I partiti ormai non esistono più. Sono sempre un democristiano
postato il 30 Luglio 2026L’intervista al Secolo XIX a cura di Mario De Fazio

“Ero seduto proprio lì, dove oggi è lei, in questo stesso ufficio. Al mio posto c’era Fanfani. Venne al mio fianco e, con un matitone rosso e blu, mi corresse gli errori”. Pier Ferdinando Casini è nel suo ufficio, a Palazzo Giustiniani, la stessa stanza che in passato ha ospitato Fanfani e Andreotti. Su un tavolino c’è una foto che ritrae suo padre Tommaso con Alcide De Gasperi, in un comizio del 1953, “il più grande della storia della Dc a Bologna: quella foto la porto sempre con me”. Sulla sua scrivania l’ultimo democristiano ha un’agenda con lo stemma del Bologna, squadra di cui è tifosissimo, una statuetta della Madonna con l’acqua benedetta, alle spalle le bandiere dell’Italia e dell’Europa. Dopo 43 anni filati in Parlamento, Casini è uno scrigno di aneddoti e analisi: gli esordi nella rossa Bologna, le grandi figure della Dc che ha conosciuto, il rapporto con gli avversari comunisti e con Berlusconi, Tangentopoli e il muro di Berlino. Ma, dialogando con Il Secolo XIX, legge anche le differenze tra passato e presente, parla di Meloni e Schlein e della politica che, secondo Casini, non è altro che “un grande amore per il proprio Paese”.
Presidente, com’era la “rossa” Bologna degli anni Settanta per un giovane democristiano?
“Vedo che lei è uno studioso del Medioevo: partire dai miei albori significa partire da prima che mi candidassi al Comune di Bologna, nel 1980. Prima ero stato rappresentante dei giovani nel consiglio di facoltà, a Giurisprudenza, e prima ancora, al liceo Galvani, ci fu il mio esordio in politica”.
Perché la politica?
“Perché ritenevo importante che ciascuno di noi potesse esprimere la propria idea. Era la fase degli opposti estremismi, dei picchetti rossi a scuola, delle violenze fasciste. In verità, non avevo grandissima voglia di andare a scuola, però volevo restare a casa quando lo decidevo io, non gli altri. Non mi piaceva essere prevaricato, preferivo tolleranza e rispetto. E pensavo che il merito dovesse avere ancora una funzione, e che l’appiattimento del 6 garantito non fosse la soluzione”.
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