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Banche: i manager non hanno pagato

postato il 26 Novembre 2017

Ora stop ai mega stipendi
L’intervista di Alessia Gozzi pubblicata su Quotidiano nazionale

UN GIOCO sporco nel quale troppi manager infedeli sono riusciti a farla franca occultando i propri patrimoni grazie alla complicità della politica e alle falle nei controlli.
È il quadro che sta emergendo dalla Commissione bicamerale d’inchiesta sulle banche presieduta da Pier Ferdinando Casini. Due mesi di tempo e migliaia di documenti, con una missione impossibile: non cedere alle strumentalizzazioni politiche. È davvero dura abbassare i toni con i venti elettorali che soffiano…
«Una commissione d’inchiesta, avendo i poteri ma anche i doveri dell’autorità giudiziaria, dovrebbe eliminare qualsiasi strumentalizzazione politica. Purtroppo, a fine della legislatura, è una missione impossibile. Detto questo, abbiamo fatto un lavoro che nessuno poteva immaginare per intensità e costruttività».
L’ultima audizione, quella del dg del Tesoro, non ha soddisfatto nessuno. E lei?
«Nella mia veste di presidente devo essere equilibrato e vedere il bicchiere mezzo pieno ma, francamente, non è stata una performance brillante, su diverse domande è sembrato molto evasivo e sulla difensiva. Capisco il malumore tra i colleghi. Ma il vero confronto si avrà col ministro Padoan».
Tra le richieste ‘scottanti’ ci sono quelle di sentire Draghi e l’ex numero uno di Unicredit Ghizzoni. Che cosa ne pensa?
«La proposta di audire Draghi l’ha formulata solo il gruppo dei 5 Stelle. Una commissione d’inchiesta seria acquisisce il materiale relativo ai tempi in cui era governatore, ma evita di tirare in ballo il presidente della Bce, un signore che ha salvato l’euro e l’Europa. La cultura istituzionale è anche questa. Quanto a Ghizzoni, deciderà l’ufficio di presidenza dopo che avremo completato il tema Etruria. Francamente, se non fosse per le polemiche politiche sollevate, il tema sarebbe irrilevante».
In un primo bilancio del lavoro fatto finora, con lo scaricabarile che abbiamo visto tra Consob e Bankitalia, emerge che le cose così non funzionano…
«Che la Vigilanza abbia avuto delle falle e debba essere migliorata lo hanno ammesso gli stessi esponenti di Bankitalia e Consob, dai quali abbiamo avuto una collaborazione istituzionale notevole. Per questo, nel documento finale, non dobbiamo mettere solo critiche ma anche proposte concrete per prevenire altre crisi. Molte volte Bankitalia ha fatto esposti alle procure ma non tutte sono attrezzate per indagare reati così sofisticati: ci sarà bisogno di sezioni specializzate o di una procura nazionale contro i reati finanziari. Spesso, poi, il malaffare è stato possibile con la complicità della politica locale e di istituzioni finanziarie internazionali che si sono prestate al gioco sporco».
I manager sono bravi a nascondere i propri patrimoni…
«Finora abbiamo constatato che una quantità eccessiva di manager infedeli ha manipolato il mercato, alterando i dati reali delle aziende e vendendo prodotti tossici a risparmiatori deboli. Naturalmente, si sono premurati in tempo di occultare i loro patrimoni per rendere impossibili i doverosi risarcimenti ai truffati. Per non parlare di sproporzionati guadagni dei manager: non è possibile che in banche con pessime performance si prendano milioni per qualche mese. Anche questa è una riflessione seria che andrà fatta nelle conclusioni».
In questi giorni sono nate polemiche per la fuga di notizie sulle liste dei debitori, come risponde?
«Ho elementi concreti per ritenere che gli atti non siano usciti dalla commissione. Comunque, anche a nostra tutela, ho fatto un esposto alla procura di Roma. Ma mi meraviglio dell’ignoranza con cui si fa finta di non capire che la pubblicizzazione di questi atti non dipende da noi, che osserviamo uno specifico regolamento: la secretazione delle carte è decisa dalle fonti. Se poi qualcuno vuole fare la corrida…».
Molto materiale e poco tempo: pensate di riuscire a chiudere entro la legislatura?
«La quantità di carte che abbiamo ricevuto era preventivabile. Noi faremo il nostro dovere fino allo scioglimento del Parlamento e, poi, avremo comunque tempo per l’approvazione dei documenti finali».

