L’intervista pubblicata su ‘Il Messaggero’ di Barbara Jerkov
Per le categorie interessate il pacchetto liberalizzazioni pretende di far troppo. Per il Pd troppo poco. Berlusconi si è detto deluso dal governo dei tecnici prevedendo: «Presto verremo richiamati noi».
E il suo giudizio presidente Casini? Il decreto Monti ha fatto troppo o troppo poco?
«I giudizi contrapposti sono la miglior certificazione che si è mosso qualcosa di importante», risponde il leader dell’Udc. «Si doveva mettere in moto un gigante, non era facile rompere le incrostazioni e l’immobilismo di anni. Il bicchiere è mezzo vuoto e mezzo pieno, d’accordo; per me ciò che conta è che sia mezzo pieno. Se era tutto così semplice da fare, allora perché non l’hanno fatto in governi precedenti?».
Pdl e Pd già preannunciano una massa di emendamenti in Parlamento. Il Terzo Polo farà altrettanto?
«Siamo sempre disponibili a introdurre elementi migliorativi. Se invece qualcuno pensa di bussare alle nostre porte per annacquare gli elementi di concorrenza, si risparmi pure la fatica perché noi pensiamo che a forza di recepire le istanze corporative l’Italia sta morendo». [Continua a leggere]
C’è chi dice che sulle liberalizzazioni si poteva fare di più. Mi limito a constatare che si è fatto quello che non si è fatto fino ad oggi. Liberalizzare significa più attenzione per il consumatore, più concorrenza. E’ doloroso forse per alcune categorie, ma è necessario andare avanti.
La legge elettorale va affrontata, come anche le riforme istituzionali generali. Credo che bisogna fare di più, con grande attenzione verso l’autoriforma della politica, e riconsegnare anche ai cittadini la possibilità di scegliere i propri parlamentari.
Lina Palmerini ci informa, su il Sole 24 Ore di oggi, che secondo le indagini di Ipsos ed Euromedia riforme e liberalizzazioni del governo Monti avrebbero un consenso bipartisan. Dai sondaggi condotti da Euromedia e Ipsos emerge dunque un consenso generalizzato che però si concentra tra i più giovani. Sono indubbiamente dei dati incoraggianti per il governo Monti ed anche per il Paese: c’è voglia di cambiare, di fare tutto il possibile perché il Paese esca fuori dalla crisi. Sono incoraggianti anche i dati per i partiti che si sono impegnati a sostenere l’opera di Mario Monti. L’Udc in particolare a detta dei sondaggisti ne esce rafforzata: secondo Euromedia l’88% dei suoi elettori approva la strategia del governo mentre Ipsos prova ad azzardare un notevole dividendo elettorale se Mario Monti riuscirà a vincere la scommessa del risanamento e delle riforme. Al di là di quelli che saranno i guadagni elettorali i sondaggi riportati dal quotidiano di Confindustria sono importanti perché incoraggiano le forze politiche a continuare in questa sforzo di responsabilità che l’Udc, prima di tutti, aveva auspicato e preparato grazie anche al determinato e costante sostegno dei suoi elettori.
L’intervista di Marcello Sorgi pubblicata su ‘la Stampa’
Presidente Casini, tutti i veli sono caduti: -oggi Monti incontra voi segretari della maggioranza alla luce del sole, senza più doversi nascondere. Com’è nata la svolta?
«Vede, in politica c’è sempre un po’ di ipocrisia: da quando è nato il governo, ci siamo visti con Monti, come tra noi della maggioranza, altre volte. Domani è la prima volta che accade ufficialmente, ma non direi che è un fatto sconvolgente».
Sarà soddisfatto, lei che ha tanto premuto per far uscire questa maggioranza dalla clandestinità.
