Archivio per agosto 2010

Un esempio di ottima politica economica: la Germania

postato il 27 Agosto 2010

In questi giorni si è avuta la conferma che per alcune nazioni, la ripresa è dietro l’angolo: uno di questi è la Germania che sta tornando a correre, occupando di nuovo il suo posto di locomotiva d’Europa.
E’ probabile che la Germania chiuda il 2010 con un numero medio di disoccupati pari a 3,2 milioni, 250mila in meno rispetto al 2009 e oltre 1,5 milioni in meno rispetto a cinque anni fa.
In pratica come se la crisi mondiale non ci fosse stata.

Già da alcuni mesi la Germania, governata da un governo di larghe intese e guidata da Angela Merkel, ha dato segni di un notevole risveglio economico: il PIL è cresciuto del 2,2% contro l’1% dell’Europa, nonostante la Germania abbia varato una manovra correttiva molto più pesante (circa 70 miliardi di euro distribuiti tra tagli e maggiori tasse, nell’ordine di 10 miliardi di euro da ora al 2016) di quella di altre nazioni europee, mentre l’indice IFO ha registrato un rialzo dell’indice di fiducia nelle imprese tedesche a 106,7 punti nel mese di agosto, rispetto ai 106,2 di luglio e contro le attese degli analisti di una soglia pari a 105,7. I dati, inoltre, fanno segnare una forte crescita degli investimenti e una ripresa della domanda dalle principali economie emergenti. La crescita del 2,2 per cento dell’economia tedesca nel secondo trimestre fa sperare le imprese, ma potrebbe andare meglio e la Bundesbank ha rivisto al rialzo le previsioni di crescita per il Paese nel 2010 a un più 3 per cento.

Le esportazioni sono aumentate dell’8,2 per cento nella prima metà dell’anno. Su tutto questo, le industrie premono perché il governo liberalizzi le norme per l’immigrazione e il permesso di lavoro degli stranieri qualificati. Il governo è diviso, il ministro dell´Interno si dice contrario, ma la carenza di personale minaccia di frenare la crescita tedesca che si indirizza soprattutto nell’export verso paesi extra UE, come la la Cina e il Brasile, senza dimenticare la Russia, il Sud Africa e altre zone del Far East asiatico.

Come sono stati raggiunti questi risultati?
La Germania ha saputo rafforzare la sua capacità manifatturiera favorendo e sostenendo la capacità di ricerca e innovazione e incoraggiando l’immigrazione di personale qualificato anche da altre nazioni, non solo della UE, ma anche extracomunitari, ottenendo in tal modo grande ammodernamento tecnologico, qualità e la possibilità di essere rapidamente aggiornato sulle nuove tecnologie. Su tutto ciò la Merkel è stata molto abile: nei suoi viaggi ha saputo lanciare al massimo il marchio “Germania” come sinonimo di affidabilità, qualità e serietà, anche grazie alla sua serietà riconosciuta da tutti i leader mondiali.

Ecco la Germania vincente, che incoraggia la ricerca, con la Siemens in Cina e in Brasile (alta velocità ferroviaria, impianti per l’energia rinnovabile), la Bmw e la Volkwagen, e altre aziende. Per fare ciò ci vuole anche il coraggio di prendere delle scelte a volte difficili: la Germania ha deciso, ad esempio, di imporre una tassazione aggiuntiva per le banche con l’obbiettivo di racimolare 1,5 miliardi di euro annui da destinare ad un fondo di sostegno per le stesse banche in crisi.

Investendo moltissimo sulla produttività e con dei sindacati responsabili che hanno partecipato all’operazione, accettando modifiche dei salari e degli orari in cambio di tutela dell’occupazione.
E il resto d’Europa? L’Italia ha delle caratteristiche simili, per certi versi, alla Germania, a partire proprio dall’industria: siamo il secondo paese manifatturiero del continente, dopo i tedeschi, ma a differenza dei tedeschi il sistema pubblico, la politica, i sindacati, sono meno attivi nel sostegno all’industria e alla sua espansione internazionale.

“Riceviamo e pubblichiamo” di Gaspare Compagno

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Casini, alleanze? Non escludo nulla

postato il 27 Agosto 2010

L’intervista a Pier Ferdinando Casini su Repubblica di Francesco Bei

Sul futuro non si sbilancia, non dice esplicitamente di sì a quella “Alleanza per la democrazia” lanciata da Pierluigi Bersani nella lettera di ieri a Repubblica. Ma è chiara l’attenzione con cui Pier Ferdinando Casini guarda al progetto lanciato dal segretario democratico. Un’operazione che ha molti punti di contatto con la strategia immaginata a via della Scrofa.