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Banche: Non siamo un tribunale ma sta emergendo una rete di anomalie e complicità

postato il 29 Ottobre 2017

L’intervista di Carmelo Lopapa pubblicata su La Repubblica

“Una rete di complicità fatta di offerte di impiego e consulenze. Dirigenti controllori di Bankitalia passati in corsa ai vertici delle banche controllate. Quel che sta già emergendo non è un bello spettacolo. Detto questo, la commissione d’inchiesta che presiedo non guarderà in faccia nessuno, deve essere chiaro, non rispetterà santuari. Ma i processi e le attribuzioni delle responsabilità penali, in uno stato di diritto, si fanno nei tribunali e non nelle aule parlamentari”. Parla Pier Ferdinando Casini, da un mese alla guida della Bicamerale sulle banche che, assicura, arriverà alle conclusioni prima della chiusura della legislatura. Dalle prime risultanze, “un insieme di luci e ombre”, è già chiaro che le sorprese non mancheranno.

Siete finiti nell’occhio del ciclone per un’attività di inchiesta che rischia di condizionare la campagna elettorale. Come pensate di uscirne, presidente Casini?
“Tutti sapevano che la commissione avrebbe lavorato con un orizzonte temporale limitato e a ridosso della campagna elettorale. Quando è stata istituita avevo denunciato i rischi, ora sarò garante affinché la commissione non sia terreno di scontro politico”.
Ma lo è già. Il Pd renziano da una parte e le opposizioni dall’altra si preparano a utilizzare il vostro materiale come munizioni in campagna elettorale.
“La propaganda si fa sulle piazze. In commissione si approfondiscono fatti e finora mi sembra che tutti i gruppi abbiano dimostrato senso di responsabilità e scrupolo istituzionale”.
Renzi chiamando in causa la vigilanza di Bankitalia in questi anni ha già scritto le sue conclusioni.
“Al di là delle chiacchiere, mi sembra che i colleghi del Pd stiano lavorando senza riserve mentali o zone d’ombra da salvaguardare, non mi sembra siano animati da livore particolare. Il tema Banca d’Italia e tutte le procedure di nomina connesse, poi, non sono un tema che riguarda la commissione”.
La vigilanza di Bankitalia sulle popolari venete e su Etruria però sì.
“Dobbiamo capire se la vigilanza ha funzionato bene, se ci sono state omissioni o ritardi, se il risparmio è stato tutelato con interventi idonei. Di materiale, a cominciare dalle venete, ne sta emergendo parecchio”.
Ecco, cosa sta emergendo?
“Un giudizio finale lo potrà dare solo la commissione nel suo complesso, certamente dei comportamenti scorretti sono stati evidenziati. Ad esempio, il tentativo costantemente posto in essere dai vigilati di catturare i vigilanti “.
Catturare? Che vuol dire?
“Mi riferisco al tentativo di coinvolgerli in una rete di complicità che portava a offerte di impiego o consulenze. Non è certamente un bel vedere il fatto che dirigenti della Banca d’Italia siano passati in corsa ai vertici delle banche oggetto delle indagini. Penso che se questo fosse capitato a un politico certamente ci sarebbe stato un coro di opportuni biasimi. Allo stesso tempo, molte delle indagini giudiziarie sono scaturite proprio dalle ispezioni della Banca d’Italia. È un insieme di luci e di ombre, insomma. Bisognerà capire se abbiano prevalso le une o le altre”.
Pensate di farcela nel poco tempo che vi è dato?
“Per fare un lavoro completo avremmo avuto bisogno dell’anno previsto dalla legge istitutiva. Ma arriveremo comunque alle conclusioni. Di prassi, si può lavorare al documento conclusivo anche nelle settimane che seguono lo scioglimento delle Camere”.
Corretta secondo lei la gestione della conferma di Visco a Bankitalia?
“Dare un giudizio sulla conferma del governatore prefigurerebbe già un esito chiaro su quel che accerteremo. Tutto sommato mi sembra che anche in altri paesi, penso agli Usa, le nomine ai vertici delle autorità di vigilanza provochino intensi dibattiti politici. Da noi ancora peggio perché manca sempre più la terzietà di tante istituzioni”.
Dal lavoro fatto finora, si è fatto un’idea sui risparmiatori coinvolti? Sono tutti vittime o in alcuni casi si tratta di piccoli speculatori più sfortunati?
“C’è l’uno e l’altro, riceviamo dossier di tanti risparmiatori. Ci ha scritto l’invalido che racconta di aver perduto tutte le risorse messe da parte dai genitori a sua tutela e investite in queste banche, come pure ci saranno stati degli speculatori”.
Lei aveva detto che non riteneva opportuna la commissione che ora presiede. Ha cambiato idea?
“No, non ho cambiato idea. Ho sempre denunciato la patologia che porta il legislatore a moltiplicare le commissioni d’inchiesta: solo in questa legislatura ne sono state proposte duecento. Io non ho fatto nulla per presiederla, ma poiché ritengo che chi ha una lunga esperienza come la mia debba essere al servizio delle istituzioni, diciamo che da quando la presiedo opero per fugare i dubbi che io stesso avevo”.
A proposito della sua esperienza, cosa farà tra pochi mesi? Si ricandiderà? E con chi?
“Dico la verità: non lo so. È una cosa che vivo con distacco. Di certo, al di là della candidatura, il mio servizio alle istituzioni e alla politica continuerà. Guai, in questo momento in cui assistiamo a ondate di populismo crescente, se qualcuno per comodità personale disertasse. E poi vedo Veltroni o Fassino o D’Alema far politica come quando erano in Parlamento. Non mi sembra siano tornati a vita privata, ecco. Mi porrò il problema al momento opportuno”.

