell’universo e sul pianeta, ma si tratta di una forma non utilizzabile (gassosa), quindi è necessario prima di tutto ridurlo in forma liquida, procedimento non facile e costoso. Inoltre vi è il problema dell’alto costo del platino necessario per i catalizzatori delle macchine ad idrogeno, infatti servono almeno 50 grammi di platino per ogni catalizzatore, con quello che comporta come costi (circa 2500 sterline, secondo lo studio), considerando fin d’ora che il prezzo è destinato a salire con la crescita della produzione di auto a celle di combustibile. Secondo lo studio poi le celle a combustibile sono soggette a corrosione e hanno una vita molto più breve dei motori convenzionali.

Gli autori sottolineano che i risparmi energetici dipendono anche dalla fonte dell’elettricità o dell’idrogeno utilizzati per alimentare il motore. E al momento la maggior parte è ottenuta bruciando fonti fossili.

Lo studio rileva che il metodo più efficace di ridurre le emissioni complessive dal trasporto su quattro ruote sarebbe «una drastica riduzione sia delle dimensioni sia del peso delle auto a benzina e diesel» e sollecita il governo britannico a imporre tasse più alte sui guidatori di auto di grossa cilindrata, inefficienti, e di reinvestire il gettito per migliorare i trasporti pubblici e incentivare gli spostamenti a piedi e in bicicletta. Gli autori accusano i costruttori di esagerare le potenzialità dell’auto a idrogeno o elettriche nel prossimo decennio e di farlo solo a scopo pubblicitario e per continuare a vendere le attuali auto di grossa cilindrata, mentre per vedere una certa diffusione di veicoli elettrici e ad idrogeno occorrerà aspettare il 2050.
Per quanto riguarda le auto elettriche, secondo la ricerca, il problema è di natura fisica ed è legato alla vita limitata delle batterie e i problemi fisici legati all’accumulo, da parte delle batterie, dell’energia. Un esempio? La migliore batteria a ioni di litio per autotrazione in 25 kg di peso immagazzina l’energia di soli 25 cc di benzina. In pratica con ben 250 kg si ottiene un’autonomia non competitiva con i motori a combustione interna.
E l’auto elettrica impone anche una attenta riflessione industriale che deve essere iniziata ora a livello anche politico, per evitare di arrivare senza soluzioni quando il problema si presenterà: mi riferisco al problema legato all’occupazione. In ballo ci saranno milioni di posti di lavoro che non potranno essere riconvertiti in toto, perchè le auto elettriche non hanno bisogno di cambi e non necessitano neppure di filtri dell’acqua o dell’aria, marmitte, radiatori e pompe. Sono più hi-tech, più semplici: con meno pezzi e meno attori nella filiera.

“Riceviamo e pubblichiamo” di Mario Pezzati

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Intervistato a “Porta a Porta” sul nucleare

postato il 15 marzo 2011 da Redazione

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Energia nucleare: il Paese che non sa scegliere

postato il 14 marzo 2011 da Redazione

In Italia non esiste un dibattito sull’energia nucleare, esiste semmai una guerra, quella sì nucleare, tra i fautori delle centrali nucleari e i partigiani dell’energia pulita. I due fronti invece di confrontarsi e di lavorare per una soluzione cercano di prevalere l’uno sull’altro attraverso le armi non convenzionali dell’emozione: incidenti alle centrali nucleari, crisi petrolifere e così via. Il terremoto che ha colpito e danneggiato la centrale nucleare giapponese di Fukushima e la conseguente “paura nucleare” hanno ringalluzzito gli antinuclearisti di casa nostra che hanno buon gioco a rinvigorire la loro campagna contro il nucleare italiano.

