Archivio per aprile 2015

Pier Ferdinando Casini a Yerevan nel 100° anniversario del genocidio armeno: “Ma non alziamo steccati contro la Turchia. L’Italia vuole il dialogo”

postato il 25 aprile 2015

yerevanL’intervista a Pier Ferdinando Casini pubblicata sul Corriere della Sera

“La memoria della tragedia armena e delle responsabilità turco-ottomane non può paralizzarci nel passato. Ma serva anche da sprone per il dialogo tra Europa e Ankara”; sostiene il Presidente della Commissione Esteri del Senato Pier Ferdinando Casini, che guida la delegazione italiana a Yerevan.

Anche per l’Italia quello armeno 100 anni fa fu chiaramente un genocidio?
“Non abbiamo problemi a sostenerlo. Venne testimoniato con una risoluzione del parlamento italiano agli inizi degli anno Duemila. E oggi lo ripetiamo con forza in un mondo in cui le persecuzioni e i genocidi si moltiplicano. Penso al Boko Haram in Africa, ai cristiani perseguitati in Medio Oriente. Voglio essere chiaro: in Italia non c’è spazio per il negazionismo. Ma il nostro Paese per cultura e vocazione vuole il dialogo, incluso quello tra armeni e turchi, nella convinzione che la ricerca della verità storica non sia da impedimento e cancelli piuttosto i peccati di omissione”. [Continua a leggere]

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Migranti: blocco navale per fermare i trafficanti

postato il 19 aprile 2015

Il rapporto Jihad-barconi è acclarato, equiparare gli scafisti ai terroristi

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L’intervista di Claudio Marincola a Pier Ferdinando Casini, pubblicata su “Il Messaggero”

Non c’è più un minuto da perdere. Le aggressioni in mare, l’esodo ininterrotto verso le nostre coste, destinato ad crescere con l’avvicinarsi della stagione estiva, impongono all’Italia interventi immediati. La contaminazione tra immigrazione e terrorismo è ormai un dato di fatto. Dinanzi al nuovo scenario e alle infiltrazioni jihadiste, i richiami all’Europa e al principio delle responsabilità condivise servono ma non bastano più. Il confronto con l’inviato dell’Onu Bernardino Leon e il tentativo di formare un governo libico deve proseguire. Ma se non si realizza va attuato un piano B, autorizzato dall’Onu, per predisporre un blocco navale in grado di arrestare il traffico criminale di esseri umani. Per Pier Ferdinando Casini, presidente della commissione Affari esteri del Senato, il tempo del “buonismo” é finito.

L’Italia non può contare sull’Europa. Ma da sola ce la può fare?
«I viaggi si moltiplicheranno e noi rischiamo di rimanere impotenti davanti a un esodo di migliaia e migliaia di immigrati. Dobbiamo continuare a richiamare l’Europa alle sue responsabilità ma senza farci soverchie illusioni. Il rapporto tra il terrorismo jihadista e i barconi è acclarato. La Jihad riceve soldi, c’è un flusso finanziario, un business in cui probabilmente saranno coinvolti molti europei e qualcuno magari con la carta d’identità italiana. È un problema che si riversa su di noi ma riguarda l’Europa che è la destinazione finale. Gli scafisti lavorano perché i gruppi estremisti gli consentono di lavorare».

La saldatura tra terrorismo e “scafismo” è un dato di fatto. Come si contrasta?
«Dobbiamo usare verso i trafficanti di morte lo stesso pugno di ferro che la coalizione anti-Isis usa nei confronti dei terroristi e dello jihadismo. Non dobbiamo lasciarci intimorire dal loro gioco. Un gioco cinico, una speculazione orribile sulla disperazione di migliaia di persone che vengono imbarcate spesso in condizione avverse, su barche che possono fare solo qualche miglio. Cercano le disgrazie in mare. Vogliono giocare sullo spirito di compassione che il mondo civile ha per spingerci a provvedimenti che alla fine a loro possono far comodo. Mi spiego: sono fiero di Mare nostrum, sono convinto che è stata una operazione di cui essere orgogliosi ma anche che questi criminali l’hanno usata a loro fini per moltiplicare gli utili e gli sbarchi».

