postato il 23 Dicembre 2009 | in "Interventi"

Assemblea Nazionale delle Regioni: il discorso di Pier Ferdinando Casini

L’intervento conclusivo del leader Udc al Salone delle fontane di Roma.

Grazie cari amici,
effettivamente penso che un’iniziativa come questa, a tre giorni dal Natale, solo un partito come il nostro poteva realizzarla con grande cuore che anima tutti voi che siete qua.
Miei cari amici, non solo c’è il Natale, c’è anche la neve, ci sono i blocchi stradali e c’è la vostra voglia di andare a casa, per cui consentitemi di essere – spero – chiaro ma breve.

Anzitutto vorrei collocare la nostra assemblea di oggi, perché noi siamo, anche se un piccolo punticino, un punticino del mondo, in un pianeta che si chiama Terra, in un momento in cui nella vicina Copenaghen, sul tema climatico, si è certificata una cosa che a molti di noi era chiara.
Si è certificato cioè che la Cina e gli Stati Uniti d’America, il Brasile, l’India e il Sud Africa hanno fatto un accordo sul clima, di cui l’Europa ha preso atto.
Non voglio fare commenti perché già era chiaro a tutti noi che la chiusura di fatto del G8 e la sua sostituzione col G20, la missione di Obama che per la prima volta come Presidente degli Stati Uniti è stato 20 giorni in Oriente era ed è la certificazione di un mondo che è cambiato.
Oggi gli Stati Uniti, se vogliono regolare il mondo, lo debbono regolare parlando con la Cina, con l’India, con il Brasile, non possono certo più parlare con l’Italia, con la Francia, con la Germania o con il Canada, perché quell’Occidente che noi abbiamo conosciuto non è più il soggetto emergente del mondo: con noi non si regola più niente e nessuno. E la conferenza sul clima purtroppo l’ha certificato.

Vedete, lo dico ai ragazzi, non solo alla ragazza iraniana e al ragazzo friulano che ha parlato prima.
Noi abbiamo avuto una grande fortuna: la fortuna di essere nati nell’Occidente, in questo Occidente. Noi abbiamo avuto la fortuna di essere nati da questa parte del muro dove ci sono stati due fattori straordinari: la libertà personale e il progresso economico.
Oggi però quell’Occidente che è stato il grande fattore del dinamismo mondiale, quell’ Occidente non è più un mondo in grado di riassumere le sfide del futuro.
Oggi il potere è altrove, oggi il livello di vita di noi europei non è più difendibile.
Oggi la crisi del nostro modello industriale europeo e italiano è fortissimo.
Oggi il costo del lavoro, per il quale i Paesi emergenti immettono molti prodotti sul mercato mondiale, è infinitamente minore del nostro.
Oggi, l’invecchiamento della popolazione e la denatalità sono soprattutto una grande presunzione dell’Occidente.
Questi problemi, amici italiani – perché noi qui dentro siamo italiani e giustamente il tricolore ci accompagna in questo lavoro politico – oggi noi italiani siamo dalla parte perdente del mondo in una condizione assai diversa dai tedeschi, francesi e inglesi. Perché? Perché il nostro Paese soffre di difficoltà che altri non vivono in questo modo.
L’invecchiamento è una questione europea, ma noi siamo il Paese che invecchia di più in Europa, noi siamo un Paese in cui giustamente chi mi ha preceduto ha detto “voi vi siete garantiti dei livelli sociali di garanzia che noi non saremo in grado di realizzare”.
Perché? Molto semplice: se noi cinquantenni andremo in pensione con l’80% del nostro stipendio, i nostri figli ci andranno con il 40-50% e questo è profondamente iniquo e pone le premesse per un vero e proprio conflitto generazionale.
Dunque l’invecchiamento europeo in Italia si acuisce, la fuga dei cervelli all’estero, l’emigrazione intellettuale dal Sud al Nord Italia.
Guardate io sono stato impressionato l’altro giorno a Bologna, incontrando dei giovani professionisti della mia città e a loro ho chiesto: “Ma da dove venite?”.
Uno dalla Calabria, l’altro da Foggia, l’altro dalla Campania, l’altro dalla Lucania e così via, tutti meridionali che erano venuti a studiare a Bologna e non avevano alcuna intenzione di tornare nel Mezzogiorno!
Segno preoccupante di un’emigrazione intellettuale che impoverisce il Mezzogiorno e in qualche modo rafforza il Nord.
Ma se il Nord beneficia di questa emigrazione intellettuale -come voi sapete- questa emigrazione intellettuale poi l’abbiamo dal Nord del Paese all’estero, perché tanti ragazzi milanesi, bolognesi, fiorentini, vanno a studiare all’estero e non pensano in alcun modo di fare rientro in Italia.
Invecchiamento, fuga dei cervelli, emigrazione intellettuale. Il nostro Paese che non è attendibile per gli investimenti esteri, perché la pubblica amministrazione è quella che è e i tempi delle cause civili sono quelli che sono, e poi ancora, il nostro Paese che non investe sulla modernizzazione.
I primi soldi tassati nella Finanziaria quali sono? Quelli della banda larga!
O quando si vuole esercitare una censura a cosa si pensa? A internet!