Accade così che tutti gli sforzi di informazione e i contributi al dibattito  del Forum nucleare Italiano, autorevolmente presieduto da Umberto Veronesi, vengano azzerati da una ondata emotiva che ci riporta al clima del referendum sul nucleare del 1987 quando gli italiani, impauriti dall’incidente alla centrale sovietica di Chernobyl, si dichiararono contrari alla realizzazioni di centrali nucleari. La tragedia di Chernobyl ci fece chiudere la porta al nucleare, ma non ci aprì le porte dell’alternativa energetica e così oggi ci ritroviamo una Paese inquinato e inquinante, dipendente dal petrolio e dal gas altrui, e con tante centrali nucleari al confine dalle quali riceviamo, a caro prezzo, energia per andare avanti. Tuttavia chi si oppone al nucleare, e non utilizza espedienti propagandistici per far leva sull’opinione pubblica, ha delle obiezioni concrete e avanza dei dubbi ai quali bisogna necessariamente rispondere se si vuole davvero imboccare la strada dell’energia atomica.

Sullo sfondo c’è una necessaria scelta da fare: l’Italia si deve dotare di un piano energetico nazionale che ci dica come mandare avanti in futuro il nostro Paese. E’ una scelta da fare, qualunque essa sia, da condividere tutti e da perseguire fino in fondo perché non c’è più tempo da perdere. E’ ammirevole in questo senso la solidità della società giapponese che in queste drammatiche ore non ha mai messo in dubbio la sua scelta nucleare, nonostante il popolo giapponese abbia sperimentato sulla propria pelle la devastazione delle esplosioni atomiche e le tragiche conseguenze della pioggia radioattiva. Purtroppo l’infinito dibattito italiano fa presagire ancora una “non scelta”, una ulteriore perdita di tempo  che comporta un ritardo e un danno colossale per il nostro Paese. Per costruire una, e dico una, centrale nucleare ci vogliono dieci anni, un tempo lungo si dirà, che fa pensare, ma che è pur sempre più breve dei nostri tempi di scelta. Elezioni permettendo.

“Riceviamo e pubblichiamo” di Adriano Frinchi

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Russia, la porta dei due mondi

postato il 7 febbraio 2011 da Redazione

La storia della Russia affonda le proprie radici in tempi antichissimi. La cultura di questo sconfinato paese, da sempre un ponte tra due mondi totalmente diversi come l’Europa e l’Asia, si è sempre distinta per la propria terzietà. Una terra attraversata da 11 diversi fusi orari che lambiscono e racchiudono infinite culture, che affondano le proprie radici nei due diversi continenti, ma che in realtà sono terze ed indipendenti.

Dal XVIII secolo in poi, lo sforzo dei governanti russi è sempre stato volto a modernizzare il proprio Paese sul modello delle monarchie europee. Da un lato il tessuto sociale russo, composto in grandissima parte da contadini, garantiva il potere dello Zar e della nobiltà dal malcontento che andava crescendo negli stati in cui l’assolutismo era ormai in crisi. La pressoché totale assenza di una classe borghese salvaguardò la monarchia russa dal pericolo di contagio in ordine agli ideali rivoluzionari francesi del 1789. Dall’altro però condannò per oltre tre secoli il paese ad un cronico arretratezza economica ed in parte culturale.

Sino ai primi anni ’30 del XX secolo, la base economica del paese era rimasta immutata: l’agricoltura era in maniera quasi assoluta il fattore principale. Culturalmente, anche sotto l’impulso di sovrani illuminati come Caterina la Grande, la corte stimolò grandemente la creazione di una “inteligencja”, circondandosi di artisti. Questo fenomeno però porto ad una concentrazione della cultura nelle mani del ceto aristocratico, escludendo in maniera assoluta il mai realmente emerso ceto borghese e precludendo definitivamente la possibilità dello sviluppo di quella coscienza liberale e nazionale che si andava affermando in altri stati europei, ponendo così le basi per l’inevitabile declino di una monarchia mai percepita come garante dello stato.

