postato il 11 Gennaio 2020 | in "Elezioni, Politica"

Emilia-Romagna: La scelta dei moderati? Non sarà per Salvini. E lasciate stare Guazza»

Il voto disgiunto? Anche da destra

L’intervista a cura di Francesco Rosano pubblicata sul Corriere della Sera edizione di Bologna

Senatore Pier Ferdinando Casini, dove finiranno i voti dei moderati alle Regionali? L’impressione, sentendo i protagonisti della svolta guazzalochiana del ‘99, è che sia una diaspora.

«Innanzitutto togliamo dal campo una disputa disgustosa, quella sull’interpretazione postuma del pensiero di Guazzaloca».

Chi l’ha avviata secondo lei? L’ex An Enzo Raisi?

«Chi l’ha avviata non mi interessa. Io credo di esser stato la persona più vicina a Giorgio, l’ho accompagnato negli ultimi anni, venivo a Bologna solo per incontrarlo. Non posso accettare lezioni, anche perché nessuno sa come avrebbe votato Guazzaloca. Probabilmente, conoscendo il suo sguardo critico, si sarebbe astenuto. Ma mi sembra poco serio porre certe questioni, come chiedersi cosa avrebbe fatto De Gasperi se fosse vivo».

Resta il fatto che Guazzaloca scese in campo la tradizione degli ex Pci.

«Oggi la condizione è totalmente diversa. Guazzaloca ha abbattuto un santuario comunista, oggi non esiste nulla del genere. Alle Europee la Lega ha avuto due punti più del Pd. Altro che regione rossa, al massimo è “rosina”. Lascerei perdere Guazzaloca, chi gli ha voluto bene ne deve rispettare la memoria senza strumentalizzarla. Detto questo una coalizione a guida Salvini non è moderata. Non lo dico io, lo dice anche una parte consistente di Forza Italia. Salvini ha deciso di non essere un moderato, rispettiamo la sua scelta ma è inutile sostenere il contrario».

E Bonaccini è l’uomo dei moderati? In fondo è l’ultima incarnazione della tradizione che dal Pci al Pd ha governato la Regione.

«L’annotazione è legittima, ma vorrei dire una cosa: Gentiloni, Renzi o Minniti sono lasciti preoccupanti del comunismo o persone che hanno governato in piena sintonia con gran parte del mondo moderato?».

Non ha citato Zingaretti.

«Io parlo di chi ha governato rappresentando gran parte del sentimento moderato. A tal punto da rompere con la tradizione comunista, come ha fatto Renzi».

Insomma, niente test del dna per scegliere da che parte stare.

«Non si può interpretare la politica di oggi con le lenti di venti anni fa, il mondo va da un’altra parte. Bonaccini è stato rispettoso del mondo delle categorie, non ho mai sentito rilievi contro di lui da industriali, commercianti o artigiani. Da moderati bisogna ragionare sui fatti, non per slogan. Rispetto Lucia Borgonzoni, ma ha un’idea diversa da quella che ho io. Credo che molte persone faranno voto disgiunto anche dal centrodestra, per quanto sia una possibilità poco nota: voteranno Bonaccini perché lo ritengono più capace, pur votando un partito di centrodestra. Il vento della destra soffia forte anche in Emilia-Romagna, ma qui c’è un argine. Ed è la stima di cui gode il governatore. Ecco perché questa campagna elettorale è “Bonaccini conto tutti”».

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postato il 10 Gennaio 2020 da redazione | in "Spunti di riflessione"

Libia: noi tagliati fuori, ma non è solo colpa di Di Maio

Non ha senso confrontare i politici di oggi con Fanfani o Andreotti. Il contesto internazionale è cambiato

L’intervista a cura di Lorenzo Bianchi pubblicata su QN – Quotidiano Nazionale

Fayez al Sarraj, il capo del governo di accordo nazionale di Tripoli riconosciuto dall’Onu e appoggiato dalla Turchia e dal Qatar, mercoledì non ha voluto fermarsi a Roma. Oggi ha accettato il cessate il fuoco chiesto da Ankara e dalla Russia a partire da domenica.

