Università italiana, codice rosso

La classifica stilata dal settimanale inglese “The” (Times higher education, costola del quotidiano “The Times”) non lascia dubbi: tra i primi duecento atenei del mondo nessuno di questi è italiano. Probabilmente per chi lavora in ambito universitario e si trova quotidianamente a combattere una vera e propria lotta per la sopravvivenza questa classifica non dice nulla di nuovo, ma per tutti gli altri, governo in primis, dovrebbe rappresentare un tremendo campanello d’allarme.

I 78 atenei italiani (pubblici e privati) risultano surclassati non solo da prestigiose istituzioni accademiche come Harvard, Oxford, Cambridge o il Politecnico francese ma anche da minuscoli atenei come quello della città di Bergen (Norvegia) che conta 250 mila abitanti e dalle università cinesi, egiziane e turche.

La classifica redatta dal settimanale inglese ha tenuto conto della ricerca prodotta nei singoli dipartimenti, della qualità della didattica, degli stimoli creati dall’ambiente accademico ed anche del livello di retribuzione di docenti e ricercatori, e ha il fine dichiarato di orientare i giovani per le future scelte accademiche. Cosa faranno i giovani italiani davanti a questa terribile classifica? Si consoleranno con un’altra ricerca di Qs, gruppo leader dell’Mba Tour, che nella sua top 200 vede l’università di Bologna (176° posto) e La Sapienza di Roma (190° posto), oppure, molto più probabilmente, faranno carte false per lasciare questo Paese? I più, probabilmente, si accontenteranno di riuscire a strappare una misera laurea nella giungla universitaria italiana da appendere al muro per correre a lavorare nel call center.

Tutto ciò a patto che gli studenti trovino ancora i cancelli delle università aperti:  è di questi giorni infatti l’allarme dei rettori degli atenei del meridione riuniti a Palermo che hanno paventato la scomparsa delle università del sud a causa dei tagli e del federalismo. Il rettore dell’Università di Palermo, Roberto Lagalla, ha denunciato non solo la contrattura delle risorse per scuola e università ma anche la differenza tra quanto avviene in Italia e nel resto d’Europa dove, nonostante la crisi, si continua ad investire su scuola, università e ricerca.

Del gap in materia di scuola e università tra Italia e resto d’Europa ci aveva già avvertito a settembre il rapporto OCSE sull’istruzione secondo il quale il nostro Paese spende solo il 4,5% del Pil nelle istituzioni scolastiche contro una media europea del 5,7%. A rimetterci molto sono le università. Sul rapporto infatti si legge che la spesa media per studente inclusa l’attività di ricerca è 8.600 dollari contro i quasi tredici mila Ocse. In generale risulta dunque che l’Italia investe ancora poco e male nell’istruzione con un contraccolpo importante per lo sviluppo economico. Lo stesso Segretario generale dell’organizzazione Angel Gurria, durante la presentazione del rapporto, ha sottolineato come “ l’istruzione, mentre siamo alle prese con una recessione mondiale che continua a pesare sull’occupazione, costituisce un investimento essenziale per rispondere alle evoluzioni tecnologiche e demografiche che ridisegnano il mercato del lavoro”.

Questi dati, in un paese normale, allarmerebbero anche un bidello figurarsi il capo del governo o il ministro dell’istruzione e dell’università, ma qui siamo in Italia e non ci si scompone nemmeno se Pompei va in macerie. Figuriamoci l’Università.

“Riceviamo e pubblichiamo” di Adriano Frinchi

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