Tutti i post della categoria: Riforme

La lunga agonia delle Province

postato il 9 dicembre 2011 da Redazione

“Riceviamo e pubblichiamo” di Roberto Dal Pan

Da almeno 65 anni, cioè dalle discussioni in seno all’Assemblea Costituente, il destino delle Province è stato più volte messo in discussione ed altrettante volte la sorte è stata benigna, risparmiando generazioni di politici dallo spettro della disoccupazione. Questa articolazione periferica dello Stato, apparsa nella nostra penisola al seguito delle truppe napoleoniche agli inizi del XIX secolo, ha trovato qui un fertile terreno di coltura che ne ha garantito una rigogliosa crescita, facendole passare da quota 59 del 1861 a quota 110 del 2011 con un incremento medio di una neonata Provincia ogni tre anni di storia unitaria.

Come già detto, alla nascita della Repubblica si pose subito il problema della coabitazione tra le Province, retaggio centralista franco-sabaudo, e le nuove (sarebbe meglio dire le rinascenti) Regioni patrocinate da democristiani e repubblicani, forti delle rispettive tradizioni autonomistiche, ma fieramente avversate dai social-comunisti e dai conservatori. Come sappiamo, il compromesso scaturito dai lavori della Costituente rinviò fino agli anni ’70 del secolo scorso la piena attuazione del decentramento regionale ordinario e proprio allora ripresero vigore i tentativi di abolizione delle Province.

Negli ultimi tempi, alle motivazioni più precisamente giuridiche a favore dell’abolizione dell’istituto provinciale si sono aggiunte valutazioni di natura economica, in qualche caso con connotati di pura demagogia e scarsa obiettività. La realtà dei fatti è che, mentre la Regione si va sempre più affermando come pilastro non del mero decentramento amministrativo ma di un vero e proprio autogoverno del territorio, la Provincia si trova spesso a galleggiare nell’indifferenza dei più e sopravvivere all’ombra della prima garantendo buoni posti di ripiego per molti delusi dalle competizioni elettorali.

Nemmeno chi ha costruito le proprie fortune elettorali sparlando a vanvera di federalismo ha però saputo introdurre efficaci forme di innovazione degli strumenti del decentramento amministrativo; anzi con le proprie iniziative legislative ha per primo condannato alla morte per consunzione le amministrazioni provinciali, salvo versare oggi lacrime di coccodrillo.

Ma davvero oggi è possibile fare a meno delle Province? E se sì, a quali condizioni e con quali strumenti?

E’ sempre una buona abitudine cominciare ad analizzare un problema partendo dai dati sicuri a disposizione, uno dei più interessanti è quello relativo alla popolazione residente: la Provincia più popolosa d’Italia è Roma con più di 4 milioni di abitanti seguita da Milano con 3 milioni abbondanti; la meno popolosa è la Provincia dell’Ogliastra con 58.000 abitanti, preceduta dalla Provincia di Isernia con quasi 89.000. L’evidente sproporzione tra questi dati denuncia tutto il peso del problema!

Anche nell’analisi dei dati relativi alla superficie emergono considerazioni interessanti: la Provincia più estesa d’Italia risulta essere Bolzano con quasi 7.400 kmq seguita da Foggia, Cuneo e Torino che si fermano poco sotto i 7.000 kmq; la Provincia più piccola d’Italia è Trieste con i suoi 211 kmq al cospetto dei quali anche i 365 kmq della penultima, cioè Prato, sembrano tanti. Trieste è anche la Provincia che raggruppa il minor numero di Comuni, solo 6, mentre quelli che compongono la Provincia di Torino sono ben 315!

Il fatto che tutte queste amministrazioni provinciali siano rette dal medesimo impianto burocratico è cosa assolutamente incredibile; è ben comprensibile come Trieste e Prato potrebbero essere meglio organizzate sul modello delle città metropolitane mentre per Roma, Milano, Torino e Napoli il governo provinciale si trova ad amministrare più cittadini che un’entità statuale autonoma come la Bosnia, l’Albania o la Moldavia!