Bersani archivia l’esperienza dell’Unione e immagina un nuovo Ulivo perno di un’alleanza più larga per sconfiggere Berlusconi. Ha letto la proposta?

“L’ho letta attentamente. E ritengo importante che il Pd, tramite il suo segretario, si stia assumendo la responsabilità di guidare una riorganizzazione del campo della sinistra democratica. È un impegno funzionale a dare maggior ordine alla politica italiana e, per quanto riguarda le forze dell’opposizione, a rendere più chiari i rapporti politici”. [Continua a leggere]

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Basta con il teatrino della politica

postato il 26 Agosto 2010

Chi ha vinto le elezioni governi

Mentre la situazione economica e finanziaria del Paese diventa sempre più difficile, continua il teatrino della politica causato dalle liti e dalle divisioni interne del Pdl. Ho ripetuto a tutti in pubblico e in privato, anche allo stesso presidente del Consiglio, che chi ha vinto le elezioni ha il dovere di governare senza tirare a campare.
Sono lieto che ieri abbiano accantonato l’ipotesi delle elezioni anticipate, che in questo momento sarebbero una prova di pura irresponsabilità. Noi continueremo sulla nostra linea, che si sta dimostrando sempre più seria ed efficace: voteremo le leggi giuste, quelle fatte nell’interesse del Paese, e contrasteremo duramente le altre.

Pier Ferdinando

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Ma il problema dei cattolici non è solo Berlusconi

postato il 26 Agosto 2010

La polemica sull’editoriale di Famiglia Cristiana è una di quelle polemiche inutili che distraggono dalle questioni importanti. E’ una polemica inutile perché il settimanale dei paolini è una rivista cattolica, e non dunque la rivista rappresentativa di tutti i cattolici italiani, che esercita legittimamente come qualunque altro organo di stampa il diritto di critica nei confronti del governo di questo Paese.

Risultano così sproporzionate le reazioni dei pretoriani berlusconiani  che sembrano vivere in un mondo dove esiste il crimine di lesa maestà per quanti dissentono dal Premier  e dove i giornali cattolici si occupano solo del fatto se è meglio accendere le candele a san Francesco o a san Giuseppe. Fortunatamente viviamo in un paese libero e democratico dove criticare il Presidente del Consiglio è legittimo e a volte doveroso anche per un giornale cattolico che, ricordiamocelo, ha il compito di cercare la verità e di guardare alla realtà sub luce Evangelii. Fatta questa premessa necessaria per sgombrare il campo dalle sterili polemiche è giusto occuparsi dell’editoriale di Beppe Del Colle che pur facendo delle importanti sottolineature sembra perdere di vista lo sfondo più vasto della vicenda dei cattolici italiani in politica.

Del Colle si muove sulla scia di un bell’editoriale di Gian Enrico Rusconi su La Stampa, dove si invitano i cattolici italiani a fare autocritica sulla recente esperienza politica, e attribuisce alla discesa in campo del Cavaliere il “demerito” di aver iniziato la diaspora del voto cattolico. Il “fenomeno Berlusconi” è sicuramente un elemento chiave per comprendere la vicenda recente dei cattolici in politica ma non esaustivo perché la crisi della presenza politica dei cattolici in Italia viene da lontano: non è stato Berlusconi a spaccare il voto cattolico ma la storia.

Il cambiamento e le fibrillazioni della Chiesa Cattolica sempre meno monolite e più sinfonia, il crollo delle ideologie, la crisi irrisolta della Democrazia Cristiana hanno progressivamente “liberato” il voto cattolico in Italia (è sufficiente guardare il progressivo assottigliarsi dell’elettorato democristiano) che orfano della Balena Bianca si è disperso tra le nuove formazioni politiche con una innegabile, e incoraggiata dalle gerarchie ecclesiastiche, preferenza per le forze del cento destra guidato da Silvio Berlusconi. Solo a questo punto si può accettare il rilievo di Del Colle sul problematico rapporto con il berlusconismo che da un lato, supportato da schiere di atei devoti, solletica e ammalia i cattolici con la difesa ad oltranza della vita ma dall’altro opera una progressiva estromissione dei valori dalla vita personale e comunitaria.

