postato il 21 settembre 2017 | in "Esteri"

Il percorso da condividere della politica estera italiana

Ci sono diversi fattori che rendono un Paese affidabile agli occhi della comunità internazionale. Tra questi c’è la continuità nelle sue scelte di fondo

La mia lettera al Direttore del Corriere della Sera, Luciano Fontana

Caro Direttore,

Angelo Panebianco ha avuto il merito, su queste colonne (Corriere, 14 settembre), di ricordare l’importanza della politica estera nelle scelte dei partiti e nei loro programmi.
Il quadro internazionale, del resto, è straordinariamente complesso. L’emergenza più recente, quella coreana, ha fatto riemergere la prospettiva di un conflitto nucleare. Poi c’è Daesh e la minaccia del terrorismo di matrice islamica, che ormai sono parte integrante della nostra vita quotidiana. C’è il dramma dei migranti, che tocca pesantemente l’Italia, ma che in realtà è una delle grandi questioni planetarie. C’è un uso distorto e perverso delle religioni per spingere ad uno scontro di civiltà. C’è un arco di instabilità e di conflitti che corre per tutta la sponda sud del Mediterraneo, per arrivare fino in Medio oriente.
Proprio la situazione di quest’area è un esempio lampante della crisi del sistema delle relazioni internazionali. Il disimpegno degli Usa, avviato da Obama, ha lasciato un vuoto pericoloso. Che in molti, ora, vogliono riempire: dalla Russia, alle potenze regionali, perennemente in lotta tra di loro.
Uno scenario così frammentato richiede nuovi strumenti di intervento e capacità di lavorare per un “ordine mondiale”, come scrive Kissinger, più aderente alla realtà. Questo non significa, però, mettere in discussione tutto quello che si è fatto finora. Al contrario, proprio perché siamo in una fase così complessa, i pilastri della nostra politica estera devono rimanere ben saldi.
Il primo è la scelta europeista. L’Ue, oggi, ha tante difficoltà ed incertezze, molte delle quali, in verità, dovute più a certe capitali nazionali che a Bruxelles. Ma non dobbiamo dimenticare quello che ci ha garantito fino ad oggi (a cominciare da pace e stabilità), né possiamo illuderci che, per il futuro, ci siano alternative credibili. Il mondo moderno è un mare in tempesta. E gli Stati nazionali, da soli, sono barchette in balia delle onde che rischiano, Germania compresa, di affondare. In più dalla Brexit, che è un male, potrebbe anche venir fuori qualcosa di buono, cioè la formazione di un nucleo duro di Paesi che, come diceva Delors, spinga finalmente sull’acceleratore dell’integrazione, a cominciare da sicurezza e politica estera.
Il secondo pilastro è la scelta atlantica. Le singole amministrazioni possono piacere di più o di meno, o anche per niente. I governi però passano, mentre i popoli restano. E noi, con gli americani, abbiamo un rapporto solido e di lunga data, un’alleanza strategica fondata su una visione condivisa del mondo che dobbiamo preservare ad agni costo.
Il terzo pilastro è il multilateralismo. Anche qui, non si tratta di nascondere la realtà, in primis la debolezza del sistema dell’Onu. Si tratta di convenire che, nelle relazioni internazionali, non esistono alternative alla mediazione e al dialogo, per costruire un ordinamento, come dice la nostra Costituzione, “che assicuri pace e giustizia fra le Nazioni”.
Questi pilastri è bene che restino solidi, condivisi da tutte le forze politiche, o, almeno, dalla loro gran parte. E bisogna dire che, negli ultimi anni, i partiti italiani hanno fornito alcuni esempi virtuosi di coerenza bipartisan nella politica internazionale, a partire dal sostegno alle missioni militari di pace in cui quasi sempre si è ottenuto un consenso più ampio del perimetro governativo. Ma vorrei aggiungere due casi per tutti: Turchia e Iran. I governi italiani, ci fosse Berlusconi o Prodi, hanno sempre tenuto aperta la porta dell’Europa alla Turchia. E se nel 2003 Schröder e Chirac ci avessero dato retta, oggi avremmo probabilmente un Medio Oriente un po’ meno tormentato. Lo stesso vale per l’accordo sul nucleare con l’Iran. Anche qui il nostro Paese ha saputo mantenere, negli anni, una posizione coerente a favore del dialogo e dell’apertura. Personalmente non sono affatto persuaso che la svolta di Trump, annunciata martedì a New York, sia foriera di grandi successi per l’Occidente.
Ci sono diversi fattori che rendono un Paese affidabile agli occhi della comunità internazionale. Tra questi c’è la continuità nelle sue scelte di fondo in politica estera. Per essere forti nel mondo bisogna che la maggioranza e le forze più responsabili dell’opposizione si facciano carico di progettare insieme un percorso condiviso nell’interesse della comunità nazionale.