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«Sulle banche non faremo processi. Verrà anche Visco, ci siamo sentiti»

postato il 14 Ottobre 2017

L’intervista di Enrico Marro a Pier Ferdinando Casini, presidente della commissione parlamentare d’inchiesta sul sistema bancario e finanziario, pubblicata sul Corriere della Sera

Presidente Casini, finalmente martedì si parte con le prime audizioni.
«Guardi — risponde il presidente della commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche, Pier Ferdinando Casini — che non ci sono altre commissioni d’inchiesta che abbiano prodotto tanti atti quanto la nostra in quindici giorni».

Sì, ma voi avete anche poco tempo davanti e se non vi sbrigate rischiate di fare un buco nell’acqua.
«Non dipende da noi se la legislatura è alla fine. Ma se lavoreremo tutti seriamente e con lo spirito giusto non sarà una commissione inutile».

E qual è lo spirito giusto?
«Quello che porta a fare seriamente il proprio dovere, avendo soprattutto presente che c’è una sede per la campagna elettorale che è la piazza e c’è una sede per l’inchiesta parlamentare che è San Macuto. Sovrapporre i due piani sarebbe pernicioso per il Parlamento, per i risparmiatori e per l’Italia. Qui non dobbiamo fare processi, che fanno i magistrati, e qualsiasi interferenza nostra sarebbe inopportuna e impropria». [Continua a leggere]

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Banche: Commissione per verità ai risparmiatori, non palcoscenico campagna elettorale

postato il 28 Settembre 2017

Eletto alla Presidenza della Commissione parlamentare di inchiesta sul sistema bancario e finanziario

Mai, nella mia vita parlamentare, mi sono trovato a non ricercare un incarico come quello che oggi avete deciso di conferirmi. Ma credo che prima delle inclinazioni personali, vengano i doveri istituzionali.

