Tutti i post della categoria: Politica

Moderati si uniscano, primarie aperte per scelta leader

postato il 13 marzo 2017

L’intervento alla manifestazione organizzata a Le Stelline di Milano: le forze che aderiscono al Ppe scelgano un minimo comune denominatore

Davanti ai grillini e ai Salvini che imperversano in questo Paese i moderati devono smetterla con le divisioni del passato e devono mettersi insieme cercando di scegliere il leader con il metodo democratico delle primarie. Dovranno essere primarie aperte a chi ci vuole stare, evitando le divisioni del passato e accuse ridicole come quella di avere appoggiato Renzi. Le forze che aderiscono al Ppe scelgano un minimo comune denominatore. Basta recriminazioni, certamente Ncd fa parte di quest’area, Forza Italia dipende da loro, se vuole fare una lista antieuropea ne prenderemo atto.

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Moderati, su la testa blocchiamo i populisti

postato il 5 marzo 2017

Da Berlusconi ad Alfano, da Calenda a Parisi, insieme si può fare la differenza

L’intervista di Marco Ventura pubblicata su Il Messaggero

Se non ora quando? Moderati di tutta Italia, rialzatevi e unitevi. Pier Ferdinando Casini vede un ruolo per una grande area di centro che andrebbe da Berlusconi a Alfano, dai Centristi per l’Europa di D’Alia e Galletti a Parisi e Calenda. Il presidente della Commissione Esteri del Senato vede un compito («Opporsi alle derive populiste e giustizialiste di Grillo e della Lega») e una pluralità di leader tra i quali scegliere attraverso le primarie. «Il Paese dev’essere salvato da una deriva demagogica che un giorno vagheggia l’uscita dall’euro e il giorno dopo ripropone il cappio di memoria leghista di un giustizialismo che è il contrario della moralità pubblica».

I moderati non sono troppo divisi tra loro?
«Siamo all’ultima chiamata. I moderati devono sotterrare furberie, piccole convenienze e tatticismi a cui sono stati ancorati negli ultimi anni. Hanno l’occasione irripetibile di poter essere quelli che salvano il Paese dalla doppia sfida di Grillo e dei leghisti, tenendo conto anche della crisi profonda del Partito democratico che propone agli italiani un dibattito surreale, quasi intimistico».
Il progetto qual è?
«Tutti i moderati si devono mettere assieme. Chi ha più responsabilità ha più oneri, a partire da Berlusconi che mi auguro segua la strada indicata dal Partito popolare europeo e non si rinchiuda nel fortilizio di un accordo coi cosiddetti sovranisti che sostengono l’opposto del Ppe e non hanno votato Tajani alla presidenza del Parlamento europeo, scoprendo ogni giorno un giustizialismo pentastellato». [Continua a leggere]

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Prima Assemblea dei Centristi per l’Europa

postato il 11 febbraio 2017

Tutti gli interventi al Teatro Quirino di Roma

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Ospite di Otto e Mezzo

postato il 2 febbraio 2017

Nel programma di Lilli Gruber, insieme a Antonio Padellaro e Luca Telese, in una puntata dal titolo “Elezioni, Napolitano stoppa Renzi”.

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Così non si governa, coalizioni in campo e premio già al 35%

postato il 28 gennaio 2017

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L’intervista di Paola di Caro, pubblicata sul Corriere della Sera.

La data delle elezioni non lo appassiona: «È un falso problema. Si può votare a giugno come a febbraio, non sono 7-8 mesi che cambiano la situazione». Quello che invece interessa, e molto, a Pier Ferdinando Casini — leader dei Centristi per l’Italia — è che i partiti si impegnino perché il giorno dopo l’apertura delle urne il capo dello Stato «non sia costretto a sciogliere di nuovo le Camere per l’impossibilità di formare un governo». Rischio concreto con la legge uscita dalla Consulta, che va modificata per arrivare a una competizione reale fra i tre poli.

Poli formati da chi?
«Bisognerà capire verso quali modifiche alla legge si andrà. Perché bisognerà assolutamente lavorare sui punti critici, se non vogliamo ritrovarci in una situazione come quella della Spagna senza avere la solidità di fondo di quel Paese. Sarebbe un disastro».

L’attuale legge prevede un premio di maggioranza.
«Ma se non è attribuito alla coalizione, o comunque se è troppo alto, rischia di non scattare, e invece un premio di governabilità è assolutamente essenziale. Si potrebbe pensare ad esempio ad abbassare la soglia al 35% e attribuire un premio di governabilità alla prima lista o coalizione che la porti al 42-43%. Questo eviterebbe frammentazioni e sventerebbe un grande pericolo».