C’è dunque un rapporto problematico dei cattolici con il berlusconismo, ma c’è soprattutto un problema della presenza dei cattolici nella vita politica e nella società civile che le vicende di questi anni, incluso il berlusconismo, non fanno altro che confermare. Questa crisi della presenza politica dei cattolici rientra nel più grande travaglio della Chiesa Cattolica che nel nostro caso non riesce a far passare capillarmente al suo interno la convinzione che l’impegno per la cultura e per l’educazione e la formazione della persona umana costituisce la prima sollecitudine dell’azione sociale dei cristiani. Mancano, per usare una immagine quasi milaniana, quei preti che ti volevano davvero bene e dunque ti  mettevano il Vangelo in una mano e il giornale nell’altra e ti insegnavano che la “Buona Notizia” delle pagine evangeliche può e deve essere anche nelle pagine del tuo giornale. Ecco perché ha ragione Rusconi quando dice che i cattolici “non possono limitarsi a scaricare la responsabilità sulla cattiva politica del presente” ma devono compiere una seria autocritica su questi ultimi anni, una critica che colpisca specialmente ogni appiattimento deferente verso i potenti finalizzato a lucrare favori o vantaggi, una critica che sostenuta dalla radicalità evangelica ridia spazio e vigore alle voci profetiche capaci di denunciare ma anche di annunciare gioia grande, capaci di ripetere le parole isaiane: “per amore del mio popolo non tacerò”.

“Riceviamo e pubblichiamo” di Adriano Frinchi

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Quella DC nata al nord e l’esigenza di un federalismo autenticamente solidale

postato il 26 Agosto 2010

Il Sole 24 Ore” di ieri, con un interessante articolo a firma di Dino Pesole, cerca di rinfrescare le nozioni del Ministro Bossi sulla storia della Democrazia Cristiana, probabilmente da rivedere (assieme a tante altre questioni).

La DC, contrariamente all’analisi del “senatur”, nasce nel pieno del secondo conflitto mondiale (1942) come un partito decisamente legato al territorio del Nord, in particolare a quel Nord profondo, contadino, cattolico e lavoratore che faceva della triade “casa – chiesa – bottega” il proprio punto di riferimento (i racconti di Guareschi con la parabola del Bene Comune portato avanti, nonostante le divergenze, dal pretone della Bassa Don Camillo e dal sindaco comunista Peppone sono eloquenti al riguardo).

Molta parte di quel Nord oggi in camicia verde (si pensi all’epopea del “mitico” Nordest tra gli anni ’80 e ’90) nasce indubbiamente da questo sostrato sociale. Territori vocati ad una tragica emigrazione che, partita alla fine dell’Ottocento, si protrarrà anche durante il regime fascista, nonostante i proclami mussoliniani. Quei territori trovarono un importante punto di riferimento nel rassicurante pensiero democristiano, nella sua azione moderata, nel valore della sua classe dirigente che aveva fatto la Resistenza, pagando anche a caro prezzo l’adesione alla democrazia (si pensi a Porzus e alle vicende del “Triangolo della Morte”, con l’uccisione di molti sacerdoti e politici moderati solo colpevoli di aver invocato una pace sociale) e nell’adesione all’Alleanza Atlantica e al Piano Marshall.

Riforma agraria, Piano Casa, riforma fiscale, provvedimenti messi in campo negli anni del centrismo segnato dall’impronta della figura di De Gasperi, strizzavano certamente l’occhio a questi stati sociali, gettando le basi di quel “boom” che poi caratterizzerà l’Italia degli anni ’60. Certo, la progressiva meridionalizzazione di apparati dirigenti e di governo, esasperata alla fine degli anni ’80, ma già iniziata nei tragici “anni di piombo”, porterà ad un certo distacco e alla nascita dei primi fermenti anti – centralisti.