Ora amici, amici cari, se questa ragazza iraniana ha ancora voce, non lei ma quello che rappresenta, questo è grazie a internet, perché se non ci fosse internet noi in Iran non sapremmo nemmeno che cosa capita!
Allora si dice: ‘ma ci sono gli insulti su internet’. Certo, ma è la stessa cosa di chi scrive e imbratta i muri con linee di violenza e di sostegno alle brigate rosse.
E’ come se noi non consentissimo l’uso di telefono perché col telefono si fanno le telefonate minatorie!
Internet è un mezzo e quando io ho sentito in Parlamento l’idea di censurare internet ho immediatamente capito che chi parlava non sa che cos’è internet, che è semplicemente uno strumento di comunicazione.
Quando si parla di infrastrutture, si parla ancora di strade, si parla di ponti, mentre qui c’è un’infrastruttura diversa, che è quella delle reti tecnologiche di cui il nostro Paese si sta espropriando.

Poi ci sono le gravissime questioni sociali che ha richiamato in modo accorato Savino Pezzotta non solo ieri, ma anche in Parlamento ieri l’altro quando abbiamo fatto il dibattito sulla fiducia. I mezzi di informazione ufficiali del governo e della televisione possono benissimo fare tutte le opere di edulcorazione della realtà, ma purtroppo oggi la questione sociale con la disoccupazione e la crisi della famiglia c’è perché le famiglie, come ci dice il Censis, non arrivano alla terza settimana e un terzo delle famiglie italiane sta degradando nell’area della povertà.
E’ il ceto medio, amici, che sta degradando nell’area della povertà: questa è l’Italia simboleggiata nella lettera che Celli ha idealmente scritto a sua figlia su ‘Repubblica’, quando ha detto “Vai a studiare all’estero”.
Ora noi non diremo ai nostri figli, non diciamo ai nostri ragazzi del movimento giovanile di andare a studiare all’estero, perché noi vogliamo credere all’Italia e agli italiani.
E da noi deve arrivare un grande messaggio di speranza e di fiducia.
Però, amici, è emblematico quello che capita quando in un Paese come il nostro, un grande direttore generale di una Università privata, forse la più prestigiosa della nostra Capitale, dà un messaggio così devastante: è come se si gettasse la spugna non credendo più alla possibilità di riscatto di questo Paese.
L’Italia a cui noi crediamo è l’Italia della coesistenza, è l’Italia della civiltà, è l’Italia del volontariato e del terzo settore, è l’Italia dell’eccellenza di modernizzazione che ancora c’è in alcune aree del Paese, è l’Italia che affronta le questioni vere!
Chi mi ha preceduto merita una risposta, il ragazzo che prima è venuto qui a parlare, merita una risposta: perché quello che lui ha detto è il segno che il messaggio semplificatorio che alcuni mass media danno, il messaggio mistificatorio che alcuni mass media danno, raggiunge il segno: non si può dire che noi siamo stati scippati della nostra battaglia sull’identità cristiana, perché la nostra battaglia sull’identità cristiana non ha nulla a che fare – lo ha detto De Mita molto bene stamattina- con l’uso politico della religione: il crocifisso oggi lo difendo e domani lo spacco in testa ad un extracomunitario.
Il presepe oggi lo difendo e non mi rendo conto che Gesù era un extracomunitario del suo tempo!
Anche l’uso politico della religione è il segno del degrado dei nostri tempi.
E’ il segno di una lezione civile, ma noi dobbiamo guardare avanti.
Martedì inizieremo nell’ Aula della Camera, caro Michele Vietti, una nostra riflessione sul tema della cittadinanza.
E allora amici, io vi voglio dire una cosa con chiarezza: noi difendiamo l’identità cristiana dell’Italia, e quando difendiamo l’identità cristiana, difendiamo l’identità cristiana a cui crede Luca Volonté e a cui crede il dottor Cisnetto, cioè, difendiamo un’identità cristiana non come elemento religioso che spacca l’Italia e gli italiani ma come elemento e patrimonio comune e civile di riferimento per tutti gli italiani, di chi ha il dono della fede e di chi non ce l’ha.

