postato il 8 Ottobre 2019 | in "Spunti di riflessione"

Riforme: Il taglio dei parlamentari è solo demagogia

La democrazia ha dei costi in tutto il mondo: ritenere che questi siano un impiccio ci fa prendere una strada piena di incognite. Sento la stessa propaganda qualunquista che caratterizzò il periodo fascista

La mia intervista a Repubblica a cura di Emanuele Lauria

Buonasera Casini, lei è fra i più anziani parlamentari in carica…
«Beh, anziano… Diciamo il decano».
Trentasei anni in parlamento. Come vive, il decano, il voto definitivo sul taglio del numero di deputati e senatori che qualcuno ha già definito storico?
«Di storico vedo poco. Comunque, vivo questo passaggio con la consapevolezza che è un tributo ai tempi che viviamo».
Traduciamo.
«Siamo davanti a un impasto di demagogia privo di buon senso, per giunta presentato come un contributo determinante per i risparmi della comunità nazionale».
E invece?
«E invece si dovrebbe ricordare che la democrazia ha dei costi in tutto il mondo: ritenere che questi siano un impiccio ci fa prendere una strada piena di incognite. Gli eventi storici più drammatici hanno preso le mosse dalla demagogia».
Forse esagera, senatore.
«Macché. Basta pensare alla tipica propaganda qualunquista che caratterizzò il periodo fascista. Propaganda simile all’attuale, dal taglio dei parlamentari a quello dei vitalizi. Sa come finirà?»
Lo dica lei.
«Mentre nel Dopoguerra le eccellenze delle professioni accedevano alle cariche pubbliche e ne erano ripagate da una reputazione crescente, di qui a poco solo i disoccupati e i titolari di assegni sociali riterranno conveniente fare il parlamentare. Chi ha una professione importante, già da tempo, evita il pubblico ludibrio connesso al titolo di onorevole».
Converrà che la classe politica ci ha messo del suo per generare questo discredito.
«Ci sono stati parlamentari che rubano: anzi, ci sono e ci saranno. Però la maggior parte di noi è gente che ha passione autentica».
Se fosse ancora deputato, insomma, voterebbe no, malgrado il suo sostegno all’alleanza giallo-rossa.
«Guardi, davanti ai principi me ne frego delle alleanze. Voterei come ho votato già per due volte in Senato. E come ha votato il Pd, per capirci, che ora ha cambiato idea. Evidentemente Parigi, cioè il governo, val bene una messa. Credo che gli stessi 5Stelle non siano in malafede. Sono davvero convinti di fare una battaglia per il rafforzamento della democrazia. E questo mi preoccupa ancora di più».
Anche Berlusconi ha dato indicazioni per il sì.
«Evidentemente anche lui ritiene più conveniente piegarsi alle mode del momento».
Si sta ponendo come difensore della casta, lo sa?
«Sono al di sopra di ogni sospetto. Pensi che sono l’unico per cui hanno fatto una legge al contrario: quella che tagliava i vitalizi a me li aumentava. Così hanno bloccato l’aumento».
Ne ha visti tanti, di privilegi, dal 1983 a oggi.
«Oggi ce ne sono di meno, di certo. Ma non mi interessa questa contabilità. Dico solo che qualche anno fa rinunciai all’ufficio e al personale riservati agli ex presidenti della Camera. Eppure è un beneficio di cui avevano goduto autentici monumenti della politica come Ingrao e la Iotti».
Siamo la seconda nazione d’Europa per numero di parlamentari: ridurli è un delitto?
«Non mi scandalizza il taglio dei parlamentari in sé. Ma se davvero vogliamo essere seri pensiamo a differenziare il ruolo delle due Camere o a garantire la rappresentanza dei territori. Questa invece è una mera riforma “potatoria”. Capisco che si è deteriorata l’immagine della politica e la colpa è soprattutto nostra: però non dimentichiamo che il ruolo del parlamento è determinante, come dimostrato anche dall’ultima crisi di governo. I 5S se ne sono accorti?».
Malignità: non è che si oppone alla riduzione dei parlamentari per paura di non essere rieletto?
«Se la legislatura finisce nel 2023, avrò 40 anni di permanenza. Ho già dato, vi ringrazio: il problema delle prossime candidature non mi riguarda. Ed è il motivo per cui oggi dico quello che mi pare».

