postato il 6 settembre 2017 | in "Spunti di riflessione"

Il match con Di Battista? Anche io ero un rottamatore, ma studiavo ed ero più umile

«A 30-40 anni hai un’incredibile voglia di arrivare. Lo capisco. Ciò che non perdono è la cialtroneria di alcuni». «L’attacco sul caso Regeni moralmente degradante»

Pier Ferdinando Casini

L’intervista di Massimo Rebotti pubblicata sul Corriere della Sera

Al cinquestelle Di Battista che lo aveva attaccato, Pier Ferdinando Casini ha risposto a muso duro: «Un intervento cialtronesco» «qui non facciamo show» «lei non mi intimidisce». Al di là del merito, quello che è andato in scena lunedì nella commissione Esteri convocata sul caso Regeni, è stato anche uno scontro simbolico tra un politico «giovane» e uno «di lungo corso». «Ho simpatia per questi ragazzi, alcuni sono anche bravi — dice il presidente della commissione Casini — ma devono avere più umiltà. E studiare».

Lunedì si è proprio arrabbiato.
«Dopo 35 anni di onorata e illibata vita parlamentare lezioni da Beppe Grillo, o da qualcun altro che fa il maleducato, non ne prendo».

 Di solito ha modi più pacati.

«Ho reagito così perché si parlava del caso Regeni. Io sono un padre, non accetto che qualcuno mi accusi di cinismo su una vicenda come quella, lo riterrei moralmente degradante. Se fosse stato un altro argomento, figurarsi, un attacco dei 5 Stelle mi sarebbe scivolato addosso. Ma le prediche sul caso Regeni, no».

Perché ha parlato di cialtroneria?
«Quello che questi ragazzi devono capire è che siamo stati tutti rottamatori in una fase della vita. Anche io da giovane. Però eravamo più educati. E, soprattutto, studiavamo. Mi ricordo, Mattarella era capogruppo della Dc e io nel direttivo: quando arrivava Andreotti, lo ascoltavamo, ci facevamo spiegare. Non avevamo la presunzione di chi pensa di sapere tutto e invece non sa niente».

Oltre a Di Battista, ha in mente altri?
«Ma no, non ho problemi con nessuno, non do pagelle. Ci sono giovani parlamentari preparati e altri pagliacceschi. La questione è più generale: è l’effetto che fa l’altitudine a chi non è abituato».

Cioè?
«Nella mia vita politica ho passato stagioni belle e meno belle, giorni pieni di telefonate e giorni senza una telefonata. Ho capito insomma che si può vincere e perdere».

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postato il 30 agosto 2017 da redazione | in "Spunti di riflessione"

Il Ppe italiano è un progetto che non esiste. Il centro stia con Renzi anche alle politiche

L’intervista di Marco Ventura pubblicata su Il Messaggero

«È tempo di scelte. Il mondo centrista non può continuare ogni giorno a sfogliare la margherita chiedendosi se stare col centrosinistra oppure col centrodestra. Il caso Sicilia dimostra che il progetto di ricostituire il Partito popolare europeo in Italia è già fallito, Berlusconi non rinuncerà ad allearsi con la Lega. I centristi devono prenderne atto e fare un accordo politico con Matteo Renzi segretario del Pd».
Rompe gli indugi Pier Ferdinando Casini, presidente della commissione Esteri del Senato e ispiratore con Gianpiero D’Alia e Gian Luca Galletti dei Centristi per l’Europa.
Presidente Casini, il quadro che si è venuto a creare nella campagna per la presidenza della Regione Sicilia, con la scelta di Forza Italia di appoggiare l’ex An Nello Musumeci gradito alla Lega, è un segnale che la dice lunga sulle prossime elezioni politiche?
«La lettura politica è semplice. A destra ha prevalso la linea di Salvini e della Meloni. Tutte le ipotesi che sarebbero state interessanti e innovative di creare una piattaforma del Ppe in Sicilia non si sono realizzate, come non si realizzeranno a livello nazionale. Le chiacchiere stanno a zero: se Berlusconi quando aveva vent’anni di meno e la Lega non era forte come oggi non ha mai rinunciato ad allearsi con loro, perché mai dovrebbe farlo oggi? Sono Salvini e la Meloni che danno le carte..».
Quali conseguenze dovrebbero trarre i centristi?
«Se qualcuno non vuol capire che cosa è successo, comprendo che abbia la convenienza a non capirlo, ma le cose stanno così. Sarebbe bello avere un Ppe italiano, ma non ci sarà perché la componente più importante, Forza Italia, preferisce allearsi con la Lega e Fratelli d’Italia. Tutto il resto è una suggestione, non è realtà. È una sceneggiata, una finzione».
Eppure, Berlusconi per sua natura è un moderato e al dunque ha fatto scelte moderate, come a Roma.
«Il fatto è che Berlusconi ha sempre ritenuto di bastare lui come punto di aggregazione dei moderati e che non vi fosse bisogno di altro. E ha continuato in questa direzione. Con tutta la simpatia personale possibile che ho per Berlusconi, senz’altro un grande in un mondo di lillipuziani, ha vinto le elezioni amministrative a sua insaputa, rischia di vincere le politiche a sua insaputa, perché dovrebbe cambiare schema?».
I centristi vorranno davvero andare tutti a sinistra?
«Oggi la sfida non è più tra destra e sinistra in nessun paese d’Europa, ma tra scelte demagogiche e populiste e scelte di governo pragmatiche. Ci sarà pure una ragione se la Merkel governa con i socialisti e Macron ha rotto tutti i ponti e ha creato un’alternativa alla demagogia di Marine Le Pen. E ci sarà pure una ragione se questo governo Gentiloni produce un ministro dell’Interno che è stato il primo dopo tanti bla-bla a tentare di arginare i flussi migratori con una politica accorta nei confronti della Libia. Minniti è di destra o di sinistra?».
Lui stesso non rinnega di essere comunista, no?
«Minniti sarà pure comunista ma ha fatto cose che i reazionari della destra non sono riusciti a realizzare. Questo è il governo della razionalità. Certo, è un peccato. Il Ppe italiano sarebbe stato un bel progetto… In Europa il fronte si è spostato, non è più destra-sinistra. In Sicilia, al di là del risultato che non so quale sarà, un candidato civico come il rettore dell’Università di Palermo, Micari, candidato civico peraltro vicino al Sindaco Orlando, è la scelta di un rapporto tra moderati e progressisti che è quella del governo Renzi, poi del governo Gentiloni, ed è quella del sì al referendum».
La sinistra del Pd, i bersaniani, i dalemiani, il resto della sinistra non vogliono un centrista come Alfano. E allora?
«Fatico a accettare le prediche di chi vuol fare agli altri l’esame del sangue e poi vota contro il referendum, come una parte di Mdp e la sinistra extra-Pd. Noi quella scelta l’abbiamo sostenuta. E a quanti di noi sostengono il governo ma sembrano avere le convulsioni di stomaco un giorno sì e uno no, direi di fare chiarezza, l’ambiguità non serve a nessuno e danneggia gravemente il nostro disegno politico. Del resto, nemmeno i bambini dell’asilo pensano che Mdp non stia nella coalizione perché dentro c’è Alfano. Casarini, che avevo perso di vista negli ultimi anni, non ci sta perché non vuole Renzi, altro che Alfano…».
Il candidato premier chi sarà?
«Nel momento in cui si realizza un’alleanza tra moderati e progressisti, il partito più importante esprimerà il presidente del Consiglio, che peraltro dovrà essere scelto dal capo dello Stato, particolare non irrilevante. Credo che sia giusto fare l’accordo politico con Renzi in qualità di interlocutore obbligato, segretario del Pd che ha governato bene, ha fatto sbagli nella campagna per il referendum ma li ha pagati in prima persona dimettendosi, ed è stato confermato nelle primarie. Io non mi associo al coro dell’anti-renzismo diffuso, animato da propositi politicamente ambigui. Il mondo centrista prenda atto che il progetto del Ppe italiano non esiste. E segua per le politiche l’esempio della Sicilia».