«A me sembra normale che con tutto quel che sta accadendo e nel vivo di un cambiamento positivo di rapporti tra Italia e Europa, chi appoggia il governo discuta delle prospettive. Se vuole la mia valutazione, ritengo che noi abbiamo fatto il primo passo per uscire dall’isolamento in cui eravamo con il governo Berlusconi, abbiamo dimostrato di poter essere credibili con la manovra di dicembre, con gli impegni presi per il pareggio di bilancio nel 2013 e con il programma di liberalizzazioni che sta per essere varato. Adesso però dobbiamo trovare il modo di ottenere dall’Europa risposte concrete sul rafforzamento del fondo salva-Stati, sul ruolo della Bce e sull’effettiva difesa dell’euro dagli attacchi speculativi che continuano». [Continua a leggere]
Confesso che ho sorriso il giorno prima della sentenza della Consulta sui quesiti referendari quando ho letto sui giornali che secondo “indiscrezioni” la suprema Corte era orientata a respingerli, così come ho sorriso nel leggere lo stupore di certi membri del comitato referendario. Tuttavia non ho sorriso per niente alla reazione scomposta di Antonio Di Pietro. Ho sorriso di questa vicenda per la finta indignazione di alcuni membri del comitato referendario: che i quesiti presentati fossero inammissibili dalla Corte Costituzionale era chiaro anche ad uno studente al primo anno di giurisprudenza, ma era stato facile profeta un fine giurista come Cesare Salvi che in un articolo su il Riformista aveva ampiamente previsto il no della Corte. I membri del comitato referendario potrebbero a questo punto scrivere un manuale completissimo dal titolo: “Come raccogliere un milione di firme per nulla e continuare a far finta di niente”. Sì, il rammarico più grande è per tutti quei cittadini che in buona fede hanno sottoscritto il referendum per cancellare il Porcellum, ma che invece sono stati abilmente utilizzati da alcuni per raggiungere fini esclusivamente politici. Il comitato referendario non aveva infatti in animo la riforma della legge elettorale, ma voleva solamente ottenere una legge elettorale ben precisa con il contorno di una redditizia, ai fini elettorali, campagna referendaria. I referendari con i loro quesiti puntavano a ritornare senza troppe seccature e con il consenso popolare al cosiddetto Mattarellum, la legge elettorale precedentemente in vigore, cioè un sistema elettorale che non solo mantiene le liste bloccate (nella quota proporzionale) ma che con i collegi uninominali a turno unico gli stessi deleteri effetti del premio di maggioranza e cioè coalizioni troppo ampie e incapaci di governare. In altri termini il vero obiettivo di Di Pietro, Vendola, Parisi e Veltroni era quello di continuare ad assicurare ai partiti il potere di scegliere gli eletti, con un evidente ritorno personale, e di mantenere in piedi il falso bipolarismo. Spiace che per piccoli interessi di bottega siano stati presi in giro i cittadini e sia stato anche boicottata la seria raccolta di firme di Stefano Passigli, Giovanni Sartori e Domenico Fisichella che proponeva dei quesiti che erano realmente in grado di abolire il Porcellum e consentire l’elaborazione di una nuova legge elettorale in senso proporzionale che restituisca ai cittadini il voto di preferenza. Ora che la decisione della Consulta ha bloccato la strategia dei “referendari” la palla ritorna alla politica e al Parlamento che devono, come auspicato dalla suprema Corte e anche dal Quirinale, occuparsi della riforma della legge elettorale. La riforma della legge elettorale potrebbe essere una straordinaria occasione per la politica, una grande prova di maturità per la classe politica del nostro Paese, e la stagione aperta dal governo Monti potrebbe essere proprio il tempo propizio per ridare dignità alla politica attraverso scelte condivise e responsabili mirate a cercare il bene del Paese e non l’interesse personale e di parte.
Gli applausi in Aula dopo il voto su Cosentino alla Camera sono stati una sorta di eutanasia del Parlamento, un suicidio in diretta. Il voto del Parlamento va sempre rispettato, ma a mio avviso è stato commesso un grave errore politico. In un momento di difficoltà per la politica il voto di oggi non ha certo rafforzato la credibilità del Parlamento.
Le liberalizzazioni servono per creare maggiore competitività ma non si può partire dai soliti noti.
Noi auspichiamo la capacità di guardare a 360 gradi. Non solo quindi taxi, farmacie e edicole ma anche energia e servizi pubblici locali. Ci deve essere un ampio spettro perché solo così si rendono credibili le richieste di sforzi alle categorie.
Nessuno ha la bacchetta magica, ma ricordiamo che il governo Monti ha appena incominciato un lavoro che sarà lungo e difficile. Il Terzo Polo chiede nell’immediato di continuare sempre più duramente la lotta all’evasione fiscale, perché chi evade ruba a tutti. Il pagamento dei crediti della Pubblica Amministrazione è un’altra grande emergenza, non vogliamo più suicidi di imprenditori che non sono pagati dalla Pubblica Amministrazione. E’ pure l’ora delle liberalizzazioni: più concorrenza e tariffe più accessibili per i cittadini.