La Rivoluzione d’Ottobre aprì una fase politica nuova: persino Lenin, nell’importare il modello rivoluzionario marxista, si trovò innanzi a dei limiti considerevoli. Marx aveva infatti preso a modello lo stato dove il liberismo ed il capitalismo avevano già raggiunto un relativo avanzamento (egli infatti era un tedesco e visse per lungo tempo a Londra). Per importarlo in Russia, Lenin dovette stravolgere i propri piani: mancava totalmente una classe di alta borghesia industriale; la ricchezza era detenuta dall’aristocrazia che ancora applicava modelli economici tardo-medievali. La base della lotta di classe non sarebbero potuti essere quindi gli operai, che rappresentavano un numero alquanto esiguo, ma sarebbero dovuti essere i contadini.

Stalin, succedendo a Lenin, comprese la necessità di un adeguamento dell’economia russa ai criteri industriali del XX secolo, sia per motivi strategici (l’indipendenza produttiva russa si era resa necessaria da quando gli stati occidentali, temendo un contagio al proprio interno del morbo del socialismo reale, avevano in pratica chiuso i canali diplomatici e commerciali con l’U.R.S.S.), sia per motivazioni ideologiche (adeguare quindi la società sovietica alla visione marxista). I Piani Quinquennali, alla base di queste politiche economiche, strapparono milioni di famiglie dalla terra per reinsediarle nei grandi complessi industriali, provocando uno shock produttivo in ambito agricolo.

La politica estera sovietica ricalcava il modello dettato da quella zarista, differenziandosi non tanto nei modi, quanto nel fine perseguito. La monarchia russa si poneva come ultima legittimata potenza discendente direttamente da Roma (Czar in russo significa infatti Cesare). Ereditando il trono dell’Impero Romano d’Oriente, il trono di Bisanzio, la corona russa si riteneva di fatto legittimata a difendere gli interessi di tutta la comunità greco-ortodossa e slavofona d’Oriente.

L’Unione Sovietica, differentemente, basava la propria diplomazia sulla convinzione di essere il faro del comunismo mondiale, con il chiaro obbiettivo di esportare le dottrine socialiste ovunque nel mondo. Da ciò presero le mosse varie linee politiche, dal consolidamento dei propri confini con l’instaurazione di regimi satelliti (Dottrina Breznev della “sovranità limitata”), sino allo spiccato Terzomondismo, che consisteva nel fornire aiuti economici e militari a qualunque regime si opponesse all’ “imperialismo statunitense”. Negli anni Ottanta, ciò che il Segretario di Stato Herny Kissinger definì “un gigante miliare ed un nano economico”, iniziò a mostrare i propri limiti.

L’elezione negli Stati Uniti di Ronald Reagan impose una svolta significativa: il presidente varò nel corso del suo primo mandato un poderoso investimento nel settore militare, che ebbe il proprio culmine nel progetto difensivo denominato “Star Wars”. L’Unione Sovietica si trovò costretta ad inseguire gli Stati Uniti nella corsa al riarmo. Gli sforzi sostenuti non le valsero la tanto agognata parità strategica: in compenso aprirono un abisso sul proprio deficit economico.

Agli inizi degli anni ’90 la bandiera rossa fu ammainata dal pennone sul Cremlino. La Russia fu costretta ad un’apertura al mondo occidentale impostale dal proprio ridimensionamento geopolitico a seguito della caduta del Soviet. La Federazione governata da Boris Eiltsin si trovò innanzi un disastro di proporzioni bibliche: a 70 anni di socialismo reale seguì l’introduzione di un liberismo senza regole, che mise in ginocchio una società che, non solo non ne comprendeva le dinamiche, ma che per generazioni l’aveva combattuto. In questo clima nascono le fortune degli oligarchi: spesso giovani figli di funzionari dell’elefantiaco apparato di governo, che sfruttando la posizione sociale all’interno delle stanze del potere, e con l’apporto di capitali spesso di dubbia liceità, riuscirono ad acquistare le aziende di Stato, in particolar modo quelle legate ai processi estrattivi, ad un prezzo irrisorio.