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postato il 6 settembre 2017 da redazione | in "Spunti di riflessione"

Il match con Di Battista? Anche io ero un rottamatore, ma studiavo ed ero più umile

«A 30-40 anni hai un’incredibile voglia di arrivare. Lo capisco. Ciò che non perdono è la cialtroneria di alcuni». «L’attacco sul caso Regeni moralmente degradante»

Pier Ferdinando Casini

L’intervista di Massimo Rebotti pubblicata sul Corriere della Sera

Al cinquestelle Di Battista che lo aveva attaccato, Pier Ferdinando Casini ha risposto a muso duro: «Un intervento cialtronesco» «qui non facciamo show» «lei non mi intimidisce». Al di là del merito, quello che è andato in scena lunedì nella commissione Esteri convocata sul caso Regeni, è stato anche uno scontro simbolico tra un politico «giovane» e uno «di lungo corso». «Ho simpatia per questi ragazzi, alcuni sono anche bravi — dice il presidente della commissione Casini — ma devono avere più umiltà. E studiare».

Lunedì si è proprio arrabbiato.
«Dopo 35 anni di onorata e illibata vita parlamentare lezioni da Beppe Grillo, o da qualcun altro che fa il maleducato, non ne prendo».

 Di solito ha modi più pacati.

«Ho reagito così perché si parlava del caso Regeni. Io sono un padre, non accetto che qualcuno mi accusi di cinismo su una vicenda come quella, lo riterrei moralmente degradante. Se fosse stato un altro argomento, figurarsi, un attacco dei 5 Stelle mi sarebbe scivolato addosso. Ma le prediche sul caso Regeni, no».

Perché ha parlato di cialtroneria?
«Quello che questi ragazzi devono capire è che siamo stati tutti rottamatori in una fase della vita. Anche io da giovane. Però eravamo più educati. E, soprattutto, studiavamo. Mi ricordo, Mattarella era capogruppo della Dc e io nel direttivo: quando arrivava Andreotti, lo ascoltavamo, ci facevamo spiegare. Non avevamo la presunzione di chi pensa di sapere tutto e invece non sa niente».

Oltre a Di Battista, ha in mente altri?
«Ma no, non ho problemi con nessuno, non do pagelle. Ci sono giovani parlamentari preparati e altri pagliacceschi. La questione è più generale: è l’effetto che fa l’altitudine a chi non è abituato».

Cioè?
«Nella mia vita politica ho passato stagioni belle e meno belle, giorni pieni di telefonate e giorni senza una telefonata. Ho capito insomma che si può vincere e perdere».

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postato il 30 agosto 2017 da redazione | in "Spunti di riflessione"

Il Ppe italiano è un progetto che non esiste. Il centro stia con Renzi anche alle politiche