Noi vogliamo parlare il linguaggio della coesistenza: cosa significa?
Che chi viene in Italia deve sapere che questo è un Paese che ha regole, storie, che ha tradizioni, che ha radici!
Questa non è la terra di nessuno in cui chi viene è padrone in casa nostra.
Ma noi dobbiamo vedere come una conquista nostra, come un grande successo dell’Italia il fatto che chi viene nel nostro Paese, magari sospinto da barconi della speranza perché sfugge a guerre e deportazioni, coltivi assieme a noi il grande orgoglio di appartenenza a una comunità nazionale, il senso di un destino, di una missione comune: questa cari amici è la modalità di approccio al tema della cittadinanza.
L’idea che questo è un grande Paese che riesce a trasfondere negli altri il senso di un destino comune, il senso del destino comune che noi abbiamo e condividiamo coi nostri figli e che certamente, anche con colori di pelle diversa, i nostri figli finiranno inevitabilmente per condividere coi loro compagni di scuola.
Allora amici, questo è il cammino che noi dobbiamo fare, non possiamo chiedere agli extracomunitari di lavorare con noi nelle nostre fabbriche, nelle nostre case e nelle nostre famiglie il giorno e chiuderli nel ghetto degli invisibili il sabato e la domenica o la notte.
Questa è una doppia morale che non ha niente da invidiare ai farisei denunciati da Gesù!
Vedete, io ho espresso da tempo una preoccupazione e le mie parole sono le parole di Lorenzo Cesa, sono le parole di Rocco Buttiglione, sono le parole di Ferdinando Adornato, sono il filo conduttore di un percorso che ci siamo dati assieme perché quando è partita l’idea di questa Costituente di Centro con Savino Pezzotta e altri amici della Rosa Bianca, noi abbiamo inteso delineare e fare una analisi sull’Italia. Bene amici, noi abbiamo visto con preoccupazione che il metodo di governo che è apparso in questo anno e mezzo era un metodo di governo imperniato sulle amplificazioni delle paure.
Noi stiamo instillando veleno nella società, lo voglio dire con fraternità all’on. Berlusconi: lui non pensa che anche una modalità di amplificare le tensioni, le contrapposizioni, – italiano/extracomunitario, sudista/nordista – quel tentativo sempre e comunque di lacerare il Paese e non guidarlo con la dose di serenità che è necessaria, non abbia finito per amplificare anche quel dissennato e vergognoso episodio che ha colpito in primo luogo il Presidente del Consiglio.
Vedete, odio genera odio: dal male a volte certo può nascere la consapevolezza, ma quando si costruisce sul male, inevitabilmente si produce altro male.
Io sono convinto che abbiamo sentito per troppo tempo un linguaggio di divisione del Paese: le ronde, i medici spia, i professori spia, la caccia all’extracomunitario, gli insulti al Cardinale di Milano, i 100.000 fucili padani di Bossi. Tutto questo fa parte di un armamentario ideologico del passato che genera odio, produce odio e dà alibi a chi vuole seminare l’odio.
Allora, è stato bello che questa assemblea politica si sia aperta con una frase semplice di Savino Pezzotta che ha detto: “Vogliamo dare la nostra solidarietà, il nostro affetto, il nostro augurio al Presidente del Consiglio di rientrare presto al lavoro”.

Questo è un partito che non ha mai confuso l’avversario politico con il nemico, perché l’avversario politico non è il nemico!
Bene amici, troppo veleno!
Vedete, io lo so, lo dico soprattutto ai giovani e ai ragazzi che sono qui: ragazzi, noi siamo dei professionisti della politica!
Se io vado in giro so benissimo cosa devo dire per prendere l’applauso della mia gente. So benissimo che se in molte parti del Paese –io, non Bossi, noi che siamo qui – vogliamo prendere gli applausi, sappiamo come prenderli!
Il problema vero è che noi abbiamo scelto di essere un’altra cosa: noi abbiamo scelto di cercare di guidare il nostro Paese: chi guida il Paese non deve amplificare le tensioni, non può essere la grancassa delle paure che esistono nella pancia anche dei nostri elettori!
Vedete, io so che la Lega interpreta uno stato d’animo che c’è. Perché? Perché la sinistra non capisce queste cose? Perché la sinistra contesta il presupposto? La sinistra dice che lo stato d’animo non c’è! No, lo stato d’animo c’è purtroppo!
Ma chi guida il Paese non può fare la cassa di risonanza degli stati d’animo.
Chi guida il Paese deve porsi il problema di prendere per mano i cittadini, di rassicurarli, di fargli capire che c’è un destino condiviso che viene prima e oltre le nostre paure.
Bisogna evitare di seminare veleno amici, perché chi semina vento raccoglie tempesta e purtroppo la lezione della storia ci dice che troppo spesso i seminatori di zizzania hanno poi dovuto purtroppo prendere atto dei guasti che si sono prodotti.
Amici, la presenza della Lega, è una presenza ingombrante non per il fenomeno che denuncia, ma per le risposte che rifiuta di dare.
E oggi noi abbiamo denunciato il risultato di questo assetto politico: lo ha fatto Lorenzo Cesa dicendo nettamente nella sua relazione che noi non potremo essere in alcun modo al fianco di coalizioni guidate dalla Lega perché non potremo in alcun modo accettare che il Nord Italia venga appaltato alla Lega per l’ignavia del Popolo della Libertà.
Noi non svendiamo il Nord alla Lega, né oggi né mai.
Noi non accettiamo la decapitazione di Galan, né del Prefetto di Venezia. Noi non accettiamo amici, non solo che in barba al federalismo si facciano le scelte più centraliste possibili dicendo no a Galan e no a Venezia da Roma, ma non possiamo neanche accettare – e lo dico con dispiacere perché io stimo Maroni – che il Ministro dell’Interno diventi la grancassa della decapitazione dei funzionari onesti dello Stato che fanno solo e semplicemente il loro lavoro!

