Tutti i post della categoria: In evidenza

Biotestamento, considerazioni a margine del ddl Calabrò

postato il 29 Aprile 2011

“Due singole cellule in punto di morte che con il loro sacrificio e la loro unione originano un nuovo individuo che costituisce l’anello l’eterno di un sublime processo chiamato Vita” con queste parole il grande biologo Frank Rattray Lillie si rivolgeva nel 1935 all’Accademia delle Scienze degli Stati Uniti d’America che lo aveva eletto presidente.  Uno scienziato che ha dato un contributo fondamentale alla moderna zoologia e biologia dello sviluppo, un agnostico che era in grado tuttavia di cogliere nella Vita un qualcosa che forse nemmeno lui era in grado di spiegarsi, un elemento misterioso e sublime,  unico  e irripetibile ma eterno. La Vita è sicuramente la cosa più importante e preziosa che abbiamo, la condizione per cui siamo qui e per cui possiamo amare chi ci è vicino o anche semplicemente ammirare il panorama e gustare un gelato. E’ proprio di questo si sta discutendo in Parlamento: della Vita. L’immagine che emerge dai mass media  è quella di uno scontro senza esclusioni di colpi tra una dottrina religiosa che forte della sua tradizione vuol imporsi e di un pensiero moderno e liberale (o presunto tale) che crede di essere garante e difensore della libertà delle persone. Non è  propriamente così. Ma cerchiamo innanzitutto di capire il “nocciolo” della questione: parliamo di testamento biologico meglio noto come ddl Calabrò, sintesi di diverse proposte di leggi in materia, che si occupa di  “Disposizioni in materia di alleanza terapeutica, di consenso informato e dichiarazioni anticipate di trattamento”. Queste disposizioni si rivolgono a persone in stato vegetativo o sindrome di Kretschmer, cioè una possibile evoluzione della stato di coma caratterizzato dalla ripresa della veglia e dalle applicazioni delle attività metaboliche. Molte persone affette da stato vegetativo si risvegliano dopo poche settimane, per altri invece la situazione è irreversibile. La verità è che noi dello stato vegetativo al momento sappiamo poco o nulla, basti pensare che secondo una recente ricerca pubblicata quest’estate dal New England Journal of Medicine circa il 40% delle persone con la diagnosi di stato vegetativo sono coscienti, pur minimamente e altri ancora in numerosi test ottengono un’attivazione delle cortecce celebrali primarie, casi che invece fino a pochi anni fa erano considerati di   “morte celebrale” .  Il ddl si rivolge inoltre e più generalmente a persone “nell’incapacità permanente di comprendere le informazioni circa il trattamento sanitario e le sue conseguenze». L’obiettivo chiaro e dichiarato è quello di evitare l’accanimento terapeutico ma senza cadere nell’eutanasia. I punti più discussi e tormentati della legge sono i seguenti: alimentazione, idratazione, coscienza del medico. Ma cosa sono l’idratazione e l’alimentazione? Sono terapie mediche che possono essere interrotte per una presunta volontà del paziente oppure sono forme di sostegno vitale e diritto inalienabile dell’uomo? Togliere l’acqua a una persona significa accogliere il suo desiderio di una morte serena oppure farla morire nel modo più atroce possibile, secca come una foglia? Su questi argomenti si sono svolti convegni medici, conferenze, assemblee,  ma dobbiamo capire una cosa della scienza: nella scienza non esiste il bene e il male, la scienza studia fatti e ne trae conclusioni oggettive, spetta poi all’uomo, al suo senso etico, decidere cosa fare delle ricerche della scienza. E qui salta la fasulla dicotomia tra un pensiero religioso e un pensiero liberale. Qui c’è di mezzo la medicina, la scienza, la filosofia, la bioetica ma soprattutto l’Uomo con tutta la sua sofferenza. Continuamente si fanno ricerche, continuamente si hanno nuove terapie, nuovi metodi analitici, nuovi ricerche. Ciò che è stato studiato l’anno scorso sulla sintesi delle proteine è già vecchio perché una nuovo studio basato sulla moderna cristallografia a raggi x l’ha smontata e oggi c’è una nuova teoria. Pensate a un medico che si trova di fronte alla richiesta di un paziente o di un suo garante di interrompere le cure quando nel frattempo sono magari giunte nuove cuore, nuove terapie, nuove conoscenze. Certo, il paziente ha libertà di scelta, ma anche il medico deve averla e ha una sua coscienza da rispettare ed esercitare, può davvero un medico dare la morte a una persona che ha il dovere morale e umanitario di curare? Ne parlava già Ippocrate di Kos circa 2400 anni fa. Il ddl Calabrò oggetto di discussione e voto in Senato considera l’idratazione e l’alimentazione delle forme di sostegno vitale e dei diritti e cerca di garantire la libertà di scelta del paziente ma anche la coscienza del medico. Per favore, non limitiamoci a dire: di qua ci sono i cattolici oscurantisti e oltranzisti, di là ci sono gli atei della cultura della morte. Assolutamente no, è un discorso molto più complesso, ci sono in ballo medicina, scienza, filosofia, etica, diritto e prima di tutto l’uomo e la sua sofferenza.