L’abolizione “tout court” delle Provincie ordinarie porterebbe ad un risparmio di circa 65 milioni di euro, stando ai più recenti calcoli dell’Università Bocconi, ma l’accento non credo vada posto tanto sull’aspetto economico quanto sulla necessità di una vera riforma federalista che faccia perno sulle Regioni e sui Comuni, enti questi ultimi che a loro volta andrebbero rivisitati nella loro strutturazione. Le politiche di area vasta potrebbero essere quindi affidate ad organi consorziali di secondo livello in cui siano chiamati a partecipare gli stessi amministratori comunali, nell’ambito delle linee di coordinamento regionali, a patto che non si vengano a creare nuovi centri di spesa.

Le uniche zone dove potrebbero essere mantenute strutture sul tipo delle attuali Province, con particolari attribuzioni di autonomia, sarebbero le aree montane delle Regioni più estese, allo scopo di adeguare le forme di governo dei territori di pianura alle realtà, anche molto diverse, delle zone maggiormente svantaggiate rappresentate per l’appunto dalle aree montuose, il tutto nel pieno rispetto dell’art. 44 della Carta Costituzionale.

Vedremo se questa volta il Parlamento avrà l’occasione per porre finalmente in atto una svolta storica nell’organizzazione delle autonomie locali oppure se, ancora una volta, le Province confermeranno la loro caparbia capacità di sopravvivere (politicamente) a tutto ed a tutti.

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Perché la riforma delle pensioni s’ha da fare (subito)

postato il 2 dicembre 2011 da Redazione

di Giuseppe Portonera

Una delle principali matrici di azione di questo Governo, come spiegato più e più volte dal Premier Mario Monti, sarà quella di fare la tanto annunciata quanto irrealizzata “riforma del sistema pensionistico”. In realtà la riforma del sistema previdenziale sarebbe dovuta essere approntata molto tempo fa, ma la nostra politica ha preferito sprecare anni e anni in interminabili e infinite discussioni ideologiche, con il risultato che, nella situazione straordinariamente delicata in cui ci troviamo ora, ci vediamo costretti a prendere provvedimenti decisi, senza mezze misure, in tempi stretti. Per questo serve una comune assunzione di responsabilità da parte di tutti: l’aumento dell’età pensionabile, il superamento del magico numero 40, il passaggio al sistema contributivo per tutti, l’abolizione delle pensioni di anzianità non sono misure “punitive”: sono “necessarie” per garantire una maggiore equità sociale, maggiori possibilità alle future (e presenti) nuove generazioni.

Come hanno spiegato gli economisti Tito Boeri e Agar Brugiavini, su Lavoce.info, il sistema attuale ha delle palesi situazioni di iniquità, che vanno eliminate, così come ci hanno chiesto anche Europa e Bce, non “per fare cassa, ma per equità”. Anche perché questa tipo di riforma agirebbe anche sul grande problema italiano (o meglio, uno dei tanti): la disoccupazione giovanile. Abbiamo, contemporaneamente, la quota più alta di giovani che non lavorano e non studiano al tempo stesso e quella di chi ha vite lavorative più brevi. Lavorando più a lungo, sostengono giustamente Boeri e Brugiavini, potremmo ridurre la pressione fiscale che grava sui giovani e aumentare assunzioni e rendimento dell’istruzione fra chi ha meno di 24 anni.