Il bipartitismo non c’è più, il bipolarismo sta male di salute.
Il bipolarismo è la malattia infettiva, ma la malattia infettiva della democrazia.
Il bipolarismo che finisce per dare a Di Pietro da un lato e alla Lega dall’altro, cioè agli estremisti, le chiavi della politica italiana – bisogna che ne prendiamo atto- è qualcosa che non funziona!
E vorrei chiedere ai tanti Soloni della politologia, ai tanti giornalisti che si chiudono in una stanza, fanno il loro scenario e si illudono che quello scenario si realizzi e poi dopo alla fine tutto va in senso opposto.
Quando difendete il bipolarismo come conquista importante che si è realizzata, lo chiedo ai vari professori e docenti che scrivono sul ‘Corriere della Sera’: da che cosa si verifica se un meccanismo elettorale  è positivo o negativo?
Perché un meccanismo elettorale si deve difendere se è positivo e non si deve difendere se non è positivo.
Si deve difendere se produce risultati positivi e si deve ripudiare se presenta risultati negativi.
Bene, abbiamo visto con Prodi quale è stato il grande risultato del bipolarismo di salsa sinistra, di salsa rossa, e vediamo ora quale è l’altro tipo di bipolarismo che ha generato la paralisi all’interno di quello che dovrebbe essere il partito guida che è un partito paralizzato dalle modalità costitutive dello stesso!
Perché un partito si fa per valori, programmi e interessi.
Un partito non si fa solo per l’apologia del capo perché altrimenti, alla prima curva, quel partito si paralizza nelle sue divisioni!
E guardate quante ne ha il Pdl e soprattutto questo governo che ha prodotto quell’appalto del Nord alla Lega per cui la Lega con una mano dà la solidarietà a Berlusconi e con l’altra si prende le Presidenze delle Regioni!
Io credo che questo sia molto preoccupante.
Io credo che sia preoccupante, io penso che sia preoccupante e penso che queste siano due facce della stessa medaglia.
E, cari colleghi, io ho fatto recentemente un’intervista a ‘La Stampa’.
Questa mattina Adornato ha spiegato benissimo la differenza che c’è tra alleanza politica e alleanza costituzionale.
Ma aveva un destinatario quell’intervista che era l’on. Berlusconi e Berlusconi prima dell’incidente ha dimostrato di aver capito benissimo il messaggio, molto più di quanto forse lo abbiate capito voi.
Berlusconi ha capito perfettamente che se pensa di trascinare questo Paese sulla strada dell’avventura e delle elezioni anticipate con 100 parlamentari di maggioranza, in un attacco dissennato al Capo dello Stato, alla Corte Costituzionale, al Parlamento, ai poteri costituiti, avrà le risposte inedite che si merita.
Ma oggi Berlusconi è a un bivio: oggi Berlusconi potrebbe seguire questa deriva populista ma – non nascondiamocelo dietro a un dito – oggi Berlusconi ha anche un’altra opportunità.
E in questo caso, da un male, un male anche fisico, potrebbe nascere un bene: il bene di riflettere sul fatto che c’è una strada di governo che lui deve necessariamente perseguire (perché ha 100 parlamentari di più) che non prevede la distribuzione di odio, che non prevede un accanimento contro gli avversari politici e che prevede una fase contrassegnata dal rispetto reciproco e dalla serenità.
Sta a lui amici, scegliere quale strada vorrà intraprendere.
Noi non siamo esperti di ammucchiate: siamo gli unici nella politica italiana che non hanno esperienze di ammucchiate, perché noi siamo gli unici che siamo stati all’opposizione sia del governo Prodi che di quello di Berlusconi per cui le ammucchiate non le conosciamo!
Ma io cosa vi ho sempre detto?
Che le spallate non servono, che le scorciatoie nemmeno, che non bisogna avere fretta, noi vogliamo una democrazia normale, noi lavoriamo per una democrazia normale, noi vogliamo alla fine di questa legislatura chiedere conto a Berlusconi delle cose che avrà realizzato o delle tante cose che non avrà realizzato, perché mi sembra che questa definizione di ‘rivoluzionario senza la rivoluzione’ è perfetta, perché in realtà il centrodestra sta governando con la teoria vecchia del ‘tirare a campare’.
Perché non è in condizione di affrontare il capitolo delle grandi riforme, sia per le sue divisioni interne, sia per la mancanza di una cultura politica di fondo.
Allora amici, noi vogliamo aspettare questo tempo e vogliamo aspettarlo in modo costruttivo e operoso.

