Archivio per ottobre 2019

Perché Salvini deve scegliere, sopravvivere o soccombere

postato il 19 Ottobre 2019

L’intervista su Il Foglio a cura di Valerio Valentini

 

Il tono, come al solito, è quello un po’ distaccato di chi ne ha viste troppe per lasciarsi prendere dallo stupore. “La politica è una metafora della vita, non c’è mai nessuno che vince o perde sempre”, dice Pier Ferdinando Casini.
“Ed è per questo che anche Matteo Salvini, che è un animale di razza, deve capire se dopo essere uscito con le ossa rotte dalla crisi che lui stesso ha innescato, vuole sopravvivere o soccombere”. La giudica così, l’ex presidente della Camera, oggi senatore nel gruppo delle Autonomie, la supposta conversione al credo eurista dell’ex ministro dell’Interno. “Sa anche lui che deve cambiare se non vuole perdere il controllo del centrodestra. E per farlo, non gli basterà certo continuare a mostrare i muscoli, a esibire sondaggi entusiasmante e piazze piene. Deve, piuttosto, prendere coscienza che la politica ha delle sue leggi, e non c’è nessun uomo forte che possa sovvertirle”. Il Palazzo, certo, lo spirito di autoconservazione del Parlamento, la prepotenza delle istituzioni. “Ma non è solo questo”, corregge Casini. “Il problema, ripeto, è la politica. E’ quella che Salvini ha tremendamente sottovalutato. E soprattutto quella estera”.

E qui la voce di Casini si fa quasi quasi cattedratica, come di chi citasse leggi della fisica che non vanno discusse, vanno solo mandate a memoria. “In primo luogo, gli americani. Salvini deve capire che non si gioca con Washington: e guai a confondere gli Stati uniti con l’Amministrazione pro tempore, tanto più se si tratta di quella Trump. Nel rapporto con gli americani non è ammessa alcuna ambiguità, né si può ricorrere ad astuzie retoriche per cui ‘l’Italia è amica di tutti’. Dopo la diffusione dell’audio del Metropol, spero che Salvini lo abbia capito che scherzare gli Usa è un atto sconsiderato”.

E poi c’è l’Europa. “Altro capitolo critico della diplomazia salviniana. E non tanto per l’idea di uscita dall’euro, talmente sciocca che mi ostino a credere che il capo della Lega non ci abbia mai davvero creduto. Ma la vera follia è stato il posizionamento del Carroccio a livello europeo, totalmente dissennato. Al suo posto, dopo quindici giorni al Viminale, sarei andato a Berlino a incontrare Angela Merkel, sapendo che il rapporto coi tedeschi, che ci piaccia o meno, è imprescindibile. E non lo credono solo gli avversari di Salvini. Lo credono anche i suoi presunti amici, se è vero che Viktor Orban fa il sovranista a casa sua, offre a noi ricette di antieuropeismo, ma lo fa rimanendo nel Ppe, votando per Ursula von der Leyen e garantendosi sempre la protezione della Merkel. Perfino il M5s lo ha capito che doveva passare dal sostegno per i Gilet gialli a quello a quello per Macron. Salvini invece no, e anche per questo Giuseppe Conte dovrebbe fargli un monumento”.
Addirittura? “Certo”, assicura Casini. “Il premier ha capito che era diventato interessante agli occhi di Merkel e Macron proprio come unico argine al salvinismo”.

Stesso ruolo che ora prova a incarnare Matteo Renzi. “Il quale, però, ora deve prendere le misure ai suoi nuovi alleati, il Pd e il M5s, e capire come muoversi all’interno di questa maggioranza. Ma non c’è dubbio che il dibattito da Porta a Porta, martedì, abbia anticipato il canovaccio dei prossimi mesi”. Che, per Casini, si articola intorno a una “concordata divergenza parallela tra i due Mattei. A differenza di altri colleghi, io non vedo alcuna possibilità d’intesa, tra Salvini e Renzi, se non sul polarizzare intorno alle loro figure la dialettica politica. Si legittimano a vicenda proprio accreditandosi l’uno come il nemico dell’altro”.
Pronti entrambi, magari, a spartirsi le spoglie di Forza Italia. “Il destino di quel partito mi pare segnato: una parte andrà con Salvini, una parte con Renzi. I tempi? Dipenderà da quanto ancora Silvio Berlusconi abbia voglia d’impegnarsi in una cosa che oramai non lo appassiona più”.