Del resto, sempre su lavoce.info, il neoministro per il Welfare, Elsa Fornero, non ha mancato di esporre la propria visione in materia e la propria preferenza verso una riforma netta che vada nella direzione indicata sopra: e questo, è ovvio, ci fa ben sperare. La Fornero, infatti, è un’esperta in materia, di indubbia qualità e competenza e ha sempre avuto un approccio alla questione estremamente razionale e non ideologico: in un articolo del 2007, commentando la proposta di riforma previdenziale avanzata dall’Ulivo, spiegava che “sarebbe un vero peccato se vertesse soltanto sullo scalone, che pure si può ammorbidire. A patto di saper progettare il futuro e di riaffermare il metodo contributivo, il punto forte della riforma del 1995. E l’unico in grado di garantire al tempo stesso sostenibilità finanziaria ed equità tra le generazioni”. Centrale, come vedete, è il concetto del sapere “progettare il futuro”: un futuro che si può costruire, pezzo dopo pezzo, solo se oggi i nostri padri (a proposito, date un’occhiata all’hashtag #caropadre) saranno disposti a rinunciare ad alcuni dei loro privilegi di oggi. Se così non dovesse essere, si potranno lamentare delle loro (anche magre, per carità) pensioni, ma non lasceranno ai propri figli neanche questo di cui lamentarsi: saremo la Generazione zero, zero lavoro e zero pensione. Senza questo tipo di riforma, possiamo dimenticarci ogni possibilità di crescita.

Perché, come recita un antico proverbio, le società crescono solo quando gli anziani piantano alberi sotto la cui ombra non riposeranno mai. La strada è questa, non esistono alternative: perché le pensioni tornino ad essere la giusta ricompensa per chi ha lavorato una vita, non un miraggio impossibile o un felice ricordo di un lontano passato, è necessario riformare il sistema previdenziale. Subito.

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Riformare. Si deve, si può.

postato il 27 ottobre 2011 da Redazione

“Riceviamo e pubblichiamo” di Il Libertarioil.illibertario.libertario63@gmail.com

Occorre poco per cambiare le cose. Riformare, tagliando i conti pubblici, non è sempre la soluzione migliore. Le riforme sono possibili mettendo mano su quello che già c’è. Basta volerlo. Occorre prendere atto che una vera e necessaria riforma economica e istituzionale in questo Paese non puo’ prescindere dall’eliminazione dei diritti acquisiti e dalla consapevolezza della necessità di un richiamo alla responsabilità comune.

L’Ue, come tempo addietro fece la Bce, ci richiama all’ordine. Molte le obiezioni che si fanno su questo. Ma è chiaro che l’ingresso nella moneta unica europea è stata una scelta condivisa. Una scelta che ha chiamato tutti (destra sinistra, forze politiche moderate o extra parlamentari) a prendere una posizione di campo: o fuori o dentro l’Unione europea. Noi abbiamo fatto la nostra scelta e adesso ci chiedono conto. Ci chiedono conto in primis delle mancate promesse di questo governo. Delle politiche di crescita ”sostenute” e mai portate avanti con coraggio e con forza. Ci chiedono conto delle mancate liberalizzazioni (comprese quelle degli Ordini professionali), di adeguare le pensioni d’anzianità e accompagnamento, ci chiedono di rivedere le finestre d’uscita, di riformare il mercato del lavoro e licenziamenti più facili nel settore pubblico. Ma non solo, ci chiedono continuamente di intervenire sull’evasione e la corruzione imperante. La grande sfida che quest’Italia deve e può risolvere.

Basta poco per traghettare questo Paese fuori dalla palude della recessione. Basta prendere atto dell’urgenza e fare appello (al di fuori delle scelte politiche e degli schieramenti) alla drammaticità del momento. Il mio appello è questo: interveniamo presto e subito seguendo questa direttrice:

  1. Defiscalizziamo i datori di lavoro e/o incentiviamo chi assume manodopera giovane (a tempo indeterminato). Oggi spendiamo (un po’), domani avremo nuove imprese giovani e dinamiche sul mercato.
  2. Detassiamo le nuove aziende che si affacciamo sul mercato. Insomma detassiamo chi rischia con professionalità e coraggio il proprio capitale umano ed economico.
  3. Aboliamo gli Ordini professionali. E’ questa l’unica liberalizzazione possibile. Non svendere, come il passato dimostra, quello che è Pubblico. L’Unione Europea ha stimato che grazie alle mancate liberalizzazioni e alla ”stozzatura” degl’Ordini professionali perdiamo 1,6 punti di Pil all’anno. Eliminare il minino tariffario non ha senso, non spingi la crescita. Ha senso eliminare le Caste impediscono l’accesso alle professioni e non generano concorrenza. Partirei dall’eliminazione della legge dello Stato che regola gli accessi a queste categorie. Accesso libero come ci chiede l’Ue. I cialtroni verrebbero eliminati dal mercato per incompetenza. Sul mercato rimarrebbero i più bravi e preparati, e i servizi -non essendoci minimi tariffari- sarebbero sicuramente più convenienti economicamente, più efficienti, migliori di quello che sono ora.
  4. Introduciamo una Patrimoniale sulle rendite finanziarie e/o sui capitali. In questo modo chi ha forti utili pagherà di più di chi non si puo’ permettere di rischiare il proprio capitale. Trovo antidemocratico che chi ha meno (e sempre quello) deva risponderne del proprio capitale allo Stato e chi ha più debba non rispondere al Fisco perché non c’è una norma che lo impone. O se si pensa che ci sia è un palliativo.
  5. Veniamo incontro all’Ue. Rivediamo il nostro sistema di previdenza/pensionistico. Vediamo se ci sono sperperi e ”abusi”. Eliminiamo le maxi pensioni. Rivediamo le finestre d’uscita, e se occorre incentiviamo (seriamente con bonus ad esempio) chi decide di continuare a lavorare. Eviteremo così lavoro nero e abbatteremo nuovi costi sociali.

Quello che vi presento è un pacchetto di spunti per rivedere le politiche economiche. Sono le mie proposte. Proposte e spunti non autorevoli. Semplicemente le proposte di un cittadino italiano che ha a cuore questo Paese.

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Misure subito, ogni ritardo è letale

postato il 25 ottobre 2011 da Redazione


La dichiarazione del Presidente della Repubblica è  un richiamo all’assunzione di responsabilità forte. Il governo, se c’è, deve evitare ogni ulteriore indugio e portare a Bruxelles le misure richieste a partire dalla riforma previdenziale.
Qui si tratta di salvare l’Italia, si tratta di evitare il baratro e ogni esitazione può essere letale.

Pier Ferdinando

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Con qualunque legge elettorale il Terzo Polo è decisivo

postato il 3 ottobre 2011 da Redazione

Con estremismi si vince ma non si governa

Una legge elettorale diversa è fondamentale ma con tutte le leggi elettorali che possiamo fare, il terzo polo è determinante. In qualsiasi scenario noi siamo decisivi. Senza gente con la testa sulle spalle, il governo non si tiene in piedi. Con gli estremismi si vince ma non si governa.

Pier Ferdinando

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Pensioni di reversibilità e anzianità: intervenire o no?

postato il 26 agosto 2011 da Redazione

“Riceviamo e pubblichiamo” di Mario Pezzati.

Il problema delle pensioni in Italia è molto complesso perché riguarda un mondo multiforme e vario: si deve fare una prima distinzione tra chi già percepisce una pensione e chi la percepirà in futuro; altra distinzione è tra i vari tipi di pensione (anzianità, di invalidità, di reversibilità), e sui modi di calcolo (contributiva o retributiva).

Intanto distinguiamo tra chi è già in pensione e chi deve ancora andare in pensione: è chiaro che nel primo caso si parla di diritti acquisiti, quindi difficilmente possono essere toccati, ma è anche vero che per le pensioni particolarmente elevate o nel caso di cumuli di più di pensioni, si può parlare di una riduzione dell’importo erogato. Voglio specificare bene, per evitare fraintendimenti: non parlo assolutamente di andare a diminuire il percepito di chi vive con la pensione minima, ma logicamente se si percepisce una pensione di 3000 euro netti e sommo anche una pensione di reversibilità di altri 3000 euro netti, parliamo di un reddito complessivo di 6000 euro netti al mese e in questo caso si può legittimamente pensare di diminuire la pensione di reversibilità erogata.