Pensate quante cose sono cambiate da un anno e mezzo.
Un anno e mezzo fa eravamo dei sopravvissuti, un anno e mezzo fa eravamo i figli di un’epoca diversa.
Oggi tutti i giornali soprattutto in periferia si chiedono che cosa farà l’Udc, perché questo diventa il termometro per capire che cosa sarà e che cosa succederà nelle prossime elezioni amministrative.
Noi eravamo laterali e oggi siamo centrali, e siamo centrali, lo voglio dire ai giovani, non perché difendiamo solo identità e valori, ragazzi, noi dobbiamo incominciare a farci veramente capire da più genti, noi non possiamo essere un partito che esiste e fa proselitismo solo perché difende una nicchia di identità e di valori.
Io ringrazio quanti di voi quando vado in giro mi dicono “noi la ringraziamo perché lei ha difeso l’identità e i valori”, ma prendiamo l’esempio dell’on. De Mita, che è più giovane di noi!
Non si vive solo col ricordo o con l’idea residuale che noi esistiamo perché difendiamo identità e valori, noi dobbiamo resistere, noi dobbiamo proporci come forza di governo di questo Paese, perché è innegabile che il dopo Berlusconi è già incominciato e, ai nastri di partenza, chi ha la maggior credibilità siamo noi!
Noi dobbiamo costruire un disegno che abbia un appeal diverso, che non sia solo un disegno figlio di quello che è stato ieri, ma sia un disegno proiettato verso il futuro.
Noi vogliamo costruire un partito che dia una proposta politica imperniata su valori perché riteniamo che una società senza valori, una società senza moralità non abbia un futuro, e questo lo diciamo soprattutto ai ragazzi, ma con un grande bisogno e disegno di modernizzazione.
Ecco perché noi non vogliamo fare un partito cattolico o un partito laico che deve scegliere a un bivio se andare da una parte o dall’altra perché riteniamo che la nostra missione sia unificare cattolici, laici credenti e laici non credenti.
Il nostro compito è unificare chi crede e chi no perché è su questi valori di riferimento che noi professiamo: non ci può essere una divisione fideistica o religiosa.
C’è un minimo comun denominatore: amici miei, difendere la vita, contrapporsi all’eutanasia, a una specie di selezione della specie costruita sul censo.
Perché tutti noi sappiamo che se ci fosse l’eutanasia la società si sbarazzerebbe dei più deboli, non certamente di coloro che hanno la possibilità di avere delle cure o l’assistenza sanitaria.
E allora noi dobbiamo costruire un partito di questo tipo: un partito che è in condizione di fare la differenza e debbo dire che anche l’iniziativa di Francesco Rutelli in questi giorni è, né più né meno, un’iniziativa che ricalca quello che è stata la nostra analisi.
Io sono contento che Francesco in fondo abbia detto a Parma quello che Pezzotta, Cesa, Adornato, De Mita e io abbiamo detto in tutti questi mesi, cioè che quella suggestione e quella strada non era una strada perseguibile.
E oggi, parallelamente a noi, è impegnato ad allargare la possibilità di un centro.
Non delimitiamo la nostra azione, non auto-riduciamoci.
Non è che noi dobbiamo essere un partito di centro: perché oggi le contrapposizioni ideologiche del passato non esistono più. Non esiste più il concetto ideologico di destra e di sinistra come esisteva 50anni fa, e pertanto non esiste neanche il concetto di centro come esisteva 50 anni fa.
Oggi esiste l’idea di valori e di programmi su cui realizzare un insediamento sociale, culturale ed emozionale.
Ed è questo che dobbiamo fare rifiutando anche le facili etichette!
Guardate amici, siamo in campo aperto: la Lega cerca di andare a corteggiare il Cardinal Bertone, piuttosto che qualche altro grande principe della Chiesa.
Fa bene, ma perché mai dovrebbe pensare che noi abbiamo una riserva di caccia? Noi siamo in campo aperto, noi vogliamo contendere voti alla destra, alla sinistra e a tutti gli altri perché non ci sono santuari immutabili!