Non vi nascondo che sono preoccupato per il compito che abbiamo davanti, con tempi limitati e con una campagna elettorale per alcuni versi già cominciata.
È necessario dare una prima risposta di verità ai risparmiatori italiani che sono stati coinvolti, verificando l’eventuale esistenza di manipolazioni o truffe: lo dovremo fare in tempi limitati e indagando su un periodo di tempo che andrà prioritariamente definito dalla Commissione stessa.
Fermo restando l’autonomia delle indagini giudiziarie che sono in corso e in uno spirito di leale collaborazione tra i poteri dello Stato, guiderò la Commissione senza timidezze nell’individuare responsabilità personali o istituzionali che dovessero emergere.
Allo stesso modo, se qualcuno ritiene che questa sede debba diventare l’ideale palcoscenico di una lunga campagna elettorale in corso in Italia, non pensi di trovare nel presidente alcuna complicità: una Commissione come questa o lavora con serietà o diventerà un altro elemento di discredito della politica.
Abbiamo poco tempo, e non possiamo perderne. A cominciare dal primo adempimento che è quello del regolamento, che sarà la nostra bussola.
Evidentemente questa Commissione dovrà lavorare anche il lunedì e il venerdì, giorni inconsueti per l’attività parlamentare. Ma o si lavora così, o nei prossimi mesi si potrà fare ben poco.

 

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Banche: Commissione d’inchiesta impasto di demagogia e pressapochismo

postato il 5 Aprile 2017

Da sempre denuncio la patologia di un Parlamento che ad ogni legislatura aumenta l’istituzione di Commissioni d’inchiesta, il più delle volte per rispondere a vanità di singoli parlamentari o alla rappresentazione scenografica di problemi che il legislatore ha ben altro modo di affrontare.Solo in questa legislatura ne sono state istituite non meno di 15 e, in entrambi i rami del Parlamento, sono state presentate circa 200 proposte per l’istituzione di altrettante Commissioni monocamerali o bicamerali di inchiesta.

In realtà le Commissioni d’inchiesta vanno maneggiate con grande cura istituzionale, evitando che assumano il ruolo di cassa di risonanza di polemiche tra i partiti. Strumentalizzare problemi di questa serietà, addirittura in presenza di indagini giudiziarie, che devono essere salvaguardate, significa agire da puri irresponsabili e prepararsi ad una estenuante campagna elettorale, questa volta condotta sulle spalle dei risparmi e degli italiani.

Un impasto di demagogia e pressapochismo che, al di là delle migliori intenzioni, non produrrà nulla di buono per le istituzioni.

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Crisi, le banche facciano di più per famiglie e imprese

postato il 14 Marzo 2012

Se vogliamo superare la crisi le banche devono fare uno sforzo supplementare: abbiamo chiesto all’Abi più attenzione per le famiglie e le imprese, perché il credito si sta assottigliando. La norma sulle commissioni bancarie è sbagliata e va rimossa, ma c’è un’emergenza nazionale su cui le banche devono fare di più, anche dando un segnale forte come quello di un tetto nelle erogazioni dei compensi ai banchieri.

Pier Ferdinando

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Banche e crisi, appunti a margine.

postato il 12 Dicembre 2011

“Riceviamo e pubblichiamo” di Mario Pezzati

Le banche, nel sistema economico sono fondamentali: tramite loro, le imprese e le famiglie possono finanziarsi, e soprattutto per le prime è fondamentale avere accesso al credito per potere proseguire la propria attività. Con un paragone semplicistico potremmo dire che le banche sono il sistema venoso che porta ossigeno e nutrimento (i soldi) ai muscoli (le imprese). Se la circolazione sanguigna si blocca, il corpo muore.

Premesso quanto sopra, può capitare che le banche vadano in crisi, come rischia di accadere in Germania. In questi giorni, si è anche affacciata l’ipotesi di una nazionalizzazione della Commerzbank, dato che l’istituto bancario tedesco ha grossi problemi di tenuta e anzi c’è chi parla apertamente di un possibile crack finanziario di questo istituto, cui seguirebbe quello di Deutsche Bank, Deutsche Post, Credit Suisse e Societe Generale.