«La giornata di mercoledì – annota Pier Ferdinando Casini, presidente dell’Interparlamentare italiana, l’organismo della Camera e del Senato che aderisce all’organizzazione mondiali dei Parlamenti – va divisa fra il folclore e la sostanza. La sostanza purtroppo l’hanno fatta a Istanbul Erdogan e Putin. Hanno riproposto lo schema siriano in Libia, senza però arrivare alle estreme conseguenze».
In che senso?
«Vogliono mettere il cappello sul Paese, a poche centinaia di chilometri dalle nostre coste, con un accordo di spartizione delle sfere di interesse. Amministreranno a loro piacimento i rubinetti della questione energetica e di quella migratori».
Un disastro per l’Italia?
«È esplosivo quello che sta succedendo. Aggiungo, perché bisogna essere onesti e non strumentali, che non accade perché c’è di Maio agli Esteri o Conte a Palazzo Chigi. Entrambi sono in continuità con le difficoltà che abbiamo avuto negli ultimi tempi».
Viene però spontaneo pensare alle personalità politiche della prima Repubblica.
«Paragonare Andreotti a Di Maio o Fanfani a Conte è un esercizio che non voglio fare, diventa una cosa quasi ridicola! Il punto è che bisogna ricordare che il contesto internazionale è completamente diverso. Allora c’erano gli americani che invece oggi, per la questione energetica, si sono ritirati dal Mediterraneo, c’era Gheddafi che riconosceva all’Italia un certo patronage, c’era Ben Alì in Tunisia che era stato insediato da un colpo di stato di fatto teleguidato dagli italiani ossia dai nostri servizi, c’era una leadership algerina più solida e Mubarak, un nostro amico alla guida dell’Egitto».
Ora è tutto cambiato.
«E noi facciamo fatica».
Però mandiamo in giro migliaia di militari.
«Bisognerà spiegare all’opinione pubblica che combattono il terrorismo, che non fanno le crocerossine».
In altre parole possono usare i fucili e i bazooka.
«Certo non sono la Caritas o Sant’Egidio».
L’Italia però continua a escludere l’uso della forza.
«I nostri militari sono all’estero per difendere interessi e per contrastare il terrorismo, non per azioni di filantropia. E debbono farlo con le armi. In certi passaggi è inevitabile l’uso della forza». Torniamo al paragone con il passato.
«È chiaro che la conoscenza della realtà mondiale era del tutto diversa».
Sarraj mercoledì a Roma non si è neppure fermato. Che cosa è successo?
«Il faccia a faccia doveva restare segreto. La pubblicizzazione ha messo in essere una reazione dei tripolini e dei misuratini. Hanno specificato al leader del governo di accordo nazionale che, se fosse andato a Roma, poi non sarebbe più rientrato a Tripoli. Pochi giorni fa sono state uccise decine di reclute militari per mano di Haftar. È chiaro che una sfilata nella capitale italiana era inaccettabile per la maggioranza dei sostenitori di Sarraj. Sono cose evidenti. È stato un atto di imperizia, anche se è falso che il capo del Gna non sapeva che a Roma c’era anche Haftar».

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postato il 10 Gennaio 2020 da redazione | in "Spunti di riflessione"

LIBIA: ITALIA ED EUROPA FANNO SOLO FOLCLORE

Se invece si designasse un inviato dell’Ue, l’Italia potrebbe far valere personalità del calibro di Marco Minniti  

L’intervista a cura di Annalisa Chirico pubblicata su Il Foglio

Senatore Pier Ferdinando Casini, il premier Conte ha combinato un pasticcio diplomatico incontrando sotto i riflettori il generale Haftar mentre Sarraj dava forfait e il ministro degli Esteri Di Maio si sfilava dalla dichiarazione finale al Cairo?
“Per prima cosa dobbiamo distinguere tra chi fa folclore e chi sostanza. Gli incontri con i rappresentanti libici sono stati gestiti in modo sbagliato, l’Italia ha fatto folclore, esattamente come l’Europa, mentre a Istanbul Putin ed Erdogan hanno replicato lo schema siriano sullo scenario libico. Nessuno dei due litiganti ha interesse a far deflagrare il conflitto, così si spartiscono il territorio libico. L’Europa e l’Italia riusciranno forse a ritagliarsi un invito alla cerimonia, niente più”.