Non capisco proprio come si possa dire che la cronaca politica è noiosa! A ben guardare, quasi ogni giorno arrivano notizie stuzzicanti, divertenti e quasi al limite dell’incredibile; a dir la verità per molte di esse dobbiamo ringraziare l’infaticabile fucina gestita dai verdi adoratori del Sole delle Alpi. L’ultima in ordine di tempo riguarda gli investimenti che gli gnomi padani hanno realizzato grazie ad una parte del sostanzioso rimborso elettorale loro spettante (soldi pubblici, dirà sicuramente qualche azzeccagarbugli prezzolato e malfidente).
Dopo avere in passato già dato prova di arguzia con le riuscite operazioni finanziarie “CrediEuroNord” e “Skiper Residence” in terra istriana, qualche giorno prima della fine del 2011 il tesoriere padano avrebbe effettuato un sostanzioso investimento pari a circa 4,5 milioni di euro in non meglio precisati fondi nazionali della Tanzanìa. Io non capisco lo stupore generato dalla notizia: in fondo la Lega ha sempre detto che i migranti bisognava evitare di farli venire in Italia aiutandoli a casa loro, dalle parole ai fatti!
E poi non mi va che si parli di un’operazione finanziaria del tutto legittima (forse) accennando a presunti “fondi neri”, facendo della facile ironia sul colore della pelle delle persone, ché in Tanzanìa non sono mica dei “bingo-bongo” come dice qualcuno. Sarebbe da studiarci un poco, ma nella zona del Lago Turkana si potrebbero anche trovare dei legami con la civiltà dei celti, in fondo Padània fa rima con Tanzània!
#Partiti sono in crisi, ma non c'è alternativa xpartecipare alla vita democratica: siano finanziati solo quelli con vita interna trasparente 02/02/2012
Non so quanto possa andare avanti questo attaccamento obbligatorio al Governo Monti. Se Monti sbaglia occorre farlo presente. Vabbè stare in scia, ma Monti si scansa spesso e quando lo fa il Terzo polo rimane allo scoperto.
@ salvatore.
molto esaurienti le risposte della redazione.
Forse casini & c sono troppo occupati ad aumentare la benzina e a ripristinare le tasse sulle case (note misure di equità fiscale) , ora credo stiano pensando a come metterla nel c..o agli “annoiati” del posto fisso. Naturalmente lo fanno per il nostro bene. Vuoi mettere essere disoccupato e non annoiarsi più avendo il quotidiano problema della sopravvivenza?
Casini, Bersani, Alfano: il trio che ci darà il colpo di grazia.
Si riporta l’articolo di Valentina Napoleoni riguardante la necessità di liberalizzazione della professione forense che arricchisce il dibattito sulle liberalizzazioni:
“Il collasso del settore
La professione legale è in crisi, va liberalizzata
di Valentina Napoleoni10 Gennaio 2012
Da tempo si parla di liberalizzazione delle professioni, in una prospettiva di riforma del sistema economico, volta a contrastare, superandola, la crisi in atto nei diversi settori. Al centro del dibattito politico si pone la necessità di liberalizzare la professione legale, che incontra le resistenze degli Avvocati iscritti all’ordine, intenti a mantenere integro il loro predominio sul mercato, inibendo l’accesso anche ai praticanti aspiranti Avvocati.
Le condizioni di espletamento dell’esame di Avvocato, in Italia, stanno assumendo connotazioni intollerabili per i praticanti, in aperto contrasto con l’obiettivo di velocizzare i tempi di passaggio dal mondo universitario a quello lavorativo. Conseguita la laurea in giurisprudenza, infatti, il neo laureato è tenuto ad eseguire due anni di praticantato presso uno studio legale. Al termine del tirocinio, si impone il superamento di tre prove scritte, che si tengono ogni anno nel mese di dicembre. I risultati delle stesse, tuttavia, vengono pubblicati circa sei o sette mesi dopo, durante i quali l’aspirante Avvocato non risulta né un tirocinante, né un lavoratore subordinato, restando così privo della minima tutela giuridica, ancorché collabori presso uno studio legale. Nella maggior parte dei casi, le prestazioni lavorative vengono rese senza la sottoscrizione di un contratto ed il collaboratore percepisce forme di retribuzioni mensili pari a circa trecento euro, persino nella capitale.