Questa situazione ha generato una conseguenza importante: con l’esclusione dell’overnight o di scadenze brevissime, il mercato bancario è svanito, più o meno come accadde nel 2009 subito dopo Lehman. Che significa in concreto? Che le banche non si fidano tra loro o comunque preferiscono tenersi in casa il cash necessario per far quadrare a fine giornata i flussi finanziari. Inoltre, finora si poteva bussare (e lo si è fatto in modo massiccio) alla Bce per ottenere liquidità con una sorta di pronti contro termine, ma per scadenze anch’esse brevissime. Di più la Bce sembrava non poter fare, ma ora, come abbiamo detto, la situazione è cambiata e adesso vi è la possibilità per le banche di portare alla Bce “carta” con scadenze più lunghe, ma provvista di garanzia statale. Questo vuol dire che in astratto le banche potrebbero indebitarsi fino al patrimonio di vigilanza (è un’esagerazione, ma dà l’idea) per ottenere liquidità preziosa fino a quando sul mercato non si saranno ristabilite le normali condizioni di funzionamento. Pare che sia un meccanismo che le banche irlandesi stanno già sfruttando. Nel frattempo il fondo EFSF (il fondo salvastati) vedrà la luce nell’estate del 2012 con una capienza di 500 miliardi. Questa decisione è molto importante, perché ad oggi se il fondo Efsf andava sul mercato a chiedere soldi, rischiava un mezzo fiasco e comunque non avrebbe risolto il problema, perché molti gestori avrebbero sottoscritto bond dell’Efsf e per finanziarsi avrebbero venduto Btp e Bonos spagnoli, aumentando le tensioni sul mercato. Adesso, con il commitment, ovvero l’impegno degli Stati Ue a contribuire per 500 miliardi che è all’origine del fondo stesso, il fondo EFSF può ottenere dalla BCE una ulteriore riserva di 1.000 miliardi di euro. A questo punto, il fondo salvastati ha le dimensioni necessarie per mettere paura al mercato ribassista e dare tempo a Italia e Spagna di mettere a punto le loro manovre e riforme fiscali per risanare i conti.

Come si vede, ci siamo ricollegati alla situazione italiana, la quale ha un altro punto importante: l’articolo 6 della manovra voluta da Monti che è quello riguardante la possibilità da parte dello Stato di concedere la propria garanzia alle passività delle banche di durata da tre mesi fino a cinque o addirittura sette anni. E’ una garanzia sottoposta al vaglio preventivo della Banca d’Italia circa l’adeguata patrimonializzazione e solvibilità della banca stessa. E sarà ovviamente una garanzia a pagamento, con fee variabili a seconda della natura della passività. Perché questa garanzia è così importante? Le banche italiane sono patrimonialmente solide (più di molte banceh tedesche e francesi per capirci), ma hanno poca disponibilità liquida da concedere in prestito e al mercato secondario un bond a cinque anni di una banca italiana, sia pure con garanzia dello Stato, oggi interessa assai poco. La garanzia è invece importante se è possibile da parte delle banche emettere un bond a cinque anni, comprare dallo Stato la garanzia, presentarsi dalla Bce e utilizzare quel bond garantito dallo Stato come collateral (garanzia) per ottenere liquidità per un periodo pari a quello del bond stesso. Questa possibilità cambia di colpo lo scenario per tutte le banche e potrebbe permettere loro di superare l’attuale impasse della assoluta mancanza di liquidità interbancaria, soprattutto per le scadenze medio-lunghe. E l’effetto di questa mancanza di liquidità, per l’economia italiana è pericolosissimo: da più di un mese tutte le migliori medie e piccole aziende sono chiamate dalle banche per riavere indietro soldi o per comunicare loro di non voler concedere altre, determinando ulteriori effetti restrittivi per le imprese e l’economia italiana. Invece, i soldi ottenuti dalle banche italiane nel modo sopra detto, devono, per legge, essere destinati a crediti verso le PMI con tassi di interesse più bassi di quelli attuali, dando così ossigeno all’economia italiana.