Non posso qui non citare, a tal proposito, l’intelligente intuizione di un grande politico della terra veneta quale Antonio “Toni” Bisaglia (1929 – 1984), morto prematuramente all’apice della sua carriera : creare un partito federato, sul modello della CSU bavarese, per stare realmente accanto agli interessi e alle priorità del territorio, di fronte ad un progressivo distacco di una partitocrazia crescente da quella borghesia che aveva appoggiato la nascita della DC. Una lezione importante, che esaltava un federalismo solidale, nel solco della tradizione dei Comuni italiani (di là viene non a caso il motto “Libertas”) come indicato nel lontano 1919 da Don Sturzo in prima persona, per prevenire quei fermenti che già agitavano le acque del Nord d’Italia, nel generale riflusso ideologico degli anni ’80. Un modello che forse, nel progetto di un nuovo soggetto politico legato alla coesione e responsabilità nazionale, avrebbe senso riprendere, per dare, come sottolineato recentemente anche dalla CEI, un senso solidale e non egoistico alla riforma dello Stato in atto, da non ridurre a mero slogan propagandistico di qualche soggetto politico, o, peggio, a paravento per parole d’ordine dure e contro l’interesse della nostra “povera Patria” (Battiato docet).

“Riceviamo e pubblichiamo” di Marco Chianaglia.

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Gli smemorati di Pontida

postato il 25 Agosto 2010

Cari lettori, ma voi lo sapete cos’è “La Padania”?

No, non mi riferisco alla mitica Eldorado del Nord, esistente sin dai primordi della storia e dell’umanità. Stavo parlando del giornale ufficiale della Lega Nord, la “Voce del Nord”, già organo di riferimento per il “Nord unito”, il “Nord mitteleuropeo” (direttori colti, eh?), e addirittura per la “Mitteleuropea” (tutta intera, evidentemente, dalla Padania all’Ungheria, passando per Germania e Polonia). È un giornale che spara a zero contro “Roma Ladrona” e contro il Sud sprecone, ma che poi non disdegna il finanziamento annuale statale di oltre 4 milioni di euro. È un giornale che vanta come direttore politico Umberto Bossi, già reo confesso al processo Enimont, già condannato per vilipendio dello Stato e noto estimatore delle proprietà della carta igienica “Tricolore”. È un giornale piccolino (vende in media 22 mila copie), ma sa sempre come farsi sentire (in osservanza alla legge del “chi ce l’ha più duro vince”).

Tutto ciò è relativo, però. Perché “La Padania” è forse uno dei pochi giornali a poter vantarsi di aver anticipato uno dei cavalli di battagli più famosi de “La Repubblica”. Come? È l’8 luglio 1998 e la Lega Nord ha rotto da tempo i ponti con il Polo delle Libertà e con il suo leader Silvio Berlusconi. Per questo, l’allora direttore Max Parisi, fa del suo giornale, “La Padania” per l’appunto, il primo al mondo a tuonare, contro “Berlusconi mafioso”, pubblicando in prima pagina diverse foto di big dei Cosa Nostra (Riina, Brusca, Badalamenti, Calò), in compagnia proprio del leader di Forza Italia e del suo braccio destro, Marcello Dell’Utri, numerosi documenti e le dieci domande indirizzate al premier! Sì, proprio le famose e ormai celeberrime “dieci domande”. Domande che vale davvero la pena di rileggere, documentate a dovere, un vero e proprio esempio di giornalismo coraggioso. Max Parisi, poi, concludeva il suo articolo, lanciando un appello a Berlusconi: “Poiché c’è chi l’accusa che quell’oceano di quattrini provenne dalle casse di Cosa Nostra e sta indagando proprio su questo, prego, schianti ogni possibile infamia dicendo semplicemente la verità. Punto per punto, nome per nome. È un’occasione d’oro per farla finita una volta per tutte. Sappia che d’ora in poi il silenzio non le è più consentito né come imprenditore, né come politico, né come uomo.

Dopo 12 anni, immagino, “La Padania”, starà aspettando una risposta. E invece no. Perché si direbbe che invece lì dalle parti di Pontida abbiano cambiato idea: prendete in mano una qualsiasi copia del giornale è leggere che Berlusconi non è più “in combutta con la Mafia”, ma è il “salvatore del Nord”, boicottato (dicono loro: sì, sempre gli stessi) dagli affaristi del Sud (che rispondono ai vari nomi di Casini, Fini, PD e compagnia bella) e dalla magistratura militante. Smemorati? Sbadati? Rassegnati? Oh, no. Gli smemorati de “La Padania” la loro risposta l’hanno trovata. E sapete dove? Nel traffico delle banche, delle quote latte e nella lottizzazione dei vari enti pubblici organizzato dal proprio partito di riferimento. Perché se Roma è e resterà sempre “ladrona”, chi vieta alla Padania (la terra, si intende) di sedersi al tavolo dei commensali e di tenere per sé la fetta migliore di tutto? Come Berlusconi sia riuscito ad accumulare il suo patrimonio non può avere più nessuna importanza, visto che, ora come ora, sono super-impegnati ad accumulare il loro, di patrimonio.