Oltre all’adozione forzata del libero mercato, anche la propria influenza strategica su quelli che sino a due decenni prima erano propri satelliti, venne meno. L’apparato militare, nonostante la oggettiva potenza dovuta anche dai missili strategici, appariva in gran parte obsoleto ed indebolito dal frazionamento dell’Unione Sovietica. Le stesse politiche per l’integrazione seguenti alla caduta del colosso comunista, furono blande e poco convincenti: la Comunità degli Stati Indipendenti sorta a questo scopo non riuscì ad arginare le spinte centrifughe che si vennero a creare all’interno dei singoli Stati membri. In Russia la polveriera caucasica esplose: la Cecenia si autoproclamò indipendente nel 1991, approfittando della situazione di grave incertezza in cui verteva la Federazione Russa.

A seguito del fallimento di ogni iniziativa politica, nel 1994 Eiltsin decise di passare ai fatti, ordinando l’invasione dell’autoproclamata Repubblica Cecena con l’obbiettivo di ripristinare la sovranità russa nella zona. Ciò che seguì fu una disastrosa quanto sanguinosa guerra di due anni, che portò alla sconfitta russa ed al riconoscimento de facto dell’indipendenza cecena. Fu proprio in Cecenia che si giocò la prima e più importante partita del neo Premier Putin.

Nel 1999 un malato Boris Eiltsin lasciò la guida del Paese all’allora Primo Ministro Vladimir Putin; la situazione interna russa si presentava estremamente complessa: sull’onda di un decennio di crisi economica, le periferie reclamavano un’autonomia maggiore dal potere centrale, spesso in maniera violenta. In Cecenia si acuirono le tensioni interne: la lotta per la liberazione e la creazione di un emirato caucasico divampò di nuovo e rischiava di espandersi ai turbolenti territori confinanti.

Il casus belli fu fornito da una serie di attentati terroristici in alcune città russe tra cui Mosca: i servizi di sicurezza non esitarono ad attribuire la paternità delle azioni a dei gruppi di guerriglieri ceceni. Ne seguì come rappresaglia l’invasione della regione del Daghestan da parte dei guerriglieri stessi. Il 26 agosto 1999 si riaprirono le ostilità: le operazioni militari su vasta scala si conclusero nel maggio del 2000, con la presa da parte delle truppe russe della capitale Grozny, già completamente rasa al suolo.

Putin ebbe così modo di consolidare il proprio potere innanzi all’apparato militare, molto influente in Russia e contemporaneamente spegnere le istanze locali di indipendenza che videro nella Cecenia un tragico memento. Iniziò così il decennio dell’Uomo forte del Cremlino. La politica economica, estera e militare russa fu improntata sulla necessità di una revanche sullo scacchiere mondiale: era necessario che la Russia tornasse ad occupare il posto che fu dell’Unione Sovietica e che di diritto le sarebbe spettato nel mondo.

Nel Paese ha acquistato progressivamente consenso l’impostazione definita “Neo-imperiale” del Presidente Putin: riscoprire la grandezza della propria storia attraverso l’iniziativa politica. In materia economica la principale applicazione di questa dottrina politica fu data dall’ondata di nazionalizzazioni che coinvolsero le aziende strategiche controllate dagli oligarchi, giovani che approfittando della propria influenza nell’establishment e con capitali di provenienza spesso oscura, riuscirono ad acquistare la totalità dei comparti estrattivi nazionali.

In particolar modo l’estrazione di carburanti, che ai tempi dell’Unione Sovietica non fu mai sviluppata ai massimi livelli, ha conosciuto negli anni Duemila un boom: il Cremlino ha trasformato così la politica di esportazione di energia nella propria punta di lancia per la penetrazione in Europa. La necessità di approvvigionamento energetico ha reso diversi Paesi nel Vecchio Continente strettamente dipendenti dall’import russo, tanto da arrivare a condizionarne la politica estera. In Europa si sono creati due blocchi. Il primo è composto da nazioni fieramente anti-russe, che vedono nell’imperialismo di Mosca una minaccia storica alla propria esistenza: si tratta di Paesi che hanno subito la dominazione sovietica, come la Polonia o gli Stati Baltici, o tradizionalmente avversi a Mosca sin dalla Guerra Fredda, come il Regno Unito: questi sono i più fedeli alleati di Washington in Europa.