 

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S&P declassa 7 grandi banche italiane

postato il 21 Settembre 2011

“Riceviamo e pubblichiamo” di Mario Pezzati

Oggi S&P, a seguito del declassamento del rating dell’italia e del conseguente innalzamento del rischio paese, ha declassato 7 grandi banche italiane: Mediobanca, Intesa San paolo, Unicredit, Findomestic, Banca IMI, BNL e Banca di Risparmio di Bologna.

Concretamente non sono in pericolo i soldi depositati dagli Italiani, perché il declassamento di queste banche è causato dai forti interessi in Italia, e nell’immediato chi subirà maggiori conseguenze sono gli azionisti e i risparmiatori che hanno investito in queste società. Prevedibilmente le quotazioni potrebbero calare nei prossimi giorni. Ovviamente questa notizia è grave, perché uno dei punti di forza universalmente riconsociuti all’Italia, è proprio la solidità del sistema bancario, che oggi risulta essere un po’ più debole.

Banche declassate significa maggiori difficoltà per il credito sia da richiedere da parte delle banche, sia da erogare, perché dovranno maggiormente stare attente ai bilanci. Mi sembra doveroso ripeterlo di nuovo: non ci sono pericoli per i risparmi depositati da parte degli italiani, ma nonostante quanto detto, risulta però chiaro, che non si può continuare così.

Ma quale maggioranza se ieri è andata sotto ben 5 volte in Parlamento?

Ormai all’estero non abbiamo più credibilità internazionale, Obama ha ringraziato tutti i paesi per l’impegno in Libia tranne l’Italia, e anzi il presidente Berlusconi non è andato all’assemblea generale dell’ONU perché impegnato con il caso Mills. E’ chiaro a tutti che ormai il Premier ha solo un pensiero: i suoi processi e non pensa più a governare l’Italia, e mantiene la sua carica solo per una questione di orgoglio.

Pochi giorni fa la Marcegaglia ha affermato che l’economia italiana è solida e sicura, al contrario del governo, ma questa situazione potrebbe cambiare a breve se non si fanno le riforme necessarie e se non recuperiamo credibilità all’estero. Oggi i problemi del governo si sono trasferiti alle banche italiane.

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Montecitorio non è un luogo per banchetti

postato il 6 Ottobre 2010

Alemanno e Bossi che mangiano fuori dal Parlamento? Una cosa di pessimo gusto. Piazza Montecitorio non è un luogo per banchetti. Potevano andare in trattoria o a casa del sindaco.

Pier Ferdinando

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Fondazioni bancarie, perché la Lega può controllare le banche

postato il 1 Settembre 2010

dollar$ and ¢ents di fpsurgeonQuando Bossi, pochi mesi fa, disse che dopo le regionali voleva le banche, molti la presero come una boutade, una battuta, abituati a pensare che per controllare le banche bisogna investirci e diventare azionisti. Ebbene, non è così, la Lega può controllare le banche senza spendere un euro e, anzi, vede come una minaccia l’ingresso pesante dei libici nel capitale di Unicredit e di altre istituzioni finanziarie ed industriali italiane (va da se, che se si controllano le banche che erogano il credito si controlla il territorio e le aziende che hanno bisogno di questo credito).

Certo, l’esperienza leghista con le banche non è stata molto positiva in passato, basti ricordare il fallimento della Credieuronord, ma stavolta la Lega sembra muoversi in maniera strategica e soprattutto dimostra di avere perfettamente capito la logica di spartizione delle poltrone, come dimostra l’annuncio fatto da Bossi di avere inserito un suo uomo, Ponzellini (ex braccio destro di Prodi all’IRI e presidente di Impregilo) al vertice della Banca Popolare di Milano.

E questo è solo l’inizio.

A breve scadranno altri consigli di amministrazione di varie banche e la Lega conta di inserire i suoi uomini. Ma come potrà riuscirci senza spendere un euro?