Contrariamente a chi afferma che 19 milioni di pensionati sono troppi (mi chiedo quale soluzione prospetta per eliminare i pensionati, forse le camere a gas?), dico che i pensionati sono, in questo momento, un sostegno per le famiglie. Svolgono il duplice ruolo di sostegno finanziario e familiare: il primo grazie alla loro pensione che permette di arrotondare il bilancio familiare (anche mantenendo i nipoti o i figli che cercano ancora lavoro), il secondo quando vi sono nipoti a cui badare ed entrambi i genitori lavorano (con asili nido assolutamente carenti).

Si è parlato di ridurre le pensioni di reversibilità, ma siamo sicuri di volerlo? Sempre più spesso ormai si arriva tranquillamente a 80 anni, ma a quell’età una persona ha bisogno, spesso, di essere accudita, e, visto che lo Stato non ha le risorse per farlo, è lo stesso anziano che deve provvedere pagando un aiuto o una badante o un istituto. Pensiamo, ad esempio, a tutti i malati di alzheimer e parkinson che vivono senza la possibilità di accedere ad un centro qualificato; in questo caso sono i familiari a farsi carico delle spese, spesso onerose, e in questo caso la pensione dell’anziano è un prezioso sostegno finanziario.

Quindi, a mio avviso le pensioni non dovrebbero essere toccate, a meno che non si parli di importi veramente alti (dai 4000 euro in su), in quel caso si può prevedere un piccolo aumento del prelievo.

Parliamo invece di chi deve ancora andare in pensione.

E’ davvero strano andare in pensione a 65 anni? La risposta è no, il resto del mondo va in pensione a quell’età, equiparando uomini e donne (alla fine dell’articolo troverete una tabella con i dati delle principali nazioni).

Ormai la vita media si è allungata e si arriva a condizioni sempre migliori all’età di 60-65 anni, quindi è legittimo pensare che si possa andare in pensione dopo rispetto ad oggi. D’altronde, il sistema pensionistico italiano è figlio di un periodo storico molto particolare, contrassegnato da un basso debito pubblico e una grande crescita economica dando vita al fenomeno anche delle baby pensioni, che sono maggiormente concentrate nel Nord Italia. Per intenderci, i “baby pensionati” sono coloro che potevano andare in pensione a 14 anni, sei mesi e un giorno se erano donne e addirittura 19 anni, sei mesi e un giorno se erano maschi, e sono localizzati per il 65% nel Nord Italia.

Detto quindi che non dovrebbe essere un tabù l’allungamento della vita lavorativa, equiparandoci al resto del mondo (ricordo che alla fine dell’articolo troverete una tabella con tutti i dati), resta il problema di quanto le nuove generazioni percepiranno quando saranno in pensione.

Questo è il tasto dolente, perché ormai si è passati al sistema contributivo, ovvero la pensione è parametrata a quanto è stato versato nelle casse dell’INPS e sarà pari al prodotto tra la somma dei contributi versati durante la vostra vita lavorativa (e rivalutati in base alla crescita dell’economia italiana, più l’inflazione) e un coefficiente (attualmente tra il 4 e il 6%) che dipende dall’età in cui andrete in pensione (tra 57 e 65 anni).

Il problema quindi diventano i contributi e il punto dolente è per chi lavora con contratti a progetto, in quanto con questa forma contrattuale, il datore di lavoro versa meno contributi all’INPS girando questa somma al lavoratore. Per fare un esempio concreto: un lavoratore dipendente che introita 1200 euro netti, prenderebbe 1300 euro netti (per ipotesi) come lavoratore a progetto, ma questi 100 euro in più che percepirebbe, sono tolti ai contributi che il datore di lavoro versa all’INPS. Lo scopo di questa “manovra” è quello di fare decidere al lavoratore se destinare o meno una quota del suo stipendio alla pensione tramite i fondi pensione.

Stando ai calcoli di vari siti e trasmissioni (per citarne una: report) chi per 30 o più anni lavora con un contratto a progetto per uno stipendio netto mensile inferiore a 1000 euro avrà diritto alla pensione sociale, e questo è il vero problema. Come risolverlo? A mio avviso si dovrebbe rivedere il sistema contributivo per il contratto a progetto equiparando i contributi a quelli del lavoratore dipendente, sarà poi il datore di lavoro valutare se gli conviene proporre un contratto a progetto o un contratto a tempo indeterminato.