Questo argomento a me tocca in modo particolare perché io ho deciso di dedicarmi alla carriera scientifica proprio per la commozione della vicenda Eluana. Il mio senso etico, le mie conoscenze scientifiche, il mio sentire religioso affermano che la vita è un bene unico, irripetibile, inalienabile. Non ho provato un senso di condanna dalla figura di Beppino Englaro, posso comprendere i lunghi anni di un padre a seguire una figlia, il suo desiderio continuamente represso nel vederla sorridere e alzarsi, ma allo stesso mi sono interrogato se non fosse possibile un amore più grande, un amore che si realizza guardando in faccia la sofferenza e sublimando in essa tutta la nostra dignità e il nostro amore.  Ognuno di noi vuole stornare da sé la differenza, pochi si fermano a guardarla in faccia con dignità, è questo il grande insegnamento delle tragedie greche, il sommo patei matos dell’Agamennone di Eschilo: la conoscenza attraverso la sofferenza, una conoscenza non libresca ma la più alta conoscenza umana che si raggiunge amando la propria sofferenza e affrontandola con dignità. E allora no all’accanimento terapeutico e no all’eutanasia. Desidererei uno stato che fosse attento a queste persone, che le aiutasse, che facesse sentire il suo sostegno garantendo ad esempio incentivi ai familiari che si prendono cura di queste persone. Giudico positivamente il ddl Calabrò e ogni altra misura che ha lo scopo di capire la vita, l’uomo, la sofferenza.

“Riceviamo e pubblichiamo” di Jakob Panzeri

Per saperne di più

“La cura che viene da dentro “ di Angelo Luigi Vescovi, un interessantissimo testo sulle cellule staminali adulte che potrebbero rivoluzionare le nostre attuali conoscenze scientifiche e fornire nuove cure per le diagnosi sopra menzionate.

“Lo scafandro e la farfalla” di Jan Dominique Bauby, un toccante racconto sulla sindrome di Dachenne da cui è stato tratto anche un film vincitore del premio alla regia del festiva del cinema di Cannes.

Commenti disabilitati su Biotestamento, considerazioni a margine del ddl Calabrò

Donne al centro. Cronaca di un incontro.

postato il 27 Aprile 2011

Donne al Centro

Il 18 aprile si è tenuto a Udine il primo di una serie di incontri dal tema “Donne al centro”, organizzato da Giulia Pezzano e da Monica Bertolini e reso possibile da Fabrizio Anzolini e Giorgio Venier Romano. Quello delle donne in politica (come nel lavoro e in altri ambiti) è un tema delicato che interessa non solo le donne, ma anche gli uomini, ed è un tema sentito, come si è potuto notare dalla sala piena di palazzo Kechler.

L’incontro ha offerto numerosi spunti di riflessione e ha saputo essere da stimolo per le donne presenti. Il tema non è mai facile da affrontare, perché, nello sforzo di difendere una determinata posizione, è sempre presente il rischio di scivolare in quelle che sono le visioni del “femminismo” o del “maschilismo”. Ma in questo incontro, nel quale a parlare erano le donne, questo rischio non si è mai concretizzato, anzi: esse sono state le prime ad essere critiche rispetto all’atteggiamento femminile di arrendevolezza di fronte ad un sistema che in alcuni settori le penalizza.

Formidabile la sintesi di Silvia Noè: “il sostegno della donna passa per il sostegno della famiglia; sostenere la famiglia significa investire sul futuro”. Si è anche molto parlato del ruolo della famiglia nella società, paragonato, da Monica Bertolini, alla funzione di un nido per un giovane uccello: il nido rappresenta il rifugio sicuro in cui crescere e il punto di decollo per l’uccellino che ha imparato a volare e ha voglia di aprirsi al mondo e alle infinite opportunità che la vita gli offre. Barbara Graffino ha quindi approfondito quelle che sono le difficoltà della famiglia di oggi, affrontando il problema di quei giovani precari o disoccupati che inevitabilmente rallentano il ricambio della società e delle conseguenze che questo ritardo offre: nonostante l’incremento delle nascite dovuto agli immigrati presenti in Italia, queste non compensano il numero di persone che muoiono ogni anno: stiamo assistendo ad un preoccupante calo demografico. Le famiglie si trovano inoltre in crescenti difficoltà economiche e su di esse non si investe abbastanza in confronto ad altri Paesi europei (la spesa italiana per la famiglia è pari ad un terzo di quella francese). È, perciò, ormai indispensabile avere a disposizione due redditi.

Notevoli, come tutti sanno, le difficoltà della donna nel mondo del lavoro. Questo, come ci ha esposto Silvia Noè, vede la maternità come un costo per l’azienda, quando invece, è tutt’altro: un dono. Anche Raffaella Palmisciano ha affrontato questo punto, sostenendo che l’80% dei datori di lavoro vede la maternità come un problema, tanto che è ancora diffusa la pratica di far firmare alla donna neoassunta una lettera di dimissioni con data in bianco. Prima di tutto, sostiene Silvia Noè, si deve favorire l’accesso delle donne al mondo del lavoro senza che le potenziali future gravidanze siano vissute come un disagio. In secondo luogo si deve puntare su politiche che aiutino la conciliazione tra lavoro in casa e lavoro fuori casa, problema che scoraggia molte donne nella ricerca di un impiego.