Se l’immigrazione si farà sempre più “aggressiva”, se si ripeteranno gli atti di pirateria le regole d’ingaggio risulteranno sempre più inadeguate.
«Dobbiamo fare due cose. Primo lavorare accanto a Bernardino Leon per arrivare ad un governo che ci dia la possibilità di interlocuire con uno Stato. Perché questo stato libico ora non c’è. Secondo, se questo non fosse possibile, avere un piano B pronto. Farsi autorizzare una blocco navale nelle acque territoriali libiche con una delibera dell’Onu che ci consenta di stroncare questo traffico sul nascere. E dirò di più: dobbiamo distruggere le barche anche in territorio libico. La vicende del peschereccio di Mazara del Vallo assaltato proprio l’altro giorno da una “strana” motovedetta dimostra che sono a corto di barche, che si fingono poliziotti libici e cercano di confiscarle per continuare le spedizioni».

Come valuta presidente l’incontro tra Renzi e Obama e la scelta di non parlare dell’utilizzo dei droni?
«Il feeling tra Renzi e Obama è molto importante per il nostro presidente del Consiglio e anche per il nostro Paese. Rafforza un legame tradizionale determinante per l’Italia. Il fatto che non si sia parlato dei droni e non si siano dati dettagli sull’intervento in Libia lo trovo più che naturale. I droni si mandano, non si annunciano! È chiaro che gli americani per questioni geopolitiche hanno un interesse molto minore rispetto a qualche decennio fa. E questo aumenta le nostre responsabilità».

Tanto più che l’Europa ci sta lasciando soli. E forse è arrivato il momento di prenderne atto piuttosto che ripeterlo all’infinito.
«Non c’è dubbio che l’Europa ci stia lasciando da soli. E sono curioso di vedere cosa succederà lunedì prossimo nel consiglio dei ministri degli esteri europei presieduto da Federica Mogherini. Temo però che non si vada oltre. Siamo soli, e proprio per questo dobbiamo avere le idee chiare e procedere con azioni mirate».

Sembra che lei non si aspetti molto dal vertice.
«Non mi aspetto molto perché ho partecipato a decine di incontri parlamentari in cui si parla molto dell’Ucraina e poco della Libia. Sembra quasi che se ne parli per fare una cortesia a noi. Dal Mediterraneo nei prossimi anni potranno venire grandi potenzialità di sviluppo economico per l’Europa o problemi irrisolvibili, esportazione dello jihadismo, se non addirittura insediamenti di stati terroristici. Sta a noi scegliere cosa vogliamo e intervenire in tempo».

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Libia: mano pesante contro i trafficanti, sono uguali ai terroristi

postato il 17 aprile 2015

QNL’intervista di Alessandro Farruggia a Pier Ferdinando Casini pubblicata su “QN”

«Serve una doppia via per uscire dalla crisi che dalla Libia si riverbera sul Mediterraneo. Dialogo politico per giungere ad un governo di unità nazionale a Tripoli e interventi decisi contro i trafficanti di esseri umani, che vanno parificati al terrorismo». E’ netta la posizione di Pier Ferdinando Casini, presidente della Commissione Esteri del Senato.

Presidente Casini, come si può pacificare la Libia se tutti non collaborano al successo dei negoziati di Rabat?
«I negoziati sponsorizzati dall’Onu non hanno alternativa. E tutte le parti devono farsene una ragione. Abbiamo bisogno di un governo di unità nazionale in Libia per poter avere uno Stato con cui fare accordi per stroncare il terrorismo jihadista da un lato e il traffico di esseri umani dall’altro. Noi non crediamo affatto alla possibilità di una prevalenza delle forze di Tobruk o del governo islamista di Tripoli. L’idea che a volte gli egiziani esprimono che la Libia possa essere normalizzata da Tobruk è fuori dalla realtà. Senza un accordo con le forze islamiste di Tripoli e con le principali tribù la Libia non avrà pace».