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postato il 8 Ottobre 2019 da redazione | in "Politica, Sport"

Olimpiadi Bologna-Firenze 2032: Pensiamo in grande

L’intervento pubblicato sul Resto del Carlino

Si è parlato di sogno ad occhi aperti, di semplice suggestione, o di concreta opportunità. In qualunque modo la si guardi, l’ipotesi di un asse tra Firenze e Bologna per ospitare le Olimpiadi del 2032 ha raccolto da subito un entusiasmo che non si vedeva da tempo, inimmaginabile in un Paese in cui – purtroppo – le tentazioni del campanilismo e del provincialismo, sono sempre dietro l’angolo.
La prima sfida è proprio questa: Bologna e Firenze possono essere le capofila di una grande operazione sui Giochi destinata a rappresentare una chance straordinaria per un territorio molto più ampio e a unire due regioni in una visione di sviluppo complessiva, in grado di coinvolgere l’Italia intera.

D’altronde lo sport è uno dei maggiori patrimoni di valori e di emozioni popolari che l’umanità coltiva e sviluppa costantemente fin dall’antichità. Nella sua pratica c’è qualcosa di più di una semplice attività ricreativa, un qualcosa che lo rende un fattore decisivo di coesione sociale e di progresso culturale. Non a caso, durante le Olimpiadi, i conflitti in corso fra le città-stato della Grecia venivano sospesi per consentire ai soldati di partecipare alle gare.
È infatti nella competizione e nel confronto con gli altri, all’interno di un sistema di regole e di valori condivisi, che si rafforzano i legami reciproci e si alimenta uno straordinario meccanismo di crescita collettiva e individuale.

Tuttavia, realtà complesse e interessi articolati – talora in conflitto – hanno portato ad accostare le Olimpiadi a un coacervo di burocrazia e convenienze lobbistiche volte anche ad alimentare spesa pubblica e corruzione. Le conseguenze finanziarie dello sforzo olimpico portato avanti dalla Grecia nel 2004, ad esempio, furono alla base delle perplessità dell’ex premier Monti di fronte alla candidatura di Roma per le Olimpiadi 2020.
Certo le condizioni oggi sono diverse da quelle di allora e l’Italia fortunatamente non è più a rischio default. Queste ed altre considerazioni hanno portato in passato lo stesso Comitato Olimpico internazionale a valutare l’ipotesi di stabilire nella città di Atene, dove sono nati, la sede permanente dei Giochi o di fissarli, a rotazione, solo in alcune aree del mondo. Oggi Firenze e Bologna hanno una grande opportunità. Quella di sprigionare le energie positive di due città che, già legate in un’area urbana comune, devono continuare a integrarsi, a cominciare dalle infrastrutture logistiche, in una competitività virtuosa per dare slancio internazionale a due Regioni e a tutta l’Italia.

In questo senso, le Olimpiadi congiunte del 2032 non sarebbero qualcosa che esclude, ma che unisce. Ecco perché si è iniziato a ragionare su una proposta che abbia al centro una rete di territori, di competenze, di paesaggi, che indichi una nuova strada per i grandi eventi sportivi nel nome dell’accoglienza e della sostenibilità. A cominciare dall’idea di coinvolgere per gli eventi inaugurali e conclusivi la città di Roma. Sarebbe l’occasione per realizzare un’impiantistica adeguata che poi resterebbe a beneficio del territorio. A questo riguardo, ci sono già i nuovi stadi della Fiorentina e del Bologna FC, ma di certo i capoluoghi da soli non bastano. Vanno coinvolte anche le città toscane ed emiliane con i maggiori impianti sportivi e la fila dei sindaci che si son detti pronti è già lunga. Siamo ancora ai primi passi, ma, per ora, sono passi incoraggianti.

Intanto bisogna raccogliere energie e idee per lanciare ufficialmente la candidatura. È ovvio che questo “sogno” deve poter contare non solo sulla partecipazione di due città e di due regioni, ma anche sul sostegno costante di tutti i settori coinvolti, sulla collaborazione di eccellenze della società civile, su una chiara visione allineata agli obiettivi di sviluppo a lungo termine e su un solido piano di azione. Ma soprattutto non deve costituire in alcun modo un elemento divisivo per la politica, che è chiamata a dare prova di grande maturità. Questa è una partita che può concludersi solo positivamente perché, comunque vada, maturerà una presa di coscienza importante per le due città che hanno l’occasione per rinsaldare un asse strategico a cavallo dell’Appennino e portare a termine opere che i territori meritano anche in prospettiva futura. Senza contare l’indotto psicologico che potrebbe fare da molla per ulteriori investimenti e aumentare la percezione di benessere dei cittadini (una sorta di riproposizione dell’effetto Expo di Milano).