E allora al diavolo le dieci domande a Berlusconi. È la Padania, bellezza.

“Riceviamo e pubblichiamo” di Giuseppe Portonera.

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Caro Veltroni…

postato il 24 Agosto 2010

Caro Veltroni,

sono uno di quegli italiani a cui ha indirizzato la sua lettera aperta dalle pagine del Corriere delle Sera e che dopo la lettura è rimasto assolutamente perplesso. La sua è una bella lettera non solo perché scrive molto bene, ma  perché  è un’ottima fotografia dell’attuale situazione socio-politica, tuttavia la sua missiva si limita al momento presente dimenticando di dire qualcosa sul passato e soprattutto sul futuro. E lei, caro Veltroni, non si può permettere di essere un osservatore disincantato, uno di quelli che negli ultimi tempi, come disse amaramente Bettino Craxi, sono stati sulla Luna.

Mi sarei aspettato qualche parola in più sul recente passato perché lei ne è stato protagonista e direi responsabile, non solo perché è stato candidato premier nelle ultime elezioni politiche ma perché è stato protagonista insieme a Romano Prodi della stagione dell’Ulivo. Il presente è sempre risultato del passato e nel nostro passato non c’è solo Berlusconi, ma ci sono anche i due esecutivi guidati da Romano Prodi, entrambi di vita breve, con maggioranze rissose quanto quella attuale che non hanno saputo interpretare pienamente le istanze di cambiamento degli italiani , che non hanno saputo o voluto prendere dei provvedimenti necessari come la legge sul conflitto di interesse o la riforma della legge elettorale all’indomani delle politiche del 2006. Lei nella sua lettera critica il bipolarismo dell’era Berlusconi ma debbo ricordarle che è un bipolarismo che il centrosinistra ha sempre alimentato ondeggiando tra antiberlusconismo e legittimazione di Berlusconi: la fortuna più grande di Berlusconi probabilmente è stata avere voi come avversari e la straordinaria maggioranza ottenuta dal Cavaliere nelle politiche del 2008 è stata determinata proprio da quella inutile corsa al bipartitismo italiano iniziata da lei e Berlusconi, che l’ha costretta ad una inutile mattanza dei suoi alleati e delle voci libere di questo Paese.

Bipolarismo, bipartitismo, partitismo diventano solo alchimie politiche se mancano progetti e programmi e se soprattutto gli italiani non sono liberi di scegliere, di esprimere la propria preferenza. Se nella sua lettera manca questa consapevolezza del passato, e soprattutto degli errori commessi,manca anche la progettualità per il futuro. Lei conclude la missiva al suo Paese con un “è possibile” che ricorda tanto il suo recente “si può fare” e naturalmente l’obamiano “yes, we can”.  Ma c’è una differenza fondamentale tra il suo slogan e quello di Obama: mentre il suo “si può fare” o il suo “è possibile” rimane assolutamente generico e indeterminato, le parole d’ordine obamiane si sono concretizzate sin dal primo momento nella promessa e nell’impegno della riforma del sistema sanitario americano. Il “change” di Obama non era una bella parola, una poesia ma era la riforma sanitaria che sarà poco poetica ma è qualcosa di concreto, è soprattutto il mantenimento di una promessa che gli ha permesso di conquistare la Casa Bianca. Il suo “è possibile” alla fine della lettera agli italiani è sicuramente una apertura al futuro, ma oggi non basta aprire porte sul futuro, occorre indicare una via ed avere il coraggio di percorrerla.

Caro Veltroni, personalmente sono convinto della sua buona fede e delle sue alte aspirazioni e se le ho fatto questi rilievi è solo perché sono convinto che sia giunto il tempo della franchezza, della responsabilità, della concretezza e del coraggio. Berlusconi uscirà di scena solo quando sarà possibile costruire una alternativa basata su un serio e concreto progetto di cambiamento che non sia illustrato in un programma di mille pagine ma in soli tre punti realizzabili, che permetta alla fine di una legislatura di poter dire: “abbiamo fatto questo”, “abbiamo mantenuto questa promessa”. Questa è la strada per l’alternativa a Berlusconi ed anche per chi si candida ad occuparne lo spazio politico. Questa è la strada per far uscire il nostro Paese dalla palude.

Adriano Frinchi, 28 anni, studente

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