Quale?
«Si parla con troppa leggerezza di grande coalizione dopo il voto. Se passasse l’idea che alcune forze sono rassegnate a questo scenario, sarebbe il trionfo dei partiti populisti, è un messaggio che metterebbe loro le ali. E va cambiata anche la legge del Senato. Così com’è si correrebbe in collegi regionali con le preferenze: immaginiamo cosa possa significare in termini di costi, e quale dispendio comporti, un candidato che debba battersi per conquistare il voto di milioni di persone».

Parlava della necessità di costruire aggregazioni. Come vedrebbe un listone Renzi-Alfano-Pisapia?
«Immagino che le coalizioni si formino partendo da quello che abbiamo vissuto negli ultimi anni. Mi sorprenderebbe se Alfano e Renzi, che hanno governato assieme, non corressero assieme. Pisapia? Personalmente ho grande stima di lui da quando sedeva sui banchi di Rifondazione comunista: persona seria, perbene, garantista. Ma immaginare di correre in un listone che ci veda assieme non è nel novero delle cose. Se si trattasse di coalizione poi, la domanda andrebbe rivolta a lui».

E il centrodestra come può ricostruirsi?
«Seguo sempre attentamente quello che dice Berlusconi, è grandissimo nel percepire gli umori dell’opinione pubblica, ma sinceramente non ho capito come pensa di sviluppare il rapporto con la Lega. Noi abbiamo collaborato con Renzi, lui ha sostenuto i governi Monti e Letta, cosa abbiamo a che fare con questa Lega sempre più lepenista? Vorrei capirlo».

Quali strade ha?
«Deve decidere se seguire la linea sovranista di Salvini, Meloni, Toti con FI a seguito, o guardare a quel mondo che fa riferimento al Ppe che – a differenza di Salvini – ha votato compatto per Tajani. Il bivio è questo».

E Renzi, che insiste per il Mattarellum o il voto subito, la convince davvero?
«Ho sostenuto con forza il Sì al referendum e non sono pentito. Ritengo fondamentale che si renda possibile la nascita di un governo della prossima legislatura da lui capeggiato e non mi piace il clima di accanimento contro di lui. Noi siamo impegnati ad aiutarlo, ma è importante che anche lui si aiuti. In politica si vince e si perde, ma è importante che quando si perde si sia subito pronti a comprendere le ragioni della maggioranza. Questa è la premessa per tornare a vincere. Se non c’è, è difficile»

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«L’uomo solo ha fallito. Ora intesa tra responsabili»

postato il 27 dicembre 2016

Il centrista apre a un nuovo patto del Nazareno: «Con il proporzionale non ci saranno alternative»7460931474_07caa972db_o

L’intervista di A. Greco pubblicata su Il Giornale

Per il leader centrista Pier Ferdinando Casini, ex presidente della Camera oggi alla guida della Commissione Esteri del Senato, il dopo referendum apre una fase nuova, in cui serviranno larghe intese. Al Centro.

Da cosa è caratterizzata questa fase nuova?
«Da due elementi su cui devono riflettere quelli che sono stati impegnati per il Sì come me e quelli che hanno votato No. Il primo è il sistema elettorale proporzionale, verso il quale si torna, che vuol dire la fine dell’idea dell’uomo solo al comando e dell’incapacità di stringere alleanze. Il secondo è lo scontro in Europa e nel mondo tra populismo demagogico e forze che cercano di risolvere i problemi».

Eppure, quelle in crescita sembrano le forze populiste.
«Capisco le condizioni che portano al successo le formazioni estreme: il disagio sociale, i problemi economici, la bomba immigrazione. Ma le loro ricette non sono sufficienti a cambiare cose, molto più complesse di come sono state descritte. Lo ha dimostrato la Lega, quando Maroni è stato per anni al ministero dell’Interno e ora il M5s, con la Raggi sindaco di Roma». [Continua a leggere]

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«Matteo e Silvio tornino insieme»

postato il 22 dicembre 2016

Larghe intese e proporzionale. La prossima legislatura Renzi può rifare il premier

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L’intervista di Veronica Passeri pubblicata su QN

Renzi di nuovo a Palazzo Chigi e un governo di larghe intese con Berlusconi. Ma niente fretta sul voto. E’ lo scenario che disegna l’ex presidente della Camera Pier Ferdinando Casini: «Renzi serve al Paese, ha fatto degli sbagli ma ha pagato, è l’unico che si è dimesso e in fondo poteva non farlo».

