postato il 2 luglio 2011 da Redazione | in "In evidenza, Riceviamo e pubblichiamo, Scuola e università"

Per l’abolizione del valore legale del titolo di studio. In nome di Einaudi.

Immaginate di dover scegliere un dottore. Avendo bisogno di una cura o magari di un solo consulto, sceglierete sicuramente il più bravo e indicato per il vostro problema. Per sceglierlo, i modi sono diversi, ma probabilmente il più comune è quello di informarsi con gli amici, i parenti, i conoscenti o con quanti si sono trovati nella vostra stessa situazione: confrontando i loro consigli e i loro pareri, sceglierete il “migliore” – o quello che più alla definizione di “migliore” si avvicina. Preso un appuntamento, vi recherete al suo studio e – probabilmente – vedrete alle sue spalle una parete tappezzata di quadri che incorniciano splendide lauree con il massimo dei voti, master e specializzazioni varie: guardando tutte quelle certificazioni, vi sentirete sicuramente confortati nella vostra scelta. Uno o più “pezzi di carta” vi rassicureranno.

Eppure, eppure. Mettete caso che quella parete dietro alla scrivania del dottore non sia tappezzata da questi famosi quadri, ma sia bianca, assolutamente bianca. Come vi sentireste? Tranquilli, perché vi fidate del giudizio e dei consigli dei vostri cari, o preoccupati, perché non vedete nessuna “carta” che certifichi, che “legalizzi” quei pareri che avete ricevuto? Ecco, da come risponderete a questa domanda seguirà la vostra condivisione o meno del mio ragionamento. Che, l’avrete capito, verte sulla più liberale e necessarie delle riforme, in questi tempi difficili: l’abolizione del valore legale del titolo di studio (da far precedere o seguire ad un’altra importante abrogazione, quella degli Ordini professionali fascio-corporativi).

Ora, immaginiamo che la vostra risposta sia “tranquillità”. Vi vengo subito incontro, perché anch’io la penso come voi, e mi spiego meglio: nella scelta delle varie professionalità di cui avete bisogno ogni giorno (abbiamo detto dottore, ma avremmo potuto dire ingegnere, avvocato, commercialista) cos’è che vi guida? Ovvio, il feedback positivo di cui quel professionista gode nella società o anche solo nella cerchia delle vostre conoscenze. Il curriculum, la “certificazione” dei titoli di studio, beh, quella viene dopo. L’uomo è uomo e – che dir se ne voglia – più che degli scripta si interessa sempre ai verba. Anche perché, parliamoci chiaro, il livello professionale può essere stabilito dalla stampa della laurea? No. È un pezzo di carta che fa il professionista? No. Senza quelle carte il dottore varrebbe meno di quanto vale? No. Sono il livello di istruzione e le competenze che fanno il professionista, questo sì. Ma non c’è bisogno che la loro certificazione diventi “costringente”. Io la penso come Luigi Einaudi: deve essere il mercato a decidere chi è il migliore, deve essere il cittadino che deve scegliere il meglio. Non un pezzo di carta. La richiesta di abolire il valore legale dei titoli di studio, infatti, non equivale – come ho notato pensano alcuni – all’eliminazione della scuola o università (sic!), figuriamoci. Si tratta del superamento del nostro sistema generale, per andare incontro a uno modellato su quello anglosassone, ben più libero e competitivo rispetto al nostro. Si potrebbero così valorizzare al meglio le potenzialità e le migliori espressioni del corpo sociale e dalla società civile, contro la malabestia (Sturzo docet) dello “statalismo”, contro lo Stato-Leviatano (se preferite Hobbes), contro la più perniciosa difesa dello status quo. “V’era bisogno di un bollo statale per accreditare i giovani usciti dalla bottega di Giotto o di Michelangelo?” si chiedeva Einaudi in uno dei suoi testi, intitolato per l’appunto Per l’abolizione del valore legale del titolo di studio e continuava “[In Inghilterra] nei conventi degli ordini religiosi convennero uomini dediti alla meditazione ed insegnarono ai giovani chiamati da intima vocazione ad entrare nell’ordine. Chi diede loro la facoltà di insegnare e giudicare? Il sovrano poi sanzionò il fatto già accaduto, la fama già riconosciuta; ma la fonte del diritto di insegnare e dichiarare non era il diploma imperiale o la bolla papale; era invece il riconoscimento pubblico spontaneo di un corpo di facoltà nato dal fatto, e affermato dalla gelosa tutela del buon nome del collegio insegnante”. Capito? Per acclarare la grandiosità degli artisti o la grandezza di un professore, che altra certificazione serve se non quella di “soddisfazione” della propria committenza/utenza? Nessuna. Non una laurea, non un master, non un pezzo di carta. Se le cose andassero così anche oggi, tutto sarebbe più veloce, più efficiente, più meritocratico. Se io ho le mani d’oro, se ho il genio filosofico, se ho la parlantina di un retore greco, ho bisogno del “valore legale del titolo di studio”? No. Come non ne avrò bisogno nel caso sia un più semplice e modesto aspirante medico, professore, avvocato e così via.