L’intervista di Marco Ventura pubblicata su Il Messaggero

«È tempo di scelte. Il mondo centrista non può continuare ogni giorno a sfogliare la margherita chiedendosi se stare col centrosinistra oppure col centrodestra. Il caso Sicilia dimostra che il progetto di ricostituire il Partito popolare europeo in Italia è già fallito, Berlusconi non rinuncerà ad allearsi con la Lega. I centristi devono prenderne atto e fare un accordo politico con Matteo Renzi segretario del Pd».
Rompe gli indugi Pier Ferdinando Casini, presidente della commissione Esteri del Senato e ispiratore con Gianpiero D’Alia e Gian Luca Galletti dei Centristi per l’Europa.
Presidente Casini, il quadro che si è venuto a creare nella campagna per la presidenza della Regione Sicilia, con la scelta di Forza Italia di appoggiare l’ex An Nello Musumeci gradito alla Lega, è un segnale che la dice lunga sulle prossime elezioni politiche?
«La lettura politica è semplice. A destra ha prevalso la linea di Salvini e della Meloni. Tutte le ipotesi che sarebbero state interessanti e innovative di creare una piattaforma del Ppe in Sicilia non si sono realizzate, come non si realizzeranno a livello nazionale. Le chiacchiere stanno a zero: se Berlusconi quando aveva vent’anni di meno e la Lega non era forte come oggi non ha mai rinunciato ad allearsi con loro, perché mai dovrebbe farlo oggi? Sono Salvini e la Meloni che danno le carte..».
Quali conseguenze dovrebbero trarre i centristi?
«Se qualcuno non vuol capire che cosa è successo, comprendo che abbia la convenienza a non capirlo, ma le cose stanno così. Sarebbe bello avere un Ppe italiano, ma non ci sarà perché la componente più importante, Forza Italia, preferisce allearsi con la Lega e Fratelli d’Italia. Tutto il resto è una suggestione, non è realtà. È una sceneggiata, una finzione».
Eppure, Berlusconi per sua natura è un moderato e al dunque ha fatto scelte moderate, come a Roma.
«Il fatto è che Berlusconi ha sempre ritenuto di bastare lui come punto di aggregazione dei moderati e che non vi fosse bisogno di altro. E ha continuato in questa direzione. Con tutta la simpatia personale possibile che ho per Berlusconi, senz’altro un grande in un mondo di lillipuziani, ha vinto le elezioni amministrative a sua insaputa, rischia di vincere le politiche a sua insaputa, perché dovrebbe cambiare schema?».
I centristi vorranno davvero andare tutti a sinistra?
«Oggi la sfida non è più tra destra e sinistra in nessun paese d’Europa, ma tra scelte demagogiche e populiste e scelte di governo pragmatiche. Ci sarà pure una ragione se la Merkel governa con i socialisti e Macron ha rotto tutti i ponti e ha creato un’alternativa alla demagogia di Marine Le Pen. E ci sarà pure una ragione se questo governo Gentiloni produce un ministro dell’Interno che è stato il primo dopo tanti bla-bla a tentare di arginare i flussi migratori con una politica accorta nei confronti della Libia. Minniti è di destra o di sinistra?».
Lui stesso non rinnega di essere comunista, no?
«Minniti sarà pure comunista ma ha fatto cose che i reazionari della destra non sono riusciti a realizzare. Questo è il governo della razionalità. Certo, è un peccato. Il Ppe italiano sarebbe stato un bel progetto… In Europa il fronte si è spostato, non è più destra-sinistra. In Sicilia, al di là del risultato che non so quale sarà, un candidato civico come il rettore dell’Università di Palermo, Micari, candidato civico peraltro vicino al Sindaco Orlando, è la scelta di un rapporto tra moderati e progressisti che è quella del governo Renzi, poi del governo Gentiloni, ed è quella del sì al referendum».
La sinistra del Pd, i bersaniani, i dalemiani, il resto della sinistra non vogliono un centrista come Alfano. E allora?
«Fatico a accettare le prediche di chi vuol fare agli altri l’esame del sangue e poi vota contro il referendum, come una parte di Mdp e la sinistra extra-Pd. Noi quella scelta l’abbiamo sostenuta. E a quanti di noi sostengono il governo ma sembrano avere le convulsioni di stomaco un giorno sì e uno no, direi di fare chiarezza, l’ambiguità non serve a nessuno e danneggia gravemente il nostro disegno politico. Del resto, nemmeno i bambini dell’asilo pensano che Mdp non stia nella coalizione perché dentro c’è Alfano. Casarini, che avevo perso di vista negli ultimi anni, non ci sta perché non vuole Renzi, altro che Alfano…».
Il candidato premier chi sarà?
«Nel momento in cui si realizza un’alleanza tra moderati e progressisti, il partito più importante esprimerà il presidente del Consiglio, che peraltro dovrà essere scelto dal capo dello Stato, particolare non irrilevante. Credo che sia giusto fare l’accordo politico con Renzi in qualità di interlocutore obbligato, segretario del Pd che ha governato bene, ha fatto sbagli nella campagna per il referendum ma li ha pagati in prima persona dimettendosi, ed è stato confermato nelle primarie. Io non mi associo al coro dell’anti-renzismo diffuso, animato da propositi politicamente ambigui. Il mondo centrista prenda atto che il progetto del Ppe italiano non esiste. E segua per le politiche l’esempio della Sicilia».

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