Voglio dire qualcosa al Pd e al Pdl.
Al Pd voglio dire una cosa sola e semplice: Bersani è una persona seria, è un interlocutore affidabile, io gli do un suggerimento, così come lui lo può dare a noi. I suggerimenti in politica sono sempre utili per le persone intelligenti.
La sinistra, dopo la fine delle contrapposizioni ideologiche, non può fare dei disvalori etici la propria frontiera di riconoscibilità. Se la sinistra non approfondisce la questione dei valori eticamente sensibili e non dà risposte convincenti anche a una parte grandissima, non solo di cattolici ma anche di laici che sono sensibili su questo tema, la sinistra si condanna a una minorità permanente nella società italiana.
Se la sinistra non apre lo sguardo oltre gli ideologismi radicali…
Ma dove sono finite le donne che chiedevano la liberazione delle donne, del mondo femminile, dal ‘68 in poi?
Noi le vorremmo vedere al nostro fianco oggi, tutti questi movimenti femminili e femministi per chiedere la parità di diritto per i musulmani che vengono in Italia e non possono trattare le loro donne come esseri di serie B.
Queste sono le frontiere nuove dei grandi impegni civili! Altrimenti qualcosa non funziona!
Noi con la stessa franchezza diciamo che col Pd abbiamo una cosa che ci unisce: l’essere oggi forza di opposizione e loro in Parlamento -D’Alia lo sa- sono stati responsabili. Responsabili nel non praticare nessuna forma di ostruzionismo, pensiamo ai 50 emendamenti della Finanziaria, responsabili nell’affrontare le questioni con il senso che una grande forza di opposizione deve avere.
Col Pdl abbiamo un’altra cosa invece che ci unisce che è l’aderenza europea al Partito Popolare Europeo. Qui c’è Carlo Casini che è il nostro capogruppo e che saluto.
Però voglio dirvi, amici, non basta appartenere ad una sigla, non basta appartenere ad un nominalismo: bisogna essere coerenti e conseguenti rispetto alle visioni istituzionali che si praticano.
E al Pdl non abbiamo difficoltà a dirlo. Con il Pdl abbiamo più cose che ci uniscono – Savino, lo sai tu per primo- sul piano dei valori etici, sul piano ad esempio delle questioni diciamo così dei cosiddetti valori indisponibili, ma al Pdl diciamo: stiamo attenti all’uso strumentale della religione perché noi con la lezione alle spalle che abbiamo della grande tradizione democratica cristiana, non saremo farisei che usano la religione per pensare di prendere qualche voto in più.
La strada di questa legislatura amici è tracciata: o grandi riforme o grande galleggiamento.
Il grande galleggiamento porterà il suo bagaglio implicito di odio, di rancori, di divisioni.
Noi diciamo basta con la caccia alle streghe, basta con la caccia ai colpevoli: ciascuno tolga le ali ai propri falchi perché di falchi ce ne sono tanti in giro, non c’è solamente l’odio fazioso del dipietrismo, ma c’è anche l’odio militante di tanti squadristi giornalistici.

Ebbene amici, noi diciamo una cosa sola che da questo processo di distensione non può essere esente il tema della giustizia.
Vedete, ci piace e lavoriamo per un Paese normale.
Ci piace un Paese in cui i magistrati siano come la moglie di Cesare, di cui magari non si conosca il nome, che facciano con serietà le loro indagini, ma che non perdano il proprio tempo a partecipare alle manifestazioni politiche contro Tizio e contro Caio.
E certamente ci piacerebbe che la tematica di un disarmo sulla giustizia non fosse affidata agli avvocati di Berlusconi, perché il Parlamento non è la sede in cui si confrontano i magistrati e gli avvocati di Berlusconi, il Parlamento è la sede della politica e quando oggi D’Alema dice che bisognerebbe tornare – e lo dice con nostalgia – a qualche compromesso: sì la politica è sede di qualche compromesso.
E voglio dire ai ragazzi, ai più giovani: a volte il meglio è nemico del bene e questa è la ragione per cui abbiamo avuto la responsabilità di avanzare la proposta del legittimo impedimento per il Presidente del Consiglio!
Non perché questa legge ci piace ma perché prendiamo atto che la sinistra non può far finta di essere Alice nel paese delle meraviglie e il problema giudiziario di Berlusconi non può essere derubricato ad un suo problema privato.
Noi vogliamo affrontare queste questioni e abbiamo il coraggio come forza di opposizione di farlo anche cantando fuori dal coro, perché non è facile per una forza di opposizione che contrasta Berlusconi, che contrasta le sue bugie, che contrasta la mitologia del berlusconismo che si sta facendo, proporre una legge che finisce per essere una legge per Berlusconi.
Noi siamo fieri di averlo fatto, perché certe volte dei sacrifici sono dei grandi investimenti per il futuro e noi vogliamo spazzare via da equivoci, da alibi e da odio la politica italiana: questo è il nostro obiettivo.
Alla maggioranza voglio dire una cosa semplice e chiara: se vuole il nostro voto per la legge sul legittimo impedimento – e noi siamo pronti a farlo – spazzi via prima l’enorme vergogna del processo breve che finisce per ammazzare 100.000 processi a scapito delle vittime dei reati.
Saranno loro a decidere cosa dobbiamo fare.
Il nostro voto c’è perché c’è il nostro tentativo di svelenire.
Se vogliono una parte dei voti dell’opposizione sul legittimo impedimento spazzino via dal tavolo quest’enorme vergogna sul processo breve che è un’offesa a migliaia di persone vittime dei reati.

Cari amici, noi vogliamo le riforme. E ieri Lorenzo Cesa ha ipotizzato anche una strada suggestiva: quella di una Costituente, di una Commissione Costituente, di una bicamerale.
Io non credo che oggi possiamo impiccarci sulla formula, ma la direzione di marcia è quella giusta.
Noi vogliamo una sede legittimata dal Parlamento, e non una conventicola o un cenacolo privato, in cui ciascuno si assuma la propria responsabilità!
Definiamo i poteri del Presidente del Consiglio rispetto ai membri dell’Esecutivo, cerchiamo di superare il bicameralismo. Però, amici, nel momento in cui definiamo il bicameralismo cerchiamo di definire lo statuto dell’opposizione, perché oggi si assiste allo svuotamento del Parlamento, reso possibile dalla mancanza di garanzie precise per l’opposizione.
Oggi tra la posizione dei voti di fiducia, la decretazione d’urgenza, il Parlamento è spazzato via e non a caso viene considerato quasi come un orpello inutile, come un ente inutile che è nell’elenco inutile di coloro che devono essere soppressi.
E parliamo di un federalismo senza slogan, amici miei.
Un federalismo che è affidato alla sorta di decreti attuativi ma che fino ad oggi – noi siamo stati gli unici a dirlo – è sembrato più un momento di propaganda e di grancassa per la Lega che una cosa seria che serve alle comunità locali.