Si è quindi affrontato il tema della donna in politica e si è trattata la questione delle quote rosa. Già nell’introduzione alla serata Giulia Pezzano si è espressa a riguardo dicendo di sentirsi profondamente svilita da questo provvedimento poiché le donne non hanno bisogno di canali preferenziali o di scorciatoie per arrivare dove vogliono. Dello stesso parere Anna Teresa Formisano e Sara Giudice. Quest’ultima si è soffermata in particolare sul rischio di legittimare e permettere l’affermazione in politica di donne vicine al così definito “modello Minetti”. Per stimolare un impegno al femminile, invece, si dovrebbe innanzitutto cambiare la visione che le donne hanno di se stesse. Per Giulia Pezzano sono le donne ad attuare continuamente una svalutazione nei confronti di loro stesse, e le fa eco Sara Giudice che ricorda come le possibilità si trovano interamente nelle mani delle donne. La stessa Anna Teresa Formisano si sente spesso chiedere dalle donne: “E se poi non ce le faccio?”. È quindi un problema di cultura, come afferma Annalisa Lubich: bisogna cambiare alla radice l’immagine che uomini, donne, bambini e bambine hanno di loro stessi. Annalisa Lubich ha quindi affrontato il problema da un altro punto di vista: per cambiare il sistema corrente, dobbiamo prima entrarci. Ecco perché sostiene le quote rosa come medicina amara da prendere tappandosi il naso per superare la patologia del Paese, medicina che, una volta guariti, si dovrà smettere di assumere.

Molto ancora si potrebbe scrivere perché molte belle parole sono state dette da ognuna delle partecipanti. Non è stata una serata carica di lamentele e di vittimismo, piuttosto il messaggio che si è voluto trasmettere agli ascoltatori è stato quello di invogliare le donne a rimboccarsi le maniche. La sintesi di questo incontro è ben rappresentato ancora una volta dalle parole di  Giulia Pezzano: “Aprite gli occhi! Noi donne dobbiamo riuscire a guardare la realtà spogliandoci sia dalle lenti dell’ormai romanzesco sesso debole, sia da quelle dell’anacronistico e vuoto femminismo. Dobbiamo noi per prime capire il nostro enorme potenziale e il nostro valore, capire la ricchezza che rappresentiamo proprio per la nostra peculiarità e dobbiamo iniziare a darci da fare!”

“Riceviamo e pubblichiamo” di Chiara Cudini

1 Commento

Parmalat: verso un epilogo scontato

postato il 26 Aprile 2011

Oggi Lactalis ha ufficializzato una OPA su Parmalat al prezzo di 2,6 euro con l’obiettivo di creare il primo gruppo lattiero-alimentare del mondo. Questo sembra essere l’epilogo di una battaglia che si è consumata più sulle pagine dei giornali e tramite dichiarazioni, spesso vuote, più che tramite il mercato e che vede una azienda italiana acquistata da una azienda francese.

Di tutta questa vicenda, noi non critichiamo Lactalis, e non lo abbiamo fatto neanche prima in tempi non sospetti, critichiamo però il ruolo e l’intervento del governo. Un governo che prima “castra” le aspettative dei fondi esteri, regolando la distribuzione dei dividendi tramite il decreto milleproroghe; la reazione dei fondi è stata quella di vendere le loro quote a Lactalis; a questo punto il governo decide, in un impeto di nazionalismo fuori luogo, di provare a lanciare una “cordata italiana” come fu per Alitalia asserendo che bisgonava difendere le aziende strategiche del paese. Quest’ultimo intento è lodevole, ma lo strumento usato per difendere questa italianità è profondamente sbagliato: usare la Cassa Depositi e Prestiti come bancomat asservito alle logiche politiche è profondamente sbagliato. Mischiare Economia e Politica porta solo danno e lo si è visto in più occasioni (giusto per citarne una, direi Alitalia), dove, per riparare ai danni compiuti da una gestione scellerata, i cittadini hanno dovuto mettere mano al portafoglio.

Per fortuna questa volta, sembra che non sia accaduto, ma non per merito del governo, ma semmai per demerito di esso che ha avuto un atteggiamento velleitario e inconcludente a cui i francesi hanno risposto con i fatti. A questo non possiamo non associare anche una certa ritrosia degli imprenditori italiani, che sembrano avere una incapacità congenita nel misurarsi con il mercato e con le sue regole preferendo, spesso, una soluzione “Politica”. Quest’ultimo punto è molto triste, perchè le eccellenze, in campo manageriale, le abbiamo, basti pensare a Fiat che acquista Chrysler, o le piccole e medie imprese, sostegno economico del paese, che spesso sono abbandonate a loro stesse.

Ora, berlusconi afferma che l’OPA di Lactalis non è ostile. Ma stiamo scherzando? Ma crede davvero che gli Italiani hanno così poca memoria? Ma se il suo governo per settimane ha dichiarato sempre che bisognava impedire che Parmalat fosse acquistata dagli stranieri.

