postato il 20 ottobre 2014 da Redazione | in "Europa"

Albania: I governi cambiano, amicizia con Italia no

“E’ un minimo comune denominatore della politica estera italiana: i governi passano ma l’amicizia con Tirana rimane”. Con Romano Prodi ed il premier albanese Edi Rama al convegno “Albania-Italia, una partnership per l’Europa”. Una due giorni organizzata dall’ambasciata d’Italia, nell’ambito della presidenza italiana del Consiglio dell’Unione europea, per riflettere sul futuro dell’Albania e sulle sue prospettive di adesione all’Ue.

RamaL’Italia sara’ sempre l’avvocato dell’Albania in seno all’Unione europea. Non e’ un caso che il tema dell’allargamento dell’Unione europea all’intera area dei Balcani, ed ovviamente all’Albania, e’ uno degli obiettivi del programma del semestre di Presidenza italiano: e’ uno strumento indispensabile per rafforzare la stabilita’ e la crescita non solo di quell’area geografica ma dell’intera Europa. L’allargamento dei Balcani serve anche a riportare verso il Mediterraneo il baricentro dell’Unione, che per troppi anni e’ stato troppo a nord.
L’Europa ha bisogno di paesi come l’Albania, non meno di quanto un paese come l’Albania ha bisogno dell’Europa. Ne ha bisogno per tanti aspetti, primo tra tutti la stabilizzazione dell’area, ma anche come arricchimento culturale.
L’ingresso nell’Unione di un paese a maggioranza musulmana, come l’Albania, significa dimostrare una volta di piu’ l’assurdita’ di chi sostiene che quello in atto sia uno scontro di civilta’ e non, invece, uno scontro tra la civilta’, che e’ cristiana e musulmana allo stesso modo, e l’incivilta’ degli estremisti e dei terroristi, di qualsiasi religione siano. E l’Albania e’ un modello di convivenza di diverse religioni e diverse sensibilita’, come ha riconosciuto Papa Francesco nella sua recente visita a Tirana.

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postato il 11 ottobre 2014 da Redazione | in "Esteri"

Truppe dell’Onu per battere l’Isis

Occidente ed Europa non lascino soli i peshmerga
Casini Cicchitto
La lettera al Corriere della Sera dei presidenti delle Commissioni Affari esteri di Senato e Camera, Pier Ferdinando Casini e Fabrizio Cicchitto

Caro Direttore,
il dramma in atto nel Medio Oriente, segnato dall’offensiva della formazione terrorista dell’IS, richiede un chiarimento di fondo sia sulla sua effettiva natura sia sull’azione più efficace per contrastarla e sconfiggerla. Mentre il terrorismo di Al Qaeda era concentrato contro l’Occidente, l’IS è concentrato contro una larga parte dell’Islam e punta a costruire una sorta di statualità alternativa ed eversiva, il cosiddetto “califfato”. Questo nuovo soggetto si nutre di ingenti proventi finanziari, amministra un cospicuo mercato nero nel settore petrolifero, sperimenta inediti progetti di educazione dei giovani secondo precetti integralisti, rafforzandosi costantemente con l’apporto dei foreign fighters che proviene dal cuore delle nostre società.
Ci troviamo di fronte ad un autentico salto di qualità che ha colto tutti di sorpresa, soprattutto quei governi arabi moderati che nel passato hanno civettato in vario modo con l’estremismo islamico per mettere sotto scacco altri leader arabi e altri stati, dall’Iraq alla Siria. Adesso i Paesi del Golfo, ma anche la stessa Turchia, si ritrovano di fronte ad un demone che si sta rivoltando contro di loro. Questo atteggiamento si è purtroppo intrecciato con una catena di errori che hanno segnato negativamente l’operato dell’Occidente nel suo complesso.

Così in Libia, dopo il durissimo intervento armato per liquidare un efferato dittatore come Gheddafi, si è aperta una stagione di completo dissolvimento di ogni statualità.
Al Cairo, le improvvide aperture di credito ai fratelli musulmani hanno messo in serio pericolo anche i difficili equilibri del conflitto israelo-palestinese, prima che Al-Sisi riuscisse a rinsaldare il patto tra forze armate e popolazione.
In Iraq, nel corso del secondo intervento militare, il brusco trapasso da una trentennale egemonia sunnita ad un governo prevalentemente sciita ha provocato la radicalizzazione di una parte dei sunniti i quali sono stati tra i soci fondatori dell’IS.
In Siria, dopo aver abbandonato a se stessa l’opposizione moderata, si è pericolosamente oscillato tra l’abbattimento del regime ed il contrasto dei più temibili estremisti, che sono venuti a costituire l’altro polo dell’IS. La saldatura fra l’IS iracheno e quello siriano ha sviluppato una massa critica sul terreno militare che nel contempo dà sfogo alla sua intrinseca natura terroristica uccidendo e opprimendo altri musulmani, i cristiani, gli yazidi, insomma liquidando lo storico patrimonio multi-confessionale della regione.
Ora, quello che sta accadendo nella città di Kobane evidenzia che lo schema di contrasto nei confronti dell’IS, fondato su una divisione dei compiti e dei ruoli fra l’aviazione USA e di alcuni altri Stati e la resistenza di terra affidata ai soli Peshmerga, non funziona e rischia di produrre altre tragedie. In sostanza, ci troviamo di fronte alla contraddizione fra un giusto e sensato progetto politico, che è quello di costruire una grande coalizione fra stati arabi moderati e stati occidentali, e la sua traduzione strategico-militare, che è invece assai debole. Allora non è possibile che il mondo assista in modo sostanzialmente passivo alla tragedia che sta avvenendo. La comunità internazionale deve prendersi le sue responsabilità e quindi porre in essere un risoluto e risolutivo intervento politico-militare di contrasto all’IS, realizzato dalle forze dell’ONU che non lascino soli i Peshmerga, i quali in ogni caso stanno pagando un significativo tributo di sangue. Siamo ad uno snodo cruciale della sicurezza globale, che prescinde dalle vecchie e nuove contrapposizioni tra Est ed Ovest oppure tra Nord e Sud, e dovrebbe perciò indurre ad una mobilitazione generale, cui l’Unione europea, in particolare, potrebbe dare impulso. Se non si riuscirà a fare questo, si potrà verificare una pericolosissima contraddizione fra teoria e pratica dagli esiti imprevedibili.

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postato il 4 ottobre 2014 da Redazione | in "Esteri, Europa"

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