Amici la crisi c’è.
Non basta non rappresentare il fenomeno della realtà o ammortizzarla sui telegiornali: la crisi c’è e la Finanziaria non c’è.
La crisi c’è -e come ha ricordato Occhiuto questa mattina e Galletti ieri – la Finanziaria non c’è!
E come hanno detto Ciccanti e i nostri amici che sono intervenuti in Parlamento su questi temi, rimaniamo una Finanziaria che non c’è.
La Finanziaria ha una filosofia di fondo: speriamo che passi la nottata e affidiamoci allo stellone italiano!
Noi riteniamo che questo sia un galleggiamento politico che non è più tollerabile per l’Italia e per gli italiani.
Ecco perché parliamo di grandi riforme, di liberalizzazione dei servizi pubblici locali, di revisione del sistema previdenziale, ecco perché parliamo il linguaggio di una modernità che non può essere seppellita.
Cari amici, incalziamo dunque Berlusconi sui problemi, e incalziamo tutti anche in vista delle prossime Regionali.

Vorrei dire l’ultima parola proprio su questo: tema delle elezioni regionali.
Perché molti si chiedono che cosa sceglierà l’Udc: a chi si chiede cosa sceglierà l’Udc, noi ricordiamo che abbiamo già scelto.
Abbiamo già scelto di rinunciare al governo, al sottogoverno e ai posti di potere.
Dalla Sicilia al Trentino abbiamo già scelto. E le  scelte che faremo a tutto potranno servire salvo che a santificare Berlusconi e la sua mitologia o a rimettere in sella una sinistra che non fa i conti né con la storia né con l’attualità della politica.
Noi vogliamo affrontare le elezioni regionali con molta serenità. Anzitutto amici, sappiamo di essere determinanti, è importante questo, che tutti noi capiamo che non siamo aggiuntivi.
Vi ricordate quando ci dicevano qualche mese fa: “O fate l’accordo con il Pdl su tutto il territorio nazionale o niente”, “O fate l’accordo con il Pd su tutto il territorio nazionale o niente”. Noi abbiamo detto: ‘Benissimo niente’. E il giorno dopo il problema non esisteva più!
Questo che cosa dimostra?
Che qualche volta in politica un po’ di attributi vanno mostrati, perché la politica è uno scontro duro amici!
Le mammolette non possono stare in pista!
Quando il gioco si fa duro, fuori i secondi!
E allora, se noi costruiamo un’ipotesi, parliamo alla luce del sole  (e magari se Sky ci manda in onda) forse qualcuno capirà anche che cosa pensiamo e perché non saremo tagliuzzati!
Mettiamo che domani mattina usciamo da questa assemblea e diciamo: ‘Facciamo un bell’accordo con il Pdl siamo assieme nel Partito Popolare Europeo, per cui facciamo un bell’accordo nazionale col Pdl’.
Ma amici, il giorno dopo ci devono prendere e ricoverare, perché non si capisce quale contestazione credibile faremmo del bipolarismo o meglio ancora del bipartitismo se poi accettassimo di arruolarci con chi ritiene un impiccio la presenza dell’Udc nello scenario politico italiano e, come grande argomento di convinzione per questa alleanza comune, dice: “Ma ci servono a vincere”.
Capiamo che questo è il loro problema, ma non è il nostro!
Noi siamo una forza di opposizione, quale credibilità avrebbe mai un partito come il nostro se accettasse di essere preso a guinzaglio dalla Lega chiedendo alla Lega il lasciapassare per andare nel Nord del Paese?
Io voglio qui ringraziare una persona, che ha mostrato che queste doti di attributi ce li ha, ed è Antonio De Poli che è il nostro candidato alla Presidenza della Regione Veneto e che ha dimostrato che il nostro partito non vive né di assessorati né di convenienze.
E allora, qualche ingenuo mi potrebbe dire: ‘Allora facciamo un accordo col Pd, siamo forza di opposizione’. Ma quale sarebbe il collante di un accordo col Pd come forza di opposizione?
Sarebbe quello di mandare a casa Berlusconi!
Ma se lui non minaccia di mandare a casa noi, questo cercare di mandare noi a casa lui dopo un anno e mezzo, questa sorta di santificazione preventiva del centrosinistra e magari di Di Pietro quali effetti avrebbe se non quello di rinviare l’analisi autocritica che il centrosinistra deve fare se vuole mai un domani essere credibile per la guida del governo?.
E allora amici, noi non abbiamo alcuna volontà di arruolarci in due eserciti che vogliamo sconfiggere. Punto e basta!
Ma il politologo mio amico potrebbe dire: “Ma con il 6,5% cosa volete sconfiggere?”.
Non si preoccupi!
Non abbiamo fretta, non progettiamo spallate, abbiamo la capacità di stare un po’ in astinenza di potere, facciamo una lunga marcia e intanto dialoghiamo col Paese, poi alla fine della legislatura chiederemo a Berlusconi di quanto è riuscito ad abbassare le tasse, come ha realizzato il quoziente familiare e che cosa ha realizzato per la scuola e l’Università!
E con questi argomenti andremo davanti agli elettori, non con la demonizzazione di Berlusconi!
Noi in molte realtà ci presenteremo da soli e in molte altre realtà decideremo di fare alleanze perché non vogliamo dare neanche un’altra soddisfazione ai nostri detrattori, a quelli che vorrebbero che andassimo ovunque da soli!
Anche dove siamo in condizione di definire chi vince e chi perde per il peso conquistato contro tutto e tutti in campo aperto, a partire dalle Elezioni Europee.
Si erano già rassegnati, in fondo. All’inizio ci erano rimasti male: “Beh non fanno un’alleanza nazionale, vanno da soli, va beh, meglio da soli!”.
Bene, noi andremo da soli dove ci pare e dove riteniamo opportuno andare da soli. E andremo in compagnia dove riteniamo che ci siano le condizioni politiche.
Parteciperemo a primarie? Non ci interessa partecipare a primarie! Ma ci mancherebbe altro!
Le primarie sono cugine dei gazebo, a noi non piacciono né i gazebo né le primarie perché questo si chiama populismo!
Noi non crediamo al populismo!
Noi non crediamo alle forme degenerate di democrazia che sono finzioni politiche per cui noi non siamo né per le primarie, né per le coalizioni!
Perché noi non andremo, se andiamo in una Regione, con il centrosinistra o con il centrodestra in una coalizione. Noi, dove verificheremo che i programmi, le proposte, gli uomini sono confacenti a ciò che rappresenta questo partito, lì stipuleremo un patto per la Regione con il candidato che svincoli l’intesa locale da ogni condizionamento nazionale, un patto alla luce del sole perché i cittadini sappiano su quali basi e su quali idee noi stringiamo l’accordo con il candidato.
Noi non aderiamo ad alcuna coalizione!
Oggi ho visto che in Lazio ci chiedono con chi andremo.
Lo sapranno a cavallo. A qualcuno porteremo il carbone agli altri regali dell’epifania, ma certo lo sapranno tutti i cittadini, perché noi prenderemo una sede come questa, un palco, e faremo un patto. Lo scriveremo, lo renderemo pubblico e se il candidato che noi siamo disposti ad appoggiare sarà in condizione di firmare il patto noi lo appoggeremo.
Se sentirà che i suoi vincoli con le coalizioni nazionali sono più importanti del patto, amici miei, noi non siamo legati alle poltrone siamo legati alle idee e ai nostri valori e al nostro futuro!