L’uscita odierna di Berlusconi è obbligata, la sua “cordata” si è dissolta come neve al sole: Ferrero non è mai stato realmente della partita, Granarolo voleva entrare in Parmalat da padrone e senza mettere un euro (ma anzi vendendo i suoi asset a Parmalat per 500 milioni di euro, nonostante i problemi con l’antitrust), le banche non intendevano mettere i soldi, e non vi era un piano industriale. La mossa dei francesi permette a Berlusconi di salvare la faccia senza riconoscere che manca una politica governativa economica, ma gli italiani non sono stupidi e se ne sono ormai resi conto da tempo.

Intanto un’altra azienda va all’estero, e ci auguriamo che venga gestita bene e che possa generare sviluppo per gli azionisti (intesi come piccoli risparmiatori) e per i lavoratori italiani.

“Riceviamo e pubblichiamo” di Mario Pezzati


Commenti disabilitati su Parmalat: verso un epilogo scontato

Informati ai tempi di Google

postato il 22 Aprile 2011

L’informazione in questi anni ha cambiato volto, sempre più rete e meno carta stampata, tanto che sembra quasi anacronistico pensare di andare ogni mattina a comprare il quotidiano in edicola o farselo prestare dal collega di lavoro.

Bisogna però notare che l’informazione che i mass media offrono, spesso discosta dalle necessità e curiosità degli italiani. Nella giungla di blog , riviste, quotidiani ed aggregatori di news , che si offrono come l’alternativa alla vecchia informazione, vogliamo cercare di portare un po’ di ordine e dare qualche dritta per capire meglio il web e l’informazione.

Il primo dato di fatto è che ormai tutte le grandi testate hanno un proprio sito web, più o meno visitato, più o meno interattivo. La Repubblica (il sito di informazione più visitato in Italia ), La Stampa, Il Corriere della Sera, Il Fatto Quotidiano, hanno tutti il loro sito internet e tutti o quasi hanno una loro versione per iPad, smartphone e simili.

Ma la rete offre tanto altro ancora: tra le tante realtà italiane troviamo alcune “perle” spesso sconosciute ai “non addetti ai lavori”.

Il Post: Quello che è a tutti gli effetti l’Huffington Post italiano, diretto da Luca Sofri, è un ibrido tra quotidiano online , aggregatore di news e blog . Fornisce,ogni giorno informazioni di attualità, economia, politica ma sopratutto si occupa di internet, tecnologia e scienza ,ponendosi l’obiettivo di diventare il faro dell’informazione di qualità su internet sostenuta solamente dalla pubblicità.

Liquida: Aggregatore multi tematico di notizie provenienti da tutto il web , appartenente al gruppo Banzai, con oltre 7 milioni di post aggregati da più di 40 mila blog è di fatto l’aggregatore di news più grande d’Italia, con un pizzico di social che non guasta mai.

Wired: Nota rivista statunitense conosciuta come “La Bibbia di Internet”, è stata fondata dal giornalista Louis Rossetto e da Nicholas Negroponte nel 1993 a San Francisco. Dal 2009 è entrata nel panorama italiano portando una ventata di aria fresca con articoli interessanti su Internet , new media , new tech e innovazione.

Se poi si è interessati al mondo del web , delle nuove tecnologie e della comunicazione ci sono ancora alcuni siti da segnalare :

Punto Informatico” : è una testata online gratuita italiana, specializzata in nuove tecnologie, internet e comunicazione, fondata nel 1995 da Andrea De Andreis, con una media di 1,3 milioni di visitatori unici al mese è oggi la testata del settore più visitata in Italia.

HdBlog”: sito specializzato in nuove tecnologie, sopratutto nel campo mobile e pc, si basa sul modello di blog che ricorda vagamente siti internazionali come gizmondo o mashable, dove tutti gli argomenti sono suddivisi in diversi sottoblog specifici.

Hardware Upgrade”: Nasce nel 1997 per mano di Paolo Corsini come pagina personale dedicata al mondo dei personal computer, è poi cresciuto fino a diventare uno dei più conosciuti ed apprezzati portali tematici riguardati pc, hardware, internet e telefonia.

Il Corriere Delle Comunicazioni”: Quotidiano Online e cartaceo con il chiodo fisso per le Telecomunicazioni e ciò che gira attorno alle nuove tecnologie, fornisce informazioni sulla situazione attuale italiana dello sviluppo della rete ,sulla net neutrality , sul digital divide e molte altre news ogni giorno.

In questa lunga carrellata non può mancare ciò che sta rivoluzionando il mondo delle news online: Twitter, il famoso social network che spopola in tutto il mondo (un po’ meno da noi) e che pare essere perfino la scintilla degli ultimi moti rivoluzionari nel nord Africa. Ciò che stupisce è come l’immediatezza dell’informazione su Twitter , la lucidità delle news contenute in soli 140 caratteri, la sua flessibilità d’uso stiano cambiando il modo di informare, informarsi, e di fare opinione. Twitter si sta affermando, in maniera consapevole o no, come un vero e proprio strumento di potere.