Se, invece, la vostra risposta alla mia domanda di prima, dovesse essere “preoccupazione”, per non vedere delle decine di lauree elegantemente affisse al muro; se in sostanza, più del consiglio di chi vi vuole bene e vi sta vicino, per voi sarebbe importante poter leggere “LAUREA” in bla, bla, bla, beh non so che dirvi. O meglio, una cosa posso dirvela: e se quei titoli fossero frutto di imbrogli o di inganni, se fossero truccati o comprati? Vi sentireste ugualmente sicuri?

“Riceviamo e pubblichiamo” di Giuseppe Portonera

Commenti

  1. [...] lo sono chiesto qui. Voi, che ne [...]


  2. Penso che il valore legale del titolo di studio sia una garanzia di preparazione e serieta’ per ogni professionista.si puo’ discutere invece della proposta di abolire l’esame di stato, se uno ha gia’ 1 laurea nella specifica materia, credo che possa bastare per svolgere la sua professione.


  3. Vedo che qui si glorifica l’Italia peggiore, consigliando di scegliere il medico in base alle raccomandazioni dei famili.
    Il resto del mondo lo fa in base a titoli di studio, qualifiche professionali e rigorose valutazioni scientifiche.
    Male, molto male.


  4. senza offesa, ma dire che il mondo anglosassone non glorifica il titolo di studio è una fesseria cosmica.
    Proprio il mondo anglosassone ha ideato i Master post universitari.
    E proprio il mondo anglosassone da moltissimo valore al titolo di studio e alle scuole frequentate.
    informiamoci prima di scrivere


  5. ..quindi tutti gli anni passati a qualificarsi e a prepararsi sarebbero niente, perché in realtà conta la raccomandazione dell’amico dell’amico..
    da non credere siamo nel 2011 – - il raggiungimento dei massimi riconoscimenti accedemici è fondamentale per permettere a un giovane di inserirsi e prosperare nel mondo del lavoro, e qui si parla di pezzo di carta? di imbrogli?

    quindi è giusto andarsene all’estero a studiare perché almeno la laurea di alcune università è riconosciuta in tutto il mondo (tranne in Italia ovviamente- lo dico per esperienza)

    il mercato non dovrebbe essere tirato in ballo a vanvera, il mercato, le imprese sanno benissimo dove andarsi a prendere i migliori
    per favore non prendiamoci in giro!!


  6. Il valore del legale del titolo di studi tra le altre cose assicura che una Lurea conseguita a Palermo abbia lo stesso valore di una Laurea conseguita a Milano (magari alla Bocconi).
    Temo che la sua abolizione possa incrementare le disuguaglianze sociali ed economiche come?Semplice:
    Abolito il valore legale del titolo è inevitabile un “rating” degli atenei e naturalmete più è alta la retta e più sarà pretigioso l’Ateneo temo che solo i figli di papà potranno iscriversi alla Bocconi.


  7. Principio “anglosassone” buono anzi ottimo perchè inserito in una cultura formatasi con il contributo della Storia. In Inghilterra i colleges universitari esistono da secoli, non so se è chiaro. Solo che noi non siamo anglosassoni ma “latini” con tutto quello che ne consegue. Se poi ci caliamo nella nostra realtà (quella italiana intendo) con la strutturale incapacità a creare regole nuove e certe mi vengono i brividi al solo pensiero. Onorevole Casini pensi alle furbizie possibili con il vincolo del “certificato” a cui Lei fa cenno e pensi al contempo alle furbizie possibili senza quel vincolo. Non sono assolutamente contrario all’abolizione ma credo che non la sapremo attuare in modo credibile ed efficace. Comunque buon lavoro.


  8. E allora a ‘sto punto il dottore vado a farlo pure io, che ho la terza media! Tanto amici e conoscenti vari mi raccomanderanno senz’altro agli amici e conoscenti loro!


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