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postato il 26 agosto 2017 da redazione | in "Spunti di riflessione"

Basta soldi sporchi alle moschee. Serve trasparenza sui fondi esteri

L’intervista di Pier Francesco De Robertis pubblicata su QN 

«Il problema è complesso, ma allo stesso tempo terribilmente reale. E quindi occorre prendere di petto la questione. Perché una cosa è certa: così non si può andare avanti».

Che cosa non le torna, presidente Casini, quando si parla di finanziamenti stranieri alle moschee e ai centri di preghiera islamici in Italia?
«Adesso non c’è la benché minima trasparenza sui sovvenzionamenti stranieri ai luoghi di culto musulmani. Arrivano soldi un po’ da tutte le parti, per i motivi più disparati, senza che nessuno riesca a verificarne fonte, scopi ed entità. C’è una zona buia troppo vasta e si sa che nella zone buie succede di tutto».

Quale soluzione propone?
«I soldi devono essere tutti assolutamente certificati, ovviamente non devono provenire da nazioni o organizzazioni che finanziano o sono sospettati di finanziare cellule terroristiche o simpatizzanti del terrorismo, e la nostra autorità di pubblica sicurezza deve essere in grado di controllare quei denari. Penso a un meccanismo per il quale i finanziamenti giungano a un fondo per il culto presso il ministero dell’Interno che si deve preoccupare di smistarli e assegnarli a seconda del desiderio del donatore. In questo modo si potrebbe anche chiedere l’assoluta trasparenza dei bilanci delle moschee stesse».

Alcuni Stati come l’Austria, hanno vietato le sovvenzioni straniere alle moschee. È un modello replicabile?
«La realtà austriaca è molto diversa dalla nostra e quindi diciamo che un bando assoluto all’ingresso di contributi stranieri per i luoghi di culto non è praticabile, se non altro per un problema di reciprocità. Pensiamo per esempio all’attività della Conferenza episcopale italiana che meritoriamente sostiene l’edificazione di scuole, ospedali e centri di preghiera in molti Paesi…».

Accanto ai dubbi capitali per i luoghi di culto, ci sono anche i miliardi di petroldollari in chiaro, con i quali gli emiri stanno comprando pezzi della nostra economia. Trova normale tutto questo?
«Se si parla di patrimoni legittimi, che arrivano da nazioni senza legami con il terrorismo, non ci vedo niente di male. Spesso siamo noi italiani che sollecitiamo questi investimenti, penso ad Alitalia. E siamo noi a lamentarci se poi questi soldi invece che in Italia finiscono in Francia o Gran Bretagna…»

Torniamo alle moschee. Se un sindaco dichiara di volerne una, perde le elezioni.
«Occorre essere realisti. Se chiediamo la fine della zona grigia dobbiamo essere disposti a concedere spazi di preghiera pubblici e trasparenti. Sarò quindi impopolare, ma dico sì alle moschee. Meglio uno spazio unico, allargato, che tanti piccoli luoghi di preghiera nascosti fuori dal controllo degli imam e di quella parte dell’Islam che vuol collaborare con noi».

E i controlli sugli imam?
«Sono fondamentali anche quelli, e purtroppo oggi latitano. Gli imam devono obbligatoriamente predicare in italiano, essere iscritti a un albo certificato che la nostra autorità di pubblica sicurezza deve poter verificare».

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