La ricerca del colpo mediatico ha spinto Conte sui binari sbagliati?
“Non è neppure ipotizzabile che Sarraj fosse all’oscuro dell’incontro programmato con Haftar. Questi appuntamenti vanno gestiti nell’assoluto riserbo: Haftar andava incontrato presso la caserma di Tor di Quinto, non a Palazzo Chigi. Lo strombazzamento ha irritato Sarraj e la coalizione che lo sostiene. Esiste un’opinione pubblica anche in Libia, e Haftar è l’uomo che, pochi giorni or sono, ha rivendicato l’attacco aereo sull’accademia militare di Tripoli, salvo poi smentire”.

 Di Maio continua a invocare il dialogo, non si sa bene con chi.
“Puoi imporre una mediazione se hai la forza per farlo. L’Italia insiste per una soluzione politica e non militare, una tesi angelica che di fronte a bombardamenti, razzi e morti si mostra di difficile praticabilità. Invece la richiesta di cessate il fuoco da parte di turchi e russi ha sortito un effetto immediato”.

Erdogan ha siglato con Sarraj un “memorandum” che sancisce la penetrazione turca in Libia.
“L’Europa è colpevolmente divisa: la Francia ha flirtato per mesi con il governo di Haftar mentre la comunità internazionale stava formalmente dalla parte opposta. In uno scacchiere internazionale in cui primeggiano Russia, Turchia, Cina, India e Indonesia, è velleitario ritenere che i singoli paesi europei possano avere capacità negoziale, per questo serve un vero sovranismo europeo”.

Con la leadership della cancelliera Merkel al tramonto, il presidente francese Macron avvierà fase nuova? Di sicuro, egli sembra intenzionato a riavvicinarsi alla Russia, mettendo anche in discussione le sanzioni.
“Macron ha dalla sua il peso di una nazione dotata dell’arma atomica e di un seggio permanente al Consiglio di sicurezza dell’Onu. Quello delle sanzioni invece è un terreno minato che richiederebbe una iniziativa europea, non fughe in avanti di singoli paesi”.

L’Occidente e la Russia hanno un nemico comune: il terrorismo islamico.
“L’opinione pubblica italiana non ha consapevolezza della fase che attraversiamo. I Balcani sono infiltrati di foreign fighter, e la politica transalpina di tenere Albania e Macedonia lontano da un approdo europeo rischia di consegnare l’intera area all’influenza di turchi ed emiratini. E’ desolante vedere che i nostri militari all’estero vengano descritti alla stregua di crocerossini o attivisti di Ong”.

Ce l’ha con la retorica antimilitarista?
“Dovremmo essere orgogliosi dell’impegno italiano nel mondo. Di fronte alla minaccia terroristica, abbiamo il dovere di raccontare la verità, anche quella relativa ai rischi connessi alle missioni estere”.

Un inviato speciale in Libia agevolerebbe una soluzione diplomatica?
“Un inviato italiano sarebbe ridicolo: Conte non è in grado di incidere, Di Maio neanche, figurarsi un loro inviato. Se invece si designasse un inviato dell’Ue l’Italia potrebbe far valere personalità del calibro di Marco Minniti. Lo avevo auspicato già prima della nascita del Conte-bis. Mi lasci dire però che la capacità attrattiva dell’esecutivo in carica è talmente limitata che mi sembra più facile che perda pezzi e non che li acquisti”.

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