postato il 23 maggio 2013 da Redazione | in "Politica"

Non è accettabile che un giornalista possa essere punito con il carcere

Il carcere per i giornalisti non è una soluzione da Paese avanzato. Non conosco nel dettaglio il caso del direttore di Panorama Giorgio Mulè e del suo cronista Andrea Marcenaro e immagino che il giudice abbia ritenuto che ci fossero gli estremi per applicare la normativa vigente in materia di diffamazione. Saranno i successivi gradi di giudizio a confermare o smentire.
Ma il problema è proprio la normativa vigente: la diffamazione a mezzo stampa va contrastata senza tentennamenti e lo si può fare con sanzioni di natura pecuniaria anche pesanti. Su questo punto già nella passata legislatura avevamo presentato alcune proposte. Quello che non è accettabile è che nell’Italia del 2013 un giornalista possa essere punito con il carcere per aver scritto un articolo o per l’omesso controllo.

Pier Ferdinando

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postato il 22 maggio 2013 da Redazione | in "Scuola e università, Spunti di riflessione"

Referendum sulle paritarie, una minaccia ai principi di libertà e sussidiarietà

Bologna-Due-TorriLettera al Corriere della Sera.

Caro direttore,

ho letto con attenzione l’intervento di Stefano Rodotà relativo al referendum consultivo che si terrà a Bologna domenica prossima; una consultazione attraverso la quale i cittadini bolognesi saranno chiamati ad esprimere la propria preferenza in merito all’erogazione di risorse finanziarie comunali alle scuole di infanzia paritarie a gestione privata. Ebbene, secondo il professor Rodotà l’artcolo 33 della Costituzione escluderebbe in maniera incontrovertibile la possibilità di erogare risorse pubbliche alle scuote paritarie. Si fratta di una ricostruzione fuorviante e che, a mio parere, non trova riscontro nel dettato costituzionale. La Costituzione riconosce espressamente l’istruzione e l’educazione quali diritti fondamentali della singola persona umana, prescindendo dalla natura dei soggetti erogatori del servizio. Se vincessero i referendari due principi costituzionalmente riconosciuti verrebbero disattesi: la libertà della famiglia di scegliere l’educazione che ritiene opportuna per i propri figli e il valore della sussidiarietà riguardante l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svoigimento di attività di interesse generale che tutti i soggetti pubblici sono chiamati a favorire, come per l’appunto nel caso degli istituti paritari convenzionati. L’erogazione di risorse alle scuole paritarie, pertanto, è pienamente legittima, svolgendo tali istituti funzione pubbliche e di pubbulico interesse, quali parti costitutive ed integranti dell’unico sistema nazionale di istruzione e formazione. Chiarito questo aspetto, va da se’ che le questioni poste dal referendum non possono ridursi ad una mera probtematica di ordine giuridico, investendo la qualità e le fondamenta stesse della nostra democrazia. D’altra parte, proprio da questo punto di vista, non è casuale che il modello «emiliano» sia oggi l’epicentro del dibattito; un modello che, promosso e praticato per decenni dalle giunte «rosse», si sintetizzava efficacemente con la formula «dalla culla alla tomba», sottolineando così il ruolo «totalizzante» svolto dalle amministrazioni pubbliche locali rispetto alla gestione ed erogazione dei servizi alla collettività. Non è certamente questa la sede per fornire giudizi storici, ma il dato incontrovertibile è che oggi quel modello è superato dai fatti; sempre di più la realtà ha dimostrato che dove il pubblico è stato capace di avviare un percorso di sussidiarietà garantendo un confronto efficace, la qualità e l’economicità del servizio è migliorata con conseguenti benefici per i cittadini. È quindi ingannevole e anacronistico oggi parlare di contrapposizione tra «scuola privata» e «scuola statale». Solo attraverso l’integrazione tra le due tipologie di offerte è possibile rendere universalmente accessibile, a condizioni economiche sostenibili, il sistema scolastico, a partire da quello per l’infanzia. La posta in gioco è molto alta. Ad ognuno di noi spetta il compito di difendere i valori e i diritti che la Costituzione proclama e sancisce, oggi come ieri, in ogni circostanza. Una di queste sarà proprio domenica prossima e non è casuale che chi si riconosce a livello nazionale negli sforzi del governo Letta, pur provenendo da posizioni diverse e per alcuni aspetti alternative fra loro, si ritrovi nella scelta di un voto a garanzia del piuralismo e della libertà educativa. Forse anche da Bologna può partire un chiarimento necessario nella sinistra italiana.