“Riceviamo e pubblichiamo” di Michele Nocetti

Commenti disabilitati su Informati ai tempi di Google

Quando il gioco si fa duro… si cambia la legge elettorale

postato il 19 Aprile 2011

La notizia comincia a fare capolino sui giornali solo ora, ma il disegno di legge per modificare la legge elettorale del Senato è stato presentato il 5 ottobre 2010 e sta per essere esaminato dalla Commissione Affari istituzionali. Il disegno di legge 2356, di cui primi firmatari sono il vice capogruppo al Senato del Pdl Gaetano Quagliariello e il senatore Lucio Malan, consta di quattro articoli che sostanzialmente prevedono l’introduzione di un premio di maggioranza di 45 senatori per la coalizione vincente da ripartire su base regionale. Il “su base regionale” è estremamente importante perché metterebbe al sicuro il ddl da giudizi di incostituzionalità dato che l’articolo 57 della Costituzione dice esplicitamente che “il Senato è eletto a base regionale”. E’ evidente l’intento degli strateghi del Cavaliere che, dopo aver confezionato una “riforma” della giustizia su misura, pensano ora ad una riforma elettorale che metta fuori gioco definitivamente il Nuovo Polo di Casini, Fini e Rutelli.

I sondaggi di tutti gli istituti, infatti, dicono  che in caso di elezioni al Senato non vincerebbe nessuno e dunque la coalizione formata da Udc, Fli, Api ed Mpa sarebbe determinante per formare qualsiasi maggioranza, così gli esperti del Cavaliere, considerato che le elezioni anticipate sono sempre dietro l’angolo, si sono dati la priorità di rendere inoffensivo il Nuovo Polo, e  la maniera migliore sembra proprio quella di fare una legge elettorale che, con la scusa della governabilità, favorisca l’alleanza Pdl-Lega assicurando un cospicuo premio di maggioranza anche al Senato. Senza entrare nel merito della legge elettorale, ciò che è raccapricciante è la logica che c’è dietro a questa proposta ovvero l’idea che per trarre ovvi vantaggi si possa, a colpi di maggioranza, cambiare le regole, quelle regole che in un Paese normale andrebbero scritte insieme da tutte le forze politiche. Nemmeno un bambino che gioca a nascondino, e sta per essere scoperto, si sognerebbe di cambiare le regole del gioco. La scadente classe politica e il recente mercato delle vacche avrebbero dovuto spingere verso una riforma elettorale che restituisca ai cittadini la possibilità di scegliere i propri rappresentati, invece si pensa solamente al modo di vincere facilmente le elezioni e di continuare ad avere la possibilità di mandare in Parlamento fedeli servitori, nani e ballerine. Tutto perfettamente e tristemente in linea con la lunga lista di leggi ad personam: l’interesse non è più quello collettivo, ma quello del Capo. Ed ora il Capo vuole vincere le elezioni.

“Riceviamo e pubblichiamo” di Adriano Frinchi

1 Commento

Disoccupazione e dintorni: osservazioni e proposte

postato il 19 Aprile 2011

La disoccupazione è solo il risultato di una difficile congiuntura economica e sociale, oppure si possono individuare anche delle “colpe personali”? C’è chi è disoccupato perché la crisi ha creato un vuoto in alcuni settori dell’economia ma c’è anche chi è disoccupato per colpa propria. In molti quando hanno cominciato il percorso formativo hanno scelto la via più semplice e lo hanno fatto senza nemmeno leggere gli annunci di lavoro, senza la minima coscienza di quali fossero le figure professionali più ricercate pretendendo però di trovare lavoro con il pezzo di carta che hanno ottenuto. Si tratta di irresponsabilità pura, scaricata sul sistema politico e formativo.

Ma al di là delle colpe personali occorre riflettere seriamente sul sistema della formazione: università, scuola e formazione professionale hanno delle carenze notevoli, e molto spesso quando si esce da quelle esperienze non si è pronti. Un imprenditore che volesse assumere si trova in molti casi  a dover formare al lavoro in neoassunto per mesi o anni con costi assurdi. È chiaro che c’è qualcosa che non va.

Nel mondo del lavoro poi, imprenditori e lavoratori devono avere il coraggio di aggiornarsi. Dieci fa non esistevano Apple e il suo I-phone, Google, Facebook e il resto della “moderna” new economy. Oggi, ragazzini di 12 o 13 anni programmano per questi colossi internazionali creando delle loro micro imprese, il loro lavoro è produttivo e navigano in un mercato che raggiungerà quest’anno 35mld di dollari. Quanti ingegneri elettronici, informatici, periti e figure simili percorrono questa strada? Hanno questi il coraggio di rischiare o si aspettano che la STM di turno faccia un’infornata di assunzioni?

Altra piccola osservazione: quel “lavorano tutti” del ministro Tremonti sugli immigrati voleva semplicemente indicare che questi si adattano meglio e più in fretta dei nostri giovani alle esigenze del mercato. Non si vuole paragonare un immigrato non in possesso di titolo di studio riconosciuto con un qualsiasi laureato italiano, però bisogna anche dirsi alcune “verità”: oggi non c’è modo di assorbire quella massa di competenze acquisite nei nostri atenei, ma restano accessibili i posti come banconista al supermercato. Così essendo inutile il titolo per accedervi, il datore di lavoro guarderà alla puntualità e alla serietà del lavoratore. In questo caso il migrante si adatterà senza pretese, mentre il giovane italiano, con laurea in comunicazione e tante aspirazioni non lo farà.