Il premier di Tobruk, Al Thani, visto il nostro no ad armarlo, si è rivolto a Mosca.
«Le armi possono essere date ma solo dopo un accordo tra le fazioni in lotta e a quel punto la creazione di un esercito unitario può servire a combattere il jihadismo che si annida tra Derna e Sirte. Non si può prescindere da un governo di unità nazionale. E credo che questo sia chiaro anche a Mosca».

Con un governo si potrebbe pensare, su mandato Onu, all’invio di un contingente militare con truppe anche italiane? [Continua a leggere]

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Turchia: da Italia porte aperte, ma debito ricordare armeni

postato il 15 aprile 2015

L’intervista ai microfoni del Tg5 a cura di Guido del Turco

Le parole di Erdogan su Papa Francesco? Sono inaccettabili. Per noi è una cosa triste perchè siamo amici della Turchia, ma vogliamo che la verità non venga mai manomessa; la storia parla chiaro.
Per Salvini Istanbul è indegna di entrare in Europa? Dal suo punto di vista oggi è il momento giusto per fare questa affermazione e giocare sullo stato d’animo della gente. Ma noi dobbiamo guardare avanti e pensare agli interessi italiani e a quelli europei: la Turchia è un Paese membro della Nato ed è un bastione fondamentale contro l’estremismo islamico, a due passi dall’Isis. Da Berlusconi a Prodi, tenere le porte aperte per l’ingresso della Turchia nell’Ue è stata la linea comune del nostro Paese.

 

 

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Casini: «La deriva islamica? Colpa della Ue»

postato il 15 aprile 2015

Il presidente della commissione Esteri del Senato: l’incoerenza di Bruxelles ha frustrato la Turchia

Pier Ferdinando CasiniL’intervista di Anna Maria Greco a Pier Ferdinando Casini pubblicata su “Il Giornale”

Il Papa condanna il genocidio armeno e la Turchia lo accusa di discriminazione, mentre il governo italiano parla con voci discordanti.
«Credo – risponde Pier Ferdinando Casini, presidente della commissione Esteri del Senato – che bisogna fare i conti con la storia degli ultimi 20 anni, prima di parlare di fatti di cent’ anni fa. Nessun Paese come l’Italia può vantare una posizione limpida verso la Turchia. Si sono alternati governi di destra e di sinistra, ci sono stati Prodi e Berlusconi a Palazzo Chigi, ma sempre ha tenuto le porte aperte alla Turchia per favorire le sue prospettive di adesione all’Europa. E questo per tre motivi: perché è un grande Paese della Nato, è un importante bastione contro il terrorismo e l’Isis, e un mercato dove i nostri investitori operano con successo. L’Europa, invece, non ha avuto la stessa coerenza. Francia e Germania hanno appoggiato a intermittenza le richieste d’ integrazione turche, provocando una frustrazione in tutta la classe dirigente di quel Paese. Ciò ha portato a un riflusso, verso la deriva islamica».

Vuol dire che la posizione dura della Turchia nella vicenda armena nasce anche da colpe europee?
«Ricordo il primo Erdogan, che bussava alle porte d’Europa. Solo quando le ha trovate chiuse ha pensato di giocarsi la partita della leadership nel mondo islamico, anche scommettendo sui Fratelli musulmani e sponsorizzando la svolta egiziana di Morsi, finita come sappiamo. Erdogan non ha grandi possibilità, visto che quel mondo è polarizzato, da un lato, su Egitto e Arabia Saudita e, dall’altro, sull’Iran, ma questa sua ambizione ha fatto allentare i rapporti con l’Europa. Oggi l’atteggiamento della Turchia nella lotta all’Isis è assai tiepido e questo non ci giova ». [Continua a leggere]

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Ospite di Punto Europa

postato il 1 aprile 2015

Allo spazio di approfondimento politico di Rai Parlamento parlo di emergenza sbarchi e di lotta al terrorismo.

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  • pacor giorgio: sono ex udc sono sempre con Casini mandatemi messaggi
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