Le parole di Mattarella sono un freno alle urne anticipate?
«La corsa all’interpretazione non mi piace: è la gara tra chi vuole immedesimare le parole del Capo dello Stato nelle proprie opinioni e non è rispettoso. Mattarella non ha indicato una data del voto, né ha escluso la possibilità che sia anticipato ma ha chiesto serietà e chiarezza nelle leggi elettorali. Mattarella alla prima prova importante merita veramente dieci e lode, ha condotto la crisi in modo impeccabile e senza clamori».

Se il voto slitta all’autunno Renzi finisce nell’angolo?
«Ho conosciuto i più grandi leader politici del Paese, da Fanfani ad Andreotti, da Craxi a Berlusconi. Tutti sono entrati in scena e usciti, i grandissimi sono riusciti a rientrare. I tempi sono cambiati, ma Renzi non è un comprimano: se riuscirà a dominare il suo carattere e una certa impulsività potrà tornare a Palazzo Chigi e governare questo Paese».

La fine del patto del Nazareno è l’origine di tutti i mali di Renzi?
«Il patto del Nazareno è stato rotto e questo ha provocato delle conseguenze, come una certa impostazione sul referendum. Ma il governo Renzi ha lavorato bene e oggi le condizioni oggettive riportano Berlusconi là dove lo avevamo lasciato: lui ha bisogno del governo e probabilmente la maggioranza ha bisogno di Berlusconi. Guai se Renzi la sciasse nelle mani di altri il processo: se sarà capace di essere un punto di forza come Pd e di equilibrio con le altre forze politiche tornerà a Palazzo Chigi». [Continua a leggere]

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“E’ Renzi l’unica risorsa contro Grillo ma faccia alleanze”

postato il 13 dicembre 2016

11370467404_f60a564cea_oL’intervista di Alberto D’Argenio pubblicata su Repubblica

«Matteo Renzi è l’unica risorsa del Paese se vogliamo evitare di finire in mano a Grillo, ma non deve sprecarsi». Pier Ferdinando Casini, presidente della Commissione esteri del Senato, all’ex premier Matteo Renzi consiglia calma, equilibrio e capacità di tessere alleanza. Così tornerà a Palazzo Chigi.

Presidente, cosa deve fare Renzi per riprendersi la leadership del Paese?
«Deve recuperare quella forza, quella sicurezza e quella tranquillità che gli italiani chiedono».

È stato troppo irruento?
«Gli italiani puniscono gli eccessi, Renzi pensava che il Paese avesse bisogno di un elettroshock per risollevarsi ma il suo atteggiamento è stato scambiato per arroganza. Ora deve riequilibrare la sua posizione e deve anche cambiare schema».

Cosa intende per schema?
«Con la futura legge elettorale proporzionale non contano solo i muscoli, ma anche le alleanze».

Ne sarà capace?
«Non ci sono alternative a Matteo quindi tornerà certamente in pista se farà capire che su di lui si può contare, che non è capace di correre solo i 100 metri ma anche i 1.500. In questo modo riprenderà quella campanella che oggi ha ceduto».

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“Riforme, ultima occasione. Il nostro sì, un no a Grillo”

postato il 2 dicembre 2016

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L’intervista di Marco Ventura a Pier Ferdinando Casini pubblicata sul Messaggero

Sono molte le ragioni forti per votare Sì. La prima è che il Sì è il voto della stabilità ed è un no a Grillo». Pier Ferdinando Casini, presidente della Commissione Esteri del Senato, ha fatto campagna referendaria con i centristi per il Sì. «Dopo tanti anni che parliamo di riforme dice – finalmente abbiamo la possibilità di realizzarle. Qualcuno sostiene che anche votando No, le si potrà fare nei prossimi mesi. La verità è che invece si metterebbe la pietra tombale sul cambiamento. Questa è la prima volta che si riesce a far votare il Senato per la propria abolizione. Se prevarrà il No, si potrà convincere nuovamente i parlamentari a dimezzarsi? In passato lo stesso Berlusconi dovette inserire nel testo, poi bocciato, una norma transitoria che escludeva effetti immediati. Se la riforma non passa, la reputazione dell’Italia finisce sotto i piedi».
Eppure, perfino l’Economist si è schierato per il No.
«La libertà di pensiero è un elemento vitale della società contemporanea. Io so che nella mia missione in Sud America, la prima cosa che mi hanno chiesto i presidenti è stata che fine avrebbe fatto la riforma. Un piccolo segnale dell’attenzione spasmodica che c’è anche nel mondo, soprattutto dopo il voto sulla Brexit e l’elezione di Trump. Chi pensa diversamente finge di vedere una realtà che non c’è. Il referendum sarà il banco di prova della capacità italiana di progredire e non restare intrappolata nei propri vizi tradizionali».