Pier Ferdinando Casini

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postato il 21 maggio 2013 da Redazione | in "Spunti di riflessione"

Consiglio Ue: da Letta discorso serio e puntuale

Avanti verso Stati uniti d’Europa

Solo un trasferimento di sovranità dai singoli Stati alla dimensione europea può  consentirci di difendere il livello di benessere raggiunto, di essere attori mondiali e di realizzare in ambiti strategici efficienze e risparmi non eludibili.

L’intervento integrale:

“Signor Presidente del Senato, signor Presidente del Consiglio, è importante aver mantenuto questa buona abitudine del precedente Governo, del presidente Monti, di riferire prima dei vertici europei.
Devo riconoscere con molta franchezza che ho trovato l’intervento odierno del Presidente del Consiglio veramente puntuale, serio, preciso, un intervento in cui mi riconosco al cento per cento sui temi della politica europea. È giusto che il Governo navighi a vista – questo, però, è un dibattito che si fa particolarmente sui giornali -, è giusto rimuovere elementi divisivi – mi sembra questo più un atto di intelligenza che di vigliaccheria-, ma la situazione – ce l’ha ricordato ieri il Presidente della Repubblica – è angosciante e drammatica. Lo è non solo per i cittadini italiani, lo è per i cittadini di tutto il nostro Continente. È necessario, allora, individuare un approdo per l’Italia, una stella polare su cui riconoscersi e riconoscere una mission per il Governo di servizio nazionale.
E io credo che questa missione ci sia, che questa missione l’abbiamo sentita questa mattina nelle parole del Presidente del Consiglio. E non posso fare a meno, Presidente – perché lei ha evocato un’Europa dei fatti, che si sostituisca all’euroretorica e all’Europa delle parole – non posso fare a meno di ricordare la grande preveggenza degli statisti della ricostruzione italiana.

Nei giorni scorsi ho letto delle parole illuminanti di De Gasperi, che nel 1954 parlava di CED (Comunità europea di difesa); ve le leggo testualmente . Scriveva De Gasperi: ‘La costruzione degli strumenti e dei mezzi tecnici, le soluzioni amministrative sono senza dubbio necessarie’; ma il rischio è di costruire ‘soltanto amministrazioni comuni, senza una volontà politica superiore’. Senza slancio ideale l’Europa potrà apparire ‘una sovrastruttura superflua e forse anche oppressiva’. Parole profetiche, se solo pensiamo al populismo antieuropeo che sta maturando e che è figlio non solo di una burocratizzazione dell’Europa, ma anche di una visione della crisi sociale e del lavoro che c’è in Europa, imperniata solo sul rigore dei conti e spesso distratta rispetto alle grandi questioni economiche e sociali. Io penso che abbia rappresentato tutto il Parlamento, vorrei dire non solo la maggioranza, ma anche l’opposizione, il Presidente del Consiglio questa mattina, quando ci ha detto che scriverà una lettera nella giornata di domani a Van Rompuy, perché vengano adottate misure concrete, facili da spiegare, rapide da realizzare, sul tema del mercato del lavoro giovanile in Europa.