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Il bello della politica: “Il potere? È il telefono che squilla”

postato il 18 Ottobre 2019

Dieci legislature, trentasei anni passati in parlamento. Ha visto nascere e morire governi, creato e sciolto partiti. Pier Ferdinando Casini si racconta. Democristianamente

L’intervista di Concetto Vecchio pubblicata sul Venerdì di Repubblica

È sabato mattina e il senatore Pier Ferdinando Casini è appena tornato da una corsa nel parco. Ha 63 anni ed è in politica praticamente da sempre. Dieci legislature, trentasei anni senza interruzioni. Ultima collocazione: indipendente nel Gruppo delle Autonomie eletto con il centrosinistra. Come ha fatto a resistere a tutte le rivoluzioni? Quando entrò per la prima volta alla Camera, giugno 1983, c’era ancora Sandro Pertini al Quirinale, i Righeira cantavano Vamos a la Playa e Luigi Di Maio non era nato. È il decano dei parlamentari eletti.

Che ricordo ha del suo arrivo in Parlamento?
“C’erano ancora dei monumenti. Avevo una grande ammirazione per Saragat. Lo vidi il giorno che si votava per il presidente della Repubblica, nel 1985. Fui tentato di avvicinarlo, di stringergli la mano. Mi mancò però il coraggio, c’era una riverenza verso i grandi che ti faceva velo”.

Quanti anni aveva quando fu eletto per la prima volta?
“Ventisette. Tre anni prima ero diventato consigliere comunale a Bologna, c’era Zangheri sindaco. La mia vocazione politica nasce da ragazzino. Alle politiche del 1983 presi 34 mila preferenze e mi ritrovai a Montecitorio. Strinsi un legame personale, fuori dalla cerchia Dc, con il missino Giorgio Almirante e il comunista Alessandro Natta. Erano figli di un passato colmo di storia. Ascoltarli era per me come stare a scuola”.

Che famiglia era la sua?
“Mio padre, Tommaso, professore di latino e greco, era un notabile del partito che aveva conosciuto De Gasperi”. (Casini si alza e indica con il dito una foto che mostra il padre con il leader Dc in piazza Maggiore a Bologna, nel 1953).

È vero che lei prese uno schiaffo da quelli di sinistra davanti al liceo Galvani?
“Non io, mia sorella Maria Teresa. L’avevo incaricata di distribuire un volantino del movimento giovanile della Dc”.

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IPU 141: IL MULTILATERALISMO LA GRANDE CONQUISTA DEL XX SECOLO, UNICA OPPORTUNITÀ DI PACE

postato il 15 Ottobre 2019

Il mio intervento nell’ambito dei lavori della 141esima Assemblea dell’Unione Interparlamentare organizzata a Belgrado

La nostra Organizzazione nasce sul concetto di multilateralismo e proprio per questo chi, come me, ha avuto l’onore di presiederla, non può che essere molto preoccupato per ciò che sta accadendo nel mondo.
Oggi davanti a noi non abbiamo una crisi passeggera dei meccanismi di cooperazione internazionale. Siamo in presenza della più grande evoluzione politica dagli anni del dopoguerra.
I maggiori Stati, a partire dagli Stati Uniti d’America, che hanno promosso, sostenuto e difeso il multilateralismo, oggi sembrano rifuggirne. La convenienza diventa più forte delle regole. La sopraffazione è tollerata, le Organizzazioni multilaterali svuotate di potere: il mondo senza più regole e punti di riferimento.

L’ UIP ha svolto un ruolo essenziale come sede di diplomazia parlamentare informale negli anni, che non possiamo rimpiangere, della guerra fredda. Qui lo Stato palestinese ha visto attivi i suoi Rappresentanti e Paesi divisi dalla cortina della guerra fredda si sono parlati attraverso i propri Rappresentanti parlamentari. Il ruolo storico dell’UIP è certificato da tanti passaggi fondamentali. I Parlamenti sono stati al centro della politica mondiale ed hanno rotto l’incomunicabilità che a volte c’era anche tra i Governi. Paesi con sistemi politici diversi hanno trovato, tramite i Parlamenti, la forza di parlare anche con avversari tradizionali.

Il valore del multilateralismo è proprio questo trovare sedi neutrali per comporre i conflitti. Oggi tutto questo è alle nostre spalle.
I conflitti tornano ad essere regolati dalla forza e sembra addirittura che molti vedano con fastidio la funzione regolatoria di sedi e consessi internazionali. Io insegno ai miei studenti che cosa è stato per le Relazioni Internazionali la pace di Vestfalia. Oggi forse dovremmo studiarlo anche noi, non solo gli studenti.
Colleghi, se questa è la cornice dei tempi che viviamo, anche il modello di lavoro dell’Interparlamentare è insidiato molto da vicino. Magari adducendo che i costi del multilateralismo diventino difficili da sostenere per i Parlamenti nazionali.