A Milano si arriva a cifre superiori, che non superano comunque le ottocento euro mensili. Solo in alcuni studi di grandi dimensioni è possibile, per i più fortunati, percepire somme superiori. La “plebe” versa in condizioni di grave precariato, destinate a protrarsi per anni, poiché, qualora si superi l’esame scritto, il candidato è tenuto ad affrontare una prova orale. Se non supera quest’ultima, deve ripetere lo scritto e così via, di anno in anno. Peraltro, l’utilità delle prove nelle quali si articola l’esame di stato, ai fini dell’accertamento della capacità tecnico-giuridica dell’esaminando, è davvero discutibile. Quanto alle tre prove scritte, i giudizi risultano del tutto arbitrari e discrezionali, senza essere accompagnati da alcuna griglia di valutazione e motivazione. Le prove, inoltre, prevedono la redazione di due pareri legali e di un atto giudiziario, in un arco di tempo davvero ristretto, nel corso del quale nessun Avvocato potrebbe ritenere di aver esaustivamente trovato la soluzione vincente o tutte le possibili soluzioni prospettabili al cliente- sic!- Quanto alle prove orali, le stesse prevedono lo studio di sette materie, oggetto di esami universitari, già studiate in precedenza.
L’abilità e capacità di un Avvocato andrebbe testata su altri fronti. Il mercato è già un ottimo banco di prova per misurare la propensione allo svolgimento dell’attività forense dei praticanti, aspiranti Avvocati, in un’ottica di equo bilanciamento tra la necessità di inibirne l’esercizio a soggetti del tutto impreparati e la meritocrazia. Inoltre, la liberalizzazione della professione legale, se intesa come misura di agevolazione dell’accesso all’ordine degli Avvocati, da parte dei laureati in legge, consentirebbe il risparmio di numerosi costi. Tra questi, vanno denunciati aspramente quelli per l’acquisto dei quattro codici aggiornati, degli alberghi dove pernottare durante le prove scritte dell’esame e dei corsi di preparazione allo stesso, tenuti in tutta Italia. Facciamo due conti. La spesa media per l’acquisto dei codici si aggira attorno ai 500 euro, quella per i corsi oscilla tra 1.000 e 3.000 euro e quella per il soggiorno a minimo 300 euro. Un salasso di circa 2.800 euro l’anno per ogni praticante. Se a ciò si aggiungono le scarse retribuzioni percepite dagli esaminandi, è evidente come l’accesso alla professione sia, allo stato attuale, di fatto impedito ai meno abbienti, a discapito della tanto proclamata meritocrazia american style e dell’economia nazionale.
In Italia, infatti, ci sono migliaia di laureati in giurisprudenza che risultano precari a tempo indeterminato e che rappresentano un costo per il paese, pur contribuendo a rimpinguare le tasche di albergatori e docenti di corsi post-universitari. In un momento storico caratterizzato dalla crisi dei mercati finanziari sembra difficile concentrare l’attenzione sulla condizione economico-sociale dei praticanti presso studi legali.
Tuttavia, se si guarda ai numeri, le prospettive cambiano. Nella sola città di Roma, ogni anno, circa 5.000 laureati si accingono ad affrontare il fatidico esame. La concentrazione di Avvocati nella capitale supera quella dei legali presenti in tutta la Francia. Delle due l’una: o si limita l’ingresso alla facoltà di giurisprudenza o si sposa una politica di liberalizzazione della professione legale. Quest’ultima andrebbe intesa in senso relativo e non assoluto. In altri termini, non si tratta di consentire di svolgere la professione di Avvocato a soggetti sprovvisti della laurea in giurisprudenza e che non abbiano eseguito il periodo di praticantato, previsto dalla legge. Si tratta di semplificare i canali di accesso all’ordine degli Avvocati per quanti hanno conseguito una laurea in legge ed eseguito il successivo tirocinio. In tale direzione, sarebbe auspicabile l’abolizione dell’esame di Stato, o comunque una modifica dello stesso, in senso tecnico-pratico e tale da eliminare i costi che gravano sugli esaminandi, riducendo i tempi necessari alla pubblicazione dei risultati”.