Ma oltre le osservazioni ci sono anche delle vie da percorrere? Chi è già nel mondo del lavoro, a breve, dovrà adattarsi a tutto, mentre nel lungo periodo dovrà pensare a modi di riqualificazione. La politica deve concordare con le parti interessate e fare le riforme necessarie a garantire una migliore vivibilità delle aziende nel sistema economico internazionale e deve incentivare la loro crescita ed il loro sviluppo.

Chi ancora è in fase di formazione o la deve iniziare deve avere il coraggio di scegliere  percorsi difficili e scomodi ma di “sicura” occupabilità all’università o nella formazione specialistica tecnica: aiuterà a lavorare con continuità e a soffrire meno nelle fasi di recessione.

Chi ha un titolo di eccellenza, lo dico a malincuore, deve andare dove può esprimersi. Tocca all’Italia non farvi scappare.

“Riceviamo e pubblichiamo” di Carmelo Cutrufello

Commenti disabilitati su Disoccupazione e dintorni: osservazioni e proposte

Sla, una società sana si occupa dei malati

postato il 16 Aprile 2011

E’ trascorso quasi un anno ormai dal 21 giugno 2010, giornata dedicata al malato di sclerosi laterale amiotrofica, quando i malati insieme ai propri familiari, fecero un sit-in in piazza Montecitorio per chiedere ciò che non dovrebbe essere elemosinata: l’assistenza domiciliare  24 ore su 24. L’ On. Pier Ferdinando Casini nella interrogazione parlamentare fatta due giorni dopo la manifestazione ricordò con forza che l’assistenza sanitaria per queste persone non può essere inferiore alle 24 ore. In quei giorni si sperò che potesse avvenire ”tutto in fretta”, perché finalmente lo Stato si era ricordato di noi, come persone e come cittadini. Così non è stato, ma è solo l’ultima di tante promesse non mantenute.

Ricordo perfettamente quando in campagna elettorale il Premier sostenne la buona idea di abolire Province e Comuni, lì dove fosse stato possibile per avere subito risparmi da indirizzare nel sociale.L’abolizione delle provincie non c’è stata perché a una fetta importante del Governo non è sembrata una proposta utile. Ma la malattia non aspetta, i malati non hanno i tempi lunghi della Politica, i malati, mentre a Montecitorio si azzuffano e si insultano, continuano a morire. Tanto lenti i tempi politici quanto velocissimi quelli di malattie gravi, tanto che in molti casi sono le “soluzioni improvvisate “ dai familiari dei malati a prendere il campo,  familiari che si trasformano in veri e propri eroi, che rischiano tutto  per diventare infermieri dei loro cari o  per racimolare i soldi necessari a pagare l’ assistente socio-sanitario e/o l’ infermiere.

Per questa ragione ho apprezzato il monito lanciato recentemente dall’ on. Paola Binetti,  affinché non si giunga all’amara constatazione che persino nella tragedia della malattia vi siano Malati di serie  A e  Malati di serie B: questo non solo  sarebbe frutto di una mentalità umiliante per tutti, malati e sani, credenti e non, cristiani e laici, illuminati da Gesù o da Voltaire, ma diventerebbe  il marchio a fuoco di una società malsana,  inquinata da chi è troppo distratto dai propri affari per potersi occupare dei più deboli, degli ultimi perché improduttivi, degli indifesi poiché privi di parola e di gambe che funzionano ma che esistono e gridano con i loro assordanti silenzi.

Una società civile non può consentire di essere rappresentata da chi non crede ancora che sia giunto il momento di volgere lo sguardo agli ultimi, soprattutto se chi detiene il potere si professa convintamente cristiano e cattolico. Sono d’ accordo  con la Binetti quando afferma che di questo tema se ne potrebbe occupare il Ministero delle Pari Opportunità, proprio perché è necessario dare ai malati di Sla e a tutti coloro che soffrono l’opportunità di una vita degna di essere vissuta, proprio come chiunque altro. Quello che è un augurio per la crescita civile del nostro Paese, è anche una speranza concreta per un malato di Sla.