Dobbiamo reagire a questa rappresentazione della realtà e difendere non tanto l’esistenza della nostra Organizzazione ma l’esistenza di un multilateralismo che è la grande conquista del XX secolo e che, con tutti i suoi problemi, è l’unica opportunità per assicurare pace e libertà nel camino dell’uomo.

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Riforme: Il taglio dei parlamentari è solo demagogia

postato il 8 Ottobre 2019

La democrazia ha dei costi in tutto il mondo: ritenere che questi siano un impiccio ci fa prendere una strada piena di incognite. Sento la stessa propaganda qualunquista che caratterizzò il periodo fascista

La mia intervista a Repubblica a cura di Emanuele Lauria

Buonasera Casini, lei è fra i più anziani parlamentari in carica…
«Beh, anziano… Diciamo il decano».
Trentasei anni in parlamento. Come vive, il decano, il voto definitivo sul taglio del numero di deputati e senatori che qualcuno ha già definito storico?
«Di storico vedo poco. Comunque, vivo questo passaggio con la consapevolezza che è un tributo ai tempi che viviamo».
Traduciamo.
«Siamo davanti a un impasto di demagogia privo di buon senso, per giunta presentato come un contributo determinante per i risparmi della comunità nazionale».
E invece?
«E invece si dovrebbe ricordare che la democrazia ha dei costi in tutto il mondo: ritenere che questi siano un impiccio ci fa prendere una strada piena di incognite. Gli eventi storici più drammatici hanno preso le mosse dalla demagogia».
Forse esagera, senatore.
«Macché. Basta pensare alla tipica propaganda qualunquista che caratterizzò il periodo fascista. Propaganda simile all’attuale, dal taglio dei parlamentari a quello dei vitalizi. Sa come finirà?»
Lo dica lei.
«Mentre nel Dopoguerra le eccellenze delle professioni accedevano alle cariche pubbliche e ne erano ripagate da una reputazione crescente, di qui a poco solo i disoccupati e i titolari di assegni sociali riterranno conveniente fare il parlamentare. Chi ha una professione importante, già da tempo, evita il pubblico ludibrio connesso al titolo di onorevole».
Converrà che la classe politica ci ha messo del suo per generare questo discredito.
«Ci sono stati parlamentari che rubano: anzi, ci sono e ci saranno. Però la maggior parte di noi è gente che ha passione autentica».
Se fosse ancora deputato, insomma, voterebbe no, malgrado il suo sostegno all’alleanza giallo-rossa.
«Guardi, davanti ai principi me ne frego delle alleanze. Voterei come ho votato già per due volte in Senato. E come ha votato il Pd, per capirci, che ora ha cambiato idea. Evidentemente Parigi, cioè il governo, val bene una messa. Credo che gli stessi 5Stelle non siano in malafede. Sono davvero convinti di fare una battaglia per il rafforzamento della democrazia. E questo mi preoccupa ancora di più».
Anche Berlusconi ha dato indicazioni per il sì.
«Evidentemente anche lui ritiene più conveniente piegarsi alle mode del momento».
Si sta ponendo come difensore della casta, lo sa?
«Sono al di sopra di ogni sospetto. Pensi che sono l’unico per cui hanno fatto una legge al contrario: quella che tagliava i vitalizi a me li aumentava. Così hanno bloccato l’aumento».
Ne ha visti tanti, di privilegi, dal 1983 a oggi.
«Oggi ce ne sono di meno, di certo. Ma non mi interessa questa contabilità. Dico solo che qualche anno fa rinunciai all’ufficio e al personale riservati agli ex presidenti della Camera. Eppure è un beneficio di cui avevano goduto autentici monumenti della politica come Ingrao e la Iotti».
Siamo la seconda nazione d’Europa per numero di parlamentari: ridurli è un delitto?
«Non mi scandalizza il taglio dei parlamentari in sé. Ma se davvero vogliamo essere seri pensiamo a differenziare il ruolo delle due Camere o a garantire la rappresentanza dei territori. Questa invece è una mera riforma “potatoria”. Capisco che si è deteriorata l’immagine della politica e la colpa è soprattutto nostra: però non dimentichiamo che il ruolo del parlamento è determinante, come dimostrato anche dall’ultima crisi di governo. I 5S se ne sono accorti?».
Malignità: non è che si oppone alla riduzione dei parlamentari per paura di non essere rieletto?
«Se la legislatura finisce nel 2023, avrò 40 anni di permanenza. Ho già dato, vi ringrazio: il problema delle prossime candidature non mi riguarda. Ed è il motivo per cui oggi dico quello che mi pare».