Accanto ad essi vi sono poi Paesi che non hanno mai risentito in maniera diretta o tanto incisiva dell’influenza di Mosca sui propri cittadini ovvero non hanno mai subito lo scontro ideologico violentemente come altri. Si tratta di Paesi che vedono nell’Orso Russo non tanto una minaccia quanto un’opportunità: in questa schiera annoveriamo la Germania, che ha importanti partnership commerciali in campo energetico ed industriale e che ha beneficiato dell’apertura del mercato russo alle proprie aziende, in particolare elettroniche ed automobilistiche. L’Italia negli ultimi anni, a approfondito il rapporto con Mosca sulla base della necessità di una diversificazione energetica che ha portato l’E.N.I. a stringere accordi con la major russa dell’energia Gazprom, pur di dubbia utilità economica.

Vi sono infine Paesi storicamente filorussi, come la Serbia, che è ha ritrovato nella Sorella Russia un appoggio importante, in particolare sulla questione del Kosovo, dopo decenni di gelo tra il Cremlino e Tito; o come la Grecia, che ha rinsaldato i propri rapporti anche nel nome della comune fede ortodossa dopo la ricomposizione dello Scisma tra le due Chiese nazionali.

Le ripercussioni del “divide et impera” energetico sullo scenario internazionale sono molteplici. Il governo russo negli ultimi anni è ricorso più volte al ricatto per poter perseguire la propria politica di rafforzamento in ciò che esso considera una propria area di influenza. Ne è un chiaro esempio l’Ucraina e le tensioni occorse con la Federazione Russa su diverse questioni negli ultimi anni: dal rinnovo della concessione della base navale di Sebastopoli all’avvicinamento all’area N.A.T.O.; in tutti i questi casi, come strumento di pressione il potente vicino ha esercitato il blocco delle forniture di gas al Paese, lasciando di conseguenza senza approvvigionamenti mezza Europa.

La politica estera russa nell’agosto 2008 ha raggiunto un nuovo grado di intensità con l’invasione militare della piccola repubblica caucasica della Georgia. Formalmente il casus belli addotto da Mosca era la violazione di una zona smilitarizzata in Ossezia del Sud, che assieme all’Abkhazia erano sottoposte alla tutela delle forze di pace russe e riconosciute come Stati autonomi solo dalla Federazione. In realtà la partita era ben diversa: in quello stesso anno il Presidente Bush aveva posto le basi per l’allargamento della N.A.T.O. ad Est; era in fase di completamento lo scudo missilistico e le basi radar in Polonia e Repubblica Ceca e la stessa Georgia aveva intrapreso il cammino di partneraniato che l’avrebbe condotta a divenire membro effettivo del Patto Atlantico.

L’Orso Russo, sentendosi stringere intorno alla morsa ha reagito furiosamente: nei delicati equilibri di poteri del Cremlino hanno prevalso i Siloviki, l’area intransigente e militante di cui l’inflessibile Ministro degli Esteri Lavrov è un sostenitore. Ha avuto così luogo la vittoriosa campagna militare georgiana, che ha portato alla luce anche un altro dato: la preparazione militare russa.

Nei primi anni Duemila, inquadrata nella politica di potenziamento nazionale in ogni fronte e supportata dalla crescita economica, lo Stato russo decise di modernizzare le proprie forze armate, in particolare il settore strategico. Nel 2008 lo Stato Maggiore russo ha annunciato le prime prove in mare di sottomarini di nuova generazione della classe Borej, che imbarcheranno il missile balistico RSM-56 Bulava, un nuovo vettore con la capacità di trasportare testate nucleari con una potenza di 500 kilotoni. Nel 2001 a Shanghai, la Federazione ha firmato un accordo di cooperazione militare con la Cina, riavvicinando i due Paesi dopo decenni di gelo diplomatico e stabilendo un’asse alternativo in Estremo Oriente, grazie anche al coinvolgimento di Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Uzbekistan e divenendo un interlocutore fondamentale per supporto logistico alla missione I.S.A.F. in Afghanistan.