Vorrei però affrontare una questione che spesso viene rimossa (e io capisco perché viene rimossa, per un misto di opportunismo e di convenienza): quello che è stato fatto in quest’ultimo anno per consentire al Presidente del Consiglio di oggi di poter parlare.
Il Governo Monti ha fatto rigorosamente il suo dovere. E, a pensarci bene, il vero motivo di gratitudine che l’Italia gli deve è che ci ha restituito la possibilità di farci credibilmente ascoltare. Se noi oggi parliamo di chiusura della procedura di infrazione per deficit eccessivo, beh io credo che questo lo si debba a politiche rigorose che gli italiani in prima persona hanno pagato e che forse – anzi, senza il “forse” – sotto il profilo elettorale non sono state certo premianti per chi le ha proposte come Presidente del Consiglio; ma sono state politiche necessarie. Nessuno oggi può dire che l’Italia sia stata assente, reticente o incapace di affrontare i necessari sacrifici. Ed è chiaro che oggi il presidente Letta si siederà a quel tavolo non solo reclamando maggiore incisività nella lotta all’evasione o alla frode fiscale, non solo ponendo le questioni sul mercato unico dell’energia, che sono fondamentali per un Paese come l’Italia, dipendente (ai livelli che sappiamo) sotto il profilo energetico; evidentemente c’è la grande questione – cui il collega Guerrieri Paleotti accennava prima – dell’unione bancaria come presupposto fondamentale di una vera unione monetaria.

Scorporare gli investimenti per la crescita e l’occupazione dal computo dei bilanci nazionali è il nostro obiettivo, perché di solo rigore l’Europa muore, l’Italia muore.
Ma, se non ci fosse stata la capacità di essere anche rigorosi, per un Paese che per lungo tempo è stato percepito come la cicala europea, noi oggi non saremmo stati credibili, per arrivare a questo punto e per far sentire sul piano europeo la voce credibile del nostro Paese.
Nei giorni scorsi ho letto l’intervista del Ministro degli Esteri e l’ho sentita in audizione presso la Commissione che ho l’onore di presiedere. È un tema ineludibile quello dell’Europa federale, che superi la visione intergovernativa che negli ultimi tempi è oggettivamente prevalsa. Io credo che noi dobbiamo alzare l’asticella dell’ambizione comune; dobbiamo incalzare Francia e Germania in modo costruttivo, risoluto, parallelo.

L’apertura, seppur condizionata e per certi versi ancora ambigua, del presidente Hollande all’Unione politica proposta dalla Merkel va intensamente supportata e cammina di pari passo con il superamento di una visione germanocentrica nella gestione della crisi economica, che ora rischia di essere pagata anche e soprattutto dalla Germania (basta vedere i dati delle esportazioni tedesche). Colleghi, un’Europa federale – ma di questo dobbiamo essere consci – implica una grande sensibilizzazione delle opinioni pubbliche europee, come diceva il Presidente del Consiglio, ma anche un maggiore grado di serietà nostro, delle classi dirigenti, perché troppo a lungo abbiamo visto Governi e governanti incapaci di parlare un linguaggio di verità, che si sono serviti dell’Europa per scaricare su di essa l’onere di decisioni impopolari. Troppo spesso la demagogia antieuropea è stata usata come ricostituente elettorale delle singole coalizioni. Di antieuropeismo si sono connotati movimenti tradizionali e nuovi. Oggi è necessario spiegare che nel marasma della crisi globale solo un trasferimento di sovranità dai singoli Stati alla dimensione europea può consentirci di difendere il livello di benessere raggiunto, di essere attori mondiali e di realizzare in ambiti strategici efficienze e risparmi non eludibili.

È assurdo – mi chiedo e ve lo chiedo – parlare di Unione europea nella politica estera, nella politica di sicurezza e di difesa? Certo, questo richiede una nuova visione non solo dell’impegno militare ma anche della politica industriale dei grandi Paesi europei, estremamente e intimamente connessa a queste.

In conclusione, onorevoli colleghi, questa nuova missione può essere l’elemento caratterizzante dell’impegno del Governo, che dalla partecipazione congiunta di forze politiche aderenti al Partito del Socialismo europeo e al Partito Popolare europeo trae una forza aggiuntiva e ha un’opportunità supplementare.
Lei ha ritenuto di coinvolgere il Parlamento alla vigilia del Consiglio europeo. È un segno di attenzione importante. Penso vi sia un cammino comune Governo e Parlamento.
Noi faremo la nostra parte e la Stella Polare è nelle sue parole: un’Europa dei fatti e non della retorica”.

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