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Olimpiadi Bologna-Firenze 2032: Pensiamo in grande

postato il 8 Ottobre 2019

L’intervento pubblicato sul Resto del Carlino

Si è parlato di sogno ad occhi aperti, di semplice suggestione, o di concreta opportunità. In qualunque modo la si guardi, l’ipotesi di un asse tra Firenze e Bologna per ospitare le Olimpiadi del 2032 ha raccolto da subito un entusiasmo che non si vedeva da tempo, inimmaginabile in un Paese in cui – purtroppo – le tentazioni del campanilismo e del provincialismo, sono sempre dietro l’angolo.
La prima sfida è proprio questa: Bologna e Firenze possono essere le capofila di una grande operazione sui Giochi destinata a rappresentare una chance straordinaria per un territorio molto più ampio e a unire due regioni in una visione di sviluppo complessiva, in grado di coinvolgere l’Italia intera.

D’altronde lo sport è uno dei maggiori patrimoni di valori e di emozioni popolari che l’umanità coltiva e sviluppa costantemente fin dall’antichità. Nella sua pratica c’è qualcosa di più di una semplice attività ricreativa, un qualcosa che lo rende un fattore decisivo di coesione sociale e di progresso culturale. Non a caso, durante le Olimpiadi, i conflitti in corso fra le città-stato della Grecia venivano sospesi per consentire ai soldati di partecipare alle gare.
È infatti nella competizione e nel confronto con gli altri, all’interno di un sistema di regole e di valori condivisi, che si rafforzano i legami reciproci e si alimenta uno straordinario meccanismo di crescita collettiva e individuale.

Tuttavia, realtà complesse e interessi articolati – talora in conflitto – hanno portato ad accostare le Olimpiadi a un coacervo di burocrazia e convenienze lobbistiche volte anche ad alimentare spesa pubblica e corruzione. Le conseguenze finanziarie dello sforzo olimpico portato avanti dalla Grecia nel 2004, ad esempio, furono alla base delle perplessità dell’ex premier Monti di fronte alla candidatura di Roma per le Olimpiadi 2020.
Certo le condizioni oggi sono diverse da quelle di allora e l’Italia fortunatamente non è più a rischio default. Queste ed altre considerazioni hanno portato in passato lo stesso Comitato Olimpico internazionale a valutare l’ipotesi di stabilire nella città di Atene, dove sono nati, la sede permanente dei Giochi o di fissarli, a rotazione, solo in alcune aree del mondo. Oggi Firenze e Bologna hanno una grande opportunità. Quella di sprigionare le energie positive di due città che, già legate in un’area urbana comune, devono continuare a integrarsi, a cominciare dalle infrastrutture logistiche, in una competitività virtuosa per dare slancio internazionale a due Regioni e a tutta l’Italia.

In questo senso, le Olimpiadi congiunte del 2032 non sarebbero qualcosa che esclude, ma che unisce. Ecco perché si è iniziato a ragionare su una proposta che abbia al centro una rete di territori, di competenze, di paesaggi, che indichi una nuova strada per i grandi eventi sportivi nel nome dell’accoglienza e della sostenibilità. A cominciare dall’idea di coinvolgere per gli eventi inaugurali e conclusivi la città di Roma. Sarebbe l’occasione per realizzare un’impiantistica adeguata che poi resterebbe a beneficio del territorio. A questo riguardo, ci sono già i nuovi stadi della Fiorentina e del Bologna FC, ma di certo i capoluoghi da soli non bastano. Vanno coinvolte anche le città toscane ed emiliane con i maggiori impianti sportivi e la fila dei sindaci che si son detti pronti è già lunga. Siamo ancora ai primi passi, ma, per ora, sono passi incoraggianti.

Intanto bisogna raccogliere energie e idee per lanciare ufficialmente la candidatura. È ovvio che questo “sogno” deve poter contare non solo sulla partecipazione di due città e di due regioni, ma anche sul sostegno costante di tutti i settori coinvolti, sulla collaborazione di eccellenze della società civile, su una chiara visione allineata agli obiettivi di sviluppo a lungo termine e su un solido piano di azione. Ma soprattutto non deve costituire in alcun modo un elemento divisivo per la politica, che è chiamata a dare prova di grande maturità. Questa è una partita che può concludersi solo positivamente perché, comunque vada, maturerà una presa di coscienza importante per le due città che hanno l’occasione per rinsaldare un asse strategico a cavallo dell’Appennino e portare a termine opere che i territori meritano anche in prospettiva futura. Senza contare l’indotto psicologico che potrebbe fare da molla per ulteriori investimenti e aumentare la percezione di benessere dei cittadini (una sorta di riproposizione dell’effetto Expo di Milano).