Voglio terminare con una citazione che c’entra con questo che ho appena detto, con la nostra idea del partito e del futuro.
Un grande intellettuale ebreo diceva: “Quando arriverà il giorno del giudizio universale, perché il giorno verrà, non vi chiederanno perché non siete stati Mosè, non vi chiederanno perché non avete portato il vostro popolo alla terra promessa, vi chiederanno solo e semplicemente perché non siete stati voi stessi”.
Noi vogliamo essere noi stessi, con la nostra storia, i nostri valori e il nostro futuro!

Grazie, evviva l’Unione di Centro!

4 Commenti

Commenti

  1. Presidente, ottimo intervento, il migliore fra tutti quelli a cui ho assistito, credo.
    Ha chiarito molti dubbi e molte domande degli italiani.
    Sta per cominciare una nuova stagione politica, e noi possiamo esserne protagonisti.
    Al centro, d’altronde, non c’è spazio per le comparse, ma soltanto per i protagonisti.
    Complimenti!
    Marta


  2. “Al centro, d’altronde, non c’è spazio per le comparse, ma soltanto per i protagonisti”.
    Mi piace un sacco Marta, complimenti


  3. Davvero un bel discorso, ha toccato tutti i temi del pensiero che caratterizza l’Udc. Mi ha convinto ancora di più che la mia scelta di sostenere questo partito è quella più giusta e che più si avvicina non solo ai miei ideali ma al mio modo di essere. Penso infatti che il “giusto mezzo” fra due opposti sia la risposta, se non a tutti, alla maggior parte dei problemi che ti capitano nella vita. Gli estremi possono appagare all’inizio, ma a lungo andare raramente si svelano la scelta migliore. La moderazione, l’accordo fra le due posizioni è sempre possibile. In questo modo io vedo l’Udc, moderato e, soprattutto, dotato di buonsenso!


  4. …e sulle regionali Chiara io ci vedo…massima chiarezza!




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