Con la crisi economica mondiale, l’ascesa dell’Orso russo sulla scena internazionale ha subito tuttavia una violenta battuta d’arresto: tra il 2008 ed il 2009 il p.i.l. russo è calato di circa 400 bilioni di dollari: il 7,9%. Ciò è dovuto sopratutto a causa dell’eccessiva dipendenza dalle esportazioni di idrocarburi, che costituiscono l’ossatura della crescita decennale. Nel corso del 2010 tuttavia, anche grazie all’ascesa dei prezzi dei combustibili, il dato ha subito un’inversione di tendenza, tornando ad un + 4,2% : resta tuttavia la debolezza endemica di un sistema economico eccessivamente sbilanciato nel settore estrattivo.

Ben più preoccupante è il drastico calo demografico del Paese negli ultimi anni, che ha toccato un tasso di – 0,61% nel 2003, mettendo così a rischio la stesso sviluppo nel medio termine. Nonostante ciò, la Russia si presenta come una potenza in divenire, le cui fragili basi economiche e sociali non ne frenano l’ambizione a tornare sul palcoscenico mondiale da protagonista: concentrando la propria attenzione sui Paesi che la circondano cerca infatti di consolidare le fondamenta di ciò che i russi sperano sia il risveglio del grande Orso da un letargo forzato decennale.

Riceviamo e pubblichiamo” di Federico Poggianti

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Emendamento UDC alla Manovra: La grande occasione della green economy

postato il 3 luglio 2010 da Redazione

 

di Giuseppe Portonera

L’Udc ha presentato un pacchetto di proposte per la manovra economica 2010, ricco di idee interessanti per il rilancio dell’economia italiano, puntando su parole d’ordine come giovani, fiscalità e famiglie e green economy. Voglio concentrare la mia attenzione proprio su questo ultimo punto, che reputo assai innovativo e condivisibile. Al giorno d’oggi la green economy può essere una risposta efficace al momento di crisi che stiamo attraversando, visto che oltre che ai benefici economici, punta la propria attenzione a ridurre anche i danni ambientali. Il nostro governo farebbe bene ad impegnarsi ad investire in questo settore, perché, come ribadito da grandi studiosi, in Italia proposte di energie alternative ed eco-sostenibili potrebbero essere un’ottima riposta all’eterno problema della dipendenza energetica. E invece, come si legge nel pacchetto Udc, questa “Finanziaria pone un enorme freno allo sviluppo delle energie rinnovabili. Il mancato acquisto dei certificati verdi da parte del GSE, infatti, costituirebbe un forte disincentivo allo sviluppo delle fonti rinnovabili, nonché un evidente carenza di garanzie per il finanziamento degli impianti”.