I critici obiettano che non c’è superamento del bicameralismo. È così?
«Il superamento è totale. Ci si dimentica che oggi il compromesso fra il centro e le amministrazioni locali si realizza in un organismo che è la conferenza Stato-Regioni. La riforma, di fatto, la sostituisce con il nuovo Senato in modo trasparente. Inoltre, lo Stato avrà l’ultima parola e questo rassicurerà gli imprenditori che in Italia non sanno mai chi decide, come e perché. Un trasporto speciale da Nord a Sud non può essere costretto ad attraversare diverse Regioni con regole ogni volta diverse. Né una Regione può bloccare per mesi una decisione come la costruzione di un gasdotto. I guasti del titolo V della Costituzione vengono riparati da questa riforma». [Continua a leggere]

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«Il quorum più alto impedisce l’egemonia della maggioranza»

postato il 29 novembre 2016

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L’intervista pubblicata sul Sole 24 ore

«Un dato è certo: se dovesse prevalere il No va definitivamente in soffitta l’idea di ridurre parlamentari e bicameralismo. Lo sforzo di Renzi, l’impegno del governo in questa legislatura non è riproponibile. Ricordo che la riforma Berlusconi del 2006 prevedeva sì il superamento del bicameralismo e anche la riduzione dei parlamentari ma per evitare malumori l’entrata in vigore avveniva a distanza di due legislature!». Pier Ferdinando Casini non ci gira attorno. Il leader dei centristi per il Sì parla con la consapevolezza di chi ha alle spalle una lunga storia politica e parlamentare durante la quale ha rivestito anche il ruolo di presidente della Camera.

«Una delle critiche mosse a questa riforma è che produca una deriva autoritaria. Ebbene tutti i presidenti del Consiglio, compresi ovviamente Romano Prodi e Silvio Berlusconi, hanno lamentato l’incongruenza di un sistema che dà al premier una cabina di pilotaggio senza comandi. Si sarebbe potuto intervenire in tal senso e invece, al contrario, questa riforma non tocca in alcun modo i poteri del premier. Ecco perché questa critica non solo poggia su basi inesistenti ma è perfino ridicola».

Ma il rischio di “deriva autoritaria” non è frutto del combinato disposto tra riforma costituzionale e Italicum?
Tutti sanno che la legge elettorale verrà cambiata. E non solo per volontà di Renzi, che lo ha detto pubblicamente anche in sedi istituzionali in più occasioni e perché in tal senso si è espressa anche la maggioranza. In ogni caso sull’Italicum è atteso il giudizio della Corte costituzionale che certo non farà sconti. Ma ammesso che resti anche questa legge elettorale così come lo conosciamo oggi, l’Italicum prevede che i deputati eletti con il premio di maggioranza arriveranno alla Camera esclusivamente grazie al voto di preferenza. E se penso all’attuale Pd, ovvero a come sempre avviene nei grandi partiti, sarebbe sufficiente che una trentina di parlamentari decidessero di mettersi di traversò perché il premier non abbia più la maggioranza.

Chi parla di deriva autoritaria, porta a mo’ d’esempio anche il rischio che figure di garanzia, a partire dal presidente della Repubblica, in futuro siano di esclusivo appannaggio della maggioranza.
Siamo di fronte a un dibattito evidentemente strumentale. La riforma innalza il quorum, che passa dal 50 al 60%, sottraendo la scelta del Capo dello Stato all’egemonia della maggioranza. Senza contare che la storia, tanto della prima quanto della seconda Repubblica ci insegna che l’elezione del Presidente della Repubblica si traduce spesso in una guerra all’interno del partito di maggioranza relativa. Basti pensare alla mancata elezione di Romano Prodi: chi è stato a impedirla? La verità è che seminai le garanzie aumentano, anche ad esempio sull’elezione dei giudici costituzionali visto che al Senato viene riconosciuta la prerogativa di eleggerne due in modo autonomo sui cinque di nomina parlamentare.

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