Tramite le fondazioni bancarie, nate negli anni 90, quando si spinsero le banche a diventare Società per Azioni. Allora consistenti pacchetti di controllo furono dati appunto alle Fondazioni, degli enti che complessivamente controllano partecipazioni bancarie per un controvalore di 50 miliardi di euro, oltre al 30% della importantissima Cassa Depositi e Prestiti (quella, per intenderci, che dovrebbe finanziare i progetti di infrastrutture del governo italiano) che a sua volta è un socio forte nelle Poste Italiane (con il 35%), Eni (10%, secondo azionista dopo il Tesoro), Enel (di cui è il primo azionista con il 17,4%) e Terna (30%, primo azionista).

Quindi riassumendo: le fondazioni bancarie hanno quote azionarie importanti per controllare le banche, e per controllare la Cassa Depositi e Prestiti. A loro volta le banche e la Cassa Depositi e Prestiti controllano altre banche (Unicredit controlla, ad esempio, Banco di Roma, Banco di Sicilia e così via, e soprattutto ha una grossa quota azionaria di Mediobanca), Assicurazioni ( Generali in primis), le Poste Italiane, Enel. ENI, Terna e così via.

Quante sono queste Fondazioni? Circa 88, ma quelle realmente importanti e grosse sono 5: Fondazione Cariplo, Fondazione Monte dei Paschi di Siena, Compagnia di San Paolo, Fondazione Cassa di Risparmio di Verona, Vicenza, Belluno e Ancona, e Fondazione Cassa di Risparmio di Torino.

E chi nomina i consigli di amminstrazione di queste 5 fondazioni (ma anche delle altre)? Sono i Sindaci, i presidenti delle Regioni, delle Province, Vescovi e così via.

Pe rintenderci, i consigli di amministrazione delle 5 fondazioni sopra menzionate sono composti complessivamente da 133 persone: 64 di loro sono di nomina politica (29 dai Comuni come quello di Torino o di Verona; 30 da Province, e 5 da Regioni); 44 sono scelti da enti vari (camere di commercio, vescovi come quello di Verona, università); 25 sono nominati direttamente per cooptazione dai componenti già in carica.

Quanto durano in carica queste persone? Molto a lungo, basti considerare ad esempio, il dott. Guzzetti, presidente della Fondazione Cariplo, che è stato nominato nel 1997 e resterà al suo posto almeno fino al 2013. La sua nomina, per altro, fu oggetto di una battaglia “politica”: nel 1997 i leghisti, con l’appoggio di Marco Formentini, allora sindaco di Milano, provarono a nominare una loro perosna di fiducia: Stefano Preda, ma la nomina toccò a Guzzetti che è anche alla guida dell’Acri (l’associazione che raccoglie le casse di Risparmio e le Fondazioni Bancarie) da dieci anni. Ancora più lungo il periodo di “reggenza” di Paolo Biasi, imprenditore e banchiere, che dirige dal 1992 la Fondazione della Cassa di Verona, ma il suo mandato scadrà nell’Ottobre del 2010 e il Carroccio già promette battaglia per il rinnovo del cda.

A questo punto cosa accade? I cda delle Fondazioni bancarie, ovviamente, possono nominare alcuni membri dei cda delle banche e delle società sopra menzionate, condizionandone, quindi, le strategie, ma i giochi possono essere sparigliati dagli altri soci di queste società, soprattutto se sono soci forti, con grossi capitali e slegati dalla vita politica ed economica italiana.

Da questa considerazione, si capisce perchè la Lega abbia visto molto male e anzi abbia “protestato” quando è stato reso noto che la Libia vuole arrivare al 20% dell’ENI e al 10% del capitale di Unicredit, diventando così il primo socio di riferimento di questi colossi, proteste veementi da parte di alcuni suoi membri, ad uso del loro elettorato, mentre altri membri come Zaia si dimostrano molto più malleabili e disponibili a scendere a patti con i nuovi soci forti, dimostrando che al di là dei proclami, ciò che conta è il business.

“Riceviamo e pubblichiamo” di Gaspare Compagno

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