L’Italia è la terra del sole e l’energia che scende la cielo potrebbe essere la soluzione a tanti problemi. Basta guardare al resto d’Europa: i paesi che hanno adottato politiche coraggiose hanno tratto enormi benefici. La Germania ha creato in pochi anni un’industria delle rinnovabili con 215.000 addetti, la Spagna un’altra da ben 100.000 addetti. E l’Italia? Nel 2006 ha prodotto circa 59,7 TWh di elettricità da fonti rinnovabili, pari al 17,6% del totale di energia elettrica richiesta, con il 13,1% proveniente da fonte idroelettrica e la restante parte data dalla somma di geotermico, eolico e combustione di biomassa o rifiuti. Ciò ha fatto del nostro paese il quinto produttore di elettricità da fonti rinnovabili nell’UE-15, seppur ancora lontana dagli obiettivi comunitari previsti, che prevedono la produzione del 22% di energia richiesta da fonte rinnovabile entro il 2010. Ciononostante, negli ultimi anni la produzione rinnovabile italiana sia cresciuta molto poco o si è mantenuta pressoché stabile: a crescere è soprattutto l’energia eolica, mentre quella idroelettrica ha raggiunto una fase di saturazione del potenziale economicamente sfruttabile. Inoltre, nonostante gli incentivi, l’Italia deve anche fare i conti con numerosi ritardi legislativi e di adeguatezza delle reti di distribuzione. Nel solare fotovoltaico l’Italia offre appena 1.700 posti di lavoro, contro i 42.000 della Germania e i 26.800 della Spagna; nel solare termico, siamo a 3.000 posti di lavoro in Italia contro i 17.400 della Germania. Fortunatamente nel 2009 abbiamo assistito a un cambio di marcia e si è registrato che, complici la crisi economica, le abbondanti pioggie, la mite estate, gli incentivi statali per le rinnovabili, i maggiori acquisti dall’estero (+7,2%) e le minori cessioni (-37,6%), la produzione di energia rinnovabile è passata dal 18,54% al 22,57%, raggiungendo l’ obiettivo del 22% per il 2010. Un ottimo punto di partenza, che adesso rischia di essere vanificato dallo stop imposto ai Certificati Verdi. Per l’ANEV, infatti, la misura prevista dalla Finanziaria “abolisce, anche retroattivamente, l’unico meccanismo di garanzia del sistema di sostegno alla crescita delle fonti rinnovabili, che serve invece proprio a tutelare il mercato e ad evitare speculazioni derivanti dall’oscillazione artificiosa dei prezzi dei certificati verdi” e “comprometterebbe tutti gli investimenti in corso di finanziamento nel settore delle rinnovabili, che negli ultimi due anni è stato uno dei pochi anticiclici a consentire crescita occupazionale nel nostro Paese”. Il rischio concreto, insomma, sarebbe quello di un sicuro default finanziario per tutti coloro che si vedrebbero tagliati i ritorni economici necessari a ripagare gli investimenti effettuati. Eppure, come dicevamo su, l’energia verde è la chiave per salvare i conti pubblici dei enti locali. Qui da me, in Sicilia, molti comuni hanno scelto di intraprendere questa strada. E a buon ragione. Facciamo un esempio: sono diverse le amministrazioni a rischio di bancarotta e le più importanti città isolane, Palermo e Catania, hanno un buco finanziario gigantesco. Ecco allora cosa si potrebbe fare. Il Comune X sceglie di costruire una centrale elettrica fotovoltaica o una nuova serie di pale eoliche, anche per produrre un solo megawatt di energia (più che abbondante, se si pensa che il consumo di una famiglia media è di 3 kw). Per finanziare la costruzione, sarà necessario un prestito alla “Cassa depositi e prestiti dello Stato”, è vero: ma stavolta non servirà a costruire un parcheggio o uno stadio, ma a finanziare un investimento fruttifero, visto che si tratta di una fonte di guadagno cospicua. Al contempo, l’energia prodotta basterà per soddisfare le richieste energetiche di scuole, uffici e ospedali. E quando il debito sarà ripianato (in tempi assai rapidi), il Comune potrà continuare ad usufruire gratuitamente dell’energia rinnovabile come meglio crede. Abbiamo davanti a noi una grande occasione, non sprechiamola per favore.

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Energia: tariffa bioraria dal 1° luglio. Costi e benefici

postato il 30 giugno 2010 da Redazione

di Antonio Di Matteo

4,5 milioni di utenti, dal 1° luglio, e fino alla fine dell’anno saranno ben 20, beneficeranno della modifica della tariffa di fornitura della corrente elettrica. È stato deciso dall’Aeeg, Autorità per l’energia elettrica e il gas, per favorire un nuovo modello di consumo consapevole e per ottimizzare i consumi elettrici, che si concentrano tutti nelle ore diurne, nei momenti di piena attività produttiva della nostra economia. Questo passaggio alla tariffa bioraria sarà effettuato solo per quei milioni di clienti che non hanno beneficiato della possibilità di svincolarsi dal loro fornitore iniziale dopo la liberalizzazione del mercato dell’energia.