Tabella per l’età media pensionistica, da cui si evince che la pensione è stata equiparata per uomini e donne e se se ha diritto a 65 anni:

Austria
L’età minima pensionabile è per tutti a 65 anni; il periodo contributivo da 40 a 45 anni.

Belgio
Donne e uomini vanno in pensione a 65 anni.

Danimarca
Si va in pensione a 65 anni, non si può anticipare, ma eventualmente posporre di tre anni.

Finlandia
Si va in pensione a 65 anni, da 60 è possibile il prepensionamento. Non c’è limite di età per chi decide di continuare a lavorare dopo i 65 anni.

Francia
Il periodo contributivo minimo è di 40 anni, che passerà a 41 entro il 2012 e a 42 entro il 2020. E’ stato introdotto un sistema di incentivi: ogni anno in più di lavoro darà diritto al 3% in più di pensione. Per contro 5% in meno per ogni anno mancante.

Germania
Nel 2004 per le donne l’età pensionabile è passata da 60 a 65. Si prevede un ulteriore innalzamento dell’età pensionabile globale da 65 a 67 entro il 2025. Sono previsti disincentivi per chi va in pensione con meno di 45 anni di versamenti contributivi e incentivi (6% annuo) a chi resta in attività pur avendo diritto alla pensione.

Irlanda
L’età pensionabile è fissata a 65 anni, non sono previste forme di prepensionamento.

Lussemburgo
L’età pensionabile è fissata a 65 anni, è possibile il prepensionamento a 57 o a 60 con almeno 40 anni di contributi.

Olanda
L’età pensionabile è a 65 anni. Non sono previsti prepensionamenti né incentivi a chi resta.

Portogallo
Dal 1999 l’età pensionabile per le donne è stata portata a 65 anni. La pensione anticipata scatta a 55 anni, con 30 anni di contributi. Sono previsti incentivi per chi decide di continuare a lavorare fino a 70 anni.

Regno Unito
Il limite d’età è a 65 per gli uomini e a 60 per le donne, non esiste il prepensionamento.

Spagna
L’età pensionabile è 65 anni, per tutti. Una forma di prepensionamento è consentita a partire dai 60 anni per chi ha contributi risalenti a prima del 1967 e dai 61 per chi ha almeno 30 anni di contributi.

Svezia
L’età pensionabile è di 65 anni, il prepensionamento è possibile a partire da 61 anni; è possibile, volendo, continuare a lavorare.

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Abolire tutte le province

postato il 18 agosto 2011 da Pier Ferdinando

Sui costi della politica c’è in giro troppa demagogia e poca serietà. Nella manovra il governo ha proposto di abolire le province sotto i 300mila abitanti, creando paradossi come quelli della Liguria dove l’unica provincia a restare in vita sarebbe quella di Genova.
Chiediamo alla maggioranza (e agli amici del PD, che hanno sempre votato contro la sopressione delle province) di fare un atto di serietà, abolendole tutte a partire dai primi rinnovi del prossimo aprile.
E’ così difficile essere seri?

Pier Ferdinando

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Crisi, è l’ora dei fatti

postato il 8 agosto 2011 da Redazione

Cosa è stato detto alla conferenza straordinaria di Berlusconi e Tremonti? Sostanzialmente Berlusconi e Tremonti con 48 ore di ritardo hanno riconosciuto che bisogna accelerare il pareggio di bilancio (dal 2014 l’obiettivo si sposta al 2013), e attiveranno le commissioni competenti di Camera e Senato, in pratica chiedendo di azzerare le ferie per il Parlamento.

Hanno poi affermato che nei prossimi giorni si riuniranno con i paesi del G7 per realizzare una riunione propedeutica a successivi piani comuni.