“Riceviamo e pubblichiamo” di Elisabetta Pontrelli

Commenti disabilitati su Sla, una società sana si occupa dei malati

Perchè la politica leghista ha fallito miseramente

postato il 11 Aprile 2011

Come tramutare 25mila immigrati in un problema

Come mai la base della Lega Nord negli ultimi tempi si dimostra così delusa ed insofferente nei confronti dei vertici? Come mai, questo partito che per anni è stato descritto come “l’unico veramente capace di parlare alla gente”, da oramai diverso tempo perde appeal nei confronti del suo elettorato? Cosa di rovinoso è alla fine emerso nella politica del Carroccio e, in generale, da questa pseudo destra di stirpe berlusconaina? La spiegazione potrebbe essere molto più semplice di quanto si possa credere: nel mondo globalizzato e frenetico, per via paradossale, ciò di cui si ha meno bisogno per comprendere la realtà e gli intrecci socio-antropologici è proprio il tanto abusato pregiudizio; ovvero quella scorciatoia di pensiero che permette di incasellare la maggiorparte di avvenimenti e comportamenti umani in una schiera di etichette precise e “recitanti”.
Un tipo di ragionamento che si basa sull’automatismo delle valutazioni e sull’utilizzo sistematico e perpetuo degli stereotipi, infatti, non è assolutamente in grado di soddisfare i bisogni del tessuto sociale nel lungo periodo. E’ come un padre che asseconda ogni capriccio dei proprii figli perchè non ha la forza (e le capacità) per educarli. Poi i figli crescono viziati ed egoisti e si rivoltano contro il genitore che non ha saputo governarli e guidarli verso strade meno lontane dalla felicità.
Proprio perché siamo sempre di più e sempre più “mescolati”, la risposta che un politico serio e lungimirante dovrebbe dare al suo elettorato, dovrebbe allontanarsi il più possibile dalle derive egoistico-razzistoidi e dalle placide spiagge del buonismo. Ciò perchè, nel 2011, in Italia come in ogni altra parte del mondo, occorre accettare il fatto che la società in cui viviamo è infinitamente più complessa ed eterogenea rispetto a quella di 30-40-50 o 100 anni fa.
La realtà nella quale ci barcameniamo con sempre maggior difficoltà è difatti composta da persone e situazioni che possono (devono) essere viste e valutate da una serie quasi infinita di angolazioni. Un tipo di considerazione così semplice (o addirittura banale, se preferite) sfugge però clamorosamente alla maggiorparte dei politici nostrani. Dalla sedicente destra alla sedicente sinistra, si naviga difatti da un estremo all’altro; da un pragmatismo spicciolo, ipermaterialista e miope, ad un buonismo relativista altrettanto semplicistico e per questo limitato e limitante oltre che ipocrita e contraddittorio.
In tal modo, però, non si fa altro che alimentare paure ed assecondare atteggiamenti figli di altre epoche e di altre necessità. Nel nostro paese, in parole povere, si sprecano gli “emotivi” e non si trova traccia alcuna dei programmatici, dei saggi e dei lungimiranti. Si parla alla pancia nell’ossessiva ricerca dell’immediato e nell’atavica e comoda abitudine alla sussistenza. Si vive, insomma, rattoppando e non avendo la pazienza di cucirsi un bell’abito nuovo. Per questo, dopo il fallimento del sogno delle sinistre italiane, ci si avvia al secondo fallimento, forse ancora più clamoroso e “doloroso”, delle cosiddette destre.
La dimostrazione plateale di tale claudicante e cieco andazzo generale, è il clamoroso imbarazzo nel quale  è caduto uno stato che conta oltre 60 milioni di abitanti e che, a causa di una guerra esplosa nel vicino Nordafrica, si ritrova a dover accogliere appena 25.000 immigrati.
Il Carroccio ed il Pdl, dopo aver criticato (ed insulato) l’Unione Europea ad intervalli regolari, invocano ed anzi pretendono un aiuto “dall’alto” per gestire una situazione che, qualunque governo dotato della minima capacità organizzativa e della giusta coesione, potrebbe affrontare senza eccessivi problemi.
Ma senza contrapposizioni e filo spinato intorno agli orticelli, movimenti come la Lega Nord non hanno alcuna ragione di esistere. Senza il delirio protezionista che snobba il resto del mondo salvo quando ci sono in ballo questioni di “danè”, il Senatùr non potrebbe dar da mangiare ai propri elettori. Eppure, proprio coloro che votano per Bossi e company, dovrebbero rendersi conto dell’odiosità intollerabile di una certa filosofia di pensiero e, soprattutto, volendo guarda al proprio portafoglio, della controproduttività della politica made in padania.
E così, in attesa dell’uomo della provvidenza (che al contrario di ciò che sostiene il qualunquistico e modaiolo pensiero serve ora più che mai), l’Italia continua a retrocedere nel ranking mondiale e scivola all’ottavo posto; superata anche dal Brasile e sempre più ripiegata su sé stessa. Per questo, come ripeto sempre ed instancabilmente, i giovani che ancora abitano la penisola non devono fuggire ma combattere; combattere per non lasciare questo paradiso nel quale hanno avuto la fortuna di nascere alla mercee di diavoli che presto o tardi dovranno morire.