È il momento di pensare in grande e di serrare le fila per una volata finale che potrebbe vederci vincitori, tutti. Non facciamo le Olimpiadi viola o rossoblù, facciamo le Olimpiadi italiane, le Olimpiadi tricolore!

Pier Ferdinando Casini
Senatore di Bologna

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postato il 7 Ottobre 2019 da redazione | in "Interventi"

Conte impari dal passato e ceda la delega agli 007

La mia intervista pubblicata su La Stampa a firma Carlo Bertini 

«Io non la metterei in termini di dovere, perché ritenere che da parte del presidente del consiglio ci sia un obbligo costituzionale, o anche solo politico, di rinunciare alla delega ai servizi, equivale a depositare una mozione di sfiducia contro di lui».
Da ex presidente della Camera, con trent’anni di esperienza nelle aule parlamentari (ultimo incarico la guida della commissione Banche nella scorsa legislatura), Pierferdinando Casini, oggi eletto in alleanza col Pd, giudica pertanto «una richiesta forte» l’invito rivolto a Conte da Renzi.
«Se non si ha fiducia politica che il premier riesca a gestire questa delega, vuol dire che lo si ritiene istituzionalmente inaffidabile. Se invece Renzi intende solo consigliare al premier di rinunciare alla delega, allora condivido anche io».
Perché?
«La motivo con la mia esperienza. I premier più esperti e più capaci hanno sempre delegato questa responsabilità, perché c’è la necessità di competenze specifiche e di un impegno al cento per cento. E peraltro rischia di essere inavveduta l’idea che qualche consigliere del presidente possa supplire dando i consigli giusti. Perché ciascuno risponde a una cordata e quindi in quel ruolo serve un’autorità con delle competenze specifiche».
Come prassi però anche altri premier tra cui Gentiloni l’hanno mantenuta questa delega…
«Ci sarà però un motivo per cui la maggior parte dei presidenti del consiglio l’ha delegata. Anche a garanzia della posizione in sé del Presidente, che può essere ingiustamente trascinato a dover spiegare delle cose. Mentre se c’è un ‘autorità che fa da schermo tra lui e il Parlamento, questo lo garantisce maggiormente. Secondo me, meno si coinvolge un premier, meglio è. E sto dando al presidente un consiglio, basato sull’esperienza. Ma se vuole tenere la delega, la tenga. A suo rischio e pericolo».
La vicenda Barr solleva interrogativi da chiarire. Come si è mosso il premier in questo frangente?
«Non voglio dare giudizi, ho opinioni maturate dalla lettura della stampa, non suffragate da elementi su cui formulare un giudizio. Ma è chiaro che questa è una vicenda che rischia di finire in Parlamento. Proprio per l’esposizione in prima persona del premier, il rischio che qualcuno chieda un dibattito in aula, anche dopo la sua audizione al Copasir, c’è. E sotto il profilo politico, Conte farebbe fatica a sottrarsi a questa richiesta».
Questa della delega ai servizi è solo una delle ultime richieste di Renzi. Le pare che stia facendo ballare troppo il governo?
«Renzi è un cavallo di razza e i cavalli di razza sono scalpitanti per natura. Non mi meraviglio di ciò che capita. La mia preoccupazione da esperto della politica è che questa cosa finisca per indebolire il governo, creando un clima di fibrillazione permanente. Perché se anche Renzi non lo vuole, sarà troppo forte la tentazione di dare visibilità al suo nuovo partito. Cosa che il Pd non può tollerare perché rischia di indebolirsi. Insomma, se il buon giorno si vede dal mattino, allacciamo le cinture…».
Ma perché tutti temono le mosse di Renzi se la carta di far cadere il governo non sembra averla, visto che ha appunto bisogno di tempo per far crescere Italia Viva?
«In teoria è così, ma in realtà tutti hanno molta più paura di Renzi di quanto dicono. Anche a causa della sua grande determinazione. Tutti hanno capito che sta coprendo uno spazio politico straordinario, che nessuno finora ha coperto. E proprio questo grande spazio politico è la ragione per cui fibrillano tutti. In presenza di Forza Italia che si sta disgregando, è chiaro che lui può fare la differenza».
Il premier può essere un concorrente temibile per Renzi, tanto da indurlo ad attaccarlo? Visto che si muove da ex democristiano, che ha buoni uffici con la Chiesa e parla al centro…
«Onestamente non lo credo. La sua forza è essere un premier terzo, se scendesse in campo politicamente verrebbe triturato. E poiché è una persona avveduta, non credo che lo farà».

 

 

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