I punti salienti sono stati però enunciati  da Tremonti: le aziende potranno agire come meglio crederanno purchè nel rispetto della legge,  seguendo la regola per cui  “tutto è libero tranne ciò che è espressamente vietato”, in secondo luogo si vuole lanciare una riforma del lavoro in particolare per il mondo dei giovani.

Questi due pilastri come si realizzeranno? Quali sono gli obiettivi? Ancora non è dato saperlo.

In pratica hanno detto che faranno qualcosa, ma senza specificare cosa vorrebbero fare. Hanno parlato che porteranno delle leggi in Parlamento, cercando il consenso dell’opposizione e delle parti sociali.

Alla fine dei fatti, l’unica cosa concreta è l’anticipo del pareggio di bilancio di un anno (in pratica si raggiungerà nel 2013) e inserire nella costituzione il vincolo del pareggio di bilancio.

E’ stato detto molto o poco?

A mio avviso i temi sono tanti, ma è stato detto poco.

Come al solito hanno lanciato grandi temi, ma senza mettere paletti concreti e di questo se ne è accorta anche la BCE che infatti ha affermato che l’Italia deve fare di piu’ “sul fronte dell’austerity per favorire un intervento della Bce”, e anzi hanno riportato forti perplessità sull’adeguatezza delle misure, affermando testualmente: “Non credo che siano sufficienti anche se vanno nella direzione giusta. Bisognerebbe fare un po’ di piu’ in quanto la maggior parte delle misure non si attueranno prima delle elezioni del 2013.”

A questo punto, la mia personalissima opinione è che nessun membro dell’opposizione si tirerà indietro dal partecipare costruttivamente al trovare soluzioni alla crisi, ma perché vi sia dialogo, bisogna essere in due ad ascoltare.

Non sono necessarie le dimissioni del premier, ma che quest’ultimo decida di ascoltare davvero, smetta di preoccuparsi solo della giustizia e smetta di difendere certe posizioni della Lega che sono indifendibili.

Inoltre bisogna entrare nell’ottica che non si possono chiedere sacrifici agli altri, se non si è disposti a subirli in prima persona: un taglio ai costi della politica è necessario, quindi una riduzione dello stipendio dei parlamentari e una parametrizzazione dei compensi e dei benefit di tutte le cariche elettive e delle aziende di stato agli omologhi europei, sarebbe l’ideale, oltre a dare attuazione al famoso taglio delle province, cavallo di battaglia dell’attuale governo nel 2008 e invocato più volte dai cittadini italiani.

Riceviamo e pubblichiamo Mario Pezzati


 

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Perché il pareggio sia una vittoria