Di Germano Milite

Commenti disabilitati su Perchè la politica leghista ha fallito miseramente

Vado, mi dimetto e torno

postato il 9 Aprile 2011

Che le dimissioni in Italia fossero una rarità era chiaro, ma ora cominciano a diffondersi le “dimissioni temporanee”. Le dimissioni temporanee sono una vera novità politica, un’invenzione straordinaria che da lustro a questo governo che può vantare il primato di almeno quattro casi di dimissioni temporanee. Sono finiti i tempi degli Scajola e dei Brancher che sono stati costretti alla turpe pratica delle dimissioni e che ora vagano ai margini della compagine governativa vedendo i loro posti preda di uno Scilipoti qualsiasi, ora i nostri beniamini possono tranquillamente dimettersi senza rinunciare alla loro poltrona. Questa pratica virtuosa delle “dimissioni che non lo erano” è stata inaugurata dal ministro Mara Carfagna che pochi giorni prima del voto di fiducia del 14 dicembre dichiarò al quotidiano napoletano “Il Mattino” che il giorno seguente si sarebbe dimessa, udite udite, da tutti gli incarichi. Fortunatamente le premure del Premier e di altri esponenti della maggioranza hanno dissuaso la bella Mara dall’insano gesto. Il Rigoletto di Verdi ci insegna che la “donna è mobile” ed in effetti altre dimissioni annunciate ma mai verificatesi vengono sempre nel turbolento mese di dicembre  dal ministro Stefania Prestigiacomo che, sull’orlo di una crisi di nervi perché la sua maggioranza non le votava i suoi provvedimenti, annunciò le dimissioni dal gruppo del Pdl ma non dal governo. Anche in questo caso le coccole del capogruppo del Pdl alla Camera Fabrizio Cicchitto e di  Gianni Letta hanno rassicurato la siciliana Prestigiacomo, che però nel campo delle “dimissioni che non lo erano” ci ha donato una chicca: le dimissioni dal gruppo parlamentare, ovvero mi tengo tutto, ministero e seggio parlamentare, ma passo per una che si dimette! Gli uomini del governo non sono voluti essere da meno delle colleghe e così qualche settimana fa il sottosegretario con delega alla famiglia  Carlo Giovanardi ha annunciato le sue dimissioni a seguito dei pesanti tagli al fondo per la famiglia. Giovanardi in questi giorni è stato a mostrare in tv il suo sorriso alla Fernandel e non sembrava uno prossimo alle dimissioni e siccome non si hanno notizie di imponenti stanziamenti del governo a favore delle politiche familiari possiamo giustamente iscrivere il sottosegretario nell’albo d’oro delle dimissioni temporanee. Ma in questi giorni si è affermato il campione delle dimissioni a tempo: il sottosegretario all’interno Alfredo Mantovano che aveva rassegnato le dimissioni dal governo per via dell’arrivo a Manduria, contrariamente alle sue promesse, di 1.500 immigrati. Mantovano nei giorni seguenti ha raccolto attestati di stima, elogi da maggioranza e opposizione, perfino Vauro in tv ha riconosciuto pubblicamente la moralità del sottosegretario che preferiva dimettersi piuttosto che avvallare la gestione governativa dell’emergenza immigrazione. E’ bastato mandare via 200 immigrati dal suo collegio elettorale per far parlare Mantovano nientemeno di una fantomatica “svolta” nella vicenda immigrati e dunque per ritirare le sbandierate dimissioni. Chi sarà il prossimo esponente del governo a cimentarsi nella singolare pratica delle dimissioni senza lasciare la poltrona? Lo scopriremo presto, intanto il pensiero corre al povero Sandro Bondi che è stato l’ultimo in ordine di tempo a dimettersi senza che nessuno lo richiamasse o lo pregasse di rimanere. Che sia ancora in tempo per ritirare le dimissioni ed entrare a far parte del fantastico club dei dimessi a tempo?

“Riceviamo e pubblichiamo” di Adriano Frinchi

Commenti disabilitati su Vado, mi dimetto e torno

Il processo è breve ma la notte è lunga

postato il 7 Aprile 2011

Tanti italiani sono abituati a lavorare fino a tardi o addirittura a svolgere il proprio lavoro in notturna, a volte con turni massacranti ma sempre per racimolare quanto è necessario per arrivare alla fine del mese. In questi giorni i deputati saranno impegnati ad oltranza, sfruttando quindi le ore della notte, per stare in aula a discutere e votare. “Finalmente” dirà qualcuno, sperando di vedere finalmente un Parlamento che lavoro giorno e notte per il Paese, ma purtroppo le sedute in notturna della Camera dei Deputati sono una richiesta della maggioranza per evitare l’ostruzionismo dell’opposizione e approvare nel più breve tempo possibile la legge sul processo breve.

Sembra incredibile: mentre c’è una guerra in fase di stallo, mentre il canale di Sicilia si riempie di cadaveri e l’emergenza immigrazione spacca l’Italia e l’Europa, i deputati sono costretti dagli strateghi del Presidente del Consiglio agli straordinari per varare una legge che ha l’unico obiettivo di salvare il Premier dai suoi guai giudiziari. Come se non bastasse i ministri di questo governo, che dovrebbero in queste gravi situazioni adoperarsi per risolvere problemi ben più grandi, essendo deputati sono costretti a stare incollati al loro scranno parlamentare per evitare al Governo una nuova Caporetto in materia di giustizia. C’è un evidente scollamento tra il Paese reale, che si affanna e soffre,  e una classe politica impantanata in un dibattito sterile e peggio ancora nella difesa dei privilegi e delle malefatte di pochi. La seduta notturna della Camera per approvare l’ennesima legge ad personam, non è solo una triste cartolina da Montecitorio ma è una metafora della situazione politica: le tenebre nella letteratura di ogni tempo sono anche  il tempo degli operatori di iniquità, il tempo di quanti si nascondo e mettono in atto ogni genere di azione cattiva. Approvare una legge, questo tipo di legge, di notte mentre la gran parte del popolo italiano dorme è una conferma che siamo purtroppo ancora una volta alla “notte della Repubblica”. Se Federico Fellini fosse vivo direbbe nuovamente che “adesso c’è soltanto il sentimento di un buio in cui stiamo sprofondando”. E’ notte, una lunga notte, ma istintivamente tutti noi cerchiamo un po’ di luce.

Adriano Frinchi

2 Commenti


Twitter


Connect

Facebook Fans

Hai già cliccato su “Mi piace”?

Instagram