È il momento di pensare in grande e di serrare le fila per una volata finale che potrebbe vederci vincitori, tutti. Non facciamo le Olimpiadi viola o rossoblù, facciamo le Olimpiadi italiane, le Olimpiadi tricolore!

Pier Ferdinando Casini
Senatore di Bologna

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Conte impari dal passato e ceda la delega agli 007

postato il 7 Ottobre 2019

La mia intervista pubblicata su La Stampa a firma Carlo Bertini 

«Io non la metterei in termini di dovere, perché ritenere che da parte del presidente del consiglio ci sia un obbligo costituzionale, o anche solo politico, di rinunciare alla delega ai servizi, equivale a depositare una mozione di sfiducia contro di lui».
Da ex presidente della Camera, con trent’anni di esperienza nelle aule parlamentari (ultimo incarico la guida della commissione Banche nella scorsa legislatura), Pierferdinando Casini, oggi eletto in alleanza col Pd, giudica pertanto «una richiesta forte» l’invito rivolto a Conte da Renzi.
«Se non si ha fiducia politica che il premier riesca a gestire questa delega, vuol dire che lo si ritiene istituzionalmente inaffidabile. Se invece Renzi intende solo consigliare al premier di rinunciare alla delega, allora condivido anche io».
Perché?
«La motivo con la mia esperienza. I premier più esperti e più capaci hanno sempre delegato questa responsabilità, perché c’è la necessità di competenze specifiche e di un impegno al cento per cento. E peraltro rischia di essere inavveduta l’idea che qualche consigliere del presidente possa supplire dando i consigli giusti. Perché ciascuno risponde a una cordata e quindi in quel ruolo serve un’autorità con delle competenze specifiche».
Come prassi però anche altri premier tra cui Gentiloni l’hanno mantenuta questa delega…
«Ci sarà però un motivo per cui la maggior parte dei presidenti del consiglio l’ha delegata. Anche a garanzia della posizione in sé del Presidente, che può essere ingiustamente trascinato a dover spiegare delle cose. Mentre se c’è un ‘autorità che fa da schermo tra lui e il Parlamento, questo lo garantisce maggiormente. Secondo me, meno si coinvolge un premier, meglio è. E sto dando al presidente un consiglio, basato sull’esperienza. Ma se vuole tenere la delega, la tenga. A suo rischio e pericolo».
La vicenda Barr solleva interrogativi da chiarire. Come si è mosso il premier in questo frangente?
«Non voglio dare giudizi, ho opinioni maturate dalla lettura della stampa, non suffragate da elementi su cui formulare un giudizio. Ma è chiaro che questa è una vicenda che rischia di finire in Parlamento. Proprio per l’esposizione in prima persona del premier, il rischio che qualcuno chieda un dibattito in aula, anche dopo la sua audizione al Copasir, c’è. E sotto il profilo politico, Conte farebbe fatica a sottrarsi a questa richiesta».
Questa della delega ai servizi è solo una delle ultime richieste di Renzi. Le pare che stia facendo ballare troppo il governo?
«Renzi è un cavallo di razza e i cavalli di razza sono scalpitanti per natura. Non mi meraviglio di ciò che capita. La mia preoccupazione da esperto della politica è che questa cosa finisca per indebolire il governo, creando un clima di fibrillazione permanente. Perché se anche Renzi non lo vuole, sarà troppo forte la tentazione di dare visibilità al suo nuovo partito. Cosa che il Pd non può tollerare perché rischia di indebolirsi. Insomma, se il buon giorno si vede dal mattino, allacciamo le cinture…».
Ma perché tutti temono le mosse di Renzi se la carta di far cadere il governo non sembra averla, visto che ha appunto bisogno di tempo per far crescere Italia Viva?
«In teoria è così, ma in realtà tutti hanno molta più paura di Renzi di quanto dicono. Anche a causa della sua grande determinazione. Tutti hanno capito che sta coprendo uno spazio politico straordinario, che nessuno finora ha coperto. E proprio questo grande spazio politico è la ragione per cui fibrillano tutti. In presenza di Forza Italia che si sta disgregando, è chiaro che lui può fare la differenza».
Il premier può essere un concorrente temibile per Renzi, tanto da indurlo ad attaccarlo? Visto che si muove da ex democristiano, che ha buoni uffici con la Chiesa e parla al centro…
«Onestamente non lo credo. La sua forza è essere un premier terzo, se scendesse in campo politicamente verrebbe triturato. E poiché è una persona avveduta, non credo che lo farà».

 

 

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