postato il 6 agosto 2011 da Redazione

La sostanziale adozione da parte del governo della proposta del senatore Nicola Rossi, che prevede l’inserimento del pareggio di bilancio nella Costituzione e l’anticipo al 2013 del pareggio stesso, è sicuramente una nota positiva dopo giorni di notizie e segnali negativi provenienti dal mondo dell’economia e di risposte insufficienti da parte della politica. Della bontà dei contenuti di questa scelta sono tutti convinti, ma ciò che va sottolineato è anche il  metodo con cui si arriva a questa scelta ragionevole: il metodo delle soluzioni condivise. L’Italia uscirà dalla crisi solamente se le forze politiche e sociali saranno capaci di trovare soluzioni che abbiano consenso trasversale, che mettano d’accordo le aree più responsabili del Paese e che non siano banali accordi al ribasso. Resta a questo punto da vedere quale sarà nel dettaglio la proposta del governo per riformare l’articolo 81 della Costituzione perché le politiche di risanamento devono essere fatte all’insegna della chiarezza per evitare quello che Ugo Arrigo definisce “equivoco del risanamento del bilancio”. Arrigo, docente di Finanza pubblica all’Università di Milano-Bicocca, sostiene che occorre prima risanare il settore pubblico per potere avere il risanamento del bilancio  soprattutto se non si vuole, ancora una volta, mettere le mani nelle tasche dei contribuenti. Il risanamento e il pareggio di bilancio, in altri termini, sono obiettivi da raggiungere ma non sulla pelle dei contribuenti bensì attraverso una “messa in efficienza dello Stato produttore” che non solo permetterebbe un pareggio di bilancio ma consentirebbe anche di ridurre di almeno tre punti di Pil la pressione fiscale, ridando così ossigeno alla crescita economica. Sempre a detta di Arrigo non vanno dimenticati provvedimenti chiave utili in questo percorso come privatizzazioni, liberalizzazioni, riforma delle pensioni, e costruzioni di opere pubbliche utili per cui “se si usassero contemporaneamente tutti questi strumenti non sarebbe assolutamente necessario aumentare la pressione fiscale, anzi essa potrebbe diminuire significativamente (permettendo in tal modo di far pagare meno tasse a tutti anzichè tutte le tasse solo a qualcuno)”. Come si può vedere idee e suggerimenti per uscire dalla crisi e far ripartire il sistema Italia non mancano, tuttavia è necessario che i suddetti obiettivi vengano al più presto raggiunti e siano perseguiti col massimo rigore evitando le classiche italiche furbizie e per far questo occorre che il governo non si mantenga sulle vaghe promesse ma agisca concretamente e senza tentennamenti di sorta puntando su una manovra di riforme sostanziali e non di banali tagli e crescenti tasse. L’Italia si gioca tutto in questo frangente e  l’obiettivo del pareggio è il simbolo di questo riscatto. Sembra proprio il caso di dire, alla maniera calcistica, che il pareggio questa volta è una vera e propria vittoria.

Riceviamo e pubblichiamo Adriano Frinchi

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Appunti per un progetto comune di ripresa

postato il 5 agosto 2011 da Redazione

E’ giunto il momento di abbandonare la politica delle parole e dei discorsi per passare ai fatti concreti. Lo richiede la situazione economica mondiale e quella del nostro Paese. Proviamo a stilare una piccola agenda di cosa da fare urgentemente, possibilmente con la collaborazioni di quanti, al di là delle idee politiche e degli interessi di parte, hanno a cuore il futuro dell’Italia e degli italiani. Ecco, a mio modesto avviso, le cose principali da fare:

  1. raggiungimento del pareggio di bilancio nel 2014: è fondamentale per garantire sicurezza di fronte ai mercati internazionali, per rilanciare l’Italia come polo di attrattiva di investimenti a livello internazionale, diminuiti drasticamente negli ultimi anni per la difficoltà della burocrazia e i problemi della pubblica amministrazione;
  2. una riforma fiscale basata non sulla rimodulazione delle aliquote, che finisce con l’abbassare le tasse ai ceti più elevati, ma che colpisca le rendite finanziarie elevate;
  3. una campagna di liberalizzazioni, a partire da quella tanto odiata sull’acqua, perché la logica del profitto e della concorrenza privilegia il cittadino, invece una statalizzazione selvaggia come quella in atto finisce con l’aiutare quel “pubblico” che ha permesso che la nostra rete idrica sia la più malandata d’Europa;
  4. una riforma della scuola, meritocratica, che privilegi le Università e gli studenti che meritano e non tutti indiscriminatamente, perché quantità non è sinonimo di qualità;
  5. un aiuto a quanti sono precari o disoccupati, in particolar modo giovani, perché un Paese che non può lavorare non può neanche produrre;
  6. taglio ai costi della politica: sebbene dal punto di vista economico non incidono in maniera significativa, sono fondamentali per ridare credibilità e sicurezza alla politica, perché se si chiedono sacrifici ai cittadini, i primi a sopportarli devono essere quanti governano;
  7. una riforma della giustizia, che non garantisca l’impunità alle stesse persone, ma che riduca i tempi dei processi senza degenerare nell’impunità;
  8. un maggior investimento nelle infrastrutture, che garantisca occupazione e migliori opportunità di investimento per i capitali esteri, a partire dai progetti europei come la TAV.

Riceviamo e pubblichiamo di Andrea Magnano

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