Questa nuova tariffa funziona in un modo molto semplice: dalle 19 alle 8 del mattino, i consumi energetici avranno un costo inferiore, dovuto alla bassa richiesta dell’energia, stessa cosa si applica ai consumi nei giorni festivi e nel fine settimana; invece dalle 8 alle 19, i costi saranno più alti, perché lì si concentrano i maggiori consumi energetici italiani, e quindi: più alta la domanda, più alto il prezzo; più bassa la richiesta di energia, più basso il suo costo, ceteris paribus. È un modo per responsabilizzare il consumatore e renderlo capace di scegliersi una propria e personale bolletta, scegliendo consapevolmente come spendere. Naturalmente, questa nuova tariffa sarà addolcita dai gestori, seguendo un accordo siglato con le categorie dei consumatori, che prevedeva un differenziale tra il prezzo diurno e il prezzo notturno di un 10% fino alla fine del 2011. Dal 1° gennaio 2012, si applicheranno i veri e propri prezzi di mercato, senza nessun vincolo.

Rilevanti sarebbero anche le economia di scale per i produttori, nelle eventualità il livello di energia richiesta durante l’intera giornata, si stabilizzasse attorno ad una media. Infatti, una volta preventivato il livello di consumo possibile, le società energetiche immetteranno nella linea la quantità che maggiormente minimizza i loro costi. Questa politica energetica, se ben sorvegliata dall’Aeeg, potrebbe favorire comportamenti virtuosi per produttori e consumatori. Per partecipare a questa conversione tariffaria, bisogna possedere il nuovo contatore elettronico, che i vari gestori hanno istallato ai propri utenti, e riprogrammarlo per consentire la tele lettura dei consumi biorari. Tutte queste informazioni sono state inviate ai clienti già nelle ultime tre bollette.

Dal comunicato dell’Aeeg si legge espressamente che: “i possibili risparmi (ma anche l’eventuale maggior spesa) saranno inizialmente molto contenuti ma si offrirà comunque un importante segnale di prezzo verso abitudini di consumo più efficienti e consapevoli del ‘bene’ energia elettrica.” Anche se i potenziali benefici potrebbero essere molti: “l’Autorità per l’energia stima che, se l’insieme delle famiglie italiane spostasse il 10% dei consumi nei periodi più favorevoli, si otterrebbe una riduzione di 450 mila tonnellate l’anno di anidride carbonica (CO2), equivalente alle emissioni di una centrale in grado di soddisfare i consumi di una città di circa 500 mila abitanti. In termini economici, si risparmierebbero circa 9 milioni di Euro l’anno per minori emissioni di CO2, circa 80 milioni come costo per il combustibile e oltre 120 milioni come costi di impianto. Nell’insieme, il risparmio a favore della collettività delle famiglie e dei piccoli consumatori, sarebbe di oltre 200 milioni di Euro l’anno.” In più, si legge sul sito dell’Aeeg che: “occorre tenere presente che già oggi, la media delle famiglie italiane ripartisce i suoi consumi per i due terzi (oltre il 66% del totale) nei momenti più convenienti e che le ore più a minor prezzo in un anno sono circa il doppio di quelle più costose.” Quindi lo spazio di manovra per le famiglie italiane è abbastanza esiguo.

Naturalmente, chi non volesse subire questo cambio tariffario, può tranquillamente scegliere sul libero mercato l’operatore, e le offerte da esso proposte, che più si gradiscono. Aspetteremo con impazienza i primi esiti di questa nuova tariffa: risparmi economici per le famiglie, minore inquinamento, nuova cultura della differenziazione dei consumi. Speriamo bene.

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